Cosa significa lavorare ogni giorno accanto alla morte?
In questa puntata intervisto Wade Simmons, filmmaker indipendente e professionista del settore funebre da quasi diciassette anni. La sua è una storia particolare: cresciuto nella West Side di Chicago, fin da bambino sognava due mestieri apparentemente lontanissimi, il cinema e le pompe funebri. Negli anni ha seguito entrambe le strade, si è diplomato in scienze mortuarie e alla scuola di cinema e si è persino allenato per il wrestling professionistico.
Partendo dalla serie Six Feet Under, parliamo di quanto la televisione riesca davvero a raccontare il mondo delle pompe funebri e di ciò che, invece, si comprende soltanto quando ci si trova davanti a una famiglia che ha appena perso qualcuno.
Wade racconta anche i momenti più umani del suo lavoro: le volte in cui si finisce inaspettatamente per ridere durante un funerale, ma soprattutto alcune storie che, dopo tanti anni, non è ancora riuscito a dimenticare. Una giovane promessa del basket morta in un incidente. Un uomo incontrato al funerale della madre e ritrovato, appena tre settimane dopo, dentro una bara. E la perdita improvvisa del suo ex datore di lavoro, una ferita ancora recente.
Ma questa intervista non parla soltanto di morte. Parla soprattutto delle persone che rimangono, di fede, creatività, cinema e del valore che Wade attribuisce a ogni singola esistenza.
Perché c’è una frase che ritorna continuamente nelle sue parole:
“Everyone has a story.” — Ognuno ha una storia.
Alla fine dell’intervista ho scelto di lasciare spazio direttamente alla voce di Wade. Senza traduzione e senza altre domande: alcuni suoi pensieri personali sul cinema, sull’arte, su Dio e sulle storie delle persone.
Un episodio sulla morte che, forse, parla soprattutto di come guardiamo la vita.