il posto delle parole

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  • Paolo Legrenzi "Molti inconsci per un cervello"
    Paolo Legrenzi, Carlo Umiltà
    "Molti inconsci per un cervello"
    Perché crediamo di sapere quello che non sappiamo
    Il Mulino Editore
    www.mulino.it


    Per secoli, la mente umana è sembrata trasparente. Si sapeva che qualcosa sfuggiva al controllo della coscienza, ma si trattava di messaggi inviati dagli dèi. Poi, tutto cambia. Con Freud è l’inconscio che spiega l’origine e il significato dei sogni, ma anche le sviste e i lapsus della vita quotidiana. Un inconscio che tutti noi conosciamo, ma che non è l’unico. Incontreremo qui altri inconsci; quello, pervasivo, che chiamiamo cognitivo e che è l’esito dell’evoluzione naturale del cervello. E ancora: la mole enorme di informazioni che ci sommerge attraverso gli schermi dei nostri computer ha creato una sorta d’inconscio artificiale, fonte di trappole insidiose per il nostro giudizio. Conoscere i molteplici inconsci e capire come interagiscono significa smascherare i meccanismi che ci possono ingannare, e che ci illudono di essere più consapevoli di quanto in realtà siamo.

    Paolo Legrenzi è professore emerito di Psicologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Carlo Umiltà è professore emerito di Neuropsicologia all’Università di Padova. Gli autori hanno pubblicato insieme: «Neuro-mania» (2009; tradotto in inglese da Oxford University Press), «Perché abbiamo bisogno dell’anima» (2014) e «Una cosa alla volta. Le regole dell’attenzione» (2016).



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    26 min
  • Alessandro Rivali "Ho cercato di scrivere paradiso"
    Alessandro Rivali
    "Ho cercato di scrivere paradiso"
    Ezra Pound nelle parole della figlia: conversazioni con Mary de Rachewiltz
    Mondadori Editore
    www.librimondadori.it



    Ezra Pound (Hailey 1885, Venezia 1972) è uno degli spartiacque della letteratura del Novecento: con l’epica dei suoi Cantos ha osato una Divina Commedia per il nostro tempo ed è stato, inoltre, un impareggiabile e generoso “cacciatore di talenti”. Fu tra i primi a riconoscere e promuovere il genio di Joyce, T.S. Eliot e Hemingway. Eppure, il suo nome divide ancora ed è circondato da fantasmi e logori cliché che impediscono di toccare il cuore profondo della sua poesia e della sua umanità.

    Alessandro Rivali ha incontrato la figlia di Pound, Mary de Rachewiltz, nel castello di Brunnenburg, dove lei andò ad abitare nel dopoguerra, mentre il padre era detenuto nel manicomio criminale St. Elizabeths di Washington, accusato di tradimento dal governo americano. Proprio il castello avrebbe dovuto rappresentare un luogo dello spirito, una sorta di EzUversity. Del resto Mary aveva appreso da Pound quanto alto fosse il valore dell’insegnamento; lui, prima della guerra, aveva chiesto alla giovanissima figlia di affrontare la traduzione di alcune parti dei Cantos. La speranza di Mary era che, una volta libero, il padre potesse trovare rifugio nel silenzio di Brunnenburg e tornare a dedicarsi a ciò che più amava.

    L’approdo al castello nell’estate del ’58 segnò in effetti una tappa decisiva nel lavoro di Pound, l’ultimo scorcio della sua vita lo avrebbe dedicato al compimento del “Paradiso”, la parte finale del suo poema: frammenti così densi di verità e tenerezza da diventare il suo testamento più sincero. Ancora una volta era Dante la misura della sua ambizione.

    Ed è proprio intorno alla sezione conclusiva dei Cantos e al senso di solitudine che Pound avvertì al suo ritorno in Italia che ruotano queste conversazioni tra Alessandro Rivali e Mary de Rachewiltz, iniziate ormai più di nove anni fa. Un avvincente romanzo familiare e, allo stesso tempo, una immaginifica ascensione al Paradiso di Pound, per scovare infine quella luce che “come un barlume ci riconduca allo splendore”.



    Alessandro Rivali è nato a Genova nel 1977. I suoi libri di poesie sono La riviera del sangue (Mimesis, 2005) e La caduta di Bisanzio (Jaca Book, 2010). Nel 2010 ha pubblicato il libro intervista Giampiero Neri. Un maestro in ombra (Jaca Book) e nel 2015 l'edizione delle lettere inedite di Eugenio Corti dal fronte russo (Io ritornerò, Ares).



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    22 min
  • Lisa Cremaschi "Detti e fatti delle donne del deserto"
    Lisa Cremaschi
    "Detti e fatti delle donne del deserto"
    Edizioni Qiqajon - Comunità di Bose
    www.monasterodibose.it



    Si è sempre ripetuto che nell’antichità la donna era senza parola. Si denuncia l’oppressione a cui era sottoposta, e lo scarso peso che sempre ha avuto e che ancora la caratterizza nella chiesa oggi. Immergendosi però in un ascolto più attento, in una ricerca più approfondita, si possono scoprire tracce femminili nella chiesa nel corso della storia. Ecco l’intento di questa raccolta, nella quale abbiamo lasciato parlare proprio le donne: monache vissute tra il IV e il VI secolo in diverse regioni di occidente e di oriente. Si tratta a volte di brevi frasi, racconti di semplici gesti, letti collocandoli all’interno del loro contesto e liberandoli dai pregiudizi di cui sono stati caricati: essi sono preziosi frammenti di una sapienza femminile da riscoprire.



    "Difficile è parlare della donna oggi; si finisce a volte per parlare di “genio femminile” senza spiegare che cosa si nasconda dietro queste parole; si cerca affannosamente uno specifico femminile, una spiritualità femminile come se fosse contrapposta a quella maschile.
    Tale genere di categorizzazione si presta bene alle polemiche, come anche alla misoginia, che trae vantaggio dal far risalire l’esperienza di fede delle donne a un certo ripiegamento nella
    sensibilità, ad alcuni stereotipi, i più elogiativi dei quali peraltro sono i più insidiosi. In realtà, vivere e credere al femminile ci rimanda essenzialmente a un voluminoso e aerato spazio nel quale risuonano molteplici voci, ciascuna delle quali ha il suo timbro particolare, contrassegnato da una nota personale che più frequentemente è assente nel discorso maschile."


    Lisa Cremaschi, monaca della Comunità di Bose. Dopo un lungo soggiorno in monasteri ortodossi greci, ha iniziato a occuparsi dei Padri della chiesa orientale pubblicando traduzioni di testi antichi. Si dedica ad attività di predicazione in parrocchie e comunità religiose.




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    34 min
  • Giovanni Carlo Federico Villa "Antonello da Messina"
    Giovanni Carlo Federico Villa
    curatore della mostra
    "Antonello da Messina"
    Palazzo Reale, Milano - fino al 2 giugno 2019
    www.palazzorealemilano.it
    www.skira.net



    Di Antonello da Messina (1430-1479), al pari di altri immensi artisti, restano purtroppo poche straordinarie opere, scampate a tragici avvenimenti naturali come alluvioni, terremoti, maremoti e all’incuria e ignoranza degli uomini; quelle rimaste sono disperse in varie raccolte e musei fra Tirreno e Adriatico, oltre la Manica, al di là dell’Atlantico; molte hanno subito in più occasioni pesanti restauri che hanno alterato per sempre la stesura originaria, altre sono arrivate sino a noi miracolosamente intatte.
    La mostra, aperta fino al 2 giugno 2019 a Palazzo Reale di Milano – frutto della collaborazione fra la Regione Siciliana e il Comune di Milano-Cultura con la produzione di Palazzo Reale MondoMostre Skira, curata da Giovanni Carlo Federico Villa - è da considerarsi come uno degli eventi culturali più rilevanti, all’interno del panorama nazionale e internazionale, per l’anno 2019. Una occasione unica e speciale per entrare nel mondo di un artista eccelso e inconfondibile, considerato il più grande ritrattista del Quattrocento, autore di una traccia indelebile nella storia della pittura italiana.
    "Questa mostra storica, la cui realizzazione è stata possibile grazie alla collaborazione con molte
    diverse istituzioni, italiane e internazionali, vede riuniti per la prima volta a Milano ben diciannove opere di Antonello da Messina, proponendo al pubblico il racconto affascinante di un artista innovatore dei suoi tempi, il cui carisma è giunto intatto sino a noi", dichiara l'assessore alla Cultura Filippo Del Corno.
    Sono esposte diciannove opere del grande Maestro, su 35 che ne conta la sua autografia: a
    cominciare dall’Annunciata (1475 circa), autentica icona, sintesi dell’arte di Antonello, con lo sguardo e il gesto della Vergine rivolti alla presenza misteriosa che si è manifestata, uno dei più alti capolavori del Quattrocento italiano in grado di sollecitare in ogni spettatore emozioni e sentimenti; e le eleganti figure di Sant’Agostino (1472-1473), San Girolamo (1472-1473) e San Gregorio Magno (1470-1475) forse appartenenti al Polittico dei Dottori della Chiesa, tutti provenienti da Palazzo Abatellis di Palermo; ma anche il celeberrimo Ritratto d’uomo (1465-1476) dall’enigmatico sorriso proveniente dalla Fondazione Culturale Mandralisca di Cefalù, utilizzato originariamente come sportello di un mobiletto da farmacia, oggetto di vari restauri e conosciuto nella tradizione locale come “ignoto marinaio”.
    Dalla National Gallery di Londra giunge a Milano un altro capolavoro, il San Girolamo nello studio (1474- 1475) in cui si armonizzano ispirazioni classiche e dettagli fiamminghi, ma ricordiamo anche la Crocifissione (1460 circa) proveniente dal Museo nazionale Brukenthal di Sibiu in Romania e attribuita ad Antonello, prima da Karl Voll nel 1902 e successivamente da Bernard Berenson nel 1932; il Ritratto di giovane (1474) dal Philadelphia Museum of Art, l’incantevole Madonna col Bambino (1475 circa) dalla National Gallery di Washington, Ritratto di giovane uomo (1478) dal Museo statale di Berlino.
    Dagli Uffizi arriva l’importantissimo trittico con la Madonna con Bambino, il San Giovanni Battista - acquistati nel 1996 dal Ministero dei Beni Culturali - e il San Benedetto di straordinaria qualità pittorica; dalla Pinacoteca Malaspina di Pavia giunge il ritratto di giovane gentiluomo (Ritratto d’uomo 1468-1470, a lungo considerato il vero volto dell’artista), già pienamente antonelliano per inquadramento, sfondo, postura e soprattutto attitudine leggermente ironica del personaggio: trafugato dal museo nella notte fra il 10 e l’11 maggio 1970 fu recuperato sette anni dopo dal...
    24 min
  • Paolo Miorandi "Verso il bianco"
    Paolo Miorandi
    "Verso il bianco"
    Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser
    Exòrma Edizioni
    www.exormaedizioni.com




    Un diario di viaggio a Herisau, nella Svizzera tedesca, dove Robert Walser ha vissuto, internato in manicomio, per ventitré anni, la parte finale della sua vita.

    “Negli anni in cui il male di vivere si era fatto più intenso e la sottile scorza che ricopre la nuda vita si era crepata, forse nulla mi ha dato più conforto dei libri di Robert Walser. (…) Per questo andrò a Herisau”.



    Nel primo pomeriggio del giorno di Natale del 1956, il corpo senza vita di Robert Walser fu trovato lungo un sentiero di montagna.

    La celebre fotografia in bianco e nero scattata da un anonimo poliziotto accorso sul posto, e riprodotta su ogni libro dedicato allo scrittore svizzero, lo ritrae disteso sulla neve, adagiato nel bianco.

    Verso il bianco è un pellegrinaggio nei luoghi walseriani, come lo definisce lo stesso autore, una sfida e uno scavo. Paolo Miorandi procede, dal capitolo 7 (sette sono le orme di Walser nella neve) al capitolo 1, che è l’ultimo, viaggiando a ritroso in una delle più profonde ed eccentriche esperienze letterarie del Novecento.

    Robert Walser, introverso ironico e visionario, amato e ammirato da Kafka e Benjamin, da Musil e Herman Hesse, come da molti altri numi tutelari che hanno cercato di carpirne il segreto – Canetti, Sebald, Seelig – e considerato tra i massimi autori di lingua tedesca del secolo, rimane oggi tra i più invisibili. Ma Gianni Celati ci conforta: “Con l’epidemia di romanzi d’attualità che c’è in giro, e il conseguente crollo dell’intelligenza, Walser resta una specie di luce, un’energia che i media non hanno ancora divulgato e perciò svuotato”.



    "Siamo all’inizio di gennaio del 1944. È quasi mezzogiorno. Walser sta camminando da qualche ora con Carl Seelig, l’uomo che per primo si è preso a cuore la vicenda umana dello scrittore e che, più di ogni altro, ha contribuito a fare in modo che le sue parole non andassero disperse.
    Seelig, dopo aver aspettato a lungo il momento adatto, dice a Walser che la sorella Lisa, gravemente malata in un ospedale di Berna, ha espresso il desiderio di vederlo. Lo scrittore oppone un immediato rifiuto alla proposta di Seelig di accompagnarlo all’ospedale. Dice che da Berna è stato scacciato e che ne va del suo onore. Dice che è «inchiodato» a Herisau dove, in manicomio, deve attendere ai suoi «doveri quotidiani». Ma soprattutto, continua, «sono sordo ai richiami sentimentali».
    All’insistenza di Seelig che gli ricorda le gravi condizioni in cui versa la sorella, Walser ribatte: «Ebbene, in nome di Dio, non ci vedremo più, ecco tutto. Questo è il destino umano. Anch’io un giorno dovrò morire da solo».

    * * *
    Nel suo appassionato omaggio a Walser, W.G. Sebald ha fatto notare che esistono sette ritratti dello scrittore svizzero, sette fotografie formato tessera che segnano le tappe della sua vita, o le stazioni di un silenzioso precipitare.
    I ritratti mostrano ogni volta una persona diversa. Si comincia con un ragazzo dallo sguardo sospettoso che getta le sue prime occhiate dalla finestra della vita e si termina col paziente di un manicomio, un vecchio dall’aria disperata e assente, un uomo, come ha annotato Sebald, allo stesso tempo distrutto e salvato."



    Paolo Miorandi è nato e vive a Rovereto in Trentino, un buon posto dove stare – dice – ammesso che uno abbia delle vie di fuga. Lavora come psicoterapeuta e dedica alla scrittura parte del suo tempo. Oltre a contributi in ambito specialistico ha pubblicato: In basso a sinistra. Un viaggio in Cile (2003); Ospiti (2010); Nannetti (2012) da cui è stato tratto il cortometraggio Libro di sabbia, realizzato con il regista Lucio Fiorentino; Lessico di Hiroshima (2015)...
    35 min
  • Alessandro Portelli "Bob Dylan. Pioggia e veleno"
    Alessandro Portelli
    "Bob Dylan. Pioggia e veleno"
    "Hard Rain", una ballata tra tradizione e modernità
    Donzelli Editore
    www.donzelli.it


    «C’è una profonda giustizia poetica nel fatto che lo stesso giorno in cui abbiamo perduto il premio Nobel Dario Fo, Bob Dylan veniva insignito del Nobel. Si tratta di due artisti che cambiano il nostro rapporto con la parola intrecciandola con il suono, la voce, il corpo, la performance. Entrambi affondano le radici della loro creatività nel mondo delle culture popolari: da Mistero Buffo a “Hard Rain”, sono le voci dei vagabondi e dei saltimbanchi delle campagne italiane e le voci dei braccianti neri del Delta e dei vagabondi della depressione che si impadroniscono del centro della scena e diventano nuovi linguaggi della modernità».

    Due cantautori, su tutti gli altri, hanno dato voce al sentimento dell’America profonda, incarnandone nella maniera più autentica l’anima popolare: Bruce Springsteen e Bob Dylan. Dopo avere consacrato a Springsteen (e alla sua canzone «Badlands») un libro memorabile, Portelli si dedica ora a Dylan, e sceglie come emblema e protagonista del libro «Hard Rain», la canzone che Dylan incise per la prima volta nel 1962, agli esordi della sua attività. Non è certo un caso se, durante la cerimonia dell’assegnazione a Dylan del premio Nobel per la letteratura 2016, la canzone che Patti Smith scelse di cantare fu proprio «A Hard Rain’s A-Gonna Fall». Ed è ormai largamente noto il giudizio espresso dalla rivista «Rolling Stone», che l’ha definita «la più grande canzone di protesta scritta dal più grande autore di canzoni della sua epoca». Meno noto è che Dylan ha costruito «Hard Rain» a partire da un intenso dialogo con un’antichissima ballata di tradizione orale, il «Testamento dell’avvelenato», di cui si trova traccia addirittura nell’Italia del Seicento, e che si diffuse in tutto il mondo anglosassone, col titolo di «Lord Randal», per passare poi in America attraverso i canali propri della tradizione orale. Esplorando le relazioni fra queste due canzoni, il libro mostra come il testo di Dylan si alimenti della profondità storica incorporata nell’antica ballata, la proietti verso un immaginario contemporaneo, e li illumini entrambi. In quel momento, Dylan è immerso nel folk revival, ma si prepara a uscirne; è come se fosse «in bilico fra mondi», scrive Portelli, in un momento di «prodigioso equilibrio che neanche lui avrebbe mai più ritrovato con altrettanta potenza». Grazie a un confronto serrato con le forme della canzone narrativa popolare e della sua storia plurisecolare, il libro scava nell’immaginario di Dylan, nella sua visione della storia e del futuro, dall’incombente minaccia nucleare ai disastri ecologici del nostro tempo, mettendo in luce il rapporto che il grande folksinger intrattiene con i linguaggi della musica, della poesia, dell’industria culturale. Ne emerge una lettura di Bob Dylan la cui unicità consiste nel collocarsi sapientemente, come solo un artista della parola cantata può fare, nel punto in cui si incontrano oralità e scrittura, testo e performance, folklore e popular culture, fra la globalizzazione dei movimenti e delle culture orali e quella dell’industria culturale. Al bivio fra due possibili vie della storia, apocalisse o liberazione.


    Alessandro Portelli, considerato uno dei fondatori della storia orale, ha insegnato Letteratura angloamericana all’Università «La Sapienza» di Roma ed è presidente del Circolo Gianni Bosio. Per i tipi della Donzelli ha pubblicato: L’ordine è già stato eseguito (1999, Premio Viareggio), America dopo (2003), Canoni americani (2004), America profonda (2011), Desiderio di altri mondi (2012), Badlands. Springsteen e l’America (2015), La città dell’acciaio (2017), Storie orali (2017). Ha ideato e curato, sempre per Donzelli, il volume collettivo Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e...
    18 min
  • Michela Tilli "Il mondo di Fantalà"
    Michela Tilli
    "Il mondo di Fantalà"
    Due strane creature
    Gallucci Editore
    www.galluccieditore.com



    Si tratta del primo romanzo di una sua serie che si intitola Il mondo di Fantalà (questo primo libro è Due strane creature) e si caratterizza per due aspetti molto distanti e stranamente compresenti: un carattere fantasy e uno di forte impatto realistico.

    Simone, il protagonista, è ragazzino di quinta elementare come ce ne sono tanti: figlio unico con due genitori che lo vogliono responsabile e ben educato, che non gli prestano troppe attenzioni perché troppo presi con il loro lavoro, non troppo brillante a scuola (le sue insegnanti notano solo i sui cali di rendimento e non certo le sue difficoltà) e ovviamente il bullo della classe ha preso di mira proprio lui. E gli attacchi di bullismo che Simone deve fronteggiare non sono eclatanti, da cronaca giornalistica, ma sono quelli continui, snervanti, che spesso i ragazzi più delicati e timidi, o forse solo troppo educati e rispettosi delle regole, si trovano a dover affrontare, quelli che ti fanno venire il magone mentre percorri la strada verso la scuola.

    E qui che Michela Tilli introduce un elemento narrativo che fa virare verso il fantasy tutta la serie. Davanti a Simone un giorno si palesano due esserini, Ben e Grimm, due fratelli un po’ gnomi e un po’ folletti, che animati da buone intenzioni cercheranno di aiutarlo a risolvere i suoi problemi. Le due creature provengono da Fantalà, un mondo magico sconosciuto agli umani e in fondo rappresentano l’animo buono e gentile (Ben) e quello più ribelle (Grimm) dello stesso Simone, un po’ come se fossero le due voci della sua coscienza. La storia ha uno scioglimento positivo, sul finale in parte Simone riuscirà a risolvere le sue divergenze con il Terribile Emiliano (così si chiama il bullo), ma dovrà affrontare un momento di crescita e sviluppo.




    Simone ha dieci anni e ultimamente non gliene va mai bene una: i genitori hanno poco tempo per lui, a scuola prende brutti voti e in più c’è un nuovo compagno di classe, il Terribile Emiliano, che fa di tutto per rendergli la vita impossibile. Un giorno però a casa di Simone spuntano due strane creature invisibili, Ben e Grimm, e qualcosa comincia a cambiare… Ma in meglio o in peggio?

    «Secondo voi» intervenne Simone a un certo punto «possono esistere creature diverse da quelle che conosciamo?»
    «Alieni?» chiese Lavinia sgranando gli occhi.
    «No, intendo…»
    «Fantasmi?» fece Leo.
    «Angeli?»
    «Mostri?»
    «Zombie?»


    Michela Tilli ha studiato filosofia, è stata giornalista e autrice per la televisione e il teatro. Dopo aver avuto successo con i romanzi per adulti Basta un attimo e Ogni giorno come fossi bambina ha finalmente deciso di assecondare un vecchio desiderio e scrivere anche per i ragazzi. È nata così la serie Il mondo di Fantalà.




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    16 min
  • Mario Cottarelli "Parliamo di parolacce senza dire parolacce"
    Mario Cottarelli
    "Parliamo di parolacce senza dire parolacce"
    Pascal Editrice
    www.pascaleditrice.it




    Il turpiloquio come convenzione sociale, il turpiloquio come agente inquinante, il turpiloquio come specchio della società che dovremmo rompere per vivere più sereni, il turpiloquio complice di una rivoluzione sessuale solo parziale e ingombrante martello pneumatico di cui ci dovremmo liberare per realizzare una liberazione sessuale completa, il turpiloquio come fonte energetica di un circolo vizioso che ci attanaglia, il turpiloquio come lavaggio del cervello continuo e come nuvola di aggressività che ci avvolge quotidianamente, il turpiloquio come ostacolo all’armonia interiore e della società. E’ questa la tematica del libro “Parliamo di parolacce senza dire parolacce”. Senza alcun atteggiamento perbenistico, Mario Cottarelli – laureato in biologia e con alle spalle esperienze musicali in qualità di compositore – sviscera aspetti più o meno trascurati del dilagare della scurrilità verbale e cerca di dimostrare che opporsi ad essa non significa essere retrogradi e conformisti: combattere il linguaggio triviale può addirittura rivelarsi avanguardistico; un mondo in cui ogni cosa sia chiamata col suo nome anziché con nomignoli dispregiativi o allusivi (come avviene per il sesso) è auspicabile se vogliamo recuperare il giusto rapporto con la sessualità, rapporto rovinato per secoli da una cultura repressiva e al tempo stesso generatrice di vocaboli fuorvianti che non attribuiscono al mondo dell’eros la sua vera dimensione. In questo saggio viene trattata tra l’altro la problematica del linguaggio sessista di tipo scurrile, la cui eliminazione è ritenuta dall’autore fondamentale per il raggiungimento di un’autentica parità a tutti i livelli tra uomo e donna. Viene altresì sottolineato un vuoto pedagogico esistente riguardo al tema del turpiloquio e una sottovalutazione del problema da parte del mondo della psicologia. Imparare a conoscere il sesso attraverso una terminologia inappropriata è, secondo l’autore, uno dei fattori che – nel corso della crescita – causano ansietà, perversioni, manie, sensi di colpa; in sostanza ci fanno vivere in modo nevrotico la sessualità.
    Il motivo per cui questo saggio dovrebbe essere letto è innanzitutto l’attualità dell’argomento trattato, ma ancor di più la novità di alcune idee che si contrappongono alla posizione giustificatoria del fenomeno di gran parte degli studiosi, che tendono a dare importanza al fattore ‘sfogo’ del parlare ‘sporco’ non tenendo sufficientemente conto degli effetti collaterali che esso può determinare.


    Mario Cottarelli, nato a Cremona nel 1956, si è laureato in Scienze Biologiche all’università di Pavia nel 1982. Dal 1983 ha lavorato al quotidiano cremonese La Provincia, dove ha esercitato soprattutto la mansione di correttore di bozze e successivamente ha svolto il compito di archivista e impiegato. Parallelamente si è dedicato alla musica, essendo pluristrumentista e compositore: negli anni 80 –periodo in cui ha avuto collaborazioni con Claudio Simonetti e Ivana Spagna – alcune sue canzoni di genere dance sono state pubblicate, oltre che in Italia, in vari Paesi europei (tra cui Germania, Francia, Gran Bretagna) e in seguito si sono fatte conoscere nell’America latina. A partire dagli anni 90 ha composto molti brani per orchestre da ballo e infine ha inciso da protagonista (nel 2007 e 2011) due Cd di genere progressive-rock, che gli hanno procurato la menzione nel libro “Rock progressivo italiano 1980-2013” di Massimo Salari (ed. Arcana). Vive attualmente a Brescia. Con “Parliamo di parolacce senza dire parolacce” è alla sua prima esperienza letteraria.




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    26 min
  • Fabrizio Altieri "La balena in scatola"
    Fabrizio Altieri
    "La balena in scatola"
    Lapis Edizioni
    www.edizionilapis.it



    "Ecco il mio nuovo romanzo con la Casa Editrice Lapis. L’estate di Fabio e del suo amico Sandrino scorre tranquilla tra chiacchiere e scaramucce con il bulletto Adolfo. Ma un fatto incredibile e inatteso la renderà speciale e indimenticabile: in città arriva uno strano tir con dentro un balenottero morto, in mostra e a pagamento. Ma sarà morto per davvero?"

    Insieme ai suoi amici, Fabio scoprirà che in realtà il tir nasconde un segreto. I ragazzini, aiutati dallo zio Mario, si troveranno ad affrontare una corsa contro il tempo per mandare all’aria i progetti di un impresario imbroglione e restituire la gigantesca creatura al mare.

    La balena in scatola, Lapis Edizioni, 2019, età di lettura: dai 10 anni.




    "Sono nato e vivo a Pisa, sono ingegnere e insegno in un Istituto Professionale. Ho la fortuna di avere la passione dello scrivere e la responsabilità di pubblicare libri per ragazzi e per bambini con Il Battello a Vapore (PIEMME), Einaudi Ragazzi e Lapis. Fabrizio Altieri

    Faccio parte dell’Associazione Italiana Scrittori per Ragazzi ICWA (Italian Children Writers Association).J"


    fonte: www.fabrizioaltieri.it



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    14 min
  • Antonio Danieli "Fondazione Golinelli G-Factor"
    Antonio Danieli
    "G-Factor"
    Fondazione Golinelli
    www.fondazionegolinelli.it




    Fondazione Golinelli inaugura G-Factor,
    il nuovo incubatore-acceleratore di 5.000mq progettato da diverserighestudio e rivolto a realtà imprenditoriali emergenti.
    Il progetto architettonico – che ha rigenerato ulteriori 5.000mq complessivi dell’area industriale bolognese su cui sorge Opificio Golinelli – è a firma di diverserighestudio di Simone Gheduzzi, Nicola Rimondi e Gabriele Sorichetti. Lo studio vanta riconoscimenti internazionali: ha rappresentato l’Italia al London Festival of Architecture, all’Esposizione Universale di Shanghai e per tre volte è stato selezionato alla Mostra Internazionale di Architettura di Venezia (nelle edizioni XII, XV e XVI).
    Allo stesso studio erano state affidate la progettazione e la realizzazione, nel 2015, di Opificio Golinelli.

    L’idea dell’incubatore-acceleratore nasce all’interno del piano di sviluppo pluriennale di Fondazione Golinelli, Opus 2065, ideato per supportare le giovani e giovanissime generazioni nel loro percorso di crescita. Dalla sua apertura, quattro anni fa, l’Opificio ha già superato le 300.000 presenze ed eroga ogni anno mezzo milione di ore di formazione (suddivise tra differenti tipologie di utenza: studenti, insegnanti, aspiranti imprenditori…) e si propone per il futuro alla comunità internazionale come uno dei più importanti centri di riferimento per l’innovazione a livello europeo. Con G-Factor si completa un ecosistema integrato, unico in Italia, con tutte le fasi di una filiera complessa e interconnessa: educazione, formazione, ricerca, trasferimento tecnologico, incubazione, accelerazione e private equity/venture capital.
    Oggi la città della conoscenza, dell’innovazione e della cultura con Opificio, il Centro Arti e Scienze Golinelli e G-Factor copre una superficie di 14.000mq.

    G-Factor ha come scopo la formazione della cultura d’impresa in tutti i settori anche attraverso la progettazione e l’erogazione di servizi volti a creare una nuova imprenditorialità ad alto contenuto innovativo, scientifico e tecnologico. È stato pertanto immaginato come uno spazio mutevole, che possa modificare la propria dimensione interna – sia in orizzontale che in verticale – assorbendo il percorso di crescita e di presa di autonomia delle aziende che via via si insedieranno. Uno spazio ad alta adattabilità, capace di essere ripensato di volta in volta per dare spazio a nuove, altre attività imprenditoriali. Per questo è stato fondamentale valorizzare il vuoto e dotarlo di supporti tecnologici che permettessero, assieme a dispositivi di arredo mobili, una sempre nuova configurazione.
    Lo spazio interno è composto da una grande “serra connettiva” – infrastruttura della mobilità e pensata per essere percorsa anche da robot – dalla quale si giunge a quattro cluster di lavoro adattabili, di pari dimensioni, due al livello terra e due al primo livello (circa 472mq e 600mq), configurati in modo da poter essere suddivisi in singoli slot di produzione tramite un sistema di partizioni mobili in arredo per garantire la massima flessibilità alle esigenze di sviluppo e adattamento delle imprese ospitate. Grande attenzione è stata riservata al tema della luce diffusa e allo studio sui colori, che stimolano la creatività delle persone, favorendo contemporaneamente la riduzione dei tempi di apprendimento e di produzione.
    Il progetto architettonico è stato studiato in assoluta armonia con gli spazi di Opificio Golinelli, come due volti di una stessa medaglia.
    «Questa architettura, metafora di una città complessa, si è cimentata nello sperimentare la progettazione delle forme nel tempo – spiega Simone Gheduzzi di diverserighestudio. – Abbiamo superato la consolidata idea moderna di uno luogo finito e non modificabile a favore della facoltà di adattarsi delle...
    24 min

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Conversazioni intorno ai libri, insieme con gli autori
Un quotidiano culturale
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Ma perché? by OnePodcast

Ma perché?

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