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Riduzione delle emissioni inquinanti e stabilizzazione delle reti elettriche. Sono due dei casi di applicazione del mining di Bitcoin che in questa newsletter ho affrontato più volte, raccontando i primi passi delle aziende e dei gestori di reti che ne vogliono sfruttare la potenzialità.
Ora a supportare l’efficacia di tali casi d’uso ci sono anche due paper scritti da esperti del settore energetico e del mining, che esploriamo di seguito.
Quando la settimana scorsa scrivevo la fermata #170 sull’arresto dei due co-fondatori di Samourai Wallet, non avrei immaginato di aver dovuto scrivere un seguito.
L’attualità lo impone, perché ciò a cui ci troviamo davanti è indubbiamente il più concreto attacco istituzionale che Bitcoin si sia mai trovato a dover affrontare dalla sua nascita.
Esperti e appassionati si aspettavano un momento simile da tempo: la crescente diffusione di Bitcoin non avrebbe potuto che minacciare la credibilità del monopolio monetario statunitense e, di conseguenza, sarebbe stato ingenuo pensare che i tentativi di attaccare i punti di accesso al protocollo scoperto da Satoshi Nakamoto sarebbero arrivati unicamente da dittature e autocrazie, come accaduto con i molteplici ban cinesi: prima o poi anche gli Stati Uniti sarebbero scesi in campo.
I tempi sembrano essere maturati. Dopo l’arresto dei due co-fondatori del wallet non-custodial Samourai, sono partite le indagini contro l’azienda Block del co-fondatore di Twitter Jack Dorsey, è stato arrestato in Spagna con richiesta di estradizione l’ex Bitcoin Jesus Roger Ver, le aziende Acinq e zkSNACKs hanno abbandonato il mercato USA con i rispettivi servizi Phoenix Wallet e Wasabi Wallet, e la seconda ha persino annunciato che terminerà l’attività di coordinamento dei CoinJoin interni a Wasabi.
In una settimana i due servizi di CoinJoin più user-friendly sul mercato si sono polverizzati per l’intervento del governo degli Stati Uniti, diretto nel caso di Samourai con l’arresto dei due co-fondatori e indiretto nel caso di Wasabi, con l’azienda che si è tirata indietro per evitare la stessa sorte dei primi.
“Associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio di denaro” e alla “gestione di un'attività di trasmissione di denaro non autorizzata”: sono questi i due capi di accusa che hanno portato all’arresto di Keonne Rodriguez e William Lonergan Hill, i due co-fondatori di Samourai Wallet.
A rivelarlo è stato un comunicato stampa dell’ufficio del procuratore federale del distretto Sud di New York, pubblicato il 24 aprile scorso.
Nella nota del Dipartimento di Giustizia si legge che le accuse “derivano dallo sviluppo, dalla commercializzazione e dalla gestione da parte degli imputati di un mixer di criptovalute che ha eseguito oltre $2 miliardi di transazioni illegali e ha facilitato più di $100 milioni di transazioni di riciclaggio di denaro provenienti da mercati illegali del dark web, come Silk Road e Hydra Market”.
Quello degli Stati Uniti è un vero e proprio attacco frontale alla privacy motivato pubblicamente dal solito pretesto del riciclaggio. Lo si deduce non tanto dalla notizia dell’arresto dei fondatori di Samourai, quanto nei dettagli del comunicato. L’ammontare di $2 miliardi di transazioni definite “illegali” corrisponde, come specificato nel prosieguo del documento, alla totalità dei pagamenti passati attraverso Samourai dalla sua fondazione.
Dall'avvio del servizio Whirlpool nel 2019 circa, e del servizio Ricochet nel 2017 circa, oltre 80.000 bitcoin (per un valore di oltre $2 miliardi) sono passati attraverso questi due servizi gestiti da Samourai.
Con l’incriminazione di Samourai l’autorità dichiara per iscritto due cose:
* Il DOJ considera tutte le transazioni di CoinJoin illegali;
* Il DOJ considera ogni software non-custodial come un money-transmitter, ossia ciò che sono stati considerati finora gli intermediari come banche e servizi di pagamento.
Le implicazioni sono di una gravità rara. Per capirlo serve però fare un passo indietro e capire che cosa sia il CoinJoin.
Con l'introduzione degli ETF a gennaio 2024, il mercato di bitcoin ha subito una significativa trasformazione, caratterizzata da flussi di liquidità in entrata di circa $60 miliardi. Gli ETF hanno contribuito a volumi di scambio record, migliorando la liquidità del mercato e generando nuova domanda per bitcoin.
A questo contesto si è aggiunto l’halving che, come analizzato nel precedente Bitcoin Report #6, ha storicamente contribuito a una corsa al rialzo del prezzo per via dello shock dell’offerta di nuovi bitcoin.
Champagne per i miner
Per via del dimezzamento della ricompensa inflativa, com’è ovvio che sia, i miner subiscono di solito una diminuzione dei ricavi immediatamente dopo l’halving. Tuttavia, una ripresa si verifica man mano che il prezzo di bitcoin aumenta e le operazioni di mining su larga scala si espandono per compensare la reward ridotta. Quest’ultimo halving, avvento lo scorso 20 aprile, ha rappresentato un’eccezione.
A 15 anni di vita, da pochissime ore Bitcoin è entrato nella sua quinta epoca.
E’ così che vengono definite le sezioni da 210.000 blocchi che separano un halving dal suo successivo. L’orologio universale che caratterizza Bitcoin, la sua timechain, ha raggiunto nella notte l’altezza di blocco 840.000, facendo scattare così il quarto halving della storia. La ricompensa inflativa corrisposta ai miner a ogni nuovo blocco è passata da 6,25 bitcoin a 3,125 bitcoin.
Per l’occasione, che si ripete ogni circa quattro anni, vediamo quali sono stati gli episodi più significativi - secondo chi vi scrive - di ogni epoca.
Nome, cognome, data di nascita, foto profilo ad alta definizione, indirizzo di residenza, indirizzo e-mail e numero di carta d’identità.
Sono i dati di 5,1 milioni di individui salvadoregni che sono stati pubblicati pochi giorni fa. Considerando che il numero di abitanti totale è 6,3 milioni, quali l’intera popolazione di El Salvador ha visto i propri dati sensibili finire online.
Come riportato da Atlas21, il database che comprende le informazioni di 5.129.518 persone pesa 144 GB ed era già disponibile per il download dallo scorso agosto a un prezzo di $250. Il 6 aprile i dati sono stati rilasciati gratuitamente.
Qualcuno ha fatto notare su Twitter che la lista di informazioni corrisponderebbe a quella richiesta per creare un account su Chivo, il wallet di stato rilasciato dal governo di El Salvador.
Il condizionale è d’obbligo perché l’origine dell’hack non è ancora stata accertata.
I sospetti, tuttavia, sono molto forti. Poche ore dopo la diffusione della notizia del data leak, in un gruppo Telegram di cybersecurity è stato pubblicato lo script per eseguire un attacco di brute force con la password “123456” sui server di Chivo: elemento non facile da ottenere, considerando soprattutto che Chivo è un wallet closed-source, il cui codice non è pubblico. Ma lo script funziona e il server risponde, quindi chi l’ha pubblicato ha ottenuto in qualche modo accesso ai sistemi di Chivo. Il timing è quantomeno curioso.
In attesa di eventuali conferme ufficiali, la notizia induce una riflessione. Davvero i sistemi di riconoscimento del cliente (KYC, Know Your Customer), sono efficaci come appaiono? Funzionano effettivamente per evitare i finanziamenti al terrorismo, come ripetuto assiduamente da ogni autorità? O rappresentano, piuttosto, una minaccia per tutti coloro che rispettano le regole?
Le analisi basate sul passato, si sa, funzionano solo fino al momento in cui vengono invalidate. Sarebbe sciocco fidarsi ciecamente dello storico del prezzo di un asset per prevederne il valore futuro. Questo però non toglie la possibilità di provare a fare alcune ipotesi.
L’halving che verrà
Bitfinex non si è tirata indietro e, studiando gli halving precedenti a quello atteso in una decina di giorni, ha provato a disegnare l’andamento del prezzo di bitcoin per il prossimo anno e mezzo.
* Halving 2012: il prezzo di bitcoin è passato in un anno da circa $12 a $1.161, con aumento approssimativo del 9.300%.
* Halving 2016: il prezzo è passato dai circa $600 pre-dimezzamento ai $20.000 di fine 2017, segnando un incremento del 2.800%.
* Halving 2020: il prezzo è passato in un anno da meno di $9.000 pre-halving a un picco di $64.000, con un incremento del 620%.
Valutando quanto accaduto nel passato, nel proprio report la società proprietaria di Tether indica quanto segue:
Bitcoin è un problema globale.
Il giudizio è tranchant. Senza troppi giri di parole Katrín Jakobsdóttir, Primo Ministro dell’Islanda da novembre 2017, si è scagliata recentemente contro Bitcoin e, più nello specifico, contro il mining.
Il premier islandese è leader dal 2013 del Movimento Verde-Sinistra, partito che si concentra su politiche socialiste e ambientaliste. Il 23 marzo scorso Jakobsdóttir ha parlato al Financial Times, dichiarando che il Paese dovrebbe acquisire più indipendenza agricola e, per qualche ragione, anche disincentivare il mining di bitcoin.
Il legame tra i due temi appare quasi inesistente, ma il dibattito sull’agricoltura - non proprio agevole in un Paese ricoperto in larga parte da ghiacciai - ha costituito un pretesto per il premier per bersagliare una delle industrie più floride della nazione.
Nonostante le mining farm presenti sul territorio costituiscano meno dell’1,5% dell’hashrate globale, l’Islanda è il Paese con il maggior hashrate per cittadino, anche per via della bassissima densità di popolazione: 3 abitanti per km2.
Il Primo Ministro ha aggiunto:
La preziosa elettricità rinnovabile dovrebbe essere riassegnata dai data center alle abitazioni e ad altre industrie. La priorità è il fabbisogno energetico dei 375.000 cittadini islandesi.
Tutti i nostri conti bancari sono stati congelati. Non possiamo svolgere il nostro lavoro in vista della campagna elettorale. Non possiamo sostenere i nostri lavoratori e i nostri candidati. I nostri leader non possono viaggiare da una parte all'altra del Paese. Non possiamo pubblicare i nostri annunci. Tutto questo avviene a due mesi dalla campagna elettorale.
A scrivere queste parole è l’account Twitter ufficiale di Congress, uno dei due maggiori partiti indiani insieme a Bharatiya Janata. In questo momento Congress è la principale voce d’opposizione del Paese e si sta trovando a dover fronteggiare un’emergenza inaspettata: l’incapacità di muovere denaro da un momento all’altro.
Il comportamento delle Whale
Da inizio marzo si è notata una tendenza significativa a vendere da parte dei principali detentori di bitcoin, le cosiddette whale. Il 13 marzo, in particolare, è stata osservata una movimentazione record di 20.506 bitcoin, segnando il trasferimento più ampio dai wallet delle whale da novembre 2022.
Pensando ai cicli passati, l’attività precede tipicamente periodi di instabilità del mercato e un breve calo, il ché ha un senso logico. Tali vendite su larga scala sono dovute alla presa di profitto delle whale che sfruttano l’aumento del prezzo di bitcoin e portano così, molto spesso, a una correzione di mercato.
L’indice SOPR - il Rapporto sui Profitti degli Output Spesi, che confronta il prezzo di vendita delle monete con quello di acquisto - ha mostrato valori ben sopra l'1 (soglia che indica un sostanziale pareggio) in particolare da inizio marzo, sintomo della tendenza crescente degli hodler di lungo termine a realizzare profitti.
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