Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta

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Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta episodes

  • 23 - Il ponte e la Luna - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Si dice che nel Po ci siano sere in cui i pesci parlano.
    Anche quella sera, sopra il ponte di Valenza, passò la luna più antica del mondo e nella corrente i pesci parlarono.
    Seduti a un tavolino sulla terrazza della trattoria Al Ponte, alta sulla prima campata della riva destra in bilico fra Piemonte e Lombardia, felicemente esausti.
    Bevevamo Bonarda fresca e ascoltavamo le mille voci delle acque.
    Per pochi minuti l'ultimo sole arrossò i piloni in cotto piantati nelle rapide azzurro acciaio, poi un treno dall'unico vagone batté il tempo di una polka sulle traversine.
    Quanta storia in quel manufatto. Si meritava un romanzo.
    Iniziato da Carlo Alberto nel 1847, fatto saltare dagli austriaci nel 1859, demolito da una piena a fine secolo, aveva visto passare i fanti nei giorni del Piave e i tedeschi in fuga parecchi anni dopo.
    Anche la trattoria era una di quelle che da sole valevano il viaggio.Incastrata nella muraglia del ponte, lì tra strada e, i binari e una garitta in mattoni con la scritta FIUME PO, restava un luogo fuori dal tempo.
    Bancone, mobili, nulla era cambiato da un secolo.
    Solo la marca delle bottiglie allineate sul muro denunciava l'età contemporanea.
    7 min
  • 22 - La farfalla - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Respirando a pieni polmoni, sapevamo che l'ammirabile geometria delle verdi risaie Vercellesi e della Lomellina, conteneva i veleni che li avevano resi uno sterminato camposanto per pesci, uccelli, piccoli mammiferi e farfalle.
    Escluse le nuove specie invasive come lo storno o i corvi di generale, nel nord il resto del mondo alato era ridotto al lumicino, con situazioni disperate per passeri e allodole, per verdoni, cardellini, fanelli, verzellini e ciuffolotti.
    Specie comunissime solo trent'anni prima erano quasi scomparse, non se ne pronunciava più nemmeno il nome.
    Prima del nostro viaggio sul grande fiume, un alessandrino di Bosio, Egidio Gola, mi aveva scritto una lettera sconvolgente, nella quale parlava solo di una farfalla, eppure la descrizione che mi aveva fatto dei suoi fantastici voli nuziali in primavera e a settembre - danze di gioia in onore del creato - mi aveva lasciato nell'anima un indelebile impronta di angoscia.
    Quell'insetto dal bellissimo nome - lycaena dispar -, dagli sfavillanti colori aranciati e rossi, era quasi estinto in Europa salvo che in quel tratto del Po e della Sesia, come nelle risaie del Casalese-Vercellese.
    Ma poi anche lì erano arrivati i pesticidi contro il punteruolo, un parassita del riso.
    La gente dice: chi se ne frega.
    Si può vivere anche senza la lycaena e col barracuda in mare.
    Non si capisce che, senza più barriere climatiche, le nuove specie possono portarsi dietro virus tropicali e attaccarci.
    8 min
  • 21 - Vogata veneziana - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Dopo l'ennesima sequenza di rapide apparve il campanile di Casale e, poco oltre, accanto al “Ponte del Diavolo“ vidi Alex sulla riva destra, e subito dopo Angelo, sbracciarsi per indicare l'attacco.
    Il viaggio cambiava passo: lo diceva la creatura pronta di Alvaro, lì accanto a lui, l'aveva fatta da sé, sotto il porticato di una cascina dalle parti di Valenza.
    La misurai a occhio, era lunga nove metri, piatta, affusolata, fatta per volare sulle acque.
    Un altro mondo rispetto alla canoa.
    Giornata da urlo, fresca e serena. Il traghettatore mi disse "prendi".
    Mi girai e lo vedi di porgere l'altro Remo.
    Non ebbe bisogno di dire "vai"; a spingere si impara in fretta.
    Il gesto era di una bellezza greca.Voltata in avanti, in piedi come i gondolieri.
    Spinta sincronica con respiro e posizione eretta che aiuta a guardare lontano, molto più lontano che sulla canoa.
    Non ci potevo credere: era stato sufficiente quel metro in più in altezza per sfuggire alla prigionia della visuale.
    Uno-due, uno-due, una gamba avanti e una indietro.
    Con quel remo elastico, che si tendeva come un arco, veniva anche voglia di cantare.
    8 min
  • Parte Prima «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Il Po, anzi Po senza articolo, e il grande fiume, il fiume per eccellenza.
    Questo libro è il diario scritto da Paolo Rumiz della sua discesa fluviale, il cui manoscritto che la narra è giunto nelle mani dell’editore nel dicembre 2012, ma per il quale non vi sono certezze sui tempi della sua stesura e nemmeno su quelli del viaggio, in quanto l’Autore non dichiara mai il tempo della partenza.
    Fatto sta, che comunque, ciò che viene raccontato è di un’attualità impressionante.

    Sei bucanieri
    Il lumino
    Invisibili tra i salici
    Song of the paddle
    Primi affluenti
    Il cataclisma
    Soli nella sera
    L'albero storto
    Sull'argine al buio
    Il sogno del treno
    Il lago morto
    I murazzi
    La grande valle
    Diserzione dall'acqua
    Mandrie e risaie
    Il salasso
    Ombre sulla corrente
    Nebbia
    Papavero bianco
    2 hr 21 min
  • Vini sotto il segno di Toros (Friuli Venezia Giulia)
    Siamo a Cormòns, per la curiosità di vedere da dove si sprigiona il nettare che distilla il vignaiolo friulano Toros, alziamo lo sguardo alla nostra destra e in cima alla collina ci viene indicata linea del confine sloveno.
    Entriamo nella piccola strada che porta la tenuta del vignaiolo Toros, come ama definirsi. 10 ettari, intorno alla casa e alla cantina, vitati con le migliori uve bianche - ma fa anche un buon Merlot - che risalgono agli inizi del 1900.
    Prima di lasciare la simpatia di poche parole e fatti di qualità visitiamo la cantina di botti grandi e barrique - piccole botti di rovere francese da 750 euro destinati a mantenere il vino per un massimo di due stagioni -, che conservano il vino d'oro. Grandi grotte, che temperano questa fortunata qualità, restaurati in uno stile perfetto fatto di razionalità, ampiamente rispetto del tempo, che ha lasciato integra e naturale la pietra, in alcuni tratti risalente al 1648, e ha reso moderni i metodi della lavorazione.
    E’ qui che la qualità perfetta dei vitigni si sposa con la cultura enologica che fa di Toros uno dei produttori di vino di migliore qualità del Collio.

    Azienda Agricola Toros - Cormòns: https://maps.app.goo.gl/RwHfyvf6dxBH4V8QA
    7 min
  • Porchetta di Ariccia Igp il maiale con metafora (Lazio)
    La paternità del maiale in forno viene spesso rivendicata da Norcia in Umbria e da Campli in Abruzzo, ma questa cittadina Laziale, Ariccia, che è riuscita negli anni a ottenere una sorta di copyright e la relativa benedizione del marchio Igp e di una regolamentazione.
    Ma entrando nel merito, i suoi produttori. il cui nome è quasi sinonimo di porchetta nell'area dei cosiddetti castelli Romani, che ha il suo epicentro ad Ariccia.
    Porchetta fa rima con digeribilità, infatti si sta cercando di sfatare l'idea della porchetta come cibo da Fraschetta - sorta di cantine dei Castelli Romani dove si consuma il maiale arrostito di solito portandolo dai negozi dove si è acquistato, chiedendo solo vino e un coperto molto semplice - e far sì che venga invece considerato più sano cioè un prodotto che possa essere consumato da tutti, anche da anziani e bambini.

    Ariccia: https://maps.app.goo.gl/gnK9x54nBqANCM4m8
    5 min
  • Pitina Peta Petuccia Carne per tempi migliori (Friuli Venezia Giulia)
    Pecora soprattutto e, occasionalmente, capra o, ancor più raramente, selvaggina: questa è la materia prima.
    Quando morivano un camoscio o un capriolo, se si feriva o ammalava una pecora o una capra, non ci si poteva permettere di non utilizzarne la carne e in particolare di metterla da parte per la stagione autunnale invernale.
    Tecnicamente la pitina è una polpetta di carni, come detto, bovine, caprine, ovine o selvaggina: capriolo, camoscio, cervo e cinghiale, preparata con l’aggiunta di lardo o sottogola di maiale e aromatizzata con spezie.
    La differenza di queste aggiunte crea la distinzione tra peta (che è anche più grande), pitina e petuccia.

    Maniago: https://maps.app.goo.gl/5pfW4GjJUroXXxRk8
    5 min
  • Olio Tergeste Dop l'Olio venuto dal nord (Friuli Venezia Giulia)
    Cosa sarebbe la cucina nostrana senza l’olio?
    E chi penserebbe che l’olio si allocasse e derivasse dalle colline triestine?
    La storia testimonia radici lontane dell’olivicoltura, dal periodo preromano quando i Fenici circumnavigando l’Adriatico piantarono alberi di ulivo lungo le sue coste.
    Per scoprire quanto sia buono quest’olio, basti dire che otto produttori sono nelle classifiche dei migliori d’Italia.

    San Dorligo della Valle - Dolina: https://maps.app.goo.gl/LsqkQ5u5mqDapTM28
    4 min
  • Mais oui la polenta di Sermoneta (Lazio)
    Sermoneta è una meravigliosa cittadina medievale in provincia di Latina le cui origini si fanno risalire ad epoca preromana.
    A soli 60 km dalla capitale, il borgo domina la pianura pontina e lega il suo nome alla famiglia Caetani, che qui eresse un castello attorno al quale la città si espanse fino a diventare il centro principale del feudo.
    Per molti studiosi la polenta è nata qui e non nelle brume nordiche.
    Di sicuro, intorno al centenario appuntamento-festa di metà gennaio, ci sono documenti storici che fanno da prove.
    Ad esempio, la Sagra della Polenta di Sermoneta si celebra prima del periodo quaresimale, così come storicamente raccontato dall'editto dell'anno 1622 del canonico sermonetano Leonardo Scincia, all'epoca governatore papale.
    Proprio a lui si deve l’istituzione con tanto di bando della festa.
    Ma la tradizione è ancora più antica e ha un'origine suggestiva.
    Agli inizi del 1500 un tal Guglielmo Caetani, di ritorno dalle Americhe, portò con sé un sacchetto di strani semi chiamati "mahiz", li seminò nelle sue basse terre, ricavandone una abbondante raccolto. E, dato che il Caetani "ospitava" nelle prigioni del castello di sua proprietà i peggiori delinquenti, pensò di dare ai prigionieri anziché la solita poltiglia di grano, una pietanza ottenuta con farina di mais che piacque ai prigionieri.

    Sermoneta: https://maps.app.goo.gl/AErHfAGUf8KNN1Gc8
    4 min
  • La musica dei calici (Friuli Venezia Giulia)
    “In quale regno, in quale secolo, sotto che silenziosa congiunzione d'astri, in che giorno segreto che il marmo non ha salvato, sorse la valente è singolare l'idea di inventare l'allegria? Con autunni dorati l'ha inventarono. Il vino fluisce rosso attraverso le generazioni come il fiume del tempo e nel largo cammino ci prodiga la sua musica, il suo fuoco, i suoi leoni ".
    Così si apre il sonetto al vino di Jorge Luis Borges, lo scrittore argentino, che prosegue con esaltazione del potere traumatologico della bevanda d'uva: “della notte del giubileo o nella giornata avversa esalta l'allegria o mitiga lo spavento”.
    Il Friuli Venezia Giulia, come è usuale, si fa riconoscere per qualità e tra le sue strade ecco Terre di Ger che, come racconta Robert Spinazzè, è nata "come un ritorno alle origini di mio papà Gianni che è sempre stato un viticoltore con la passione della vite e del vino e dopo una carriera da imprenditore desiderava a ritornare ai suoi vigneti.”
    "l'idea era di un'azienda che corresse al di fuori degli schemi del territorio, valorizzando dei vitigni autoctoni come il Verduzzo, dimenticati dalle tendenze modaiole dei vini internazionali e omologati”.
    Ci leviamo il cappello con i versi che concludono la poesia di Borges, come fosse un augurio al Terre di Ger e a chi ama la musica dei calici: "vino, mostrami l'arte di vedere la mia stessa storia come se questa fosse già cenere nella memoria".

    Terre di Ger Pravisdomini: https://maps.app.goo.gl/qeXhsbBkA6j6vnXE6
    6 min

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