Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta

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Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta episodes

  • Cesanese di Affile Redivino (Lazio)
    Il "Cesanese di Affile” è ottenuto da un vitigno autoctono originario conosciuto fin dai tempi della Roma antica, quando i coloni, affascinati dal clima, disboscarono per fare spazio a favolosi vigneti; infatti cesae vuol dire luoghi dagli alberi tagliati.
    Riassumendone le caratteristiche: il colore è rosso rubino che con l'invecchiamento tende al granato; l'odore è delicato, caratteristico del vitigno di base e il sapore morbido, leggermente amarognolo.

    Affile: https://maps.app.goo.gl/K2TKSMH8q7nBM9t8A
    4 min
  • 20 - Papavero bianco - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Vale era solita ai furori botanici e cominciò a concionare da poppa.
    Evocò il Verbasco, il Latirus, l’Iperico e l'Artemisia, citò piante arcane dai nomi complicati che non riuscii a mandare a memoria, poi pronunciò con reverenza il nome del papavero bianco, la fata morgana che da trent'anni la chiamava senza svelarsi mai.
    Un camminatore glielo aveva segnalato proprio da quelle parti, tra le risaie piemontesi, e lei lo stava cercando ancora con gli occhi, sull'argine.
    "È il mio piccolo fantasma di pianura," gridò da poppa lottando con le rapide, "al centro ha la capsula scura delle papaveracee, stessa famiglia del papavero da oppio! I Petali sono aerei! Trasparenti! Si perdono al primo soffio di vento! È un fiore magico, raro, è impossibile da raccogliere e da conservare!“
    Parlava, anzi delirava, come un manuale di botanica.
    “Pochissimi lo vedono, non ha a che fare col papavero rosso, sanguigno messaggero dell'estate! Questo è legato a Morfeo! Al sonno e alla morte!“
    7 min
  • 19 - Nebbia - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    La sera, in una pizzeria della riva destra, spostai i boccali di birra verso l’orlo del tavolo e aprii in mezzo ai compagni la carta delle meraviglie.
    Angelo la esplorò attentamente anche per verificare la correttezza delle mie annotazioni lungo l'asse del Po, che conosceva a memoria fino alla foce.
    Alla fine disse che tanta precisione era inutile perché sono su un fiume nulla è sicuro e il tracciato della corrente cambia sempre.
    Guai pensare di conoscerlo.
    Ti spiazza sempre, e ogni volta va interpretato.
    Si possono trovare così tante sorprese che non vale nemmeno la pena memorizzarlo, questo può.
    Fuori è calata la nebbia, tempo di amarcord, e l’omerico Bosio, davanti a una parte pizza la scarola, e raccontò di quella pazzesca solitaria da Venezia a Torino.
    Fatta quasi a 70 anni, e mica col kayak, che sono capaci tutti.
    Angelo Bosio, orafo dalle mani come benne di caterpillar, l'aveva fatta col barcè, la principessa di fiumi e dei laghi, cantata da poeti e viaggiatori, nobilissima discendente della piroga, una lunga scialuppa che controcorrente va spinta con un remo ferrato sul fondale.
    Io ero spossato dal sole e da due notti di insonnia, ascoltavo con fatica, e quando la nebbia si fu definitivamente chiusa attorno a noi portando odore di lignite, pensai ai Balcani, alle sue stufe povere, ed ebbi voglia di una banda di zingari, una di quelle che suonano fino all'alba e ti estenuano di saudade dopo averti già sfiancato con ritmi dionisiaci insostenibili.
    ”E dicci," chiese intanto Vale ad Angelo, "come è cambiato il fiume?“
    "Nel 1970 c'erano ancora i ponti di barche, come a Pontelagoscuro.
    “E l'acqua era meglio o peggio?"
    “Trent'anni fa sembrava più sporca di adesso. Però bisogna sempre vedere cosa c'è dentro, capisci? Perché finché ci sono gli scarichi dei gabinetti è ancora niente .... È la chimica che fa danno, e quella non c'entra con la limpidezza.”
    Valentina e Angelo non sentivano stanchezza e continuavano a parlare.
    Io intanto navigavo verso altri pianeti.
    Angelo si chiuse nel tabarro e sorrise.
    "Qui d'inverno, con questo tempo, ti perdi in 10 metri. Anche in pieno giorno, se becchi il pilone di un ponte, non fai in tempo a evitarlo.”
    9 min
  • 18 - Ombre sulla corrente - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Dietro alla Dora c'era Saluggia, dove dormivano le scorie nucleari italiane in uno dei punti più a rischio inondazione della Pianura Padana.
    L'avevo vista per la prima volta sotto un temporale che faceva friggere i fili dell'alta tensione in mezzo alle saette tra le risaie.
    Qualche chilometro più a est avremo trovato anche la centrale atomica di Trino, con le cupole a pagoda che parevano fatte per i fulmini.
    Sulla carta risultava spenta, ma il suo cuore pulsava ancora, sotto la sorveglianza di decine di tecnici.
    Era come se il demonio avesse scelto l'innocenza della natura per costruire le sue tane di tenebra.
    Era stato schierato "grande opera", con quella enfasi babilonica, da piano quinquennale sovietico, che sembrava fatta apposta per occultare gli insulti all'ambiente.
    Spesso la grandezza in edilizia è tale solo nella devastazione: e il peggio è che "grandi" manufatti si fanno nulla dove è giusto si facciano, ma banalmente dove le popolazioni protestano meno.
    Si scelgono i punti di minore resistenza.
    Era accaduto anche nel vercellese, che si era visto infliggere quel regalo solo perché i reggitori della cosa pubblica avevano saggiato la bassa conflittualità sociale del territorio.
    I piemontesi sono obbedienti, ma i vercellesi sono i più obbedienti degli obbedienti, e l'Italia li premiava col rischio permanente di una catastrofe.
    Ma ebbi un tuffo al cuore.Non c'erano le cicogne.
    Rividi il Danubio e la Morava, dove avevo sentito mille volte il colpo secco e ripetuto dei loro becchi.
    Qui nulla.
    Gli uccelli portatori di fortuna, su cui nemmeno i cacciatori sparavano, avevano abbandonato l'Italia.
    Lo sentii segno di malaugurio e mi chiesi se anche quel traffico pazzesco di volatili sul Po fosse sintomo di salute o piuttosto di abbandono da parte degli uomini.
    10 min
  • 17 - Il salasso - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Consultammo la mappa al 50.000, e invece arrivò la smentita: era proprio la Dora.
    Il fiume che era sceso dal Bianco percuotendo con spallate formidabili castelli valdostani e i graniti delle Cozie, la mitica sorgente sotto il ghiacciaio del Miage dalla quale per un attimo, mesi prima avevamo pensato di cominciare questo viaggio, si svelava in quel punto una cosa sfiancata e senile, come il Don che si impaluda tra i fanghi del mare di Azov dopo un viaggio senza meta in pianure sconfinate.
    Era stato il Vampiro: l'aveva dissanguata a pochi chilometri a monte, con uno sbarramento che deviava metà delle sue acque verso le risaie della riva sinistra.
    In Valle d'Aosta erano andati più pesanti.
    Muri, canalizzazioni e massicciate ciclopiche avevano fatto di quelle montagne un micidiale acceleratore di acqua.
    Stava dunque lassù, tra le nevi immacolate delle Graie, la macchina di alluvioni della Padania.
    Far girare l'economia attraverso i lavori fluviali è una malattia italianissima, anche nelle terre che ostentano una "diversità" dal resto del paese.
    In Valle d'Aosta anche lo sfruttamento idroelettrico aveva raggiunto livelli parossistici.
    Ma anche il Po aveva appena subito il suo salasso da un enorme canale chiamato Cavour.
    Eppure i canali, quindi affluenti alla rovescia che toglievano invece di dare, facevano parte eccome della nostra storia.
    Spiegavano che l'immenso treno di acque che arrivava in Adriatico era solo ciò che restava degli apocalittici prelievi, decisi il nome del cosiddetto sviluppo.
    10 min
  • 16 - Mandrie e risaie - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Dopo un chilometro Pier fece un grido lungo, come dalla coffa di un veliero: "mandrie all'abbeverata!".
    Era difficile da credere: bestiame libero sbucava tra i salici.
    La metropoli era appena passata, ed era già spazio di gauchos e cowboy.
    Nemmeno Valentina si sarebbe aspettata un fiume così allo stato brado.
    Eppure lei è una che scende i fiumi alpini, dell'Alaska e della lontana Siberia; passato notti in tendina fuori dal mondo e si addormenta consultando le mappe.
    Sa di cercatori d'oro, dialoga con gli ultimi barcaioli e cerca fiori rari nelle lande più desolate.
    E mentre tra le vigne del Monferrato e le risaie del Vercellese la ciurma vogava in stato d'allerta, tesa a non perdere l'attimo dello sposalizio, sulla sinistra, oltre una cerniera di ciottoli e sabbie lucenti, qualcuno intravide un ramo d'acqua tra i salici e gridò per avvertire il gruppo.
    Ma si convenne che non poteva essere la Dora, era troppo ferma, troppo magra.
    Aveva sì il colore azzurro anemico dei ghiacciai, ma non l'irruenza di un fiume alpino.
    6 min
  • 15 - Diserzione dall'acqua - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Ripartii dunque, e mi fu strano sedere sul sellino anziché sulla panca di una canoa.
    Il richiamo dell'acqua si faceva sentire, anche dopo due soli giorni di viaggio.
    Guardando con attenzione dall'argine, anche lì la discesa via fiume si svelava problematica.
    Gli approdi per il trasporto delle canoe erano un disastro.
    Il paese, nato sul fiume, ne era stato separato da uno sbarramento invalicabile di 5 guardrail, un sovrappasso sull’argine, un tunnel, una diga e un gigantesco canale dal brutto nome di Cimeno, che si portava via gran parte dell'acqua e faceva del Po un illustre moribondo.
    Che ipocrisia, pensai, facilitare il movimento ai disabili, se non c'è nulla per far passare i sani.
    Non trovavo accessi alla riva, non c'era una breccia che fosse una.
    Così chiesi aiuto a un nonno che passava in bici con il nipotino addormentato sulla seggiola posteriore.Il dialogo fu surreale.
    Scusi, come si arriva al Po?
    "Non lo so, non ci sono mai andato.“
    Ma lei è di qui?
    "Sì, ma non vado mai sul Po. Però penso che può provare di là, oltre quei tre campi sportivi, forse c'è un varco.“
    La città metropolitana aveva un grande fiume, ma rinunciava al canto delle acque, non badava alle storie racchiuse e a quella cassa armonica, non capiva nemmeno che un'acqua immobile è mille volte peggio di un greto rialzato.
    Mi resi conto che non me ne fregava niente di "spiegare" il fiume.
    A quello scopo erano già state spese parole a milioni.
    Indagini, ricerche scientifiche, inchieste di giornali.
    Io cercavo la leggenda.
    9 min
  • 14 - La grande valle - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    “Guardi”, mi disse il professore, e mi aprì sul tavolo una mappa più complicata della mia.
    Raccoglieva montagne di dati sulla cultura di quella che chiamava la Grande Valle.
    Aveva un cognome genovese, si chiamava Grimaldi, di nome faceva Carlo ed era antropologo, come dire che studiava gli umani.
    A me interessava anche perché era figlio di grande padre narratore e quelli che hanno avuto una simile fortuna di solito raccontano meglio di altri.
    Difatti narrò.
    Disse che la salvezza del pianeta stava nella rete dell'economia locale, e che sul Po, la Mesopotamia d'Italia, il fondamento di queste micro-economie era ancorato alle memorie orali.
    Gli antropologi, disse, non devono occuparsi solo di terre esotiche ma anche delle tribù di casa propria.
    Ai nostri tempi si moriva senza lasciar traccia nelle nuove generazioni, e l'unico modo per arginare quella catastrofe cosmica era un'operazione sistematica di ascolto.
    "Ma oggi c'è un revival della memoria ", disse, "il solo Piemonte ha quattrocento musei del mondo contadino, vorrà pur dire qualcosa.
    E’ il bisogno di auto-rappresentazione che scatta in chi vede sparire il suo mondo.
    Dobbiamo impedire che non ci resti nulla da ricordare proprio nel momento in cui aumenta il bisogno di passato".
    5 min
  • 13 - I murazzi - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Oltre il ponte, il fiume d'Italia ridivenne lago immobile verde marcio, coperto da un soffice strato bianco-sporco di polline caduto dai salici.
    "Conosco la storia dall'inizio”, brontolò Valentina, "si comincia con gli argini, poi arrivano gli sbarramenti di massi, poi sbarramenti un po' più grossi di calcestruzzo, poi c'è lo stadio finale della degenerazione, cioè questa serie di laghi putridi che stiamo incontrando tra un ponte e l'altro". Eravamo stanchi, pur avendo fatto solo la metà dei chilometri e il giorno prima.
    Ma almeno il paesaggio cominciava a muoversi: prima di Moncalieri la pianura si gonfiò di colline e si animò di passanti.
    Anche l'acqua prese vita e incrociammo i primi canotti di Club.
    Costeggiammo imbarcaderi, fummo salutati dai ciclisti; al club Amici del remo ci gridarono di restare, ma la città era alle porte e volevamo arrivarci.
    L'esperienza di entrare in una metropoli via acqua non l'avremmo fatta mai più nella vita, con il parco del Valentino e gli alberi secolari sulle rive.
    C'era la banda sui murazzi, ci dissero che la città celebrava il patrono.
    Nei club affacciati sul fiume vedemmo stuoli di camerieri attorno a tavole imbandite.
    Le Rive erano piene di giovani e l'acqua intasata di canoe pronte a una gara amatoriale.
    Non avremmo mai più incontrato tanta gente sul Po.
    Dopo Torino la città urbana finiva e mai più, la sera, il vento del fiume avrebbe increspato i capelli di belle a passeggio, agitato tovaglie di ristoranti o accarezzato velluti di vecchi caffè.
    Niente più città sulla corrente, come Budapest o Parigi.
    8 min
  • 12 - Il lago morto - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    La flottiglia si lasciò catturare dalle acque, ma la magia del giorno prima era finita.
    Po cominciò a perdere velocità, poi divenne acqua morta.Sì annunciavano le dighe torinesi e l'orrore ci venne incontro con chilometri di anticipo: una lanca immensa sulla riva destra, un lago, anzi, creato da una cava di ghiaia.
    Lì sotto le Alpi la pianura era una sterminata miniera di ciottoli e i signori del calcestruzzo ne avevano talmente rappato i fondali che la cava era stata chiusa per eccesso di sfruttamento.
    Scivolammo come in sogno, in un silenzio immobile che sembrava preludio di agguati e temporali.
    Po era torbido, pigro e surriscaldato da una cappa di afa.
    Le nostre canoe ballarono su saliscendi di spine, fango e detriti , poi ritrovarono il fiume perduto.
    Ma l'acqua restava morta anche a valle.
    Nemmeno le turbine idroelettriche con la cascata d'acqua in uscita bastavano a ridarle slancio, Pierluigi finì in un banco di sabbia mobili, la riva si svelò un famoso Mekong e per un attimo anche la sillaba “Po” parve immobile come il Mar Morto.
    10 min

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