il posto delle parole

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  • Gloria Fossi "L'oggetto misterioso"
    Gloria Fossi
    "L'oggetto misterioso"
    enigmi, segreti, viaggi nell'arte
    Giunti Editore
    https://www.giunti.it/


    Con vena da story-teller, strumenti da storica dell’arte e discipline comparate, passione per mappe geografiche e travelogue, Gloria Fossi racconta in modo avvincente trent’anni di viaggi intorno al mondo sulle tracce di artisti famosi o anonimi artefici, di tutti tempi e paesi, dalla preistoria a oggi. Descrive capolavori e opere meno note, da Washington alle isole Cook, da Parigi a Tahiti, da Stonehenge a Malta alle isole Tonga, dal Mar Rosso e il deserto del Sahara a Istanbul, da Barcellona a Malta, da Madrid ai Caraibi, da Firenze a San Diego, da Los Angeles a Naumburg, da Sarasota a Verona, da Venezia a Lisbona e altrove: quaranta racconti per altrettanti “oggetti misteriosi”, con dettagli insospettabili, illustrati anche da sue fotografie. Una narrazione in qualche caso non priva d’ironia, che nasce da intrecci non improvvisati, ipotesi meditate per anni, frammenti riassemblati, deduzioni, incontri inaspettati, grandi amicizie, amori e scambi di opinione con amici e colleghi. Occhi magnetici, cardellini immortali, statuette preistoriche, cagnolini, rose e fiordalisi, pomeriggi di amanti, ombre cinesi, trecce bionde, bertucce, tandem, automobili d’epoca, gioielli parlanti, rinoceronti, colossali triliti, lapislazzuli e porfidi, detective stories e grande letteratura: enigmi per i quali l’autrice propone associazioni e rimandi a narrazioni antiche, fotografie d’antan, film d’epoca o recentissimi, letteratura di viaggio e fiction, film d’animazione, musica classica e rock. Associazioni solo in apparenza improbabili – Sting e la Sfinge, Federer e Tiepolo, Giotto e le eclissi, Modigliani e un avorio di mammut, Tarkovskj e Leonardo, Jacqueline Kennedy e Ginevra de’ Benci, Munch e le nuvole di madreperla, Agatha Christie e gli avori di Nimrud. E molti altri, comprese molte riflessioni sui viaggi che questi capolavori hanno spesso dovuto percorrere, loro malgrado. Con piglio da detective ma solidi strumenti di ricerca, frutto di studi rigorosi, gli “oggetti misteriosi” sono descritti con un linguaggio più vicino alla diaristica di viaggio che al criptico eloquio accademico. Un modo diverso, accessibile, per parlare di arte, renderla vicina e comprensibile, spingendo al viaggio, sempre. Anche se si tratti di andare nel museo più vicino a casa. Enigmi risolti? Forse, non tutti. Ma il bello – sembra dirci Gloria Fossi – può essere anche il doversi arrestare alle soglie del mistero.


    Gloria Fossi, storica dell'arte medievale e moderna, ha avuto il privilegio di iniziare la carriera lavorando fianco a fianco con Federico Zeri, magistero che le ha permesso di indagare su temi interdisciplinari e relazioni inconsuete, senza pregiudizi accademici. Interessata ai rapporti fra arti figurative e letteratura, ad artisti e scrittori viaggiatori, lei stessa ha girato il mondo sulle loro tracce. Alla sua attività di studiosa e curatrice editoriale, affianca dagli anni Ottanta quella di conferenziera e di autrice di testi divulgativi, guide e cataloghi, fra cui spiccano le numerose pubblicazioni sugli Uffizi, l'arte a Firenze e l'arte italiana. Ha collaborato per la Rai, Il Giornale dell'Arte, La Repubblica, FMR, e dal 1987 scrive su Art e Dossier, dove cura anche una rubrica di recensioni. Per artonline.it scrive di eventi nazionali e internazionali, talvolta con un occhio di riguardo agli interessi dei ragazzi.


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    30 min
  • Celestina Cielo "Caracolito Hostal"
    Celestina Cielo, Agnese Urbano
    "Caracolito Hostal"
    Neos Edizioni
    http://www.neosedizioni.it/



    Caracolito Hostal è un luogo di accoglienza, di incontro, di divertimento, è l’ostello che Luna e Armando sognavano di aprire in Nicaragua, dove cultura italiana e nicaraguense si fondono, ma il Paese sta cambiando e con esso le vite dei protagonisti.


    Maria è stata molti anni fa in Nicaragua con la cooperazione italiana per sostenere la rivoluzione del 1979, in un clima di speranza e di rinascita. Luna, invece, fidanzata di Armando, il figlio di Maria, sogna di vivere con il suo ragazzo in questo luogo, che oggi vede come una nazione in cui gli entusiasmi rivoluzionari sono svaniti, ma dove è ancora possibile costruire qualcosa senza i ritmi stressanti del mondo globalizzato. Lei e Armando sognano infatti di aprire un ostello che sia un luogo di accoglienza e di pace. La struttura giusta la trova Maria, in un quartiere di pescatori nel villaggio di Las Peñitas, a pochi passi dall’oceano. Qui nasce il Caracolito, che ha come logo una lumaca, simbolo di uno stile di vita lento, in cui le pause valgono quanto il lavoro.

    Ben presto però un fatto violento destabilizzerà la calma dell’ostello e coinvolgerà il commissario del villaggio, chiamato a trovare il colpevole. Sarà il pretesto per riflettere sulla condizione della donna sotto diversi punti di vista, così come della situazione politica e sociale, destinata a mutare e a spostare gli equilibri del Nicaragua.

    Questo romanzo, scritto a quattro mani da una mamma e una figlia, cala il lettore in una realtà affascinante, in cui le autrici hanno vissuto in tempi diversi. Una scrittura che offre molteplici livelli di interpretazione di una cultura e di un Paese in continuo mutamento

    Grazie alla tenacia di Maria e alla determinazione di Emma, una sera, a pochi giorni dall’apertura, ci vediamo costretti a sederci intorno a un tavolo e a fare un brain storming per poter scegliere un nome.

    Emma tiene un foglio davanti a sé e inizia a scrivere tutte le idee che ci vengono in mente, ma dopo una decina di nomi la nostra fantasia sembra essersi esaurita. Dopodiché prende un altro foglio e scrive quelle che secondo noi sono le sensazioni e i concetti che l’ostello vuole trasmettere. Qui ci sbizzarriamo un po’ di più tra ecologia, condivisione, rispetto delle culture, attenzione alla comunità indigena, arte, coinvolgimento della popolazione locale e molto altro. Una volta letti i due fogli… Alla fine, dopo due lunghe ore di tentativi, proposte e bocciature, siamo riusciti a mettere insieme più di un’idea in un nome unico: Caracolito Hostal. Una piccola lumaca, che procede lenta, tenendo il proprio ritmo. Ci piace l’idea di promuovere uno stile di vita lento, che fa pace con se stesso e si concede delle pause. Poi il caracol è uno dei simboli della comunità indigena di Soutiaba, originaria di Las Peñitas, oltre che un simbolo azteco tipico del Centro America.


    Agnese Urbano

    è nata a Torino il 21 dicembre 1992, due fossette sulle guance e una passione per il mare. Da due anni e mezzo vive in Bretagna e impara a navigare su una bella barca blu. Dopo la laurea in Scienze politiche ha fatto diversi lavori e per circa due anni ha girato l’Europa in lungo e in largo grazie agli Erasmus, formandosi in progetti di carattere socio-culturale ed educativo. Prima della Bretagna ci sono state la Spagna e il Nicaragua, due posti che le hanno regalato tanto.

    Celestina Cielo

    è nata a Carrù, in provincia di Cuneo, nel 1954. Laureata in Pedagogia indirizzo Psicologico ha sempre lavorato nella scuola con ruoli diversi: ha iniziato alla scuola dell’infanzia, è stata un anno in Argentina e quattro anni in Nicaragua occupandosi di formazione ai docenti. Una volta tornata in Italia ha lavorato dieci anni in un centro di...
    18 min
  • Silvia Rizzo "Vita in affitto"
    Silvia Rizzo
    "Vita in affitto"
    Les Flaneurs Edizioni
    https://www.lesflaneursedizioni.it/

    "Il vento o i temporali possono piegare i rami e staccare le foglie di un albero senza intaccarne le radici, che anzi, nel tempo, si faranno sempre più estese in profondità; allo stesso modo, più la vita ci logora con le sue vicissitudini, più le nostre opinioni ci tengono saldi e al sicuro."


    La nostra casa è il luogo fisico che abitiamo ma non solo. È soprattutto – o dovrebbe essere – uno spazio che ci rappresenta, un porto sicuro dove costruire la nostra identità e i nostri ricordi, un rifugio che sentiamo profondamente nostro. Lo sa bene la protagonista di questa intensa storia di formazione e di crescita, che di case ne ha cambiate ben ventidue. Dai dolci ricordi d’infanzia fino alle prove più dure dell’età adulta, in un tempo scandito dagli spostamenti per lavoro o per studio e dalle case prese in affitto che hanno in qualche modo segnato le tappe fondamentali della sua esistenza, insieme ai volti, alle voci e ai ricordi delle persone che di volta in volta ha incontrato




    Silvia Rizzo (Taranto, 1974). Si è laureata in Lettere classiche, Archeologia e Filosofia presso l’Università di Lecce dove si è perfezionata in Filologia classica. A Modena ha collaborato con la rivista di scrittura e critica letteraria Bollettario diretta da E. Sanguineti.
    Ha iniziato a insegnare nel 2000 e attualmente è docente di Materie letterarie e latino al Liceo Ginnasio “Aristosseno” di Taranto. Ha curato diverse iniziative culturali fra cui, nel 2019, il progetto “Amico libro” che promuove i libri e gli autori del territorio presso la scuola in cui insegna. Ama i viaggi, il cinema, la musica classica e jazz. Ha una figlia con cui vive.





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    19 min
  • Giovanni Tesio "Antonio Bodrero"
    Giovanni Tesio
    "Opera poetica occitana"
    Antonio Bodrero



    "Opera poetica occitana"
    Antonio Bodrero
    A cura di Dario Anghilante
    Bompiani Editore
    https://www.bompiani.it/

    Antonio Bodrero è forse il più grande visionario della poesia dialettale del Novecento. Nella sua opera aleggia un sentimento panico della natura, un animismo cristiano che vede in ogni albero un'anima, in ogni anfratto un sarvan (silvano), in ogni minimo fenomeno l'epifania del Dio evangelico, la conferma del suo amore verso le creature. Posseduto dal dono della trasfigurazione, Bodrero vede attraverso la poesia come tutto nell'universo si allacci e si tenga, dalle stelle ai lumi delle baite, dalle scintille del focolare al loro riverbero negli occhi dei bambini, in un concatenarsi analogico che fa della poesia un cammino, una "draio" (sentiero), un segmento visibile nell'infinito devolversi dell'immaginazione umana. E lutto ciò giocando magistralmente con una parola sempre reinventata, potenziata, scavata nelle sue radici antiche. Attraverso la poesia di Bodrero la lingua della minoranza occitana in Italia ha dunque compiuto un salto epocale: da patuà disprezzato, dialetto minoritario destinato all'estinzione, a lingua aulica, sublime, vertigine di mistero capace di parlare non solo all'eccitano che riscopre la sua identità alienata, ma, nel suo respira universale, all'umanità intera. Con l'occitano Bodrero, come già era avvenuto con il provenzale Mistral dell'Ottocento, l'antica lingua d'oc dei trovatori la prima grande letteratura romanza dell'Europa medievale, esce dal sonno dei tanti secoli e ritrova prodigiosamente lo splendore lo splendore delle corti duecentesche.


    Antonio Bodrero, in occitano e piemontese Barba Tòni Bodrìe (Frassino, 1º novembre 1921 – Cuneo, 16 novembre 1999), è stato un poeta e politico italiano.
    È considerato dalla critica uno dei più grandi poeti della letteratura piemontese e occitanica del novecento.
    Dedicò la sua vita alla poesia in lingua piemontese e occitana, sue lingue madri, nonché alla loro valorizzazione e tutela. Per il piemontese, come descrisse lo stesso autore, asseriva di provare un sentimento di "amore-odio"; amore in quanto sua lingua madre e lingua nativa della pianura piemontese, odio a causa della sua espansione montana a danni dell'occitano, come «un moribondo che uccide un altro moribondo». I suoi sentimenti positivi, tuttavia, prevalsero, e risultarono in un suo enorme contributo alla letteratura piemontese, con circa settecento scritti tra poesia e prosa, di cui circa seicento in piemontese. Scrisse anche in italiano, ligure, friulano, ladino, milanese e romagnolo.



    Giovanni Tesio (1946), già ordinario di letteratura italiana presso l’Università del Piemonte Orientale A. Avogadro, ha pubblicato alcuni volumi di saggi (per Interlinea, nel 2014, La poesia ai margini e nel 2020 La luce delle parole), una biografia di Augusto Monti, una monografia su Piero Chiara, molte antologie. Ha curato per Einaudi la scelta dall’epistolario editoriale di Italo Calvino, I libri degli altri (1991); più recentemente la conversazione con Primo Levi, Io che vi parlo (2016), e più recentemente ancora, presso Interlinea, un altro volume di considerazioni su vita e opera di Levi, Primo Levi. Ancora qualcosa da dire (2018). Sempre presso Interlinea un pamphlet in difesa della lettura, della letteratura e della poesia, I più amati. Perché leggerli? Come leggerli? (2012), un “sillabario” intitolato Parole essenziali (2014), la raccolta di poesie Piture parolà (2018) e ha curato le antologie Nell’abisso del lager (2019) e Nel buco nero di Auschwitz (2021). La sua attività poetica, dopo esordi lontani, è sfociata nella pubblicazione di un canzoniere in piemontese di 369 sonetti, intitolato Vita dacant e da canté (Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, Torino...
    16 min
  • Giovanni De Luna "Cinema Italia"
    Giovanni De Luna
    "Cinema Italia"
    I film che hanno fatto gli italiani
    Utet Libri
    https://www.utetlibri.it/


    Scrittori in Città, Cuneo
    Domenica 21 novembre 2021, ore 11:00
    Cinema Monviso
    "Il Novecento attraverso il grande schermo"
    Giovanni De Luna e Paolo Giaccone
    http://www.scrittorincitta.it/
    Prenota il tuo posto sul sito di scrittori in città.
    Il cinema non è solo uno strumento per raccontare ma anche un documento per conoscere la Storia. Dal kolossal Cabiria del 1914 al neorealismo di De Sica e Rossellini, dalle pellicole del boom economico agli anni Ottanta dei Vanzina. Alto e basso. Cinema d’autore e cinema popolare. Giovanni De Luna (Cinema Italia. I film che hanno fatto gli italiani, Utet) incrocia gli scatti della cinepresa agli scatti della Storia. Ma il cinema ha fatto e continua a fare di più, è “agente di Storia”, incide e determina i comportamenti della collettività. Con lui Paolo Giaccone.





    Nel 1914 esce Cabiria, forse il più grande kolossal della storia del cinema italiano. La trama, in teoria, dovrebbe ricostruire l’epico scontro tra Roma e Cartagine, ma l’estetica orientaleggiante e liberty dell’epoca, con tanto di Gabriele D’Annunzio alla sceneggiatura, racconta facilmente in controluce il presente di quell’Italia desiderosa di guadagnare visibilità e credibilità internazionale.

    Come spiega Giovanni De Luna in Cinema Italia, di fronte a Cabiria lo storico finisce per «aggirarsi tra quelle immense scenografie, fiutando non l’aria del iii secolo a.C. ma quella carica di odori e di miasmi pestiferi del primo Novecento, di quella incredibile e paradossale stagione in cui stava finendo l’Ottocento e fragorosamente e maledettamente stava nascendo il terrificante xx secolo».

    Parte da qui il percorso affascinante di uno storico che utilizza i film come documenti del periodo in cui venivano realizzati, dei gusti del pubblico e della temperie culturale, avvicinandoci così a un’inedita lettura del modo in cui il cinema ha contribuito a “fare gli italiani”. I film, infatti, spesso sono lo specchio di un presente in procinto di farsi storia: l’immediato dopoguerra di Ladri di biciclette, i primi venti del boom di Un americano a Roma, la lotta sociale de La classe operaia va in paradiso, ma anche l’edonismo pre Mani pulite di Yuppies o Vacanze di Natale. Ma non solo, perché in molti casi proprio il cinema, arte nobile e popolare insieme, ha voluto farsi a sua volta strumento di indagine storica, che fosse propaganda di stato o contestazione intellettuale: per ogni Cabiria ci sono stati moltissimi La grande guerra, Una giornata particolare, La notte di San Lorenzo, La meglio gioventù…

    Mescolando alto e basso senza timore, e con qualche sortita nel cinema straniero, Giovanni De Luna ricostruisce la storia del nostro paese per come l’abbiamo vista, o meglio, voluta vedere al cinema noi italiani, che fossimo di volta in volta sceneggiatori, registi o solo semplici ma appassionati spettatori.

    Giovanni De Luna ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Torino. Firma della “Stampa” e autore di Rai Storia, ha pubblicato tra gli altri: Il corpo del nemico ucciso (Einaudi, 2006), Le ragioni di un decennio. 1969-1979 (Feltrinelli, 2009), La Repubblica del dolore (Feltrinelli, 2011), La Resistenza perfetta (Feltrinelli, 2015) e La Repubblica inquieta (Feltrinelli, 2017). Per Utet ha pubblicato Juventus. Storia di una passione italiana (con Aldo Agosti, 2019) e Il Partito della Resistenza. Storia del Partito d’Azione 1942-1947 (2021).




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    18 min
  • Maurizia Balmelli "Ermellino bianco e altri racconti" Noelle Revaz
    Maurizia Balmelli
    traduttrice di:
    "Ermellino bianco e altri racconti"
    di Noelle Revaz
    Edizioni Casagrande
    http://www.edizionicasagrande.com/


    Un orfanotrofio da cui tutti gli adulti sono scomparsi. Un autista di bus che cerca una soluzione radicale per sbarazzarsi di un passeggero...

    Due studentesse che ascoltano attonite i gemiti di una donna provenienti dalla finestra di un vicino apparentemente incapace di qualsiasi prestazione amorosa. Un ragazzo così beneducato da non riuscire a dire «io». E ancora, un impietoso pamphlet femminista contro gli innamorati, il diario di un professore cinico, un monologo a più voci in cui si fantastica sul giorno in cui nonna tirerà le cuoia... È il genere di situazioni che ritroviamo nei ventinove racconti di Ermellino bianco. Con una lingua che conserva ostinatamente il suo mistero, Noëlle Revaz, tra le voci più originali e potenti della letteratura francese contemporanea, ci restituisce un universo fatto di pulsioni, paure, desideri e rivalse, in cui si intrecciano umorismo nero, senso dell’assurdo e affilato candore.


    Noëlle Revaz

    Nata nel 1968 a Vernayaz, nella Svizzera francese, Noëlle Revaz è autrice di romanzi, racconti e pièce teatrali. In italiano sono usciti "Cuore di bestia" (2013), piccolo caso letterario che ha scosso pubblico e critica, e "Tanti cari saluti" (2014), entrambi pubblicati dall’editore Keller e tradotti da Maurizia Balmelli.

    Maurizia Balmelli, nata e cresciuta sul versante svizzero del lago Maggiore, vive a Parigi. Traduce narrativa dal francese e dall'inglese. Tra gli autori tradotti, Aleksandar Hemon, Martin Amis, Mary Gaitskill, Wallace Stegner, Ian McEwan, Sally Rooney, Miriam Toews, J. M. G. Le Clézio, Emmanuel Carrère, Ágota Kristóf. Ha vinto il Premio Gregor Von Rezzori 2010 per la traduzione di Suttree di Cormac McCarthy e il Premio Terra Nova 2014 della Fondazione Schiller per la traduzione di Cuore di bestia di Noëlle Revaz.



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    22 min
  • Silvia Ronchey "L'ultima immagine" James Hillman
    Silvia Ronchey, James Hilman
    "L'ultima immagine"
    Rizzoli
    https://www.rizzolilibri.it/


    Questo libro postumo racchiude l’estremo pensiero di James Hillman. Non è solo la summa e l’ultimo approdo della riflessione sull’immagine, che fin dall’inizio sostanzia la sua idea di anima e tutta la sua psicologia. È anche il testamento, etico e politico, che uno dei massimi pensatori del Novecento ha voluto strenuamente concludere sul letto di morte, restando pensante sino alla soglia finale dell’intelletto, dell’introspezione, della biologia stessa. Vi ha depositato l’ultima immagine, appunto, di sé e del suo sistema psicologico e filosofico. Fin dal pensiero del suo maestro Jung – ma anche del platonismo antico e rinascimentale o dell’islam sufi di Corbin ? l’immagine è la materia di cui è fatta l’anima individuale. È allora proprio curando il nostro modo di guardare un’immagine che Hillman ci consegna una nuova terapia dei mali che oggi sempre più affliggono l’anima collettiva. Una via verde, immanente alla psiche, per salvare la Terra dalla catastrofe ecologica. Un ritorno alla “Grecia psichica”, al suo principio di laicità, di “inappartenenza”, di tolleranza, contro ogni fondamentalismo. Una riscoperta del “genio femminile”, l’importanza del nuovo e antico potere della donna, del suo ruolo nella composizione dei conflitti psichici, e quindi politici, dinanzi alla “caduta” della civiltà occidentale e alla crisi endemica delle sue economie. È nel settembre 2008, lo stesso mese e anno del crollo di Wall Street, che si svolge il “primo tempo” di questo dialogo con Silvia Ronchey, ispirato dalle immagini dei mosaici di Ravenna. Il suo “secondo tempo”, consumato in punto di morte nell’ottobre 2011, esattamente dieci anni fa, affida all’umanità del terzo millennio un insegnamento reso con la tenacia e la determinazione di un moderno Socrate, a testimoniare quella verità che si scorge ed esprime solo imparando a fermare lo sguardo, per cercare dentro ogni immagine l’ultima immagine.

    James Hillman (1926-2011) è stato uno dei maggiori filosofi contemporanei e il più illustre esponente della psicoanalisi di matrice junghiana. Autore di bestseller internazionali, oltre ai libri intervista con Silvia Ronchey ha pubblicato per Bur Il potere

    Silvia Ronchey è docente ordinaria di Civiltà bizantina all’Università di RomaTre. L’incontro con James Hillman, in particolare, ha dato origine a una duratura collaborazione che si è espressa, oltre che nelle interviste televisive, nei due libri-dialogo L’anima del mondo e Il piacere di pensare (entrambi Rizzoli).



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    31 min
  • Ramin Bahrami "Mille e una musica"
    Ramin Bahrami
    "Mille e una musica"
    Breve storia della musica persiana
    La nave di Teseo
    http://www.lanavediteseo.eu/


    Ramin Bahrami, in concerto, venerdì 12 novembre a Busca (Cuneo)

    L’associazione Amici della Musica di Busca propone per venerdì 12 novembre alle 21, nella chiesa Maria Vergine Assunta, il concerto “Bach is in the air”, con i famosi pianisti Ramin Bahrami e Danilo Rea. Verranno presentati per la prima volta gli intrecci tra il grande compositore di tre secoli fa e il linguaggio jazzistico.
    L’ingresso è libero, con precedenza ai soci. Occorre la prenotazione al numero 339.6013250 e il possesso della certificazione verde (Green Pass). I posti sono limitati (200). L’evento si svolge anche grazie alle sponsorizzazioni della Sedamyl e della Fondazione Crt.


    “Le melodie, come del resto le lingue, sono state nel corso dei secoli un elemento fondamentale per l’unione tra le civiltà. La musica di Bach, ad esempio, descrive i sentimenti di tutti i popoli del presente, del passato e, a mio avviso, anche del futuro.”

    Ramin Bahrami, pianista di fama mondiale formatosi in occidente ma di origini iraniane, si confronta, per la prima volta, con la storia di una delle civiltà più antiche del mondo, scoprendo le origini musicali del mondo persiano. Un universo affascinante di cui sappiamo pochissimo, per mancanza di fonti scritte, ma che rappresenta un tassello fondamentale dello sviluppo della cultura tra Asia ed Europa. I persiani, da sempre al centro di scambi commerciali, seppero mescolare le loro esperienze con quelle delle civiltà mesopotamiche dando vita a un mondo musicale multiforme, tra poesia, danza e canto, che avrebbe influenzato in maniera determinante i greci e con essi l’intero occidente.
    Ramin Bahrami ricostruisce questa storia appassionante attraverso lo studio dei testi e dei reperti archeologici e la sua sensibilità di musicista, alla scoperta dei suoni antichi che, ancora oggi, riemergono a sorpresa negli spartiti di Bach e Beethoven.


    Ramin Bahrami è nato a Teheran nel 1976. Ha lasciato l’Iran con parte della famiglia dopo la rivoluzione e ha studiato in Italia, dove si è diplomato in pianoforte al conservatorio di Milano con Piero Rattalino. Vive a Stoccarda con la moglie e la figlia. Perfezionatosi con maestri del calibro di Alexis Weissenberg, Andràs Schiff, Rosalyn Tureck, nutre una passione profonda e totale per Johann Sebastian Bach, di cui è oggi uno dei più grandi interpreti. Ha un repertorio di incisioni bachiane con Decca Universal che hanno scalato le classifiche discografiche, ha debuttato al teatro alla Scala nel 2012 e si esibisce nei teatri e nelle sale da concerto più prestigiosi del mondo. Ha pubblicato Come Bach mi ha salvato la vita (2012), Il suono dell’Occidente (2014) e Nonno Bach (2015), Wolfang Amadeus Mozart. Il genio sempre giovane (2019), Ludwig van Beethoven. Il genio ribelle (2019).




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    15 min
  • Giovanni Kezich "Ulisse non è lui"
    Giovanni Kezich
    "Ulisse non è lui"
    La grande sciarada di Omero alle origini della coscienza
    Baldini + Castoldi
    https://www.baldinicastoldi.it/


    Fatta passare per millenni come una storia meravigliosa e travagliata, a tratti cruenta ma destinata a buon fine, l’Odissea spiazza da subito il lettore con il suo incedere altalenante e il suo scarso equilibrio, visto che le peripezie di Ulisse tra maghe e ciclopi, sirene e mostri marini, che tanto hanno affascinato i lettori di ogni epoca, impegnano a malapena un sesto di un poema che è dedicato piuttosto, nella sua parte preponderante, ai preparativi di un massacro tremendo e immotivato, quello dei cosiddetti «proci», i pretendenti di Penelope: una strage che, a dispetto di tante fantasmagorie di facciata, costituisce il vero obiettivo della narrazione. Eppure, alcune vistose incongruenze dovrebbero mettere subito in allarme: qual è lo scopo dell’inspiegabile viaggio di Telemaco, rischioso e apparentemente inutile, che apre il poema? E perché Ulisse, atteso da dieci anni, si ripresenta a Itaca in sincronia perfetta con il viaggio del figlio, e per giunta da solo, pur essendo partito con un gran seguito di navi e di compagni? E come è possibile che egli non venga riconosciuto subito da un servo fedele, da sua moglie e da suo padre?

    A partire da queste domande, Giovanni Kezich scopre nel poema una trama nascosta che ci porta lontano dalle rassicuranti convenzioni della poesia eroica e ci introduce in un ambito enigmatico come quello di un giallo, una sciarada elusiva e tendenziosa che cerca di occultare una certa verità raccontandocene un’altra: come se il vero obiettivo dell’Odissea non fosse il glorificarsi delle gesta del suo protagonista, ma l’addolcire con le arti della poesia il rimorso per la strage di raggelante brutalità che, a dieci anni dalla caduta di Troia, si è consumata in un’isola remota lasciata a se stessa, dove il re non era mai tornato.

    Forte di un’intuizione folgorante maturata a contatto con il testo di Omero, Ulisse non è lui non è la semplice enunciazione di uno scoop interpretativo, ma una rilettura approfondita, illuminante e fascinosa del poema più letto e più amato della storia: una scommessa, ambiziosa e coltissima, che punta a riconsiderare daccapo l’Odissea come un documento antropologico, che può forse raccontarci, dell’antica civiltà greca come di noi stessi, molto più di quello che sinora abbiamo saputo capire.



    Giovanni Kezich ha studiato antropologia e archeologia a Siena e a Londra, e si è occupato di poesia orale e di graffitismo pastorale rupestre, di mascherate carnevalesche e di cultura alpina, essendo stato per trent’anni direttore del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele all’Adige. Ha pubblicato tra l’altro: I poeti contadini. Introduzione all’ottava rima popolare (1986), Some Peasant Poets. An Odyssey in the Oral Poetry of Latium (2013), Carnevale re d’Europa (2015, Premio Gambrinus), Carnevale. La festa del mondo (2019) e, insieme a Marta Bazzanella, Shepherds Who Write. Pastoral Graffiti in the Uplands of Europe from Prehistory to the Modern Age, con la prefazione di M.J. Rowlands (2020). Da periegeta archeofilo, ha tradotto e curato il diario del viaggio etrusco di D. H. Lawrence (Paesi etruschi, con un contributo di Massimo Pallottino, 1985) e sul tema odissiaco Cefalonia. L’Itaca di Omero. L’enigma risolto (2020) di N. G. Livadas.



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    28 min
  • Sandro Gerbi "La voce d'oro di Mussolini"
    Sandro Gerbi
    "La voce d'oro di Mussolini"
    Storia di Lisa Sergio
    La donna che visse tre volte
    Neri Pozza
    https://neripozza.it/


    Chi era l’elegante figurina che la sera del 9 maggio 1936, dai gradini più alti del Vittoriano, trasmetteva in inglese il famoso discorso di Mussolini sulla conquista dell’Impero?
    Si chiamava Lisa Sergio (1905-1989) e stava vivendo la sua prima incarnazione: quella della «fervente fascista», nota all’estero come la «voce d’oro» di Roma.
    Giornalista fiorentina plurilingue, di madre americana e padre napoletano, nel 1937 fu licenziata dal ministero della Propaganda forse perchè sospettata di mormorare contro il regime o più probabilmente perché ritenuta troppo loquace circa una sua breve relazione con il genero del duce Galeazzo Ciano. Protetta da Guglielmo Marconi, approdò negli Stati Uniti nel 1937 e ricominciò una brillante carriera radiofonica all’insegna della democrazia americana: ecco la sua seconda vita. Dopo la guerra però, ottenuta la nazionalità statunitense, fu accusata dall’FBI di simpatie per il comunismo, allontanata dalla radio e inserita in alcune «liste nere» da seguaci del maccartismo. Alla fine decise di trasferirsi a Washington, dove si reinventò come conferenziera.
    Questo libro, frutto di un trentennale scavo in archivi pubblici e privati, racconta la sua triplice, avventurosa esistenza. E cerca allo stesso tempo di ripristinare alcune verità,
    che lo scorrere del tempo, la concretezza dei documenti e l’ostinazione propria dei ricercatori lasciano impudentemente affiorare.

    Sandro Gerbi, dopo anni di giornalismo culturale (Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore), si è concentrato sugli studi di storia contemporanea, esordendo nel 1999 con Tempi di
    malafede (sull’amicizia tra Guido Piovene ed Eugenio Colorni, premio Comisso 2000). Ha poi pubblicato, fra l’altro: Mattioli e Cuccia, Ebrei riluttanti e, con Raffaele Liucci, Indro Montanelli, la più accreditata biografia del giornalista di Fucecchio. È figlio di Antonello Gerbi, già capo dell’Ufficio studi della Banca Commerciale, di cui ha curato molte opere, tra cui La disputa del Nuovo Mondo (Ricciardi e poi Adelphi), un classico dell’americanistica tradotto in varie lingue.




    IL POSTO DELLE PAROLE
    ascoltare fa pensare
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Un quotidiano culturale
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