Oggi ricordiamo la conversione di San Paolo, quella luce che lo avvolse e lo fa cadere a terra, che lo libera dal buio, che si portava dentro. E’ una voce che illumina, come sempre fa la parola di Dio, e si rivolge a lui direttamente, lo chiama per nome, gli chiede il perché, lo mette davanti alla radice delle sue scelte, chiede conto delle proprie azioni e pensieri. Essa ci fa sperimentare la pochezza della nostra vita, ci mette davanti a noi stessi, senza diaframmi. Ma la parola non annichilisce; anzi ci restituisce a noi stessi, ci fa come rientrare in noi e per questo ci lega a dei fratelli. Cadere a terra è ritrovarsi umiliati, cioè la consapevolezza di come si è per davvero, perdendo quelle sicurezze che non facevano più vedere il prossimo, che ispiravano giudizi e che li facevano credere verità. E che allontanavano le domande, la ricerca, il dubbio, la fatica di credere, fatica a cui siamo chiamati tutti, perché sono le tante domande della vita e quelle di un Signore che non smettiamo di conoscere, perché non siamo degli schiavi, ma siamo degli amici che non smettono di imparare, di comprendere e per questo di convertirci. Ma il contrario non è perdersi nelle interpretazioni del proprio io, che fanno credere che tutto è possibile. Il contrario non è non definire nulla, per cui diventa vero e importante solo quello che serve o che diventa mio. Il contrario è il tu, che risponde alla vera domanda della vita: Chi sei Signore? Dio non è una luce indistinta, un ente da interpretare a seconda delle proprie sensazioni o convenienze, che si adatta a queste, insomma al servizio del benessere soggettivo. Ma può l’io trovare sé stesso, senza incontrare e continuare ad incontrare un tu, conoscerlo, vederlo meglio, lasciarsi illuminare ancora di più da lui?. Il Signore risponde alla nostra domanda dicendo: Io sono Gesù. Io sono per te la luce, che vince le tenebre nascoste nel cuore.