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  • Chi sono i Drusi? | 29/07/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Il missile - lanciato dal Libano verso la zona a prevalenza di popolazione drusa situata all’estremo nord di Israele - cadendo su un campetto di calcio, ha causato, come è noto, almeno 12 morti (soprattutto bambini e ragazzi) ed oltre 30 feriti, dei quali almeno 6 restano in gravissime condizioni.
    Spesso, quando ci si occupa di questioni che riguardano il Medio Oriente, capita di imbattersi in qualche situazione che fa riferimento ad una corrente culturale e religiosa, che, fino ad oggi, ha conservato orgogliosamente la propria autonomia, rispetto a tutte le altre dottrine che dettano legge in quella travagliata area del nostro Pianeta. E stiamo parlando della componente drusa, tornata, in queste ultime ore, nuovamente nell’occhio del ciclone  perché drusi erano, appunto, i ragazzini che hanno scoperto  sulla propria pelle quanto alto possa, alle volte, risultare il prezzo da pagare per un po’ di innocente divertimento.
    Già, ma chi sono i circa novecentomila Drusi distribuiti prevalentemente tra Libano, Giordania, Siria e Israele? Possiamo, innanzitutto, dire che costituiscono un popolo (arabo) che non dispone di un territorio nazionale autonomo e ben delimitato, ma che si è, invece, sempre adattato a coesistere pacificamente con le genti che numericamente prevalgono in un determinato Paese ospitante. Seguono una religione abbastanza criptica che, comunque, affonda le sue radici nel monoteismo islamico – ebraico: i loro testi sacri sono, infatti, la Bibbia ed il Corano, anche se non disdegnano di attingere spunti filosofici qualificanti pure dall’induismo e dal pensiero platonico. Ad esempio, i Drusi credono – unici in tutta l’area mediorientale – nella reincarnazione delle anime dopo la morte e lasciano, comunque, che il loro culto rimanga avvolto da un alone di mistero: al punto che la conversione di elementi estranei alla religione drusa non è assolutamente consentita.
    Tradizionalmente, i Drusi – pur costituendo delle comunità particolarmente unite al loro interno – si sono tuttavia sempre distinti per la lealtà dimostrata nei confronti delle istituzioni e delle norme che governano i Paesi in cui vivono. E la conferma di questa loro predisposizione al rispetto dei vari ordinamenti statali, viene proprio da Israele, dove i Drusi rappresentano un decimo della cittadinanza araba, la quale costituisce, a sua volta, il 20% della popolazione totale. Ebbene, anche nella società israeliana i gruppi di appartenenza drusa si sono  storicamente integrati senza porre od incontrare alcun ostacolo: tanto è vero che non è infrequente rilevare che, ad occupare persino alcune delle posizioni di più alto rango nelle forze armate di Gerusalemme, si trovano, talvolta, proprio dei cittadini israeliani di appartenenza drusa.
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    3 min
  • Se Frans Timmersmans abita ancora a Bruxelles | 27/07/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    A giudicare dalle dichiarazioni programmatiche enunciate dinanzi al Parlamento europeo da Ursula von der Leyen, in occasione della sua recentissima conferma alla presidenza della Commissione europea, si direbbe che la cosiddetta “era Timmersmans” (dal nome del politico olandese considerato come il maggiore sponsor del Green Deal) sia stata tutt’altro che archiviata. Anzi, come del resto non ha mancato di sottolineare il neo presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, sembra proprio di potervi cogliere un elemento di assoluta continuità rispetto a quell’impostazione (spesso orientata in senso anti industriale) che ha caratterizzato molte delle decisioni prese da Bruxelles nell’ultimo quinquennio.
    La conferma, ad esempio, dell’obbiettivo di ridurre del 90% le emissioni di CO2 al 2040, senza chiedersi seriamente a chi spetterà poi il compito di pagare la fattura della decarbonizzazione (e quali saranno le conseguenze di questa opzione sull’industria europea e sulla sua competitività) sembra, infatti, un errore che potrebbe, ben presto, rivelarsi irrimediabile.
    Si consideri, ad esempio, la leggerezza – diremmo quasi irresponsabile – con la quale il programma del nuovo esecutivo von der Leyen conferma l’uscita dai motori endotermici nel 2035: qualcuno ha realizzato che, in una prospettiva come questa, nel giro di pochissimi anni  nessuno sarà più disposto ad acquistare veicoli  a benzina o diesel, in vista di una scadenza così ravvicinata? Possibile che sia così difficile capire che saranno centinaia di migliaia i lavoratori del comparto dell’indotto dei motori endotermici a perdere la propria occupazione, senza certamente poter sperare di trovare una nuova collocazione nelle produzioni di motori elettrici che, purtroppo, saranno, invece, un affare essenzialmente cinese? Che senso può avere un addio così drastico alle vendite di auto equipaggiate con motori a combustione interna, considerato che, tra l’altro, quelle alimentate con biocarburanti  consentono, oramai, emissioni di CO2 che sono sostanzialmente analoghe a quelle dei veicoli elettrici?
    Al momento, tutto lascia intendere che, per quanto riguarda la mobilità elettrica, i Cinesi abbiano ormai accumulato un vantaggio sostanzialmente incolmabile per l’industria europea. Tuttavia, se anche si riuscisse, in extremis, a tenere in vita un minimo di queste produzioni pure in Europa, si andrebbe, comunque, incontro ad un netto ridimensionamento dei livelli occupazionali nel settore della componentistica, poiché - come è noto - i motori elettrici sono molto meno complessi di quelli endotermici, non disponendo, ad esempio, di elementi come il serbatoio, il sistema di scarico, il cambio, la frizione o il turbocompressore.
    Di conseguenza, pur non negando certamente l’importanza del processo di transizione energetica, auspichiamo che, nel portarlo avanti, venga tuttavia stimato anche quanti posti di lavoro saranno creati in Europa grazie al Green Deal e quanti, invece, andranno perduti proprio a causa delle politiche che l’Unione europea adotterà in materia di transizione ecologica.
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    3 min
  • A volte ritornano: Claudio Scajola | 26/07/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Quella di oggi potrebbe risultare una giornata decisiva per la tenuta della maggioranza di centrodestra in Liguria, dopo che gli eventi degli ultimi giorni e le nuove accuse hanno portato alla seconda misura cautelare nei confronti del Governatore, Giovanni Toti, già agli arresti domiciliari da oltre due mesi.
    Ricordiamo che, alle imputazioni di corruzione che al presidente della Regione sono state mosse nel mese di maggio, se ne sono appena aggiunte  delle altre riferite a finanziamenti illeciti  che vedrebbero adesso coinvolto anche il gruppo Esselunga. Da queste premesse, è nata l’idea - tra i partiti che compongono la maggioranza dell’attuale Giunta regionale - di organizzare, proprio per questo venerdì 26 luglio, un incontro tra i vertici politici per studiare come “garantire la continuità e l’efficienza nella gestione della Regione”. Quindi, ammesso e non concesso che poi la riunione si svolga effettivamente, dovrebbe trattarsi di un meeting decisivo per  stabilire se si stia procedendo o meno verso  le dimissioni dello stesso Toti, con conseguente ritorno al voto anticipato.
    Per ora, è soprattutto la Lega – almeno ufficialmente - a chiedere  a Toti di  resistere: meno convinte paiono, invece, altre forze politiche che avanzano qualche timore circa il rischio che un atteggiamento di assoluta irriducibilità da parte di Toti possa, alla fine, comportare una paralisi troppo lunga dell’amministrazione regionale. Sembra, comunque, che lo stesso Toti abbia ben poco gradito questa sorta di pressione alla quale - al di là delle solidarietà di facciata - si sentirebbe al momento sottoposto da parte di soggetti politici che, almeno in teoria, dovrebbero tuttora essere suoi alleati. La sensazione di essere stato abbandonato proprio da quelli che, fino a ieri, considerava gli “amici” del centrodestra deve, probabilmente, risultargli davvero sgradevole... In particolare, il Governatore avrebbe sentito il vento cambiare direzione nei suoi confronti, leggendo le dichiarazioni con le quali il presidente ad interim della giunta ligure, il leghista Alessandro Piana, ha recentemente sollevato dei dubbi circa l’opportunità di andare avanti sul rigassificatore di Vado Ligure, a favore del quale Toti stesso si è sempre molto battuto.
    Pertanto, a Genova, i bene informati prevedono un passo indietro assai imminente da parte del presidente ligure. E se così sarà, si andrà poi a votare nel prossimo ottobre: di conseguenza, il tempo che resta per trovare un sostituto all’altezza della situazione è veramente poco...a meno che non si richiami sul palcoscenico, per recitare ancora una volta la parte del protagonista, un attore esperto e consumato come l’ex ministro imperiese, Claudio Scajola, che – sempre stando ai bene informati – potrebbe contare sul sostegno di Fratelli d’Italia.
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    3 min
  • Mattarella sul pestaggio di Casapound: “Atto eversivo rivolto contro la Repubblica” | 25/07/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il Capo dello Stato Sergio Mattarella raduna i colleghi cronisti parlamentari al Quirinale e ricorda che “ogni atto rivolto contro la libera informazione è un atto eversivo rivolto contro la Repubblica”. Il Presidente si riferisce in modo esplicito all'ultimo fatto avvenuto nei giorni scorsi a Torino con il pestaggio del giovane giornalista de "La Stampa" Andrea Joly, aggredito e picchiato da militanti di Casapound. Le parole di Mattarella non ammetterebbero interpretazioni. “Si vanno infittendo, negli ultimi tempi, contestazioni, intimidazioni, se non aggressioni, nei confronti dei giornalisti, che si trovano a documentare fatti. Ma l’informazione è esattamente questo”. Ha ragione Mattarella. Andrea Joly si trovava infatti in una pubblica via e stava riprendendo col suo cellulare un raduno neofascista, cioè un fatto vietato dalle leggi e dalla nostra Costituzione, quindi qualcosa da documentare e diffondere sul piano mediatico con gli strumenti che in quel momento erano a disposizione del giornalista.
     
    Il monito di Mattarella contro le intimidazioni
    Raramente Sergio Mattarella utilizza in pubblico toni così duri. L'ispirazione del Quirinale arriva dopo quelle che definisce "adulterazione della realtà" che andrebbe sorvegliata soprattutto da coloro a cui è affidato il compito di informare. Per questo che, secondo Mattarella, noi giornalisti dobbiamo continuare a lavorare in libertà, senza reticenze, neppure senza sopravvalutazioni.
     
    La Russa: “Sul cronista malmenato ho detto quel che penso, forse male”.
    Stupisce che nelle ore successive al violento pestaggio, Ignazio La Russa, presidente del Senato, cioè la seconda carica dello Stato, abbia detto che Andrea Joly si sarebbe dovuto qualificare come giornalista, come se non esistessero leggi e disposizione che vietano ogni forma di manifestazione che possa anche solo lontanamente riferirsi alla ricostituzione del partito fascista.  “È vero, a volte sono incauto. Sul cronista malmenato ho detto quel che penso, forse male”, ammette La Russa.
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    3 min
  • Rapporto Ue: critiche al governo italiano su riforme e diritti | 24/07/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Per la Commissione europea, sul banco degli imputati ci sono  la riforma costituzionale a favore del premierato, la riforma Nordio della Giustizia che può mettere in pericolo l’indipendenza dei magistrati, la “norma Costa” in merito al divieto di pubblicare atti giudiziari, i mancati provvedimenti a favore della libertà di stampa e l’assenza di una disciplina sul conflitto di interessi. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, nella sua campagna per la rielezione aveva deciso un mese fa di rinviare la pubblicazione del rapporto che invece sarà presentato stamattina. 
    I contenuti del rapporto
    «Con questa riforma non ci sarà più la possibilità per il Presidente della Repubblica di cercare una maggioranza alternativa o individuare una persona fuori dal Parlamento come Primo ministro», è scritto nel lungo documento che muove i rilievi sul tema dell'informazione. «In alcuni Stati membri – si legge - sussistono preoccupazioni per l’eccessiva pressione esercitata sulla magistratura da parte di politici o a livello di esecutivo, e vi sono anche prove di pressioni provenienti da paesi terzi». La Commissione Ue punta l’indice contro i recenti provvedimenti che cancellano il reato di abuso d’ufficio e limitano l’applicazione del traffico di influenze: «Potrebbe avere implicazioni per le indagini e l’individuazione di frodi e corruzione».
    Le minacce contro i giornalisti
    «Le preoccupazioni maggiori – osserva la Commissione europea – riguardano un possibile effetto agghiacciante sui giornalisti che sono maggiormente esposti alle querele per diffamazione».  Per Bruxelles, in Italia stanno crescendo episodi di minaccia e aggressione nei confronti dei giornalisti. La Commissione elenca 75 incidenti di questo tipo solo nei primi sei mesi di quest’anno. «Con una crescita – si rimarca – di casi di intimidazione legale da parte dei politici».
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    3 min
  • Kamala Harris verso la nomination: ha candidati sufficienti per farcela | 23/07/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Kamala Harris, candidata alla presidenza per i democratici, sta incassando donazioni record per la sua campagna e vola verso la nomination ufficiale. Si allunga la lista dei potenziali sfidanti che proclamano il loro appoggio ad Harris: la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer sarà co-leader della campagna della vice di Biden. E per lei arriva anche l’endorsement di Nancy Pelosi, la potente ex Speaker della Camera. Con il voto virtuale di oltre 300 delegati del suo Stato, la California, Kamala Harris ha un impegno verbale di un numero sufficiente di delegati per ottenere la nomination dem alla Casa Bianca. Lo riportano Politico e la Cnn. Secondo la tv, ora la vicepresidente può contare su oltre i 1.976 delegati, il quorum per essere candidati alla presidenza, grazie all'ondata di endorsement ottenuti nella notte da varie delegazioni statali. 
    "Quando lottiamo, vinciamo". 
    Kamala Harris ha lanciato la nuova campagna. Il nuovo slogan è "Quando lottiamo, vinciamo", in contrapposizione al "fight fight fight", lotta lotta lotta, lanciato da Donald Trump subito dopo essere sopravvissuto a un attentato dieci giorni fa. "Abbiamo ancora 106 giorni davanti e vinceremo",  ha detto Kamala Harris parlando nel suo 'nuovo' quartier generale a Wilmington nel suo primo evento elettorale dopo il ritiro di Joe Biden dalla corsa
    Come funziona il voto virtuale
    I delegati alla convention democratica (19-22 agosto) potrebbero iniziare a votare virtualmente sui candidati alla presidenza e alla vicepresidenza già la prossima settimana, secondo una bozza di piano diffusa dal comitato nazionale del partito.  L'iter della nomination, a seconda del numero di candidati che si qualificano, sarà completato tra l' 1 e 7 agosto, per rispettare la scadenza per comparire nelle schede elettorali in Ohio. Il comitato nazionale del partito ha stabilito tre requisiti per la nomination, che sarà anticipata appunto con una 'roll call' virtuale: un candidato deve presentare una dichiarazione formale di candidatura al comitato, soddisfare i requisiti legali e di partito per essere presidente e ottenere almeno 300 firme di delegati. Ai candidati interessati sarà fornito un elenco per contattare i delegati.
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    3 min
  • Buon lavoro (e buon senso), Ursula | 22/07/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Ursula von der Leyen ce l’ha, dunque, fatta a riguadagnarsi la presidenza della Commissione Europea, anche se, per riuscire nell’impresa, ha dovuto accettare tutta una serie di compromessi, che certamente non la agevoleranno nella gestione degli affari comunitari del prossimo quinquennio. Sia lei, che i suoi commissari saranno, infatti, costretti a districarsi in una foresta di insidie politiche presenti anche all’interno di quella non chiarissima maggioranza che  pure le ha fornito i voti indispensabili per tornare ad occupare la poltrona più importante di Bruxelles.
    La Von der Leyen è, quindi, chiamata adesso a scongiurare il rischio di dover guidare un esecutivo troppo condizionato da veti incrociati e da testardi immobilismi, che si rivelerebbero letali in uno scenario che sarà dominato da questioni di fondo che richiedono, invece, risposte immediate e coerenti. E stiamo pensando, essenzialmente, a temi di rilevanza vitale come i rapporti con la Russia, la difesa comune, il rilancio dell’economia europea e la transizione energetica. Temi sui quali, come avrebbe detto Garibaldi, “o si fa l’Europa o si muore”. 
Tra questi, visto l’appoggio esplicito manifestatole in sede di voto dai Verdi, la riconfermata leader tedesca temiamo vada incontro a fastidiosi problemi proprio nella conduzione della transizione ecologica, visto che, per riconvertire i sistemi di produzione dell’energia e contenerne il consumo da parte delle imprese e delle famiglie, si renderanno necessari stanziamenti di denaro impressionanti. E si tratta di oneri che, in parte saranno a carico degli Stati (che già oggi non nuotano certo nell’oro) e in parte a carico dei privati, che dovranno così rinunciare – come ha appena ammonito il neo presidente di Confindustria, Emanuele Orsini - ad altri tipi di investimenti, per loro più remunerativi. Del resto, per comprendere il malumore che, a questo proposito, si sta diffondendo sia tra le imprese, che tra i consumatori basta osservare il settore dell’automobile, dove molti produttori hanno cominciato a rallentare la progettazione e la fabbricazione di auto elettriche, delusi da un mercato che sembra tradire tutte le ottimistiche aspettative iniziali e risalenti a pochissimi anni fa.
    Gli obbiettivi e  le scadenze temporali che il Green Deal ha posto ai Paesi membri dell’Unione  si sono, pertanto, rivelati troppo ambiziosi, andando, in tal modo, a smentire certe ingenuità e certe facilonerie ispirate da un fondamentalismo ecologico, incapace di fare i conti con la realtà. Ecco perchè siamo portati a pensare che sarà proprio la questione ambientale a rappresentare il banco di prova più delicato non soltanto per il nuovo governo europeo, ma anche per quelli di tutti i 27 Paesi che compongono l’Unione, dai quali – a questo punto - ci aspettiamo duttilità, moderazione e, soprattutto, consapevolezza della svolta epocale che il nostro Vecchio Continente si trova oggi a dover affrontare.
    Buon lavoro e buon senso, Ursula.
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    3 min
  • Trump abbandona i toni morbidi del dopo attentato: annuncia la deportazione di massa di immigrati | 20/07/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    La convention repubblicana di Milwaukee incorona Donald Trump come candidato per le presidenziali del prossimo 5 novembre. Trump abbandona i toni morbidi del dopo attentato di sabato scorso per tornare ad incendiare le praterie d'America. Aveva parlato di un discorso diverso per la convention repubblicana: meno aggressivo, più concentrato sulla necessità di riunire l’America. Una volta sul palco, quel proposito è durato lo spazio di pochi minuti: quasi subito il Trump che il mondo conosce è venuto fuori con prepotenza, senza compromessi. Allora sono venuti fuori tutti i clichè del Trump guerriero. In primis, la persecuzione giudiziaria che secondo Trump sarebbe orchestrata dal Partito democratico.  “L’uso a fini politici del Dipartimento alla Giustizia da parte dei democratici deve finire”, ha detto Trump, che ha sfoderato un altro dei suoi cavalli di battaglia: le elezioni manipolate. “Con la scusa del Covid, ci hanno rubato le elezioni. E questo non deve succedere più. Non succederà più, perché questa volta vinceremo comunque”.  Poi è passato all'immigrazione illegale. “Siamo diventati una discarica per il mondo, che ride di noi”, e ha fatto una promessa: “Lanceremo la più grande deportazione della nostra storia”.
    Un programma fatto di annunci non veri.
    “Abbiamo dato agli americani il taglio alle tasse più importante della loro storia”, ha proclamato Trump,  ma nella storia americana ci sono stati almeno una mezza dozzina di tagli fiscali più consistenti. “Abbiamo costruito gran parte del muro con il Messico”, ha spiegato l'ex presidente, ma George W. Bush e Barack Obama hanno costruito porzioni di muro più ampie di quelle  tirate su da Trump.  “Mai nella storia americana, l’inflazione è stata così alta come sotto questa amministrazione”. Altra cosa falsa, perchè l’inflazione era al 9,1% nell’estate del 2022, contro il 15% circa a inizio anni Ottanta. Insomma,se l’obiettivo era conquistare il voto indipendente e moderato, la cosa non è probabilmente riuscita.
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  • Il bis di Ursula, la maggioranza allargata ai verdi, il no di Meloni | 19/07/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il bis di Ursula, la maggioranza allargata ai verdi.
    Alla fine Ursula von der Leyen viene confermata alla guida della Commissione europea grazie alle preferenze di Ppe, Pse, Renew, Green. A favore si schierano le delegazioni di Pd, Forza Italia, Verdi. Giorgia Meloni e Fdi vota contro con Lega, M5s, Sinistra italiana. Ursula si dice soddisfatta: “La mia è una maggioranza democratica”. Ma c'è poco da festeggiare, perché sulla sua rielezione pesano gli oltre 50 franchi tiratori e una lunga serie di malpancisti trasversali che si annidano soprattutto nel Partito popolare. Oggi, sulle pagine della Stampa, il leader di Forza Italia e ministro degli Esteri Antonio Tajani che l'elezione della von der Leyen è motivo di stabilità politica, perché se non avesse vinto sarebbe stato il caos, i mercati ci avrebbero punito e i cittadini ne avrebbero pagato il prezzo maggiore. Di certo la maggioranza Ursula è più ampia rispetto al passato in seguito all'appoggio dei verdi. Di sicuro è stato arginato il tentativo delle destre di condizionare il nuovo corso europeo, ma restano le incognite politiche del mancato consenso di Giorgia Meloni. 
    Il no di Giorgia Meloni
    Giorgia Meloni ha deciso solo ieri mattina di virare sul no a Ursula von der Leyen, schierandosi con la Lega di Matteo Salvini, contro il parere di Forza Italia, che col vicepremier Antonio Tajani ha provato, fino all’ultimo, a convincere la presidente del Consiglio a non rompere col Ppe. Dopo questo voto disgiunto, la coalizione di Governo di centrodestra risulta più debole sul piano dell'immagine internazionale. Staremo a vedere come si evolveranno i rapporti con Bruxelles su molti dossier rimasti ancora aperti. 
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  • La svolta della famiglia Berlusconi. Pier Silvio critica la leadership di Forza Italia | 18/07/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Prima Marina e ora Pier Silvio, criticano in modo pubblico le posizioni politiche di Forza Italia. Lo fanno in modo pubblico e i loro rilievi pesano sul futuro del partito, ora nelle mani di Antonio Tajani. Per la famiglia di Silvio Berlusconi, rimasta fino ad oggi in disparte rispetto ai giochi all'interno di Forza Italia, si tratta di una svolta. Lo scorso 26 giugno, in una intervista al Corriere della Sera, Marina Berlusconi aveva sostenuto che «su aborto, fine vita e Lgbtq» si sente «più in sintonia con la sinistra». Marina parla di valori e di diritti sui quali «ognuno deve essere libero di scegliere». Oggi interviene Piersilvio e le critiche riguardano uomini e volti nuovi di Forza Italia.
    Il pensiero di Piersilvio
    «Serve un rinnovamento della classe dirigente di Forza Italia», sostiene Piersilvio secondo cui  è  un problema di qualità della dirigenza uomini, non di scettro di comando. Pier Silvio ammette di avere «il dna» del padre, di subire il «fascino della politica come adrenalina», ma non è questo il momento di entrare direttamente nell'arena politica. Secondo il figlio di Silvio Berlusconi, il partito ha superato la prova della sopravvivenza col voto dell’8 e 9 giugno alle elezioni europee, ma se vorrà ampliare la parte centrista e moderata della coalizione di Governo, dovrà affidarsi a volti nuovi, possibilmente giovani: trasformare - per usare le parole dello stesso Berlusconi junior - la «Forza Italia di resistenza» in «Forza Italia di sfida». Le restrizioni sui diritti civili non piacciono agli eredi Berlusconi. Matteo Salvini viene considerato al pari di un avversario: non è piaciuta l'intitolazione di Malpensa al padre e non è gradita la proposta di cancellare il canone Rai. Del partito, la famiglia Berlusconi resta azionista di maggioranza: 600 mila euro versati prima delle Europee dai figli, e numerose fideiussioni. Ora, oltre ai soldi, Piersilvio e Marina vogliono contare anche sulla linea politica. 
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"Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.

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