La definizione di “Piccola Atene” fu data a Caltanissetta dallo stesso Leonardo Sciascia, per quella folta schiera di intellettuali che, nel corso del Novecento, la frequentarono. Alcuni scrittori nacquero qui, come Rosso di San Secondo. Per altri fu luogo di permanenza, come per Sciascia, che vi si trasferì con la famiglia nel 1935 trascorrendovi la maggior parte della vita e scrivendovi la maggior parte dei romanzi. Vitaliano Brancati, invece, qui insegnò solo un paio d’anni.
Proprio Sciascia e Brancati sono i protagonisti di questa storia, che si svolse presso l’Istituto Magistrale “IX Maggio” di Caltanissetta (oggi intitolato ad Alessandro Manzoni), ospitato nei locali della cosiddetta badia, un ex convento di monache benedettine, affacciato sul corso Vittorio Emanuele II. Oggi è tuttora visitabile la Chiesa di Santa Croce, mentre l’ex convento è sede di laboratori artigianali.
Ma torniamo a tanti anni fa…
Sotto il tetto di quella scuola, contemporaneamente, c’erano un Brancati trentenne, docente deluso e in piena crisi spirituale e politica, di fronte alla realtà della dittatura fascista, e un giovane Leonardo, alunno timido ma al contempo avido di conoscenza e sapere, che spendeva i pochi risparmi per comprare romanzi e libri di poesie.
Era il biennio 1936-1937, e Brancati e Sciascia si incrociavano nei corridoi, salivano le stesse scale, incrociavano gli sguardi. In realtà il giovane Leonardo inseguiva Brancati, che considerava un suo mito: ne leggeva tutti gli articoli di tono umoristico-morale pubblicati sulla rivista Omnibus, lo appostava all’ingresso o all’uscita della scuola o persino in stazione. Diremmo oggi che Leonardo era un piccolo ma innocuo stalker che, alla fine, non trovò mai il coraggio di parlargli.
Lo stesso Sciascia, in un articolo intitolato proprio “Ricordo di Brancati” del 1954, ci descriveva Brancati che, arrivando a scuola prima del suono della campana, scendeva le scale scuro in volto e annoiato, evitando persino di incontrare i colleghi.
Insomma, queste sono vere “cronache di un incontro mancato”!
Vitaliano Brancati, in realtà, non amò mai Caltanissetta: non è un caso che proprio al quel periodo risalga il romanzo “La noia”, pubblicato nel 1937, quando lasciò dietro di sé non solo la città, che aveva descritto nel romanzo come la «cittadina di pietra gialla, sospesa su una squallida pianura», ma anche quel timido studente, che lo aveva silenziosamente adorato.