Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta

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Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta episodes

  • Rotonda (Basilicata - Borghi Autentici d'Italia)
    Rotonda, uno dei Borghi Autentici d'Italia, sorge nella Valle del Mercure che rappresenta un ampio bacino fluviale occupato un tempo da un lago Pliocenico.
    Siamo nella parte sud occidentale della Basilicata, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, l'area naturale protetta più estesa d'Italia che si sviluppa tra Basilicata e Calabria.
    Arroccato su un'altura con una splendida vista del Pollino, Rotonda assunse anticamente questo nome dalla disposizione dei suoi edifici, ubicati in modo da sembrare un unico blocco rotondo con al centro il castello.
    La parte più antica di Rotonda è tutta un susseguirsi di vie strette e ripide, scale in pietra, e case con splendidi portali mentre del castello rimangono, sul cocuzzolo del nucleo antico, solo i resti.
    Rotonda è abbellita da opere d'arte in pietra calcarea locale.
    Oltre ai portali, fioriere, acquasantiere, vasche e fontane.
    L'attività degli scalpellini, iniziata a partire dal 1500 rappresenta infatti l'eccellenza dell'artigianato locale.

    Rotonda: https://maps.app.goo.gl/mP3fiQGnRxdwd3wV7
    23 min
  • Moliterno (Basilicata - Borghi Autentici d'Italia)
    Il borgo di Moliterno, uno dei Borghi Autentici d’Italia, situato nella provincia di Potenza, sorge arroccato intorno al castello medievale che domina la vallata sottostante.Il tipico paesaggio appenninico lucano circonda Moliterno, che si sviluppa avvinghiato al castello di epoca angioina, attraverso pittoreschi viottoli acciottolati stretti e in salita, su cui sfilano antiche abitazioni in sasso ed eleganti palazzi nobiliari.
    Moliterno, in Val D'Agri, è uno dei Comuni del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese​ e si caratterizza per un’economia di carattere prevalentemente agricolo e pastorale ancora legata alle lavorazioni tradizionali.

    Moliterno: https://maps.app.goo.gl/DRcMXZANFPMbt6wJ7
    10 min
  • Grottole (Basilicata - Borghi Autentici d'Italia)
    Grottole, uno dei Borghi Autentici d’Italia, è un piccolo borgo della Basilicata che sorge tra due fiumi, il Basento e il Bradano.
    Il suo territorio è compreso, in parte, nella Riserva Regionale San Giuliano e, nelle sue vicinanze, lungo il versante che si affaccia sulla valle del Bradano, si trova una bellissima area boschiva, il bosco “Le Coste”.
    Il nome di Grottole, che deriva dalla parola latina “criptula”, rivela le origini antiche del centro abitato che iniziò a formarsi, in epoca preistorica, all’interno di piccole grotte.
    Ancora oggi questi antri sono presenti nella zona sottostante il borgo e sono stati riadattati per creare dei laboratori per la produzione di vasi in argilla, oggetti che caratterizzano la produzione artigianale locale.

    Grottole: https://maps.app.goo.gl/5FX9wW9mboAaqm899
    7 min
  • 30 - L'ora infuocata - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    La storia è nota.
    Fetonte salì alla reggia del Sole suo padre e gli chiese di lasciargli condurre per un solo giorno il cocchio dai cavalli alati che dà luce alla Terra.
    Dopo molti dinieghi, il re acconsentì, ma diede il ragazzo severe istruzioni.
    Non salire troppo, disse o brucerai le case degli déi.
    Ma non devi nemmeno scendere troppo, perché incendieresti la Terra.
    Fetonte frustò i cavalli ma perse il controllo del carro.
    E in un attimo, scrive Ovidio nelle Metamorfosi, "i punti più alti della terra si incendiarono, il suolo si disseccò, si crepò e perse gli umori, i pascoli ingiallirono e alle piante si bruciarono le fronde".
    Ora eravamo davvero sul Nilo infuocato, su una strada blu elettrico nel deserto ocra, in mezzo ad arcipelaghi di isole, come tra Luxor e Abu Simbel.
    La maledizione di Fetonte gravava su di noi, ammoniva agli incoscienti aurighi del presente, annunciava con millenni di anticipo l'arroventarsi della terra e la stoltezza degli umani.
    7 min
  • 29 - Notte bianca - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    L'isola era coperta di giganteschi rami portati dall'acqua e calcinate dal sole.
    Quella sera non ci servì nemmeno l'accetta: i rami si spezzarono senza fatica e la pira fu pronta in un attimo.
    Valentina, che aveva vissuto mille bivacchi più di noi su tutti i fiumi del Pianeta, raccolse anche fascine di Artemisia per affumicare le zanzare.
    Già, le zanzare.
    Erano le nove, il sole non era ancora calato, e di loro neanche l'ombra.
    Dove si erano cacciate?
    Dove avevano i loro immondi abituri?
    Non se ne vedeva in giro nemmeno una.Mentre preparavo quattro panini al salame e una precaria tovaglia sulla sabbia accanto al fuoco, guardai la riva ed ebbi l'impressione che la vista mi si offuscasse.
    L'acqua tra i ciottoli era coperta di una strana nebbia.
    Uno stato minimale, un centimetro appena.
    Mi pulii gli occhiali, ma la foschia non se ne andava.
    Allora mi chinai sul fiume, e vidi l'orrore.
    Milioni di zanzare in attesa.
    Gli abitanti del villaggio fluviale ci avevano avvertito: in Lomellina si fanno gare di caccia alla zanzara.
    Quella sera mi ricordai che Franco Ratti, un amico che fa il sindaco e il medico condotto in mezzo alle risaie della Lomellina, mi aveva spiegato un giorno che il peggio veniva a trenta minuti dopo il tramonto e durava un'ora buona.
    Poi, più nulla.Infatti, tempo un'ora, la tortura finì come per un ordine planetario.
    Ma la notte che seguì fu agitata per tutti.
    Verso l'una Angelo uscì dalla tendina esasperato dal mio russare.
    Valentina ghignò: "le zanzare smettono, lui no”.
    12 min
  • 28 - Il mastodonte - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Un pescatore di nome Claudio, dopo aver assaggiato la mia valentia invitandomi a una nuotata a due nella corrente, tirò fuori dall'auto l'enorme mascella fossile di un mastodonte recuperato nelle ghiaie.
    “Sembrava un sasso”, disse, “poi ci ho scavato attorno e sono saltati fuori i segni dei denti.”
    “In pochi mesi avevo trovato ben tre teste di pachidermi, di quelli che venivano a morire in riva al Po ai tempi immemorabili in cui la pianura era un'immensa foresta acquitrinosa."
    Pescavano, cercavano oro e tesori sepolti, avevano magari un che di contrabbandieri, ma almeno non avevano perso il rapporto con il fiume.
    Quei lomellini d’assalto erano anche tra i pochi rivieraschi ad aver sgominato i ladri di fiume.
    Ladri di quelli veri, che viaggiavano di notte a luce spente per rubare motori marini.
    Da lì in giù ce n’era stata una strage.
    Lì niente: i briganti ci avevano provato una volta e mai più.
    Come avete fatto?, chiesi.
    “Semplice. Abbiamo nascosto delle spie nei motori e comunicato la cosa ai giornali. Da quella volta i ladri non ci sono più visti.“
    Ma ci dissero che sul Po passava di tutto, la notte: contrabbandieri, corrieri della droga, pescatori abusivi di siluro.
    "Non li beccano mai, le forze dell'ordine sono scomparse. Qui è un Far West.".
    Quindi Po era un nascondiglio perfetto, aveva profumo di leggenda.
    9 min
  • 27 - Acque bastarde - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Continuammo così, fino a quando, alle Bocche di Bassignana, il Tanaro ci tagliò la strada a gambatesa fra i pioppi.
    Era grosso, di colore verde mimetico, si affiancava al nostro Celeste Alpino e lo studiava guardingo prima di ibridarsi.
    La cosa migliore del fiume ce l'avevamo davanti: era quell'imbastardirsi di acque.
    L'apoteosi del meticciato.
    Si sfatavano anche i miti: la carta diceva che il nostro non era il fiume più lungo, ma appena il terzo in graduatoria.
    Lì il Tanaro segnava 241 km dalla sorgente, la Stura di Demonte 239,2 e il Po soltanto 226,5.
    9 min
  • 26 - Grilli di giorno - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    A un tratto, sotto lo scafo si svegliò come un frinire di grilli.
    Alex, che pareva addormentato, tese le orecchie per primo e chiese: "Cos'è questo rumore?".
    Angelo: “Come se friggesse? Allora è la ghiaia che corre. Il letto del fiume cambia ogni giorno".
    Valentina: "La ghiaia non dorme mai. Quando ho disceso la Dora Baltea in kayak sentivo i massi rotolare. Come il tuono di una frana, o zoccoli di cavalli al galoppo".
    Angelo sospirò: "Imprigionare un fiume è impossibile".
    Dissi: "L'unico modo di metterlo in sicurezza e dargli spazio. Ma vallo a dire ai signori del cemento".
    Ora il Dio frusciava debolmente, ora pareva canto di cicale, ora brontolava nel profondo.
    Il timbro della voce cambiò ripetutamente.
    Poi venne improvviso silenzio, per la vicinanza del Tanaro che rallentava le acque come un treno in vista di una stazione.
    6 min
  • 25 - Meandri perduti - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    La mappa al 100 mila diceva che dopo il Tanaro sarebbe iniziato un letto più largo e ingovernabile, e che qui meandri fossili si sarebbero fatti ancora più visibili con la confluenza del Ticino, il più potente dei fiumi del nord, e poi verso l'isola Serafini, alle porte di Cremona.
    Ecco dunque: l'ampiezza del Po non era negli ottanta metri del suo corso e nemmeno nei trecento del suo letto di ghiaie, ma i sette-otto chilometri tra quelle sinuose, che a nord e sud chiudevano il corso del fiume con una linea armonica e perfetta.
    Nessuna mano di architetto del paesaggio o di giardiniere avrebbe potuto disegnarla meglio.
    Quell'ampia zona inondabile era la garanzia della naturalità del fiume: su quell’autostrada larga come tre aeroporti, il Po correva libero e decollava sfolgorante verso il sole in ascesa.
    La potenza di quella pazzesca macchina d'acqua non poteva essere capita né da una barca, né da un ponte e nemmeno da un argine, ma proprio da quella linea di paesini sconosciuti e prudentemente arroccati.
    Qui dovrei dirvi la storia del fiume, e per farlo, scavare in quegli strati di ghiaie fin dove Persefone spinge e comanda gli oscuri movimenti della terra, frugare nelle enciclopedie, nelle mappe di oggi e i manoscritti di antichi abbazie.
    Dovrei, se questo fosse un viaggio per capire, ma se la storia è una stratificazione coerente, regolare, fatta per essere consumata in silenzio da disciplinati amanuensi nel chiuso di polverose biblioteche, la leggenda è altra cosa: è nata per essere evocata, ripetuta mille volte, passata in segreto di bocca in bocca, declamata da nonno a nipote senza mai essere scritta.
    È la leggenda che qui mi interessa, quella che sento ascoltando il canto del fiume tra gli argini o le voci di coloro che vi si affacciano.
    Il fiume andava, era lì davanti ai miei occhi, carico di forza battesimale e rigeneratrice, in mezzo a tutto si faceva carico dei nostri velini e della nostra imbecillità.
    Era insieme pazienza e furia vendicatrice.
    Rinasceva dopo ogni magra e ogni catastrofica piena.
    Sui suoi argini sentivo ancora fisarmoniche e vedevo nonni prendere i nipoti per mano e dir loro: ecco, questo è il tuo fiume.
    10 min
  • 24 - La litania - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    E già si ripartiva vogando nella sera, col Monte Rosa diventato blu acciaio a nord-ovest, alle nostre spalle, oltre il ponte.
    C'era un magnifico ritmo da assieme che ci rese contrabbandieri sotto la mezza luna.
    Il vino ci aveva messo in corpo forza supplementare e un allegria nuova.
    Attraccammo in perfetto silenzio sulla riva destra, sotto una scarpata boschiva.
    La capanna era rigorosamente di legno.
    Doveva essere casa e barca allo stesso tempo; tana e rifugio, imbarco e trampolino per fantastiche immaginazioni.
    Dentro, il lusso del minimo per vivere.
    Fuori, sul terrazzo, collezioni di oggetti fluviali di foggia inverosimile.
    Ci preparammo meticolosamente a passare la notte sul terrazzo, con materassini e sacchi a pelo.
    Mi immobilizzai come un ramarro sotto l'Orsa Maggiore, ripetei la santissima parola "baracca" che tanto somigliava a "barca" e anche al fulmine tremendo dei Fenici, poi mi addormentai mormorando i bei nomi rivieraschi della mappa, e la gloriosa giornata si chiuse con quella strana litania.
    7 min

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