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Prima di accendere i microfoni di quest’ultima puntata esclusivamente audio di Dicono di te, dice: «Chi pensa di essere un grande è un cretino». Lui, che ha firmato parole che hanno fatto la storia della musica italiana, preferisce sfuggire alla nostalgia e autodefinirsi semplicemente un uomo «fortunato».
In questa intervista con Malcom Pagani, Giulio Rapetti, in arte Mogol, racconta il secolo scorso attraverso frammenti della propria vita: un’infanzia a Milano in via Clericetti, passata in strada a costruire casette nei campi di «grano turco», le immagini bambine che hanno nutrito la sua scrittura — l'amica Titti e il carretto dei gelati che passava ogni dieci giorni — e una bocciatura in italiano per aver immaginato un Duemila pieno di grattacieli e pattini a rotelle. Mogol ripercorre l’epifania dell’autostima, quella decisione salvifica di diventare «arbitro di se stesso» per sconfiggere la paura e lanciarsi in un'esistenza di rischi e avventure, fino a fare il giro del mondo da solo. Dalle canzoni scritte di getto in macchina per Bobby Solo all'epico viaggio a cavallo tra Milano e Roma con Lucio Battisti, svela la genesi di sodalizi nati a volte solo per «gentilezza d'animo». Del legame con Battisti parla a lungo: il valore non negoziabile dell'«equità» che segnò la rottura e la lettera consegnata in ospedale all'amico morente. Tra incontri con Bob Dylan a Londra e l'urgenza di istituire una preghiera universale per la pace, Mogol guarda alla propria età rifiutando la paura della morte e definendo la sua vita un enorme «regalo».
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By Malcom Pagani - Chora e Tenderstories4.7
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Prima di accendere i microfoni di quest’ultima puntata esclusivamente audio di Dicono di te, dice: «Chi pensa di essere un grande è un cretino». Lui, che ha firmato parole che hanno fatto la storia della musica italiana, preferisce sfuggire alla nostalgia e autodefinirsi semplicemente un uomo «fortunato».
In questa intervista con Malcom Pagani, Giulio Rapetti, in arte Mogol, racconta il secolo scorso attraverso frammenti della propria vita: un’infanzia a Milano in via Clericetti, passata in strada a costruire casette nei campi di «grano turco», le immagini bambine che hanno nutrito la sua scrittura — l'amica Titti e il carretto dei gelati che passava ogni dieci giorni — e una bocciatura in italiano per aver immaginato un Duemila pieno di grattacieli e pattini a rotelle. Mogol ripercorre l’epifania dell’autostima, quella decisione salvifica di diventare «arbitro di se stesso» per sconfiggere la paura e lanciarsi in un'esistenza di rischi e avventure, fino a fare il giro del mondo da solo. Dalle canzoni scritte di getto in macchina per Bobby Solo all'epico viaggio a cavallo tra Milano e Roma con Lucio Battisti, svela la genesi di sodalizi nati a volte solo per «gentilezza d'animo». Del legame con Battisti parla a lungo: il valore non negoziabile dell'«equità» che segnò la rottura e la lettera consegnata in ospedale all'amico morente. Tra incontri con Bob Dylan a Londra e l'urgenza di istituire una preghiera universale per la pace, Mogol guarda alla propria età rifiutando la paura della morte e definendo la sua vita un enorme «regalo».
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