Il Corsivo

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  • Lo stallo della Guida Suprema | 03/08/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Nella sua  ultima apparizione pubblica – che ha coinciso con il funerale del leader di Hamas, Ismail Hanyeh - la Guida  Suprema della repubblica iraniana, Ali Khamenei, è sembrato, ad alcuni commentatori, piuttosto agitato ed incerto nei suoi movimenti. Che temesse forse l’arrivo di un drone destinato appositamente alla sua persona? Del resto, anche all’interno del Paese che governa con ferrea determinazione dalla morte del suo predecessore Khomeyni, non sarebbero certo in pochi a stappare una bottiglia di vino buono (ammesso e non concesso che se possa, clandestinamente, trovare ancora almeno una da qualche parte) se qualche anima caritatevole si decidesse a fargli raggiungere in paradiso il mitico generale Soleimani, eliminato  da Donald Trump all’inizio del 2020.
    Dopo quanto avvenuto a Beirut e a Teheran - dove, nel giro di sole otto ore, si è passati da un omicidio mirato all’altro - è molto probabile che adesso i capi politici e militari delle organizzazioni che, a vario titolo, fanno rifermento alla repubblica islamica, non vivano affatto momenti di beata spensieratezza: l’ inadeguatezza dell’intelligence e della sicurezza iraniane è stata messa in evidenza in maniera troppo clamorosa per consentire a chiunque di loro di sentirsi davvero al riparo da una minaccia israeliana che, invece, ha dimostrato di poterli colpire ovunque e con chirurgica precisione.
    Khamenei parla di una “dura punizione” per Israele, verso il quale ha ordinato un attacco diretto: ed è ovvio che una “punizione” – anche se sostanzialmente innocua come fu quella tentata nell’aprile scorso – dovrà assolutamente sforzarsi di infliggerla, se non vuole del tutto perdere la faccia di fronte al mondo intero. D’altra parte, al di là dei proclami ufficiali, la repubblica sciita è ben consapevole del fatto che una eventuale escalation sul campo di battaglia sarebbe, inevitabilmente, destinata all’insuccesso, vista la disparità di potenziale bellico che la separa ancora dallo Stato ebraico. Inoltre, sono anche le condizioni economiche disastrose in cui versa il Paese a sconsigliare avventure militari che andassero al di là del puro effetto dimostrativo: infatti, specialmente da quando nel 2018 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l’accordo sul nucleare sottoscritto nel 2015 dall’Iran con i Paesi del P5+1, impose agli ayatollah delle sanzioni finanziarie e commerciali particolarmente severe, l’Iran è caduto in una crisi profonda dalla quale non è mai più riuscito a riprendersi.
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    3 min
  • Lo stallo della Guida Suprema | 03/08/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Nella sua  ultima apparizione pubblica – che ha coinciso con il funerale del leader di Hamas, Ismail Hanyeh - la Guida  Suprema della repubblica iraniana, Ali Khamenei, è sembrato, ad alcuni commentatori, piuttosto agitato ed incerto nei suoi movimenti. Che temesse forse l’arrivo di un drone destinato appositamente alla sua persona? Del resto, anche all’interno del Paese che governa con ferrea determinazione dalla morte del suo predecessore Khomeyni, non sarebbero certo in pochi a stappare una bottiglia di vino buono (ammesso e non concesso che se possa, clandestinamente, trovare ancora almeno una da qualche parte) se qualche anima caritatevole si decidesse a fargli raggiungere in paradiso il mitico generale Soleimani, eliminato  da Donald Trump all’inizio del 2020.
    Dopo quanto avvenuto a Beirut e a Teheran - dove, nel giro di sole otto ore, si è passati da un omicidio mirato all’altro - è molto probabile che adesso i capi politici e militari delle organizzazioni che, a vario titolo, fanno rifermento alla repubblica islamica, non vivano affatto momenti di beata spensieratezza: l’ inadeguatezza dell’intelligence e della sicurezza iraniane è stata messa in evidenza in maniera troppo clamorosa per consentire a chiunque di loro di sentirsi davvero al riparo da una minaccia israeliana che, invece, ha dimostrato di poterli colpire ovunque e con chirurgica precisione.
    Khamenei parla di una “dura punizione” per Israele, verso il quale ha ordinato un attacco diretto: ed è ovvio che una “punizione” – anche se sostanzialmente innocua come fu quella tentata nell’aprile scorso – dovrà assolutamente sforzarsi di infliggerla, se non vuole del tutto perdere la faccia di fronte al mondo intero. D’altra parte, al di là dei proclami ufficiali, la repubblica sciita è ben consapevole del fatto che una eventuale escalation sul campo di battaglia sarebbe, inevitabilmente, destinata all’insuccesso, vista la disparità di potenziale bellico che la separa ancora dallo Stato ebraico. Inoltre, sono anche le condizioni economiche disastrose in cui versa il Paese a sconsigliare avventure militari che andassero al di là del puro effetto dimostrativo: infatti, specialmente da quando nel 2018 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l’accordo sul nucleare sottoscritto nel 2015 dall’Iran con i Paesi del P5+1, impose agli ayatollah delle sanzioni finanziarie e commerciali particolarmente severe, l’Iran è caduto in una crisi profonda dalla quale non è mai più riuscito a riprendersi.
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  • Lo stallo della Guida Suprema | 03/08/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Nella sua  ultima apparizione pubblica – che ha coinciso con il funerale del leader di Hamas, Ismail Hanyeh - la Guida  Suprema della repubblica iraniana, Ali Khamenei, è sembrato, ad alcuni commentatori, piuttosto agitato ed incerto nei suoi movimenti. Che temesse forse l’arrivo di un drone destinato appositamente alla sua persona? Del resto, anche all’interno del Paese che governa con ferrea determinazione dalla morte del suo predecessore Khomeyni, non sarebbero certo in pochi a stappare una bottiglia di vino buono (ammesso e non concesso che se possa, clandestinamente, trovare ancora almeno una da qualche parte) se qualche anima caritatevole si decidesse a fargli raggiungere in paradiso il mitico generale Soleimani, eliminato  da Donald Trump all’inizio del 2020.
    Dopo quanto avvenuto a Beirut e a Teheran - dove, nel giro di sole otto ore, si è passati da un omicidio mirato all’altro - è molto probabile che adesso i capi politici e militari delle organizzazioni che, a vario titolo, fanno rifermento alla repubblica islamica, non vivano affatto momenti di beata spensieratezza: l’ inadeguatezza dell’intelligence e della sicurezza iraniane è stata messa in evidenza in maniera troppo clamorosa per consentire a chiunque di loro di sentirsi davvero al riparo da una minaccia israeliana che, invece, ha dimostrato di poterli colpire ovunque e con chirurgica precisione.
    Khamenei parla di una “dura punizione” per Israele, verso il quale ha ordinato un attacco diretto: ed è ovvio che una “punizione” – anche se sostanzialmente innocua come fu quella tentata nell’aprile scorso – dovrà assolutamente sforzarsi di infliggerla, se non vuole del tutto perdere la faccia di fronte al mondo intero. D’altra parte, al di là dei proclami ufficiali, la repubblica sciita è ben consapevole del fatto che una eventuale escalation sul campo di battaglia sarebbe, inevitabilmente, destinata all’insuccesso, vista la disparità di potenziale bellico che la separa ancora dallo Stato ebraico. Inoltre, sono anche le condizioni economiche disastrose in cui versa il Paese a sconsigliare avventure militari che andassero al di là del puro effetto dimostrativo: infatti, specialmente da quando nel 2018 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l’accordo sul nucleare sottoscritto nel 2015 dall’Iran con i Paesi del P5+1, impose agli ayatollah delle sanzioni finanziarie e commerciali particolarmente severe, l’Iran è caduto in una crisi profonda dalla quale non è mai più riuscito a riprendersi.
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  • Lo stallo della Guida Suprema | 03/08/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
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    Dopo quanto avvenuto a Beirut e a Teheran - dove, nel giro di sole otto ore, si è passati da un omicidio mirato all’altro - è molto probabile che adesso i capi politici e militari delle organizzazioni che, a vario titolo, fanno rifermento alla repubblica islamica, non vivano affatto momenti di beata spensieratezza: l’ inadeguatezza dell’intelligence e della sicurezza iraniane è stata messa in evidenza in maniera troppo clamorosa per consentire a chiunque di loro di sentirsi davvero al riparo da una minaccia israeliana che, invece, ha dimostrato di poterli colpire ovunque e con chirurgica precisione.
    Khamenei parla di una “dura punizione” per Israele, verso il quale ha ordinato un attacco diretto: ed è ovvio che una “punizione” – anche se sostanzialmente innocua come fu quella tentata nell’aprile scorso – dovrà assolutamente sforzarsi di infliggerla, se non vuole del tutto perdere la faccia di fronte al mondo intero. D’altra parte, al di là dei proclami ufficiali, la repubblica sciita è ben consapevole del fatto che una eventuale escalation sul campo di battaglia sarebbe, inevitabilmente, destinata all’insuccesso, vista la disparità di potenziale bellico che la separa ancora dallo Stato ebraico. Inoltre, sono anche le condizioni economiche disastrose in cui versa il Paese a sconsigliare avventure militari che andassero al di là del puro effetto dimostrativo: infatti, specialmente da quando nel 2018 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l’accordo sul nucleare sottoscritto nel 2015 dall’Iran con i Paesi del P5+1, impose agli ayatollah delle sanzioni finanziarie e commerciali particolarmente severe, l’Iran è caduto in una crisi profonda dalla quale non è mai più riuscito a riprendersi.
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  • Lo stallo della Guida Suprema | 03/08/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Nella sua  ultima apparizione pubblica – che ha coinciso con il funerale del leader di Hamas, Ismail Hanyeh - la Guida  Suprema della repubblica iraniana, Ali Khamenei, è sembrato, ad alcuni commentatori, piuttosto agitato ed incerto nei suoi movimenti. Che temesse forse l’arrivo di un drone destinato appositamente alla sua persona? Del resto, anche all’interno del Paese che governa con ferrea determinazione dalla morte del suo predecessore Khomeyni, non sarebbero certo in pochi a stappare una bottiglia di vino buono (ammesso e non concesso che se possa, clandestinamente, trovare ancora almeno una da qualche parte) se qualche anima caritatevole si decidesse a fargli raggiungere in paradiso il mitico generale Soleimani, eliminato  da Donald Trump all’inizio del 2020.
    Dopo quanto avvenuto a Beirut e a Teheran - dove, nel giro di sole otto ore, si è passati da un omicidio mirato all’altro - è molto probabile che adesso i capi politici e militari delle organizzazioni che, a vario titolo, fanno rifermento alla repubblica islamica, non vivano affatto momenti di beata spensieratezza: l’ inadeguatezza dell’intelligence e della sicurezza iraniane è stata messa in evidenza in maniera troppo clamorosa per consentire a chiunque di loro di sentirsi davvero al riparo da una minaccia israeliana che, invece, ha dimostrato di poterli colpire ovunque e con chirurgica precisione.
    Khamenei parla di una “dura punizione” per Israele, verso il quale ha ordinato un attacco diretto: ed è ovvio che una “punizione” – anche se sostanzialmente innocua come fu quella tentata nell’aprile scorso – dovrà assolutamente sforzarsi di infliggerla, se non vuole del tutto perdere la faccia di fronte al mondo intero. D’altra parte, al di là dei proclami ufficiali, la repubblica sciita è ben consapevole del fatto che una eventuale escalation sul campo di battaglia sarebbe, inevitabilmente, destinata all’insuccesso, vista la disparità di potenziale bellico che la separa ancora dallo Stato ebraico. Inoltre, sono anche le condizioni economiche disastrose in cui versa il Paese a sconsigliare avventure militari che andassero al di là del puro effetto dimostrativo: infatti, specialmente da quando nel 2018 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l’accordo sul nucleare sottoscritto nel 2015 dall’Iran con i Paesi del P5+1, impose agli ayatollah delle sanzioni finanziarie e commerciali particolarmente severe, l’Iran è caduto in una crisi profonda dalla quale non è mai più riuscito a riprendersi.
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  • L’azzardo di Netanyahu | 02/08/2024 | Il Corsivo
    Fin dalla sua fondazione, avvenuta con la rivoluzione khomeinista del 1979, la repubblica teocratica degli ayatollah sciiti si è posta tre obbiettivi di natura sacra e, pertanto, assolutamente irrinunciabili. E stiamo parlando della distruzione di Israele, della completa estromissione degli Stati Uniti dal Medio Oriente e della sottrazione dei luoghi santi della Mecca e della Medina dal controllo dell’Arabia Saudita.
    In generale, in Europa (e soprattutto in Italia) non siamo granchè abituati a pensare che i nostri interlocutori o avversari politici credano davvero fino in fondo in quello che dicono, ma nel caso di questi chierici iraniani faremmo meglio a comprendere, in modo ben chiaro, che, di fronte a loro, ci troviamo in presenza di gente che non intende assolutamente scherzare. Per questo motivo, riteniamo che, in Medio Oriente, non ci sarà pace fino a che  l’Iran non avrà rinunciato a dei propositi così distruttivi.
    Chi certamente ha ben chiari in mente i termini della minaccia rappresentata dal fondamentalismo sciita è il premier israeliano Netanyahu che, non a caso, in queste ore, commentando l’uccisione di Ismail Hanyeh - avvenuta proprio mentre il capo politico di Hamas era ospite di riguardo in uno dei palazzi del potere di Teheran – non ha esitato a parlare di “asse del male iraniano” e di “guerra di sopravvivenza” per il suo Paese. L’impressione che abbiamo è quella che il premier israeliano stia prendendo in considerazione l’idea di alzare la posta in palio sul tavolo da gioco, andando a vedere non solo le carte dei vari Hezbollah, Houti  o Hamas, ma anche quelle del loro burattinaio iraniano. Il governo di Gerusalemme sembra, quindi, lanciare una sorta di sfida all’OK Korral alla Guida Suprema della rivoluzione sciita, invitandola ad uscire finalmente allo scoperto per un confronto diretto e chiarificatore sulle sue effettive capacità di far corrispondere anche qualche concreto risultato militare alla ormai tradizionale (e sterile) sequenza di invettive e di maledizioni. Se, a questo punto, Teheran non dovesse rispondere, perderebbe indubbiamente la faccia nei confronti delle varie milizie alleate, alle quali, almeno sino ad oggi, ha sempre chiesto combattere in sua vece, in attesa di chissà quale battaglia finale per la distruzione definitiva sia del “piccolo, che del grande satana”. Di conseguenza, non si può neanche ipotizzare il fatto che l’Iran possa non dare ad Israele una qualche risposta. La Guida Suprema, Ali Khamenei, ha, infatti, prontamente minacciato una ”dura rappresaglia” contro Israele, anche se il New York Times riferisce che, in realtà, i dirigenti iraniani sarebbero  “in stato di shock totale” per la manifestazione di vulnerabilità interna che l’uccisione  di Haniyeh ha così impietosamente messo in risalto. Un conto è ammazzare di botte una ragazzina che non indossa correttamente il chador, un altro è andare a vedersela sul serio (e non solo sulla carta) con le forze armate dello Stato ebraico…I prossimi giorni ci diranno se la scelta di Netanyahu sarà stata la mossa vincente per svelare un presunto bluff iraniano o se, invece, il suo sarà stato soltanto un pericoloso azzardo dalle conseguenze drammaticamente imprevedibili.
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  • Un vice per Kamala | 01/08/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Kamala Harris è, dunque, divenuta ufficialmente l’unica candidata per la nomination del Partito Democratico, essendo, infatti, ormai scaduti i termini per la presentazione di altre eventuali  candidature per la Casa Bianca. Partito Democratico che, vista l’esigenza di procedere con la massima celerità, ha anche deciso di rendere irreversibile la nomination attraverso un voto elettronico che non dovrebbe protrarsi oltre mercoledì 7 agosto.
     Poi, certamente, alla Convention di Chicago del 19 agosto, assisteremo anche ad un voto formale per celebrare la candidata alla presidenza, ma si tratterà essenzialmente di una sorta di ratifica obbligata delle votazioni effettivamente registrate sulla piattaforma elettorale del Partito.
Messa, quindi, al sicuro la sua posizione personale, adesso per la Harris si tratterà di fare – ovviamente entro l’imminente 19 agosto - una scelta politicamente molto delicata: e stiamo parlando di quella che riguarderà l’individuazione del proprio vice, unitamente al quale potrà, pertanto, dare inizio alla sua campagna elettorale e presentare così i suoi programmi governativi che per la verità – almeno fino ad oggi – sono rimasti ancora piuttosto indefiniti.
    
Ed a questo proposito, sono tre i nomi che paiono disporre delle maggiori chances di affermazione: e si tratta del senatore dell’Arizona Mark Kelly – che pare il favorito - seguito dal governatore della Pennsylvania Josh Shapiro e da quello del Kentucky Andy Beshear. I primi due consentirebbero, probabilmente, alla Harris di vincere nei loro rispettivi Stati (che, tra l’altro, figurano tra quelli giudicati in bilico), mentre il terzo sembra in grado di attrarre una certa quota dell’elettorato repubblicano, visto che gli è già riuscita l’impresa di diventare governatore di uno Stato tradizionalmente molto conservatore.
    Intanto, senza fare troppo clamore, sta emergendo anche un quarto nome: ed è quello del  senatore del Michigan, Gary Peters. Sessantacinque anni, Peters gode del favore dei sindacati, che non hanno dimenticato il grande lavoro da lui svolto – sotto la presidenza Obama -  per salvare l’industria automobilistica americana dopo la grave crisi del 2008. Peters si è, inoltre, dimostrato particolarmente efficiente – cosa che non guasta mai - nell’organizzare la raccolta dei fondi elettorali per il Partito Democratico, in qualità di presidente della Campagna Elettorale 2024. Potrebbe, quindi, essere lui il vice Harris che viene fuori a sorpresa.
    Comunque vadano le cose,  tutti questi candidati sono accomunati da un medesimo denominatore comune: quello cioè, di essere uomini, bianchi e moderati. Qualità che torneranno sicuramente utili quando si dovranno controbattere le accuse di estremismo che Donald Trump non mancherà sicuramente di rivolgere a Kamala Harris.
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  • Tensione olimpica | 31/07/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Per ora, non si può certo dire che la navigazione delle Olimpiadi di Parigi si stia svolgendo in acque davvero calme e trasparenti. E non ci riferiamo solamente a quelle inquinate della Senna, ma a tutto un complesso di fastidiose circostanze che hanno avuto il loro inizio con il boicottaggio dell’alta velocità ferroviaria e sono poi proseguite passando attraverso le lamentele delle delegazioni sportive per il cibo  scarso e di bassa qualità, per i letti di cartone, per l’aria condizionata che viene limitata per “ridurre l’impatto ambientale” e - specialmente per quanto riguarda la rappresentanza azzurra - anche per alcuni arbitraggi che hanno persino autorizzato a sospettare che forse, ai vertici del Comitato Olimpico Internazionale, ci sia qualcuno che “ci vuole male”. Tuttavia, a queste circostanze imbarazzanti che, comunque, hanno essenzialmente un carattere episodico, se ne sta per aggiungere un’altra che, da ormai alcuni anni, agita il dibattito all’interno degli Organismi  che dettano le regole della vita sportiva. E stiamo parlando del problema che concerne la partecipazione di concorrenti trans sessuali di origine maschile nelle competizioni femminili. Il Comitato Olimpico Internazionale ha, infatti, appena confermato che due atlete (un’algerina ed una taiwanese) - le quali non erano state ammesse agli ultimi campionati mondiali di pugilato per aver fallito il test ormonale - potranno, invece, combattere regolarmente contro avversarie donne in questi giochi olimpici del 2024. E la questione sembra destinata ad interessare direttamente anche la squadra pugilistica azzurra, visto che, nella giornata di domani, spetterà proprio alla nostra Angela Carini il compito di andarsela a giocare contro una di queste atlete un po’ indecifrabili.
    Eppure, attualmente, le regole vigenti prevedono che chiunque operi la transizione da uomo a donna dopo i 12 anni non possa più partecipare alla gare femminili, considerato che la pubertà gli fornirebbe un vantaggio ingiusto nei confronti delle atlete donne. Qui a Parigi però, questa disposizione non verrà applicata e, di conseguenza, domani alle ore 12, l’azzurra Carini, nella categoria dei pesi welter, affronterà sul ring un’avversaria che è geneticamente maschio... E così, dopo le tante polemiche che, in questi giorni, sono già scaturite da certe discutibili eliminazioni di atleti italiani,  aspettiamoci pure quella che potrebbe arrivare da un’eventuale sconfitta della ragazza napoletana che si accinge a difendere i nostri colori sul ring olimpico di Parigi.
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  • Chi sono i Drusi? | 29/07/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Il missile - lanciato dal Libano verso la zona a prevalenza di popolazione drusa situata all’estremo nord di Israele - cadendo su un campetto di calcio, ha causato, come è noto, almeno 12 morti (soprattutto bambini e ragazzi) ed oltre 30 feriti, dei quali almeno 6 restano in gravissime condizioni.
    Spesso, quando ci si occupa di questioni che riguardano il Medio Oriente, capita di imbattersi in qualche situazione che fa riferimento ad una corrente culturale e religiosa, che, fino ad oggi, ha conservato orgogliosamente la propria autonomia, rispetto a tutte le altre dottrine che dettano legge in quella travagliata area del nostro Pianeta. E stiamo parlando della componente drusa, tornata, in queste ultime ore, nuovamente nell’occhio del ciclone  perché drusi erano, appunto, i ragazzini che hanno scoperto  sulla propria pelle quanto alto possa, alle volte, risultare il prezzo da pagare per un po’ di innocente divertimento.
    Già, ma chi sono i circa novecentomila Drusi distribuiti prevalentemente tra Libano, Giordania, Siria e Israele? Possiamo, innanzitutto, dire che costituiscono un popolo (arabo) che non dispone di un territorio nazionale autonomo e ben delimitato, ma che si è, invece, sempre adattato a coesistere pacificamente con le genti che numericamente prevalgono in un determinato Paese ospitante. Seguono una religione abbastanza criptica che, comunque, affonda le sue radici nel monoteismo islamico – ebraico: i loro testi sacri sono, infatti, la Bibbia ed il Corano, anche se non disdegnano di attingere spunti filosofici qualificanti pure dall’induismo e dal pensiero platonico. Ad esempio, i Drusi credono – unici in tutta l’area mediorientale – nella reincarnazione delle anime dopo la morte e lasciano, comunque, che il loro culto rimanga avvolto da un alone di mistero: al punto che la conversione di elementi estranei alla religione drusa non è assolutamente consentita.
    Tradizionalmente, i Drusi – pur costituendo delle comunità particolarmente unite al loro interno – si sono tuttavia sempre distinti per la lealtà dimostrata nei confronti delle istituzioni e delle norme che governano i Paesi in cui vivono. E la conferma di questa loro predisposizione al rispetto dei vari ordinamenti statali, viene proprio da Israele, dove i Drusi rappresentano un decimo della cittadinanza araba, la quale costituisce, a sua volta, il 20% della popolazione totale. Ebbene, anche nella società israeliana i gruppi di appartenenza drusa si sono  storicamente integrati senza porre od incontrare alcun ostacolo: tanto è vero che non è infrequente rilevare che, ad occupare persino alcune delle posizioni di più alto rango nelle forze armate di Gerusalemme, si trovano, talvolta, proprio dei cittadini israeliani di appartenenza drusa.
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  • Libano ad alta tensione per i militari italiani | 30/07/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Sale il livello di attenzione sui 1.200 militari italiani schierati, nel Sud del Libano, per garantire la pace. Per ora, la missione del nostro numeroso contingente è destinata a proseguire, anche se il ministro della Difesa, Guido Crosetto, riconosce di vivere momenti di alta tensione: quanto è successo sabato pomeriggio - quando cioè, dodici ragazzini hanno perso la loro vita in un campetto di calcio colpito da un missile probabilmente lanciato da Hezbollah - ha indubbiamente avvicinato la possibilità di una drammatica escalation al confine tra Israele e Libano.
    In queste ore, c’è senz’altro un forte impegno diplomatico americano, teso ad evitare l’ ulteriore estensione di un conflitto che già sembra divenuto interminabile nella Striscia di Gaza. Si spera a Washington di riuscire a convincere lo Stato ebraico ad adottare un atteggiamento prudenziale: un po’ sulla falsa riga di quello che assunse quando, dopo la massiccia offensiva di droni e missili provenienti dall’Iran, scelse di limitare al minimo indispensabile la portata della sua risposta militare.
    Appare, comunque, difficile che Israele si spinga a bombardare centri abitati libanesi ed anche da parte del fronte sciita, guidato dall’Iran, la presa di posizione che emerge sembra essere, più che altro, quella del cane che abbaia, ma non morde...Tuttavia, la situazione resta altamente infiammabile e, pertanto, tutto può succedere da un minuto all’altro. Ecco perché Crosetto non fa mistero del fatto che, viste le acque agitate in cui sta navigando la missione di pace dell’Unifil, la tempistica di un’eventuale evacuazione dei nostri soldati da quella zona critica è stata ridotta da cinque a due giorni.
    Da ormai diversi mesi, l’Italia insiste con i vertici delle Nazioni Unite, affinché si proceda ad un’analisi attenta e realistica dei risultati raggiunti dalla Missione Unifil e si ragioni anche sulla necessità di cambiare le regole di ingaggio in modo tale da consentire davvero ai 10.031 militari provenienti da 49 Paesi diversi, di far rispettare puntualmente la Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza. Risoluzione che – ricordiamo – prevede la formazione di una fascia demilitarizzata tra la Linea Blu (che è quella, lunga 120 chilometri, che divide Israele dal Libano) ed il fiume Litani: una fascia in cui la sola presenza di armi autorizzate sia, dunque, quella dell’Unifil e dell’esercito regolare libanese. Uno stato di cose che però, purtroppo non si è mai realizzato concretamente e che quindi, giunti a questo punto, sarebbe sul serio da irresponsabili ostinarsi ad ignorare. Di conseguenza, visto che il contingente italiano rischia adesso di trovarsi coinvolto – magari anche accidentalmente - negli scontri a fuoco tra le due parti avverse, il ministero della Difesa chiede che vengano urgentemente cambiate le regole di ingaggio, in maniera tale che le forze Unifil possano realmente operare in sicurezza.
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"Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.

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