Bitcoin Train Podcast

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By Federico RiviBusinessTechnologyInvesting
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Bitcoin Train Podcast episodes

  • Fermata #99 - Le notizie da Miami 2023

    Da top a flop. Quella che è considerata da anni la più grande conferenza al mondo su Bitcoin, nel 2023 è stata soggetta a critiche. Gestione degli speaker rivedibile e una partecipazione attesa più che dimezzata rispetto all’edizione precedente.

    Miami 2023 è stato un occhio strizzato all’Europa: c’è spazio per organizzare conferenze che possano sovrastare BTC Inc. e lo strapotere dimostrato finora dagli Stati Uniti. Il primo banco di prova sarà BTCPrague, dall’8 al 10 giugno in terra ceca.

    In tanti non hanno apprezzato la presenza di personalità molto controverse come Eric Wall e Udi Wertheimer in un panel dedicato agli Ordinals e in cui, va detto, il dibattito non è stato particolarmente profondo.

    Ci sono stati, tuttavia, degli annunci di cui vale la pena prendere nota, in particolare dal punto di vista dello sviluppo.



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    13 min
  • Podcast - Fermata #98 - Il (nuovo) autogol di Ledger

    Acquistare un hardware wallet per poi delegare la responsabilità della custodia delle proprie chiavi private a terzi.

    Questo propone, in estrema sintesi, l’ultimo servizio lanciato dal più grande produttore di signing device al mondo: Ledger Recover.

    Ledger, il colosso francese con in mano larga fetta del mercato di signing device, sta subendo un’alzata di scudi da parte di clienti e community. Il lancio di Ledger Recover ha fatto sorgere tantissime domande sul funzionamento degli hardware wallet e di come, in particolare, l’azienda possa comunicare da remoto con i dispositivi dei clienti.

    Scopriamo cos’è successo, come funziona il nuovo servizio, quali sono i rischi e le possibili alternative.



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    16 min
  • Podcast - Fermata #97 - Ecco le shitcoin su Bitcoin

    Bitcoin è morto. Di nuovo. Ed è colpa delle shitcoin.

    Non è una sentenza. E’ la legittima preoccupazione di molti utenti alle prime armi che, alla vista di commissioni di transazione particolarmente alte, si sono allarmati.

    Il problema però esiste davvero: negli ultimi giorni le commissioni per i pagamenti on-chain sono alte, nell’ordine dei 2-3 dollari - ma con picchi fino a 20-30 dollari - se si intende vedere la transazione confermata nel giro di 10-20 minuti.

    Se da un lato è vero che questo è il futuro che attende Bitcoin - pagamenti di piccola e media entità che verranno eseguiti in gran parte sul Lightning Network, con solo grandi transazioni di settlement sulla timechain - dall’altro è anche vero che a quella fase non siamo ancora arrivati. Lightning è utilizzato molto poco ed è in continuo sviluppo. Ci troviamo a tutti gli effetti in un lungo periodo di transizione. Vedere commissioni così alte per transazioni classiche, quindi, dà fastidio a tanti.

    Cos’è che sta attirando una tale domanda di pagamenti da innalzare così tanto il prezzo delle fee? Le shitcoin su Bitcoin.

    Vi ricordate quando, nella fermata #71, vi parlai della distinzione tra il termine Bitcoin, con iniziale maiuscola, e bitcoin, con iniziale minuscola? Oggi è bene tenere a mente questa differenza: Bitcoin, lettera maiuscola, indica il protocollo tecnologico; bitcoin, lettera minuscola, il token nativo del protocollo.

    Ebbene, è possibile generare altri token sulla rete Bitcoin, lettera maiuscola.

    Se pensate che sia colpa di RGB, quel protocollo che consente l’emissione di token su Bitcoin di cui ha parlato Federico Tenga, uno dei suoi sviluppatori, proprio nella fermata #71, vi sbagliate. Oggi parliamo delle imitazioni dei ben più noti token ERC-20 di Ethereum, i token BRC-20 su Bitcoin.



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    14 min
  • Fermata #96 - Il punto in comune tra Bhutan e Liechtenstein

    Due mondi opposti e lontanissimi, accomunati da un interesse.

    In Asia, schiacciato fra Cina e India, un Paese di 780.000 abitanti in cui il reddito pro-capite non supera i $6.000 dollari l’anno, sta minando bitcoin. Lo sta facendo da anni e solo recentemente la notizia è diventata di dominio pubblico. Si tratta del Regno del Bhutan.

    Nel frattempo il Liechtenstein, nazione che si estende per solamente 160 km² tra i confini di Austria e Svizzera e in cui lo stipendio medio annuale è di $85.000, sta valutando di accettare bitcoin come metodo di pagamento per le tasse e per i servizi pubblici. Non chiudendo la strada alla possibilità di utilizzarlo anche come riserva di valore per le casse dello Stato.



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    9 min
  • Podcast - Fermata #95 - I segni di cedimento dell'impero

    Non si dormono sonni tranquilli a Washington.

    Lo scorso marzo il crollo di Silicon Valley Bank segnava il secondo più grande fallimento bancario degli Stati Uniti, seguito pochi giorni dopo dalla chiusura di Signature Bank. A fine aprile il secondo gradino del podio è stato nuovamente aggiornato: è arrivato il default di First Republic Bank, istituto che gestiva $233 miliardi in asset a fronte dei $209 miliardi di SVB.

    L’innalzamento dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, in una guerra aperta all’inflazione, continua a fare vittime nel mondo finanziario e pone un rischio anche alle casse del governo americano, ormai costretto a innalzare ripetutamente il limite massimo del debito per non essere costretto a dichiarare default.

    L’acquisizione di JP Morgan e i rischi del settore bancario

    Così come Silicon Valley Bank - il cui fallimento è descritto nella fermata #84 - First Republic era un istituto focalizzato su una clientela facoltosa. I suoi banchieri attiravano i clienti con mutui a basso costo e tassi di risparmio interessanti, per poi vendergli attività a più alto profitto come la gestione patrimoniale. In cambio, i clienti raramente si rendevano inadempienti sui loro prestiti e parcheggiavano in banca ingenti somme di denaro che potevano essere prestate altrove.

    Innalzamento degli interessi e depositi non assicurati

    Molti clienti di SVB e di First Republic avevano conti correnti ricolmi di liquidità, ben oltre il limite di $250.000 assicurato dalla FDIC in caso di defalut dell’istituto. Così come quelli della banca Californiana, anche i clienti di First Republic hanno iniziato a ritirare velocemente i soldi dai propri conti quando era diventato evidente che le perdite della banca, a fronte del repentino rialzo dei tassi della Fed, avrebbero potuto rappresentare una minaccia concreta.

    Nell’ultimo rapporto annuale di First Republic è emerso che le perdite non realizzate (dunque la svalutazione del portafoglio) degli investimenti detenuti fino a scadenza (principalmente Treasury Usa) ammontava a ben $4,8 miliardi a dicembre 2022, a fronte dei soli $53 milioni dell’anno precedente. A questo si sono aggiunte le più recenti previsioni degli analisti, che nel solo primo trimestre 2023 stimavano un’ulteriore perdita tra i 9,4 e i 13,5 miliardi di dollari.

    Il risultato è un film già visto: corsa agli sportelli, crollo in borsa e fallimento.

    Il Dipartimento californiano per la Protezione e l'Innovazione Finanziaria (DFPI) ha rilevato First Republic lunedì 1 maggio, passandola all’FDIC come curatore fallimentare. A quel punto è partita l’asta che ha portato il regolatore ad accettare l’offerta di quello che a oggi è il più grande colosso bancario americano, JP Morgan Chase: quest’ultimo ha acquisito tutti i depositi, compresi quelli non assicurati, e quasi tutte le attività di First Republic Bank. 

    JPMorgan è talmente dominante che per legge non avrebbe potuto acquistare First Republic, perché nessuna banca può avere più del 10% dei depositi negli Stati Uniti. Solo dopo il fallimento dell’istituto JPMorgan è potuta entrare in gioco.

    Un rischio sistemico

    Il primo maggio il presidente americano Joe Biden ci ha tenuto a dichiarare che “il sistema bancario è sano e salvo”. Tuttavia, molti esperti faticano a essere ottimisti. Il professor Amit Seru, esperto bancario dell'Università di Stanford, ha spiegato recentemente che “migliaia di banche sono sott’acqua. […] Non facciamo finta che questa situazione riguardi solo Silicon Valley Bank e First Republic. Gran parte del sistema bancario statunitense è potenzialmente insolvente”.

    Un rapporto dell'Università di Stanford redatto, tra gli altri, dallo stesso professore, ha calcolato come oltre 2.315 banche statunitensi, quasi la metà del Paese, abbiano attualmente un attivo inferiore alle loro passività. Nel complesso, i loro asset valgono circa $2.000 miliardi in meno delle loro liabilities. Significa, in poche parole, che il sistema bancario sta operando in perdita: si sta lentamente dissanguando e, di tanto in tanto, qualcuno ci lascia le penne. Nel report si legge anche che tra “le 10 banche più vulnerabili” non ci sono solo attività di piccola o media taglia ma anche “un’entità globale con asset in gestione dal valore di oltre $1.000 miliardi”, insieme ad altre tre grandi banche.

    Insomma, lo stato di salute del sistema finanziario unito all’imperterrito rialzo degli interessi della Federal Reserve, fa pensare che l’economia tradizionale sia seduta - tra mille dichiarazioni di rassicurazione - su una bomba a orologeria.

    Non solo banche: debito e immobiliare

    A contornare il periodo nero del sistema bancario c’è un altro pericolo raramente così concreto: quello del default degli Stati Uniti.

    Il tetto del debito

    Sì, avete letto bene. Il Paese più potente al mondo è a un passo dal dichiarare bancarotta. Negli Usa il Congresso controlla la quantità di denaro a disposizione del governo tramite il cosiddetto debt ceiling, il tetto al debito: un limite ai soldi che l’esecutivo può prendere in prestito per la propria spesa pubblica. Il punto è che, essendo ogni Stato in costante perdita, per ripagare il debito passato è sempre necessario fare nuovo debito. Ed è così che il debito pubblico cresce costantemente. Oggi, per esempio, quello statunitense ammonta a $31.000 miliardi, a fronte degli $11.000 di 20 anni fa.

    “Qual è il problema? Basta alzare il tetto del debito”, penserete.

    Corretto. L’innalzamento o la sospensione del tetto del debito è ordinaria amministrazione oltreoceano: nella storia l’operazione è andata a buon fine circa 90 volte e sempre più frequentemente con il passare degli anni. Ma le cose oggi stanno diversamente.

    All’interno del Congresso molti repubblicani chiedono tagli alla spesa pubblica e meno interventismo del governo per autorizzare un nuovo innalzamento del debito ma l’amministrazione Biden non sembra disposta a piegarsi. Il dibattito è molto acceso e i tempi sono stretti.

    Il 19 gennaio gli Stati Uniti hanno ufficialmente raggiunto il limite del debito, spingendo il Dipartimento del Tesoro a ricorrere a misure straordinarie per continuare a pagare le spese correnti ed evitare un default. Il primo maggio il Segretario al Tesoro Yellen ha avvertito i legislatori che gli Stati Uniti potrebbero esaurire la liquidità entro giugno se il limite massimo di indebitamento non verrà aumentato o sospeso.

    Gli Stati Uniti stanno per fallire?

    Come sempre i migliori indicatori li offre il mercato. I Cds (credit default swap) sui conti pubblici statunitensi - prodotti derivati che consistono in scommesse sul default del Paese - negli ultimi quattro mesi hanno raggiunto vette vertiginose. Il loro valore è superiore al doppio di quello del picco del 2009, in piena crisi subprime, ed è quasi decuplicato rispetto allo scorso dicembre.

    Questo significa che siamo a un passo dal fallimento degli Stati Uniti? Non ancora.

    Difficile pensare che un modo per alzare ulteriormente il tetto del debito non verrà trovato entro fine mese, altrimenti avrebbe davvero inizio l’apocalisse dell’economia tradizionale.

    Tuttavia, il segnale è chiaro: gli investitori speculano sui Cds americani perché sanno che in uno scenario senza precedenti come quello attuale - inflazione alta e tassi d’interesse alti - sarà sempre più complicato finanziare le casse pubbliche. In particolare in un momento in cui quest’ultime, più o meno direttamente a seconda dei casi, sono chiamate a salvare gli istituti bancari che vanno gambe all’aria.

    Il contagio dei bond

    L’innalzamento dei tassi d’interesse è il fulcro delle conseguenze che stanno vivendo e vivranno sempre più i mercati. In un mercato drogato di credito facile, diminuire drasticamente le dosi porta a crisi profonde.

    Tassi alti significano anche meno mutui. Molti meno, secondo il capo degli investimenti di Morgan Stanley Wealth Management. Lisa Shalett ha scritto recentemente in una nota che “le valutazioni degli immobili a uso ufficio e commerciale potrebbero crollare del 40% dal picco alla fine di quest'anno”. Ha poi aggiunto che “più del 50% dei $2.900 miliardi di mutui commerciali dovrà essere rinegoziato nei prossimi 24 mesi, quando i nuovi tassi di prestito aumenteranno probabilmente di 350-450 punti base”.

    A complicare la questione c'è il fatto che le banche medio-piccole sono la principale fonte di credito per il mercato immobiliare commerciale: detengono circa l'80% del debito del settore. Quelle stesse banche che si trovano sull’orlo del precipizio per aver investito migliaia di miliardi in quelli che erano considerati come la principale riserva di valore globale: i Treasury Usa.

    Crisi del settore bancario, di quello immobiliare e del debito sovrano. Vi ricorda qualcosa? Rispetto al 2008, però, il mondo oggi conosce un’alternativa funzionante da oltre 14 anni.

    Allacciate le cinture. Bitcoin è pronto ad accogliere tutti coloro che saranno costretti a lanciarsi da un transatlantico affondante chiamato sistema fiat. E non passerà inosservato.

    Vieni alla BTC Prague!

    Nuovo speaker annunciato da BTC Prague, la conferenza Bitcoin più grande d’Europa che si terrà a Praga dall’8 al 10 giugno!

    Michael Bumann è uno sviluppatore Bitcoin ed è co-fondatore dell’app Lightning Alby.

    Usa il codice BTCTRAIN per ottenere il 10% di sconto sui biglietti d’ingresso. Ulteriore sconto del 5% pagando in bitcoin. Biglietti acquistabili da qui.

    Online su YouTube la live di lunedì scorso con Massimo Musumeci

    E’ online il nuovo video-approfondimento dedicato al tema della settimana di Bitcoin Train sul canale YouTube di Massimo Musumeci, fisico, ricercatore Bitcoin ed esperto di privacy e sicurezza informatica.

    Questo lunedì si è parlato della minaccia al software open-source rappresentata da due casi diversi: quello che coinvolge Craig Wright e il nuovo regolamento europeo Cyber Resilience Act. Appuntamento a lunedì 8 maggio!

    L’adozione di Bitcoin in El Salvador: un nuovo libro tutto italiano

    E’ uscito il libro di Riccardo Giorgio Frega sull’adozione di Bitcoin in El Salvador! Riccardo, insieme a Laura Nori, ha viaggiato il Paese centroamericano - dalle principali città ai più remoti villaggi dispersi nella natura - per documentare come la popolazione locale stia vivendo l’introduzione di Bitcoin come valuta a corso legale. Lettura obbligatoria.

    Potete acquistare il libro su Amazon oppure, per pagare in bitcoin, contattando direttamente la casa editrice.



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    13 min
  • Podcast - Fermata #94 - Jack Dorsey contro Faketoshi

    Un fondo legale istituito da Jack Dorsey, fondatore ed ex amministratore delegato di Twitter, si batterà nei tribunali inglesi contro Craig Wright per difendere 11 sviluppatori Bitcoin che mercoledì 26 aprile hanno presentato la loro difesa.

    L’uomo che da anni proclama di essere l’autentico Satoshi Nakamoto senza mai aver fornito una prova anche solo lontanamente credibile - tanto da essersi visto attribuire l’appellativo di Faketoshi - porterà davanti a un giudice alcuni sviluppatori per farsi restituire dei bitcoin di cui avrebbe apparentemente perso il controllo.

    Se quest’ultima frase vi ha confuso le idee, avete perfettamente ragione. Andiamo con ordine.

    La causa agli sviluppatori Bitcoin

    Craig Steven Wright - la cui storia è raccontata nel dettaglio nella fermata #54 - da circa otto anni prova a convincere il mondo di essere l’inventore di Bitcoin. Lo fa a forza di cause legali e senza successo ma costringendo spesso le vittime prescelte a sborsare grandi quantità di denaro in avvocati.

    L’ultima trovata è quella di provare che la società di cui Wright è amministratore delegato, la Tulip Trading, sia proprietaria di due indirizzi ai quali sono collegati 111.000 bitcoin. Da un punto di vista crittografico, una cosa di rara semplicità: basterebbe firmare un messaggio con le chiavi private che controllano quegli indirizzi. Tuttavia, né la Tulip Trading né Craig Wright hanno le chiavi private: l’alternativa è la via legale.



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    11 min
  • Fermata #93 - Il WEF strizza l'occhio a Bitcoin

    Il World Economic Forum ha scoperto che Bitcoin può ridurre le emissioni di CO2 ma lo ha ammesso sottovoce. Lo scorso 20 aprile l’organizzazione svizzera capitanata da Klaus Schwab ha pubblicato un video sul proprio sito intitolato: “Questa start-up cattura il metano di scarto per alimentare i data centre”. La start-up è Crusoe Energy, menzionata in questa newsletter nella fermata #66, dedicata proprio al tema del gas flaring; e i data centre, naturalmente, sono mining farm di Bitcoin.



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    9 min
  • Podcast - Fermata #92 - I nuovi regolamenti europei

    Il Parlamento europeo si è espresso a favore del regolamento MiCA e del TFR (Transfer of Funds Regulation, la cosiddetta Travel Rule) sui crypto-asset. Nella giornata di giovedì 20 aprile, Strasburgo ha votato a larghissima maggioranza entrambi i provvedimenti (MiCA: 517 favorevoli, 38 contrari; TFR: 529 favorevoli, 29 contrari) che delineano un nuovo quadro normativo comunitario per i fornitori di servizi legati alle criptovalute (CASP: Crypto Asset Service Provider, approfonditi più avanti) e per il tracciamento dei pagamenti.

    Le regolamentazioni saranno approvate a maggio dal Consiglio Ue: un passaggio formale prima della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. L’effettiva applicazione, tuttavia, non si verificherà prima di 12 mesi per il settore delle stablecoin e 18 mesi per i CASP.

    Per capire cosa prevedono le regolamentazioni e quali conseguenze potrebbero implicare ho parlato con la tech lawyer Martina Granatiero.



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    27 min
  • Podcast - Fermata #91 - Stampa & Bitcoin: la morte del New York Times

    Il Texas era a corto di elettricità. La tempesta invernale Uri aveva messo fuori uso le centrali elettriche in tutto lo Stato, lasciando decine di migliaia di case al freddo. Dopo il 14 febbraio 2021, quasi 40 persone erano morte, alcune proprio a causa del gelo.

    Nel frattempo, nel rudere di un’ex fonderia a un'ora da Austin, file su file di computer consumavano elettricità sufficiente ad alimentare circa 6.500 case mentre competevano per guadagnare Bitcoin. I computer hanno continuato a funzionare fino a poco dopo la mezzanotte. Poi l'operatore della rete elettrica statale ha ordinato di spegnerli. In cambio, ha iniziato a pagare alla società di mining Bitdeer una media di 175.000 dollari all'ora per mantenere i computer offline, […] grazie alle tariffe pagate dai texani che avevano sopportato la tempesta.

    Inizia così il lungo reportage sul mining di Bitcoin pubblicato dal New York Times lo scorso 11 aprile. Una dichiarazione netta: il mining uccide.

    La visibilità che viene data all’articolo è sorprendete: la prima pagina del Times è dominata dal reportage con un titolo che non lascia spazio a interpretazioni: Bitcoin divora energia e gli altri pagano un prezzo. I miner approfittano dei momenti di stress delle reti elettriche.

    Il tenore del racconto è drammatico. Fiumi di denaro dei contribuenti finiti nelle mani delle mining farm, il cui unico contributo è quello di arricchirsi inquinando l’atmosfera e danneggiando le comunità limitrofe. Cronaca di una catastrofe contemporanea.

    La fermata di oggi è dedicata allo smascheramento dell’analisi parziale - costruita da un’accurata manipolazione dei dati a proprio favore - del quotidiano più autorevole del mondo.



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    19 min
  • Fermata #90 - Tim Cook è Satoshi Nakamoto?

    Il whitepaper di Bitcoin è memorizzato in ogni Macbook prodotto da fine 2018 a oggi. Nello specifico il pdf sarebbe stato inserito nei computer di Cupertino a partire dall’introduzione del sistema operativo macOS Mojave (10.14.0), il 24 settembre del 2018.

    La presenza del documento, tuttavia, è stata ironicamente scoperta solamente il 5 aprile scorso: il giorno che Satoshi Nakamoto scelse come il suo compleanno sul sito della P2P Foundation, data che richiama l’entrata in vigore dell’ordine esecutivo 6102 con cui il governo americano nel 1933 rese illegale la detenzione di oro per i suoi cittadini.

    Il blogger Andy Baio ha pubblicato un articolo sul suo sito spiegando che, mentre cercava di aggiustare la sua stampante, ha scoperto che una copia in pdf del whitepaper di Bitcoin è stata fornita con ogni copia di macOS a partire da Mojave nel 2018.

    Per chiunque di voi possegga un Macbook aggiornato a un sistema operativo successivo ad High Sierra, verificare la presenza del whitepaper è molto semplice. Basta aprire il Terminale e incollare questo comando:

    open /System/Library/Image\ Capture/Devices/VirtualScanner.app/Contents/Resources/simpledoc.pdf

    L’alternativa, meno immediata, è quella di arrivare al file attraverso l’apertura delle varie cartelle partendo dal Finder: Macintosh HD -> System -> Library -> Image Capture -> Devices -> Contents -> Resources. Il whitepaper è nominato come simpledoc.pdf.



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    13 min

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Il podcast della newsletter Bitcoin Train di Federico Rivi. Ogni fermata è un approfondimento sul mondo Bitcoin: tecnologia, economia, privacy e sovranità individuale.