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Il Corsivo episodes

  • Il terzo mandato dei Presidenti delle Regioni divide la maggioranza. Fdl: Zaia non è eterno | 16/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Quando mancano pochi giorni alle elezioni in Sardegna, lievita nella maggioranza il dibattito politico sul decreto legge in materia elettorale al quale la Lega ha presentato un emendamento per aumentare da due a tre il limite dei mandati per i presidenti di Regione e i sindaci. Gli alleati del Carroccio parlano di una mossa non concordata. I dubbi di Fdl sul terzo mandato vengono espressi dal ministro per i rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. "Ritengo che non sia il caso di approvare una norma in un decreto che parla di altro". Nel mirino di Fdl c'è in primis Luca Zaia, Governatore del Veneto. Secondo Ciriani, la leadership del Veneto spetterebbe al principale partito di maggioranza . "Per Zaia, sarebbe il quarto mandato, l'alternanza sarebbe possibile. Nessuno è eterno, nemmeno Zaia", dice Ciriani. Questa contrapposizione all'interno della maggioranza rende più difficile l'applicazione degli accordi politici sul premierato e sull'autonomia differenziata. "Salvini ha rotto il patto", ammette Fdl. Al netto delle normali frizioni in campagna elettorale, dove per le europee la Lega si muoverà all'interno del gruppo sovranista e Fdl in quello dei conservatori, è evidente che le differenze sono strutturali e implicano una differente, in certi casi opposta visione sulle grandi questioni che forse si appianeranno solo dopo la certificazione del peso dei due partiti dopo il 9 giugno.  
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • L'allarme sul pericolo sulla sicurezza nazionale americana scuote Washington | 15/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    L'allarme sul pericolo sulla sicurezza nazionale americana giunge a sorpresa e risuona nelle aule della Commissione intelligence della Camera, il cui presidente, il repubblicano Mike Turner, fa filtrare la notizia secondo cui esiste una minaccia russa nello spazio. I militari del Cremlino avrebbero messo a punto un ordigno militare in grado di disattivare i satelliti delle potenze nemiche. Tutto nasce da una missiva della Commissione inviata a deputati e senatori americani che parla di una "iniziativa militare straniera con effetti destabilizzanti". Lo speaker della Camera Mike Johnson attenua la tensione dicendo che " si vuole essere sicuri che ognuno tenga le mani ferme sul volante". Anche il consigliere per la sicurezza nazionale Jack Sullivan smorza l'allarme. "C'è motivo di preoccupazione? Difficile rispondere con un secco sì, perché abbiamo a che fare con un ampio ventaglio di minacce e sfide". Ma il segretario della Nato Jens Stoltemberg, pur affermando che non esistono rischi immediati provenienti dalla Russia,  sfodera numeri e percentuali che presenterà oggi al vertice dei 31 ministri della Difesa. Nel 2023 si è verificato l'aumento delle spese militari complessive dei paesi dell'Alleanza Atlantica: 600 miliardi di dollari, l'11% in più rispetto al 2022. Nel 2024, 18 su 31 soci Nato raggiungeranno la quota di investimenti pari al 2% del Pil. Stoltenberg ha voluto rispondere a Donald Trump, dicendo che “non dovremmo minare la credibilità della deterrenza della Nato”. La ragione, ha sottolineato, non è quella di “provocare un conflitto ma di prevenire un conflitto”. 
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Accordo tra Meloni e Schlein sulla Gaza | 14/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    La premier Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein trovano l'intesa sulla tregua nella striscia di Gaza. Passa alla Camera, grazie all’astensione della maggioranza di destra, la mozione pd, prima firmataria Elly Schlein, che chiede al governo di impegnarsi per il cessate il fuoco umanitario a Gaza e la liberazione degli ostaggi israeliani. L'accordo si innesta nel mutato clima internazionale, che ritiene ormai indispensabile una tregua in Medio Oriente, una presa di posizione umanitaria del nostro paese, una critica più generale all'uso indiscriminato dei civili nel conflitto. Nello specifico, la mozione recita così: "Il governo si impegni a sostenere ogni iniziativa volta alla liberazione incondizionata degli ostaggi israeliani e a chiedere un immediato cessate il fuoco umanitario a Gaza al fine di tutelare l’incolumità della popolazione civile, garantendo altresì la fornitura di aiuti umanitari continui, rapidi e sicuri all’interno della Striscia".  A differenza di quel che era accaduto per l’Ucraina, Pd e M5S hanno appoggiato le rispettive mozioni. Restano comunque le distanze tra Pd e Fdl sul riconoscimento di uno stato palestinese e il ripristino immediato dei fondi alle ong e alle agenzie dell’Onu che operano a Gaza. Si tratta però di un piccolo disgelo nel competitivo clima elettorale, ed è anche un cambio di passo nei rapporti di forza parlamentari. Si tratta infatti della prima volta dall'insediamento del governo di Giorgia Meloni in cui i principali partiti di maggioranza e opposizione trovano la sintesi su un punto in comune.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Riaperta la nuova inchiesta sulla strage del 904. I pm: alleanza tra mafia, servizi e politica | 13/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il 23 dicembre 1984, l'antivigilia di Natale di quarant'anni fa, una bomba ad alto potenziale veniva piazzata su una carrozza del Rapido 904 da Napoli a Milano, nella galleria direttissima di San Benedetto Val di Sambro. 16 morti e 207 feriti. Le indagini e i processi non hanno portato una verità piena, ma hanno accertato la matrice mafiosa dell'attentato. Il penultimo troncone aveva coinvolto Pippo Calò come organizzatore e Totò Riina come mandante della strage, ma la sentenza definitiva lo ha assolto per insufficienza di prove. Da pochi giorni la procura distrettuale antimafia di Firenze ha riaperto l’inchiesta, con nuovi elementi. I magistrati intendono accertare le complicità esterne a Cosa nostra in quella stagione stragista che inizia con la bomba al rapido 904 fino alle stragi del 1993 e 1994. Per gli inquirenti c’è la necessità di operare un approfondimento “in relazione alla posizione di soggetti all’epoca non coinvolti nel processo principale contro il cassiere di Cosa Nostra Pippo Calò”.  La nuova pista investigativa viene seguita dai procuratori aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli in collaborazione con i carabinieri del Ros. Da quello che emerge, ci sarebbe stata una vera e propria alleanza tra Cosa nostra, i servizi segreti di allora, cioè funzionari del Sismi e del Sisde, e la politica. Quale era dunque la strategia dei corleonesi negli anni Ottanta? "La mafia voleva distogliere l’attenzione dal maxi processo e dalle indagini che stavano facendo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quindi creare una strategia d’azione verso l’Italia, al nord, per distogliere l’attenzione dal sud e poter fare “i nostri interessi”, spiega Giovanni Brusca rispondendo alle domande dei pm Turco e Tescaroli. Brusca oggi accusa Antonio Madonia, il boss palermitano vicino ai corleonesi ma con forti legami con esponenti dell’estrema destra e con apparati deviati delle istituzioni. Quella del rapido 904 è una delle pagine rimaste oscure della strategia della tensione mafiosa che il nostro Paese ha diritto di conoscere.
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  • Svolta a destra alle europee, ma giudizio negativo del Governo italiano in un report inglese | 12/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Quando mancano quattro mesi dalle elezioni europee, la previsione di un report della società inglese Portland Communication è quella di una decisa virata a destra di Bruxelles. Da quello che emerge dal campione effettuato in Italia, Germania, Francia, Paesi bassi e Polonia,  Giorgia Meloni, Marine Le Pen, Geert Wilders e i neonazisti di Alternative für Deutschland potrebbero ottenere risultati in grado di cambiare gli orientamenti del Parlamento europeo. In Francia il Rassemblement National di Le Pen toccherebbe addirittura il 33%, doppiando Ensemble del presidente Macron fermo al 14%. In Germania, Alternative für Deutschland è stimato dal sondaggio al 17%, quasi il doppio delle elezioni Ue del 2019. Nei Paesi Bassi il Partito per la Libertà di Geert Wilders è previsto al 25%, confermando così il successo delle elezioni olandesi del 2023.  In Italia, FdI è stimato da Portland al 28%, il Pd al 21%, il M5S al 16%, Forza Italia con il 10% supererebbe la Lega, al 7%. Eppure gli italiani non sembrano soddisfatti dell'insieme delle politiche del Governo italiano: il 54% degli intervistati crede che il Paese sia «sulla strada sbagliata» e solo il 28% si dice positivo. Le ragioni che preoccupano di più sono innanzitutto il costo della vita e l’inflazione per il 50% degli intervistati italiani, a seguire la sanità (40%), l’economia (39%) e il climate change (28%), mentre l’immigrazione occupa solo il quinto posto (27%). Un sondaggio resta sempre un sondaggio, ma la tendenza rilevata da Portland sembra plausibile e determinerebbe un cambio di passo degli asset politici e istituzionali europei.  
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  • Libertà di informazione: qualcuno a Strasburgo sta perdendo la testa? | 10/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Si chiama Tucker Carlson, da noi quasi nessuno sa chi sia, ma in America è uno dei più noti conduttori televisivi di programmi politici: un po’ il Bruno Vespa della situazione. Molto vicino alle posizioni della destra più radicale ed a quelle di Donald Trump, il nostro personaggio - dopo circa
    un anno di assenza dai fatti che contano per via di un imprevisto licenziamento deciso, nei suoi confronti, dalla Fox News del Gruppo Murdoch - è tornato alla ribalta proprio in queste ore, grazie ad un’intervista concessagli a Mosca da Vladimir
    Putin. Un privilegio riservato, almeno fino ad oggi, soltanto a lui tra tutti i giornalisti occidentali.  Il motivo per cui, nel momento in cui ha deciso di parlare direttamente con Europa e Stati Uniti, la scelta del Cremlino è caduta proprio su Carlson è stato  chiarito dal portavoce del governo russo, Dimitry Peskov, secondo il quale la posizione dell’opinionista californiano è originale, poiché “non è  filo russa, non è filo ucraina”, ma contrasta, comunque,  quella “dei media anglosassoni tradizionali”.
    Dobbiamo confessare che, francamente, non eravamo particolarmente interessati a sapere quali dichiarazioni avrebbe rilasciato il Presidente russo al suo intervistatore, anche perché ci saremmo davvero stupiti se queste fossero risultate portatrici di rilevanti novità, rispetto alla solita vulgata propagandistica del regime, alla quale diventa sempre più difficile prestare attenzione. Diamo, quindi, per certo che chi leggerà l’intervista (appena pubblicata) si dovrà sorbire, per l’ennesima volta, le scontate lamentele del povero e pacifico Cremlino costretto a reagire dinanzi alle minacce dei nazisti di Kiev ed alle trame della NATO…
    Passiamo, invece, oltre, perché, in tutta questa vicenda,  a meravigliarci sul serio non è tanto quello che può essere stato detto a Mosca che – ripetiamo – ci sembra lasciare il tempo che trova, quanto piuttosto quello di cui si sta cominciando a discutere all’interno dell’Unione Europea, dove alcuni autorevoli europarlamentari – tra i quali l’ex presidente del Consiglio belga Guy Verhofstad  - hanno chiesto sanzioni contro Tucker Carlson, colpevole – a loro giudizio – di farsi tramite della propaganda russa. La logica di questo tipo di ragionamento è quella che se l’Unione Europea impone sanzioni a chiunque aiuti la Russia, allora anche il caso Tucker Carlson (e cioè, quello di un giornalista che, in fondo, fa soltanto il suo mestiere) deve rientrare tra le situazioni da penalizzare...Restiamo interdetti, in attesa che da Strasburgo si levi qualche voce di buon senso anche in favore  della libertà di fare informazione.
     
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  • Scontro tra Lega e Lollobrigida sulla cancellazione dell’esenzione Irpef agli agricoltori | 09/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    La protesta degli agricoltori diventa oggetto di tensioni nel Governo. Lo scontro è tra il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari e il ministro Francesco Lollobrigida e il tema forte resta l’esenzione Irpef agli agricoltori. Per Molinari, la cancellazione della norme è un errore del Governo. Secondo Lollobrigida, la decisione viene dal Ministero dell'Economia e delle Finanze guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti. Da settimane tra Lega e Fdl non corre buon sangue e la rivolta degli agricoltori contro le politiche europee coinvolge anche Palazzo Chigi.  I trattori minacciano di entrare nella Capitale se il governo non li riceverà. Certamente la premier non li incrocerà direttamente, forse Lollobrigida. "Ho incontrato tante sigle. Farò altri incontri, ma le manifestazioni devono essere pacifiche". Intanto Matteo Renzi chiede le dimissioni del ministro dell'agricoltura,  Il Pd parla di maggioranza divisa, costretta a fare retromarcia. Beppe Grillo parla di una lotta interna al centrodestra tra Lega e FdI, in funzione anti Coldiretti. E sul caso interviene pure il segretario di Stato vaticano, il cardinale Parolin, secondo cui gli agricoltori vanno ascoltati. Dietro le manovre, c’è in realtà un bacino elettorale storicamente vicino a Fdl di Giorgia Meloni, e ora conteso con la Lega di Matteo Salvini. Ecco perché l’attacco di Molinari irrita fortemente FdI. Siamo già nel vivo della campagna delle europee, nonostante non siano state formalmente presentate le liste e i candidati. E le frizioni tra i partiti sono solo un antipasto rispetto a quello a cui assisteremo da qui al 9 giugno.
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  • Si allontana il tentativo di intesa tra Israele e Hamas | 08/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Si allontana il tentativo di intesa tra Israele e Hamas, nonostante l'impegno diplomatico di Qatar, Egitto e dell'amministrazione americana del presidente Joe Biden che ha inviato per l'ennesima volta il segretario di Stato Antony Blinken a colloquio con Benjamin Netanyahu. Il documento di Hamas chiede quattro mesi e mezzo di cessate il fuoco invece che un mese e mezzo. Inoltre le tre fasi per la liberazione degli ostaggi dovrebbero durare 45 giorni ciascuna. Nella prima fase ci sarebbe la liberazione di un primo gruppo di ostaggi formato da donne, bambini e anziani, poi nella seconda parte toccherebbe agli uomini e infine nella terza fase ai corpi senza vita. Lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi non avverrebbe più secondo la proporzione di un israeliano contro tre palestinesi: il gruppo di Gaza chiede la scarcerazione di almeno millecinquecento prigionieri, elencati nome per nome in una lista, e di questi cinquecento sono condannati all’ergastolo per terrorismo. Il premier israeliano definisce deliranti le condizioni poste da Hamas per raggiungere la tregua e il rilascio degli ostaggi. "Cedere porterebbe ad un altro massacro. La guerra finirà solo con la totale distruzione di Hamas". Il messaggio giunge al termine di una giornata in cui Netanyahu ha ricevuto da Blinken una dura e inappellabile critica sulla conduzione del conflitto. "L'attacco del 7 ottobre da parte di Hamas non offre a Israele la licenza di disumanizzare il nemico". Le posizioni americane e israeliane sono talmente distanti che alla fine non avviene nessuna conferenza stampa congiunta: Netanyahu a Gerusalemme, Blinken a Tel Aviv. Anzi il segretario di Stato incontra poco dopo Abu Mazen e gli conferma di voler proseguire sulla strada del riconoscimento di uno stato palestinese. A questo punto, l'accordo è ancora più lontano: serve un ulteriore sforzo diplomatico e una decisione politica forte da parte degli Stati Uniti che ancora non c'è stata. 
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  • Hamas e Israele, trattativa all'ultimo respiro | 07/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Tra alti e bassi, la trattativa sulla tregua in Medio Oriente è all'ultimo respiro. Il Qatar ha annunciato di aver ricevuto 'una risposta positiva' da parte di Hamas sull'intesa per gli ostaggi israeliani a Gaza, ma il gruppo islamico chiede un cessate il fuoco totale, quella che considera la “fine dell'aggressione”, e inoltra a Qatar e Egitto una risposta alla mediazione di Parigi. Per Israele, le richieste sono impossibili e dichiara la sua intenzione di proseguire il conflitto. “Le richieste di Hamas sono un po' oltre, ma ci ragioniamo”, dice il presidente degli Stati Uniti Biden che invia il segretario di Stato americano Blinken dal primo ministro israeliano Netanyahu per tentare di farlo ragionare e di sfilarsi da una guerra che ha ormai provocato migliaia di morti tra militari e civili palestinesi. Il contenuto dell'accordo non è pubblico e quindi le visioni restano diverse. Il Qatar sostiene che ci sono ragioni per essere ottimisti, perché Hamas accetta la cornice dell'intesa e la restituisce con annotazioni, ma è già accaduto più volte in queste settimane che i qatarini abbiano dato buone notizie che non si sono poi avverate. Blinken se la cava con affermazioni meno trionfalistiche e si attiene a toni diplomatici: "C'è ancora molto lavoro da fare ma crediamo ancora nella possibilità di raggiungere un cessate il fuoco".  Hamas nella sua dichiarazione ufficiale include gli stessi paletti che hanno frenato la firma dell'accordo che non riguarda la fine della guerra, ma uno stop delle ostilità lungo e significativo. Sta di fatto che il negoziato si muove sottotraccia mentre il conflitto compie un cambio di passo per Hamas e Israele.
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  • La rabbia del padre di Ilaria Salis e la mancanza di coraggio della politica | 06/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Le immagini di Ilaria Salis, maestra antifascista di Monza detenuta nelle carceri ungheresi da un anno, apparsa in un tribunale legata mani e piedi, hanno fatto il giro del mondo, suscitando indignazione e vergogna. Il padre di Ilaria, Roberto Salis, chiede al nostro Governo un intervento immediato sul trasferimento della figlia in Italia perché le condizioni del sistema penitenziario ungherese è disumano e si muove fuori dalle regole europee. Solo ieri Roberto Salis si è recato a Roma e ha incontrato i ministri degli esteri Antonio Tajani e della Giustizia Carlo Nordio. Era stata promessa una nota, da depositare al giudice ungherese, con la quale Palazzo Chigi rassicurava Budapest sulle condizioni di sicurezza che la detenuta Salis avrebbe avuto una volta trasferita in Italia: braccialetto elettronico, controllo da parte della polizia giudiziaria, partecipazione certa alle udienze, nessun pericolo di fuga. Invece, da quello che racconta Roberto Salis, nessun documento è stato scritto e inviato in Ungheria. Il motivo? Il Governo non può interferire nel procedimento e nello status di libertà dell’indagato e un’interlocuzione epistolare tra un dicastero italiano e l’organo giurisdizionale straniero sarebbe irrituale e irricevibile. Si tratta di una risposta burocratica, certamente basata su elementi veri, ma che nasconde però la mancanza di coraggio della politica italiana. Al di là di come la si pensi, la difesa dei diritti del detenuto è scritta nella nostra Costituzione e nelle direttive europee. L'Ungheria fa parte dell'Europa , ma il suo leader Victor Orban la sta  trasformando da stato liberale a democratura. Con le sue politiche sovraniste e populiste è riuscito a frenare ogni iniziativa di sviluppo europeo, ma solo negli ultimi giorni ha permesso di sbloccare 27 su 50 miliardi di finanziamenti all'Ucraina, in cambio di altre entrate per il suo paese. Chi lo sostiene in Europa nonostante i suoi plateali ricatti? Vedremo alle prossime elezioni europee. 
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