Pelo nell'uovo

Pelo nell'uovo

By Ginevra RutherfordArts
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Pelo nell'uovo episodes

  • #10. “Per la differenza, contro l’uguaglianza”: il femminismo di Carla Lonzi
    “Quando ho saputo che esisteva il femminismo non sono stata neanche lì a informarmi su cos'era: sono una donna, dunque faccio il femminismo” scriveva Carla Lonzi (6 marzo 1931, Firenze - 2 agosto 1982, Milano).

    La sua carriera inizia come critica d’arte ma, ben presto, le cose cambieranno radicalmente.
    Capisce infatti che l’arte era troppo impregnata dell’oppressione maschile poterne rappresentare una forma di liberazione per la donna.
    La soluzione era dunque una: astenersi, non prenderne parte.
    Lei stessa decide di abbandonare l’arte e da lì in poi, e per tutta la vita, si dedicherà esclusivamente alla pratica femminista, diventando una delle più importanti, se non la prima in assoluto, teoriche del femminismo italiano degli anni Settanta.

    Questa è la sua storia.

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    16 min
  • #9. L’autentica radicalità di Piero Gilardi
    “La verità non può essere contenuta in un solo sogno, né nel sogno di uno solo” diceva Piero Gilardi (3 agosto 1942 - 5 marzo 2023): artista, sperimentatore, attivista, ecologista e uno tra i primi ad aver riconosciuto l’arte come impegno socio-politico collettivo.

    Quella di Gilardi è un’arte autentica, radicale, ma anche multiforme, dalle mille sfaccettature: ironica, divertente, sovversiva, arrabbiata, a tratti visionaria.

    Alla fine degli anni ’60, infatti, nel pieno del successo internazionale dato soprattutto dai suoi tappeti-natura, decide che è arrivato il momento di smettere di fare arte.
    Questo “abbandono” non rappresenta solamente una presa di posizione artistica, ma soprattutto un riposizionamento politico e sociale.

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    11 min
  • #8. Desacralizzare l'arte con Rey Sciutto
    Più l’arte è maestosa, virtuosistica e collettivamente considerata “bella” e più viene sacralizzata, resa intoccabile.
    Ma le conseguenze… quali sono? Sintetizzandole: l’arte inevitabilmente si allontana da una dimensione terrena per elevarsi, divinizzarsi; tutto ciò che non rientra in questi canoni non viene considerata arte (come banalmente succede con l’arte contemporanea); e i luoghi dell’arte, al posto di rappresentare spazi attivi di dibattito, diventano una sorta di silenziosi templi religiosi.

    Questa volta, però, non ve ne parlerò da sola: con me c’è @rey.sciutto, divulgatore storico-artistico attivo da anni sui social (oltre che unico e solo imperatore del Sacro Calabro Impero).
    Ci racconterà di lui, del suo percorso, della sua sconfinata passione per l’arte e del suo modo non convenzionale di raccontarla. Attraverso un linguaggio dinamico e semplice, infatti, riesce a profanare quell’aurea di superiorità dell’arte, rendendola accessibile e godibile a tutti.

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    40 min
  • #7. Kazuko Miyamoto: la mostra al Museo Madre
    Fino al 9 ottobre 2023, al Museo Madre di Napoli, è aperta al pubblico la mostra a cura di Eva Fabbris dedicata a Kazuko Miyamoto (Tokyo, 1942), un’artista che ha sempre cercato di riaffermare il suo ruolo da donna artista non bianca in un contesto - come quello degli Stati Uniti della seconda metà del ‘900 - in cui “arte” e “mascolinità” andavano innegabilmente di pari passo.

    In ogni fase della sua vita e del suo percorso artistico (dal figurativo, al geometrico, al politico, al naturale, fino al performativo) vediamo come il tentativo di un riposizionamento di ruoli sia, non solo onnipresente, ma necessario.
    Nel 1972, Miyamoto prende parte alla mostra “13 Women Artists”, una delle prime espressioni artistiche, dalle fondamenta profondamente politiche, che denunciava il misero spazio che le grandi gallerie e istituzioni davano alle donne artiste.

    Ma quella di Miyamoto è un’arte che è sempre stata “politica”: ricercare l’imprecisione nella perfetta rigidità minimalista è un atto politico; non sottostare alle rigide regole di un sistema patriarcale è un atto politico; disobbedire, in qualsiasi forma, è un atto politico.


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    14 min
  • #6. Gina Pane è un'artista femminista?
    Spine di rosa conficcate nelle braccia, tagli sul corpo e sul viso: sono sicura che, almeno una volta nella vostra vita, vi sarà capitato di imbattervi in una di queste opere di Gina Pane, artista considerata quasi un’icona femminista dell’arte.
    Ma, ecco, sarà realmente così? Gina Pane è o non è un’artista femminista?

    Nonostante avesse partecipato ai movimenti di emancipazione femminile del ’68 e utilizzasse chiari riferimenti della sfera femminile nelle sue opere, la risposta non è così diretta come potrebbe sembrare.
    La sofferenza di cui tratta, infatti, non era esclusiva del femminile, quanto piuttosto di un dolore storico, culturale, sociale ed esistenziale che comprende l’altro nel più generale.

    Come lei stessa afferma, tutto quello che fa: << è per amore vostro: l’altro >>.



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    18 min
  • #5. “Amore” per Pablo Picasso, Jackson Pollock e Piero Manzoni
    L’“Amore”, senza dubbio è il concetto più controverso e discusso nell’arte: amori platonici, amori casti, amori sessuali, amori eterni e amori impossibili.

    Potremmo continuare all’infinito ma, in questo episodio, tratteremo di un altro tipo di “amore”: quello dei grandi artisti della storia dell’arte.

    Nello specifico, quello di Pablo Picasso, Jackson Pollock e Piero Manzoni.

    Un rapporto con il genere femminile decisamente ambiguo e deleterio: Picasso affermava che “ci sono solo due tipi di donne: dee e zerbini”, e ciò lo metteva subdolamente in atto nella sfera privata; Pollock e Manzoni preferivano che le loro donne (entrambe artiste di straordinario talento) mettessero in secondo piano la loro carriera artistica per badare alla casa.

    Probabilmente avere al proprio fianco una donna intelligente, capace e sicura di sé, crea in questi grandi artisti, ma anche in tanti altri uomini, un sentimento d’insicurezza e inadeguatezza.
    “La donna forte che un po’ ti turba” direbbe Marracash: si sentono minacciati, quindi le mentono, la sminuiscono e perfino l’annullano, cercando al contempo in lei continua approvazione e sostegno.

    Il loro “amore”, dunque, sarà all’altezza della loro arte?




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    21 min
  • #4. Mostra d'Arte Degenerata: il paradosso di Hitler
    Adolf Hitler, prima di darsi alla politica, era un pittore.
    Misero e incompreso ma, comunque, un pittore.

    E vi dirò di più: proprio perché era stato un pittore, era ben consapevole della potenzialità dell’arte come strumento di dominio delle coscienze e di propaganda politica.
    Per lui vi erano due tipologie di arte possibili: l’arte tedesca, perfetta, pura ed eterna, e l’arte immorale (nonché l’arte moderna), figlia di una modernità sempre più “degenerata”.

    Pertanto, nel 1937 vengono istituite due mostre: la Grande Rassegna di Arte Germanica, volta a sublimare l’arte tedesca, e la Mostra d’Arte Degenerata, creata al solo scopo di mettere in ridicolo le mostruosità dell’arte non tedesca.

    Ma nulla andò secondo i suoi piani.

    Hitler non aveva previsto due sentimenti profondamente caratteristici dell’animo umano: la curiosità e il senso del proibito. Questa Mostra d’Arte Degenerata, infatti, aveva riscosso tre volte il successo dell’altra, non solo in termini numerici (con tre milioni di visitatori in quattro mesi), ma anche per quanto a lungo se ne era discusso, tanto da prolungare la data conclusiva dell’esposizione.

    Due anni prima, nel 1935, durante il Congresso della Cultura, Hitler dichiarò che << la Germania nazionalsocialista vuole […] un’arte eterna >> senza sapere, però, che sarebbe stato lui stesso… a sopprimerla per sempre.


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    14 min
  • #3. Decostruire il genio: Lynda Benglis, Janine Antoni e Hannah Wilke
    In questo episodio incontreremo tre artiste che, con la loro ricerca, hanno sovvertito il senso della storia partendo dalla decostruzione di un concetto che ormai conosciamo bene: il mito dell’artista genio.

    Sto parlando di Lynda Benglis, Janine Antoni e Hannah Wilke che, con le loro rispettive opere Self (1970-’76), Loving Care (1993) e Through the Large Glass (1976), sono riuscite a sconsacrare questo mito intoccabile producendo un’arte nuova, graffiante e totalmente disallineata dalla narrativa tradizionale.

    Quella di queste artiste, e di molte altre che avremo modo di raccontare, è un’arte che diviene strumento di denuncia, di autodeterminazione e di rivendicazione di un corpo, di una coscienza, di una sessualità e di una voce.
    Dimostrandoci che il culto del genio... è tutt’altro che eterno.





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    16 min
  • #2. Perché non ci sono state grandi artiste? Parte 2: L’educazione dell’arte
    La figura miticizzata dell’artista genio non è stata la sola e unica componente artefice dell’emarginazione della donna nell’arte. Vi sono anche secoli di mancata educazione e formazione, di assente supporto e incoraggiamento da parte della famiglia e di imposizioni, standard e ruoli sociali e culturali ai quali doveva rigidamente attenersi.

    La donna, vista come madre, come santa, come amante, e perfino come diavolo, nell’arte diviene una musa, una fonte d’ispirazione dell’artista uomo.
    Per poter accedere al sistema dell’arte, doveva ricoprire il ruolo di modella (logicamente nuda), oggetto da ritrarre e mai soggetto attivo.
    Di conseguenza, non potendo studiare nelle accademie d’arte, le donne dipingevano al massimo per loro stesse, dovendo sottostare per di più alla supponenza dei mariti che, al contrario di loro, svolgevano un “vero” lavoro.

    “Voglio fare il pittore, non la pittrice come mia madre, che dipinge solo per sé stessa”
    - Benedetta Cappa Marinetti



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    14 min
  • #1. Perché non ci sono state grandi artiste? Parte 1: Il mito dell’artista genio
    Perché non ci sono state grandi artiste? Ve lo siete mai chiesti?
    In questo episodio cercheremo di dare una prima risposta a partire da una figura patriarcale che ha avvolto il panorama artistico: quello dell’artista genio.

    Dall’alto della sua superiorità divinizzata, il genio ha oscurato, minimizzato e ridicolizzato la pratica artistica femminile, come se la donna avesse biologicamente una mancata capacità a creare.
    La pittrice e autrice Simona Weller ci parla, a proposito, del Complesso di Michelangelo, la falsa credenza secondo cui « non c’è mai stata una Michelangelo donna », un senso di inferiorità penosamente subito dalle artiste nei riguardi del genio maschio creatore.

    Il genio, inoltre, va di pari passo con la retorica del “talento”, fattore storicamente ritenuto innato, divino e categoricamente estraneo alla donna che, come ben sappiamo, di divino non ha mai avuto nulla.
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    13 min

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Oltre alla storia dell’arte dei grandi maestri, sistematicamente studiati e idolatrati, esiste anche un’altra storia: quella degli emarginati, dei sorvolati e quella delle cose non…