Il Corsivo

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  • Al via la discussione al Senato sul premierato. Opposizioni divise sul progetto del centrodestra | 05/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Scadono oggi i termini per presentare gli emendamenti al ddl Casellati sul premierato e la premier Giorgia Meloni chiede un'accelerazione parlamentare per portare a casa il provvedimento  che prevede l’elezione diretta del capo del governo. Le tensioni nel centrodestra, soprattutto tra Fdl e Lega, sembrano rientrate  dopo la calendarizzazione dell’Autonomia differenziata e lo scambio politico pare andato a buon fine. Gli emendamenti dovrebbero essere presentati entro oggi pomeriggio e in settimana potrebbe partire in Senato l'illustrazione del ddl. A quel punto, il relatore Alberto Balboni potrà proporre dei correttivi in corso d’opera, così come il governo tramite i ministri Elisabetta Casellati (Riforme) e Luca Ciriani (Rapporti con il Parlamento). I ritocchi stabiliti dai capigruppo del centrodestra restano passibili di ulteriori cambiamenti.  Le opposizioni vanno all'appuntamento parlamentare divise. Sulle modifiche proposte dal Governo potrebbe convergere Matteo Renzi di Italia Viva. Partito democratico e l'alleanza Verdi-Sinistra propongono una ventina di emendamenti alcuni soppressivi dell’elezione diretta del premier, altri invece mirati a modificare in meglio il provvedimento, guardando al modello di cancellierato tedesco. Il Pd in particolare chiederà di introdurre la sfiducia costruttiva per rendere più stabile l’esecutivo; l’innalzamento dei quorum di garanzia per sottrarre alla maggioranza la possibilità di eleggere da sola il capo dello Stato e i presidenti di Camera e Senato.  La sensazione è che il premierato sarà certamente introdotto, ma che si tratta di un provvedimento che stravolge la Costituzione e crea uno squilibrio devastante fra i poteri dello Stato, indebolendo sia il presidente della Repubblica, sia il Parlamento.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • 800 funzionari europei e Usa denunciano Israele: gravi soluzioni internazionali | 03/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Almeno 800 diplomatici e funzionari americani ed europei hanno sottoscritto un documento in cui accusano Israele di "gravi violazioni del diritto internazionale" nell'ambito della risposta militare contro la Striscia di Gaza all'attacco di Hamas del 7 ottobre e chiedono ai rispettivi governi una reazione decisa e immediata. Il report è firmato da funzionari in servizio per conto del governo Usa e di quelli di 11 Paesi europei fra cui Regno Unito,  Germania e Francia. Nel testo si accusa Israele di "non avere limiti" nelle sue operazioni militari a Gaza: operazioni che hanno già provocato "migliaia di morti civili evitabili" e che, tramite "il blocco deliberato degli aiuti", sta "mettendo migliaia di civili di fronte al rischio di una lenta morte per fame". Non solo: i firmatari evocano pure, a carico delle politiche dei rispettivi governi, "il rischio plausibile di contribuire" (attraverso una sorta di favoreggiamento) a "gravi violazioni del diritto internazionale, del diritto di guerra e perfino a pulizia etnica o genocidio". Nella sostanza, a uno a uno si sfilano i partner storici di Israele e il leader Benjamin Netanyahu si trova sempre più solo nella guerra ad oltranza nella striscia di Gaza. E di pochi giorni fa la notizia che l'amministrazione di Joe Biden sta pensando di riconoscere lo stato palestinese e di procedere sulla strada della costruzione di due popoli in due stati. E oggi a Cesarea, attorno alla residenza privata di Benjamin Netanyahu, arrivano le famiglie degli oltre 130 ostaggi prigionieri a Gaza a cui il premier aveva promesso la loro immediata liberazione. Tutto avviene mentre l'accordo tra Hamas e Israele è quasi pronto, ma mancano ancora dettagli fondamentali per la buona riuscita della mediazione. 
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Orban vota a favore degli aiuti all'Ucraina, entra nei Conservatori europei, ma sul caso Salis non cede | 02/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il leader ungherese Viktor Orban compie una svolta di politica estera grazie alla mediazione di Italia e Francia: vota a favore degli aiuti all'Ucraina, annuncia la sua entrata nel gruppo dei Conservatori europei, ma sul caso della detenzione di Ilaria Salis non cede di un millimetro. “L’idea era di entrare già prima, ma a questo punto lo faremo dopo le elezioni. Comunque la risposta è sì, siamo pronti ed entreremo nei Conservatori”, afferma Orban. Ma al netto del suo posizionamento politico, la vera novità ungherese consiste nel via libera a 27 su 50 miliardi all'Ucraina.
    Orban era rimasto l'ultimo leader europeo a opporsi alla revisione del bilancio pluriennale dell'Ue che prevedeva un piano di 50 miliardi di finanziamenti all'Ucraina. In cambio del suo benestare, Budapest aveva posto come condizione che l'assistenza finanziaria a Kiev fosse rivista e autorizzata ogni anno, in modo da esercitare il diritto di veto. Orban chiedeva anche di essere esentato dal pagamento degli interessi di Next Generation Eu e di posticipare di due anni la data di scadenza per spendere i soldi del Pnrr. Nulla di tutto questo è stato concesso a Orban. Il Consiglio europeo  ha soltanto stabilito che la Commissione farà un rapporto annuale sull'applicazione del fondo all'Ucraina. Niente di più, ma basta a Orban per poter parlare di un successo personale. Italia e Francia esultano per aver convinto l'Ungheria a rivedere le sue posizioni. Qualcosa deve avere avuto in cambio. Il risultato più visibile è una più definita stabilità politica di Orban nello stesso gruppo parlamentare di Giorgia Meloni, ma certamente ci sono sottotraccia misure di carattere economico a favore dell'Ungheria. 
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Gli Stati Uniti pronti a riconoscere lo stato palestinese | 01/02/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    L'amministrazione democratica di Joe Biden è pronta a riconoscere uno stato palestinese. Secondo il sito americano Axios, che cita fonti attendibili, il segretario di Stato Antony Blinken ha chiesto al suo team di analisti di studiare la possibilità di un riconoscimento di uno Stato palestinese da parte degli Stati Uniti. In quel caso gli Usa non eserciteranno il proprio veto su l'ammissione della Palestina come Stato membro delle Nazioni Unite e faranno pressione su altri Paesi, Israele in primis, per giungere a un riconoscimento largamente condiviso. Se Washington procedesse in questa direzione e confermasse la scelta politica, sarebbe una svolta epocale nel conflitto in Medio Oriente. Del resto, fin dall'inizio dell'ultima guerra innescata dall'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, l’America spinge in maniera decisiva verso la soluzione dei due Stati. Tutto accade mentre sembrano fare progressi i colloqui tra Israele e il partito armato palestinese, mediati da Stati Uniti e Paesi arabi, su un cessate il fuoco duraturo che porti al rilascio degli ostaggi israeliani e di centinaia di prigionieri palestinesi nelle carceri di Tel Aviv. Israele avrebbe accettato la proposta avanzata da Stati Uniti, Qatar ed Egitto che prevede sei settimane di tregua in cambio del rilascio dei restanti 109 ostaggi in vita, secondo le stime di Tel Aviv, ai quali dovranno corrispondere anche le liberazioni dei prigionieri palestinesi in rapporto di 3 a 1, oltre a uno spostamento temporaneo delle Idf lontano dalle aree densamente popolate di Gaza e a un aumento significativo degli aiuti umanitari che affluiscono nell’enclave. Una cosa è certa. Se gli Stati Uniti dovesse raggiungere l'obiettivo finale dei due stati, la permanenza del premier Netanyahu alla guida di Israele sarebbe compromessa.
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    3 min
  • Tra Schlein e Conte le distanze sono molte. L'alleanza resta in campo solo in Sardegna | 31/01/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Alla presentazione del libro dell'ex ministro della sanità dei governi Conte e Draghi, le divisioni tra Pd e M5s diventano pubbliche. Le premesse ci sarebbero però, ma l'occasione è sprecata. Ci sarebbero quasi tutti: Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, Dario Franceschini e Vincenzo Visco, Laura Boldrini e Peppe Provenzano, Susanna Camusso e la capogruppo dem alla Camera Chiara Braga, Alessandro Zan e numerosi parlamentari dem. Speranza tenta la mediazione. "Siamo qui per presentare il mio libro ma anche per provare a tracciare una rotta comune, altrimenti Salvini e Meloni ce li teniamo per anni". Anche Schlein elenca i punti di possibile convergenza tra i due partiti: salario minimo, difesa della sanità e della scuola pubblica, congedo paritario retribuito di 5 mesi. Ma il tentativo non riesce. Il leader del M5s gela la platea e accusa il Pd di essere un partito bellicista. "Noi dobbiamo far capire ai cittadini che non costruiremo un cartello elettorale, come fa il centrodestra, che nasconde le diversità. Se non abbiamo una visione comune in politica estera è meglio che ci provochiamo adesso. Il giorno dopo le elezioni dobbiamo sapere cosa fare. Noi del M5S non siamo bravi a gestire il potere", afferma Conte. Nella sostanza il M5s invita il Pd ad avvicinarsi alle loro posizioni iniziando dalla politica estera. Solo allora se ne potrà parlare. Al momento l'esperienza politica del campo largo rimane solo in sede locale, e limitata alle elezioni regionali in Sardegna. Per il resto, l'alternativa al governo di centrodestra  non c'è e ognuno va in ordine sparso.
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    3 min
  • Il caso di Ilaria Salis detenuta nelle carceri di Orban | 30/01/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Le immagini della milanese antifascista Ilaria Salis, detenuta da un anno in Ungheria, apparsa in un'aula del tribunale legata mani e piedi, con un guinzaglio al collo, circondata da uomini dei corpi speciali con tanto di mimetica, giubbotto antiproiettile e passamontagna nero, dimostrano la totale disumanità del sistema penale di Budapest, il disprezzo dei più elementari diritti delle persone.  Ilaria Salis, 39 anni, viene fermata e arrestata nel febbraio 2023 nella capitale ungherese con l'accusa di aver partecipato al presidio contro le celebrazioni neonaziste del Giorno dell'onore. In particolare, si trova sul banco degli imputati per aver provocato lesioni a due neofascisti e per appartenere al gruppo tedesco Hammebande. La Salis si trova da 11 mesi nelle prigioni di Orban, trattata come una bestia in una cella di 90 per 120 centimetri, e attraverso il suoi legali denuncia una situazione carceraria ben sotto anche i peggiori standard europei: condizioni inumane tra topi, cimici, denutrizione, vestiti sporchi, telefonate ai familiari negate per lunghi mesi. L'avvocato di Ilaria Salis chiede per lei i domiciliari in Italia, in attesa di giudizio a causa delle pessime condizioni delle carceri ungheresi che violano le norme del diritto europeo, secondo cui i paesi membri devono adottare misure appropriate per garantire che gli imputati non siano presentati come colpevoli, in tribunale o in pubblico, attraverso il ricorso alla coercizione fisica. Il ministro degli esteri Antonio Tajani convoca l'ambasciatore ungherese in Italia. Il ministro Guardasigilli Carlo Nordio parla di immagini dure. Voci di dissenso giungono dalle opposizioni, e sono pure anche flebili, nulla di più, ma il nostro paese non può tacere se un suo cittadino è trattato in questo modo.  L'Ungheria di Orban si è ormai trasformata da stato liberale a luogo in cui la situazione giudiziaria e l'indipendenza della giustizia dal potere politico sono ormai sempre più compromesse. 
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    3 min
  • Colpita una base americana in Giordania. Washington: l'Iran dietro all'attacco | 29/01/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    E' il primo attacco diretto contro una base americana dall'inizio del nuovo conflitto in Medio oriente. Tre soldati americani uccisi, e 34 feriti  in un attacco notturno con drone. L'obiettivo è una postazione statunitense nella Giordania nord orientale, vicino al confine con la Siria. Il governo di Amman ha sostenuto che l'attentato non sia avvenuto sul suolo giordano ma in Siria, prendendo di mira la base americana di Al-Tanf. Ma il Pentagono insiste sulla sua versione. Secondo il Wall Street Journal, è stata colpita la Tower 22, un piccolo avamposto Usa in Giordania vicino alla base Al-Tanf, la quale si trova però al di là del confine, nella Siria sud occidentale, dove le forze americane proseguono la guerra contro l'Isis. "Stiamo ancora raccogliendo informazioni su questo attacco, ma sappiamo che è stato effettuato da gruppi militanti radicali sostenuti dall'Iran che operano in Siria e Iraq", afferma il presidente americano Joe Biden. C'è il rischio di un allargamento del conflitto, dopo i ripetuti attacchi di milizie filo iraniane contro le truppe Usa in Iraq, Siria e Yemen. In particolare nel Mar Rosso, dove continuano gli attacchi Houthi contro le navi commerciali, non solo americane. Il raid mette in difficoltà Biden proprio durante le negoziazioni con Doha per sbloccare i fondi iraniani (6 miliardi di dollari) in due banche del Qatar dopo la liberazione di alcuni ostaggi americani. E accresce le sue difficoltà elettorali sul fronte della guerra. I pastori afroamericani chiedono un immediato un cessate il fuoco a Gaza, altrimenti non garantiscono il voto in South Carolina, il 3 febbraio. la prima tappa delle primarie dem.
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    3 min
  • La giornata della memoria e i fantasmi del passato | 27/01/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il 27 gennaio si celebra in tutto il mondo la giornata della memoria della Shoah che ricorda lo sterminio pianificato da parte nazista di milioni di ebrei, oppositori politici, minoranze. Proprio da qui parte il ragionamento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un discorso al Quirinale davanti alla premier Giorgia Meloni e al presidente del Senato Ignazio La Russa. “Il culto del capo è stato un virus micidiale. Siamo di fronte a un crinale apocalittico della storia. Israele ha sofferto, ora non neghi lo Stato ad altri”. Il Capo dello Stato dedica la commemorazione ai cosiddetti Giusti, cioè a quelle persone che salvarono le vite degli ebrei, gente come Giorgio Perlasca, Gino Bartali e molti altri. Mattarella li ricorda ad uno a uno, affermando che l’indifferenza è la più perniciosa delle colpe, e non dimentica che l'Italia fascista, adottò le leggi razziali, quelle che definisce "il capitolo iniziale del terribile libro dello sterminio". Il Presidente ricorda anche che gli appartenenti alla Repubblica di Salò catturarono gli ebrei, contribuirono alla loro deportazione, ordinarono stragi. "Un portato inestinguibile di dolore, di sangue, di morte sul quale mai dovremo far calare il velo del silenzio", sostiene Mattarella. E' solo una storia del passato? No, è anche storia di oggi, perché si corre il rischio di un ritorno “di pericolose fattispecie di antisemitismo potenziato da social media senza controllo e senza pudore”. Ma il nostro Paese conserva ancora degli anticorpi per impedire che i fantasmi del passato ritornino? Mattarella è prudente, ma ottimista. Sostiene che la cura deve iniziare dalla cultura e dall’istruzione, specialmente in questo tempo in cui la storia sembra smarrire la sua strada.  Mattarella però avverte: “Le ideologie di superiorità razziale, il nazionalismo predatorio, la supremazia dello Stato, del partito, sul diritto inviolabile di ogni persona, il culto della personalità e del capo sono stati virus micidiali”. Si tratta di un messaggio chiaro, rivolto contro chi in Europa tenta di spostare indietro l'orologio della Storia.
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  • L'attacco all'informazione e i ritorno delle veline | 26/01/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il rapporto tra informazione e potere non è mai stato idilliaco. E ciò è avvenuto con ogni Governo, di ogni colore. Al potere non piace mai essere deriso, schernito, messo a nudo davanti all'opinione pubblica. La verità sarebbe il sale della democrazia, ma in Italia non funziona così. Con la legge bavaglio che vieta di diffondere le notizie di base contenute in un'ordinanza cautelare, soprattutto con gli attacchi di palazzo Chigi attraverso il sistema delle veline contro i colleghi di Repubblica, contro Corrado Formigli di Piazza Pulita, e più in generale contro chiunque nel campo dell'informazione eserciti il diritto di critica e di dissenso, si sono raggiunti livelli dal vago sapore nostalgico. Negli anni Trenta, il Minculpop, il ministero della cultura popolare fascista, guidato da Dino Alfieri, imponeva ai direttori delle testate le linee guida editoriali. Nelle veline, ad esempio, si consigliava di prestare ampia attenzione alla cronaca nera nei momenti politicamente più delicati, in modo da distrarre l'opinione pubblica dai problemi del governo. Così puntualmente i giornali pubblicavano storie di assassini, terroristi, pedofili, la cui caccia è nelle mani di uno Stato sicuro e ordinato, dove la polizia assicura alla giustizia i presunti autori dei reati. Ogni suggerimento era un ordine. Oggi le veline dell'ufficio informazioni di Palazzo Chigi si chiamano "spunti" e si trovano leggendo con attenzione il "Mattinale ore 11" di Fazzolari, dove ogni "spunto" corrisponde ad un attacco contro una testata, in questo caso Repubblica. Il meccanismo mette in campo le testate amiche, e trasforma i giornalisti da liberi narratori di un Paese in militanti di uno schieramento o peggio ancora di partito. Dice oggi Alessandra Costante, segretaria della Fnsi. "La cosa più sacra dei giornalisti è la reputazione ed è monetizzabile, nel senso che i lettori se si fidano ti comprano. Una campagna di delegittimazione ad opera della premier colpisce direttamente i giornalisti e non l’editore". Le si può dare solo ragione. 
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  • Israele colpisce il rifugio Onu per i rifugiati a Gaza. Tel Aviv accusa hamas, ma gli Stati Uniti se la prendono con gli israeliani | 25/01/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il conflitto tra Israele e Hamas coinvolge ora direttamente le Nazioni Unite. L’attacco al rifugio dell’Unrwa a Khan Yunis, ha provocato 9 morti e 75 feriti. Si tratta del luogo più delicato e sensibile della guerra, il rifugio Onu per i rifugiati a Gaza. Secondo Thomas White, direttore a Gaza dell’agenzia dell’Onu per gli aiuti ai profughi palestinesi, l’edificio ospita 800 persone ed è stato colpito da “due proiettili anticarro”. Invece, l'esercito israeliano ha escluso che l’incidente sia stato provocato da un raid aereo o dal fuoco di artiglieria israeliani e sta quindi “esaminando la possibilità che a colpire sia stato il fuoco di Hamas. Gli Stati Uniti chiedono che i siti dell'organizzazione siano “protetti” a livello internazionale. “Deploriamo l'attacco contro il centro di formazione delle Nazioni Unite a Khan Yunis”, ha detto il vice portavoce del Dipartimento di Stato, Vedant Patel. L'incidente da qualunque parte lo si guardi è terribilmente preoccupante perché fa uscire il nervo scoperto della guerra: la protezione che per legge internazionale l'Onu ha il dovere di offrire a centinaia di migliaia di vecchi, donne e bambini di Gaza. Senza queste regole basilari, sottoscritte almeno sulla carta da tutte le nazioni del mondo, i conflitti, pur gravi, si trasformano in mere barbarie. A Gaza, la popolazione impaurita cerca solo di essere protetta dalle istituzioni internazionali e non intende essere considerata un danno collaterale della guerra, il cui bilancio di morti e feriti ha raggiunto cifre ragguardevoli.  
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