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Quando si parla di custodia autonoma dei propri bitcoin, le soluzioni possono essere molteplici. La decisione finale deve essere presa valutando tante variabili: si tratta di cifre basse o significative? Custodiamo somme da spendere nel breve periodo o risparmi da conservare nel tempo? Le competenze danno la possibilità di sperimentare setup più complessi, o è il caso di valutare solo soluzioni semplici e immediate?
In base alle risposte si può pensare di intraprendere il proprio percorso: in questa newsletter abbiamo parlato di wallet desktop e mobile - conosciuti come hot wallet, in quanto connessi direttamente a Internet - ma anche di hardware wallet e, più in generale, soluzioni cold, in cui le chiavi private restano offline.
Ogni soluzione propone un compromesso tra diversi fattori, tra cui sicurezza e accessibilità. In questa fermata parliamo dell’opzione multisignature o, più semplicemente, multisig.
I grandi fondi istituzionali vogliono Bitcoin.
Dopo la richiesta di approvazione dell’ETF spot da parte di BlackRock, descritta nella fermata #105, altri giganti dell’asset management vogliono evitare di perdere il treno. Sommando i capitali in gestione delle società che si sono dette interessate si arriva a oltre $ 25.000 miliardi: cifre da capogiro, in particolare se si considera l’attuale capitalizzazione di mercato di bitcoin: $ 600 miliardi.
Nel calderone, oltre al colosso capitanato da Larry Fink, stanno finendo altri grandi nomi della finanza mondiale: Charles Schwab ($ 7.000 miliardi in gestione), Fidelity ($ 4.300 miliardi), Santander ($ 1.900 miliardi), Invesco ($ 1.500 miliardi), Deutsche Bank ($ 1.400 miliardi) e altri.
Investimenti in leva con i soldi dei clienti.
Sembrerebbe questo uno dei motivi che, secondo più fonti, starebbe portando sull’orlo della bancarotta uno dei più importanti servizi di custodia americani: Prime Trust.
L’azienda con sede a Las Vegas, lo scorso 21 giugno, si è vista recapitare un ordine di cease and desist dal Dipartimento per gli Affari e l’Industria del Nevada: stop alle operazioni fino a quando non sarà fatta luce sull’operato di Prime Trust.
Come si è arrivati a questo punto? E perché è una storia importante per chi è interessato a Bitcoin?
La cassaforte degli exchange
Molti di voi avranno sentito più volte il detto not your keys, not your coins: in questo settore si usa spesso per far capire a chi si avvicina all’ambiente che detenere bitcoin sugli exchange equivale a non averli affatto. Quando un exchange fallisce, lo fa con i vostri soldi. Negli ultimi anni gli esempi sono stati innumerevoli, l’ultimo in ordine di tempo è quello tutto italiano di The Rock Trading. Insomma, Bitcoin nasce per eliminare il rischio di controparte nel mondo del denaro: delegandone la custodia si snatura completamente il suo stesso senso di esistere. Solo gestendo autonomamente le chiavi private si ha il vero controllo dei propri bitcoin.
Il messaggio per l’utente finale dovrebbe essere ancora più chiaro quando si realizza che persino alcuni exchange, di cui i clienti si fidano ciecamente, non si fidano di loro stessi. Si affidano a delle aziende il cui core business è quello di custodire le criptovalute dei clienti. Prime Trust è una di queste e, fino a poche settimane fa, era considerata una delle più affidabili negli Stati Uniti.
Tra i clienti di Prime Trust spiccavano nomi altisonanti: Binance US, Kraken, Swan, Strike, Okcoin e gli ormai defunti FTX e Celsius.
Un modello pubblicitario emergente e una squadra di calcio basata su Bitcoin. Sono due dei temi raccolti per voi alla conferenza BTCPrague, tramite le interviste a Carla & Walker della Crypto Couple - noti creatori di contenuti su Bitcoin - e a Peter McCormack, autore del podcast su Bitcoin più ascoltato al mondo, What Bitcoin Did, e proprietario del Real Bedford FC.
2017: "Bitcoin dimostra quanto sia grande la domanda di riciclaggio di denaro nel mondo".
2020: “Bitcoin non è un bene reale. Non ha un valore intrinseco. Non è garantito da nulla".
2022: “Bitcoin è troppo volatile per essere un investimento sicuro”.
Queste dichiarazioni appartengono tutte a Larry Fink, l’amministratore delegato del più grande asset manager al mondo: BlackRock.
Una posizione così drastica renderebbe lecito aspettarsi che il fondo con 10 mila miliardi di dollari in gestione evitasse di fare affari con bitcoin. Ma, come dicono oltremanica, follow the money.
Gli incentivi economici implicati dalla creazione di Satoshi Nakamoto fanno gola anche agli investitori istituzionali che, evidentemente, hanno bussato a più riprese alle porte di Larry Fink per chiedere uno strumento che potesse esporli al prezzo della criptovaluta.
Lo scorso 15 giugno, BlackRock ha depositato presso la SEC la richiesta formale di istituzione un prodotto che ha tutte le sembianze di un ETF spot su Bitcoin: l’iShares Bitcoin Trust. Qualora il regolatore dei mercati finanziari americani lo approvasse, sarebbe il primo del suo genere negli Stati Uniti e costituirebbe un veicolo d’accesso fondamentale per i capitali istituzionali d’oltreoceano.
Prometteva di essere la più grande conferenza europea su Bitcoin e non ha deluso le aspettative.
BTCPrague, tenutasi dall’8 al 10 giugno nella capitale ceca, ha visto una partecipazione di oltre 8000 persone, sbaragliando la concorrenza continentale e proponendosi come futuro punto di riferimento per gli eventi di settore.
Il successo dell’evento non è legato alle sole presenze ma anche all’organizzazione: tre palchi per tutte le esigenze, biglietti accessibili alla cittadinanza e ai curiosi, area espositiva che ha riunito circa 100 aziende, quasi tutte rigorosamente Bitcoin-only. Senza dimenticare i tanti eventi serali ricreativi che riunivano i partecipanti nella meravigliosa cornice di Praga. L’organizzazione, dopo aver ricevuto attestati di stima da molti bitcoiner provenienti da tutto il mondo, ha già annunciato l’edizione 2024: si terrà dal 12 al 15 giugno. Superfluo dire che è un periodo da segnare sul calendario sia per i curiosi alle prime armi che per gli addetti ai lavori.
Per Bitcoin Train ho parlato con due degli speaker che hanno calcato il palco principale della conferenza parlando degli sviluppi futuri delle tecnologie legate a Bitcoin.
Lisa Neigut, conosciuta come Niftynei e uno dei nomi principali dietro allo sviluppo di Core Lightning, ha illustrato ciò che attende il Lightning Network e quali saranno le conseguenze su privacy ed esperienza utente degli aggiornamenti.
Jan Pleskac, Cto di Tropic Square, azienda del gruppo SatoshiLabs, ha presentato il primo Secure Element parzialmente open-source. Dopo il polverone sollevato da Ledger con l’introduzione del servizio Ledger Recover - di cui ho scritto nella fermata #98 - l’attenzione alla struttura dei signing device si è focalizzata proprio sul chip che custodisce le chiavi private del wallet, il Secure Element. In tutti i prodotti disponibili oggi sul mercato, quest’ultimo è closed-source per via dell’approccio security by obscurity. L’idea alla base è che, non conoscendo com’è strutturato il chip, un attore malevolo che ne entrasse in possesso non sarebbe facilmente in grado di escogitare una strategia per violarlo. Ma, si sa, la trasparenza in Bitcoin è fondamentale. Per questo Tropic Square ha sviluppato un primo prototipo di Secure Element che è in realtà solo parzialmente open-source. Jan Pleskac, nell’intervista, rivela come funziona.
Si sono conclusi da pochi giorni i test della Banca centrale europea sull’euro digitale. Tra luglio 2022 e febbraio 2023, Francoforte ha condotto esperimenti sull’esperienza di pagamento con l’euro digitale in vari contesti. Il report pubblicato dall’Eurotower lo scorso 26 maggio spiega come siano state testate cinque diverse interfacce utente - sviluppate da fornitori esterni, tra cui Amazon e l’italiana Nexi - basate su un sistema di back-end proprietario della Bce. Il risultato dei test non sorprende: per Francoforte l’euro digitale si può integrare nei sistemi di pagamento esistenti. Dunque, avanti tutta.
A supportare la cavalcata della CBDC nostrana verso gli smartphone di tutti i cittadini ci sono anche i giornalisti. L’ultimo articolo in ordine di tempo a celebrare il futuro euro digitale - che secondo il membro del board della Bce Fabio Panetta non vedrà la luce prima del 2026 - è l’Huffington Post.
L'innovazione tecnologica è un processo lungo e tumultuoso, spesso caratterizzato da intense fasi di euforia seguite da periodi di consolidamento.
L’alternanza è ricorrente e consente di individuare un pattern. Euforia, rincorsa all’ultima innovazione del settore e, con il passare degli anni, affermazione di uno standard condiviso, sono fasi proprie di cicli ricorrenti che si sono verificati più volte nella storia e che possono aiutare a leggere il presente.
Questo processo di selezione naturale - tra innovazioni veramente rivoluzionarie e altre solamente di facciata - avviene generalmente in un contesto di libero mercato, dove la concorrenza è la forza motrice dell'innovazione.
In una fase iniziale, un'ampia varietà di progetti concorre per conquistare una porzione di mercato. Si tratta in genere di periodi di caos e incertezza, in cui ogni imprenditore tenta di portare acqua al proprio mulino, spesso con annunci mirabolanti sulle potenzialità della propria tecnologia.
Ma non tutte le innovazioni, o le presunte tali, sopravvivono a questo processo. Solo quelle in grado di rispondere a un’esigenza reale resistono alla prova del tempo, imponendosi come lo standard. Questo processo di consolidamento può richiedere anni, persino decenni.
Il pattern si può osservare in tre fenomeni specifici: le Protocol Wars, la nascita e l'ascesa di Bitcoin e l'esplosione attuale dell'intelligenza artificiale.
Il contesto è il G7 di Hiroshima, da poco concluso. Lo scenario è il futuro.
Lo scorso 22 maggio, durante la riunione dei big dell’ordine geopolitico mondiale, è arrivato un roboante annuncio di IBM: il colosso tecnologico americano ha svelato l’intenzione di costruire un computer quantistico da 100.000 qubit entro il 2033, in collaborazione con l’Università di Tokyo e l’Università di Chicago.
La notizia offre l’assist per affrontare un tema che per anni è stato oggetto di dibattito nel mondo Bitcoin e che, con ogni probabilità, diventerà sempre più d’attualità. I computer quantistici saranno una minaccia per la sicurezza di Bitcoin? Per capirlo occorre partire dalle basi.
Il Quantum Computing
Dopo oltre un secolo di dominio incontrastato, la fisica classica ha iniziato a cedere il passo a quella quantistica. Nata dalle ricerche di scienziati come come Planck, Einstein, Bohr e Schrödinger, la fisica quantistica non si è limitata a rimodellare il quadro teorico: ha anche aperto la strada a tecnologie come il quantum computing.
La base della computazione tradizionale è costituita dal bit, l’unità minima di informazione che può assumere la forma di 0 o 1. Le unità di base dell’informatica quantistica sono invece chiamate quantum bit, o qubit: queste possono trovarsi in una sovrapposizione di stati, il che significa che possono essere contemporaneamente sia 0 che 1. Non è questa la sede per entrare nei dettagli tecnici - non ne avrei nemmeno le competenze - ma per lo scopo di questo articolo basti sapere che questa proprietà consente ai computer quantistici di eseguire in minor tempo calcoli molto più complessi rispetto ai computer tradizionali.
Al momento il calcolatore quantistico più avanzato al mondo, presentato a novembre 2022 dalla stessa IBM, vanta 433 qubit. Si chiama Osprey ed è ancora in fase di sviluppo ma, secondo l’azienda, verrà fornito a una serie di partner selezionati nel giro di pochi mesi.
Possibili vantaggi
Come mai la ricerca mondiale è così focalizzata sullo sviluppo di calcolatori esponenzialmente più potenti rispetto a quelli contemporanei? Per lo stesso motivo per cui sono stati sviluppati i computer che utilizziamo tutti i giorni: il progresso tecnologico migliora la vita dell’uomo.
L'informatica quantistica ha il potenziale per rivoluzionare vari settori. Si pensi solo a quello farmaceutico: l’enorme capacità di calcolo di un computer quantistico potrebbe permettere di simulare il comportamento delle molecole, aiutando gli scienziati a sviluppare nuovi farmaci in modo più rapido ed efficiente.
In linea teorica, un’enorme capacità di calcolo potrebbe anche essere in grado di rompere gli algoritmi crittografici oggi più utilizzati, consegnando ai proprietari del quantum computer una sorta di passpartout per tutti i dati crittografati. E la crittografia, in Bitcoin, è protagonista.
Sfruttare le potenzialità del Lightning Network per integrare i pagamenti in bitcoin nelle applicazioni più popolari.
E’ così che Roy Sheinfeld, co-fondatore e amministratore delegato di Breez, uno dei più diffusi wallet Lightning sul mercato, pensa all’adozione di Bitcoin presente e futura.
In questa intervista Roy racconta come l’accesso a una massa critica di utenti sia legato a doppio filo con la risoluzione di uno dei più grandi problemi che affliggono il Lightning Network: la difficoltà della self-custody. Le complessità legate alla gestione di un nodo Lightning, dei suoi canali e del routing, portano tanti utenti ad affidarsi a soluzioni custodial, fidandosi di aziende terze e snaturando in questo modo la finalità stessa di Bitcoin. In questa newsletter l’avete letto più volte: se on-chain vale il detto Not your keys, not your coins, per il Lightning Network vale invece l’espressione Not your node, not your coins.
Come fare in modo che anche l’utente inesperto possa interagire con il Lightning Network tramite il proprio nodo, ma senza farsi carico della complessità della sua gestione? La soluzione proposta da Roy è una ricetta i cui ingredienti principali si chiamano The Breez Open-LSP Model e Breez SDK.
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