Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta

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Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta episodes

  • Ferrovia del Gusto da Roma ad Avezzano
    Questa storia racconta 8 fermate della ferrovia che in 80 chilometri porta da Roma ad Avezzano.

    Stazione di Roma Tiburtina: https://maps.app.goo.gl/H65d67h3HRxAJ3mT6

    La stazione di partenza è Roma Tiburtina, ma si può anche salire a bordo dalla stazione Prenestina.
    A poco più di un chilometro da Prenestina, in via Tor de’ Schiavi, ha sede 180g Pizzeria Romana, che propone un’eccellente pizza scrocchiarella accompagnandola con fritti di straordinaria fattura, sui quali brillano i supplì al telefono.

    Stazione di Tivoli: https://maps.app.goo.gl/TYd3RpMHcsoSGvee8

    Chi percorre la tratta che va da Roma all’Abruzzo ha la fortuna di imbattersi in alcuni dei luoghi più belli d’Italia.
    Tra questi vi è Tivoli, con una delle ville più celebri del Bel Paese: Villa d’Este.
    Il suo giardino all’italiana e le sue fontane la rendono tra le mete più ricercate della penisola.
    Alla stessa distanza dalla stazione, ma su un altro versante della città, si trova Villa Gregoriana, un’oasi naturale costruita per Papa Gregorio XVI a inizio Ottocento: uno spettacolo di boschi e corsi d’acqua, davvero straordinario.

    Stazione di Castel Madama: https://maps.app.goo.gl/K5vtjJp1oTQLQ1py7

    Sebbene la stazione disti circa tre chilometri dal centro abitato, la visita della località è degna di nota.
    Raggiungendo il centro, ci si imbatte nei quattro rioni storici, e nel punto più alto della città si trova la chiesa dedicata al patrono San Michele Arcangelo, realizzata nel luogo in cui sin dal 1000 sorgeva l’eremo dedicato all’Arcangelo.
    Nell’agro circostante si produce un extravergine di qualità e sono presenti moltissimi alberi di pera spadona.

    Stazione di Roviano: https://maps.app.goo.gl/5UbbkxUo8GuC9UWt8

    A pochi passi dalla stazione del bellissimo borgo di Roviano, in piazza San Giovanni, ha sede il Museo della Civiltà Contadina dell’alta valle dell’Aniene, allestito all’interno del suggestivo palazzo baronale.
    Il paese, inserito tra i Borghi Autentici d’Italia, è circondato da boschi di castagni, querce e faggi dove respirare aria pura a pieni polmoni.
    Da scoprire, i tanti piatti e prodotti di Roviano sarà un vero piacere: come ad esempio i cuzzi co’ j’ajju, un particolare formato di pasta simile alla chitarra abruzzese condito con aglio, olio, peperoncino, sugo di pomodoro e cosparso di tanto pecorino locale.

    Stazione di Arsoli: https://maps.app.goo.gl/THc8iBfUCWknNYr3A

    Costeggiando la linea del confine tra Lazio e Abruzzo, giungiamo ad Arsoli, l’ultima fermata in provincia di Roma prima di entrare in terra aquilana.
    Del luogo si hanno notizie già in una bolla pontificia dell’864, in cui Papa Gregorio IV notificava la costruzione in quest’area di un monastero.
    E’ su questa struttura che fu poi costruito il castello di proprietà dei Massimo.
    In queste terre, dal 1552 si coltiva un particolare legume, la fagiolina, Presidio Slow Food, che si cucina cuocendola in pignatte di terracotta con le ciciarchiole (pasta fresca locale) o con pane raffermo.

    Stazione di Carsoli: https://maps.app.goo.gl/Hr4k7F1QRCNfWG2P8

    Ed eccoci in Abruzzo.
    Meno conservato di quello di Arsoli ma altrettanto affascinante è ciò che resta del castello detto degli Orsini, cui si...
    18 min
  • 10 - Sull'argine al buio da «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Le zanzare adorano tre cose: il sottobosco, le rive dei fiumi e l'ora dopo il tramonto.
    E noi, d'astuzia, giungemmo a Carignano esattamente un'ora dopo il tramonto, in un umido sottobosco fluviale dove la Luftwaffe non aspettava che noi, motori accesi sulla battigia.
    Amici di Flavio ci avevano messo a disposizione il capanno dei loro banchetti, dal nome inequivocabile di Merendero, ma i cento metri per raggiungerlo furono un percorso di guerra.
    In mezzo a mirabelle, glicini e fiordalisi, le maledette giunsero in formazione, sibilarono come trapani e si saziarono delle nostre carni.
    Fu per loro gioco facile, perché avevamo le gambe scoperte, una stanchezza tremenda in corpo e le mani occupate da troppe cose.
    Scaricare al buio fu bestiale.
    Seminammo così tanto materiale tra gli alberi che ritrovarlo diventò impossibile e tanto valse rimandare al mattino le operazioni di recupero.
    In una foresta vergine di acacie, salici, pioppi e sambuchi avevamo perso il controllo delle manovre di sbarco, e anche il capanno vuoto, normalmente destinato a maratone di briscola e ragù, fu travolto in un attimo dal caos più totale.
    6 min
  • 9 - L'albero storto da «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Chi naviga non deve abbandonarsi troppo alla contemplazione.
    È la prima regola.
    E così, dopo la confluenza con la Maira che mi aveva quasi spaventato sentendomi un agguato sulla destra, sempre seguendo il filo dei pensieri presi il ramo sbagliato del fiume, sulla sinistra anziché a destra di un'isola di ghiaia che si rivelò più lunga del previsto.
    Nella penombra non mi ero reso conto di avere imboccato la strada più difficile, e ormai la corrente mi stava risucchiando verso un albero che pencolava dalla riva a pelo d'acqua.
    Da quel momento feci uno sbaglio dopo l'altro; non usai il remo come timone, remai inutilmente nella direzione contraria, nel timore di cadere non mi inclinai col peso del corpo abbastanza per favorire la virata, e soprattutto non mi appiattii sul fondo della canoa per scansare il tronco quando mi venne addosso.
    E così mi rovesciai, perfettamente solo nel fiume.
    10 min
  • 8 - Soli nella sera da «Morimondo» di Paolo Rumiz
    L'acqua ci rigenerò, divenne fonte battesimale, miracolo che rese lieve la fatica.
    Saremmo arrivati col buio, ma che importava.
    Era magnifica la vogata del silenzio della sera.
    Mi ritrovai solo sulla vecchia "Prospector", ed essere soli in canoa significa sentire la voce del fiume.
    Cambiava tutto, anche la vogata.
    Diventava rotonda come un mezzo colpo di mestolo, ed era quello l'unico movimento praticabile per mantenere la direzione spingendo sempre sullo stesso lato.
    Scese la sera color amaranto e, mentre vogavo in silenzio, mi vennero mille idee.
    Il bisogno di scrivere aumentò, divenne irresistibile.
    Ci provai, ma fu di nuovo una pena.
    Dovevo mollare da capo il remo, estrarre il taccuino dalla sacca impermeabile, rovistare nel marsupio in cerca della penna, scrivere in precario equilibrio sulla corrente, riporre il taccuino e la penna, sigillare la sacca, assicurarla con un moschettone, riprendere il remo.
    Era troppo.
    Così decisi di abbandonare le precauzioni e ficcare il taccuino in tasca.
    Ero entrato in un magnifico silenzio della mente.
    Provai un brivido a chiudere la carovana, la luce diventava senape, poi sentii la notte inseguirmi a passi lievi di leopardo.
    5 min
  • 7 - Il cataclisma da «Morimondo» di Paolo Rumiz
    La diga ci risucchiava veloci, e l'orrore si fece annunciare da una cava di ghiaia occupata da rugginose scavatrici abbandonate.
    Erano i resti fossili di un cataclisma. Le benne giurassiche erano state fulminate nell'atto di addentarsi fra loro.
    Oltre il ponte vecchio di Casalgrasso, l'acqua si fermò di colpo: lo sbarramento della malora ci chiudeva la strada come una cerniera lampo.
    Era davvero dura: una scarpata di massi sulla destra, una cascata sulla sinistra, invalicabili entrambe, e a pelo d'acqua ferri e ponteggi mai sgomberati dai padroni dell'energia.
    Come uscirne?
    Non avevamo guide, la parola scritta ci tradiva nuovamente.
    Il Po restava a secco d’informazioni per il navigatore.
    A due passi da Torino, nel cuore di una delle pianure più popolate del globo, entravamo in uno spazio bianco dell'atlante.
    7 min
  • 6 - Primi affluenti da «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Il fiume si allargò, l'acqua si fece torbida.
    Sulle canoe si erano formate coppie nuove e l'anagrafe si era sbilanciata: Flavio e Alex facevano 94 anni insieme, Valentina e Pier 104, Angelo e io 135.
    Ma la clemenza dell'acqua finì per smussare le differenze, spingendoci un po' tutti a pareggiare le andature fino alla confluenza col Pellice, il fiume dei Valdesi, uno sposalizio che ci godemmo superbamente soli.
    Le due acque si affiancarono e corsero parallele per centinaia di metri senza mescolarsi, diverse in colore, velocità e temperatura.
    Stranamente il tributario era più caldo del fiume maggiore pure essendo più vicino alle nevi Alpine.
    Un enigma che non avrei più risolto.
    Ma le confluenze celebrano altri misteri.
    A Monte di Torino i tributari più meridionali del Po sono anche quelli che lo raggiungono più a settentrione, perché il fiume maggiore vira appunto a nord, e loro sono obbligati a un giro più largo per raggiungerlo.
    Per la stessa ragione il Pellice, teoricamente ultimo, intercetta il fiume per primo perché gli arriva da sinistra.
    E poi c'è l'enigma della Maira: assieme alla Grana, resta a lungo in bilico sull'impercettibile spartiacque tra la Varaita e la Stura di Demonte.
    Alla fine prende la direzione della prima, ma se per pochi centimetri fosse catturato dalla seconda, finirebbe nel Tanaro e quindi nelle acque d'Appennino.
    Per non parlare del fatto che l'asta del Po non è affatto la più lunga d'Italia, perché è il Canaro a vincere, col treno d'acqua che forma assieme alla Stura, la cui valle interminabile si allunga su fino alle Alpi Provenzali.
    Per non parlare della Dora Baltea, nettamente più lunga.
    La Maira dice che in un mondo subalpino segnato dai dislivelli di migliaia di metri il destino di un fiume - come sostiene uno scrittore delle mie terre - può essere davvero “questione di grondaie".
    7 min
  • 5 - Song of the paddle da «Morimondo» di Paolo Rumiz
    A Villafranca, finalmente, una finestra sul mondo.
    Sotto un ombrello di alberi immensi, la riva, magnifica e inspiegabilmente deserta, disegnava la caricatura di un paese ridotto all'idrofobia da chissà quale pestilenza.
    Le conosco le mamme italiane, quando mettono in guardia i loro bambini dal demone della corrente.
    Ma sì, pensai di loro, che portassero pure i loro pargoli a sfinirsi in un mare-minestrone, dopo infinite code d'autostrada.
    Le Rive erano pulitissime, la sporcizia mille volte annunciata non si mostrava.
    Posto perfetto per la merenda, con birre a mollo nella corrente, salame, formaggio, olive e pomodoro.
    Scatolette di carne uscirono dalle sacche stagne, e Flavio ne usò una come pentola per scaldare le sue cose.
    Valentina disse: “ho amato la canoa dopo aver letto i libri di Bill Mason, Song of the paddle e Path of the paddle, che sono considerati tuttora la Bibbia e anche lo spirito della canoa. Parlo del concetto di viaggiare autonomi, della semplicità dell'attrezzatura che si contrappone al tecnicismo del kayak. Col kayak sembra di andare in guerra, vedo mute leopardate, caschi integrali, cose assurde...“
    7 min
  • Vaccarizzo Albanese comune arbereshe (Calabria)
    La Calabria è la regione italiana con il maggior numero di comuni arbëresh.

    Vaccarizzo Albanese (Vakarici in arbëreshë) è un comune calabrese di 1.021 abitanti detti Vaccarizzioti e Vakariciotë in arbëreshë, della provincia di Cosenza.
    Si trova sul versante settentrionale della Sila Greca, alle pendici della Serra Crista d'Acri.
    Centro cittadino della comunità albanese d'Italia (detta arbëreshë), mantiene l'antica lingua albanese (detta arbërisht), gli abiti tipici tradizionali e il rito bizantino, sotto la giurisdizione religiosa dell'eparchia di Lungro.

    Vaccarizzo Albanese: https://maps.app.goo.gl/wFh12Pm2NMHWiH5KA
    6 min
  • Spezzano Albanese comune arbereshe (Calabria)
    La Calabria è la regione italiana con il maggior numero di comuni arbëresh.

    Spezzano Albanese (Spixana in arbëreshe) è un comune calabrese i cui abitanti son detti Spezzanesi e Spixanjot in arbëreshë, della provincia di Cosenza.
    La cittadina, posta sulla bassa valle del Crati, è una delle comunità più numerose di etnia, cultura e lingua arbëreshe, ovvero italo-albanese.
    Per numero di cittadini, infatti, oggi è tra le più grandi fra le colonie albanesi d'Italia.
    Purtroppo il rito bizantino, o greco-cattolico, tipico elemento caratterizzante l'identità degli italo-albanesi, a causa delle pressioni ecclesiastiche limitrofe, è stato dimesso.
    A Spezzano Albanese la lingua albanese è tutelata dalla legislazione italiana a tutela delle minoranze linguistiche, dalla legge nazionale 482 del 1999, e l'amministrazione comunale utilizza nei documenti ufficiali anche l'albanese.
    Situato su una collina a circa 320 m s.l.m., domina la piana di Sibari e la valle dell'Esaro, con la vista del massiccio del Pollino.

    Spezzano Albanese: https://maps.app.goo.gl/PL1LdaqCGXEMgLtu8
    18 min
  • Santa Sofia d’Epiro comune arbereshe (Calabria)
    La Calabria è la regione italiana con il maggior numero di comuni arbëresh.

    Santa Sofia d'Epiro (Shën Sofia in arbëreshe) è un comune calabrese i cui abitanti son detti Sofioti e in lingua arbëreshe Shënsofjotë, della provincia di Cosenza, situato a 558 metri di altitudine su un versante della Sila Greca, sulla riva destra del fiume Crati.
    È un comune arbëreshë (italo-albanese) della Calabria e conserva ancora oggi le tradizioni trasmesse dagli albanesi stanziati nel comune, quali l'antica lingua albanese, il rito bizantino-greco (proprio degli arbëreshë), i costumi, gli usi e le tradizioni tipiche.
    Inserita in una riserva naturale, mantiene la sua fisionomia architettonica medievale d'origine, con una forte impronta balcanica.
    Oltre ad un importante museo del costume albanese, ha anche un'accademia dell'arte e della musica, che ha prodotto numerosi gruppi che si applicano alle ricerche metriche musicali, e due in particolare che dall'inizio del secondo millennio suonano e cantano in albanese, riprendendo i canti tradizionali polivocali e la tradizione musicale e culturale arbëresh.

    Santa Sofia d’Epiro: https://maps.app.goo.gl/fHS2XMazb4PRG7Uc6
    22 min

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