Abbiamo ascoltato l'ultima parte del piccolo libro di Sofonia, che raccoglie le parole di un profeta vissuto nella seconda parte del VII secolo, le cui parole furono riprese poi nel periodo della dispersione di Israele; era questo un tempo difficile, di lontananza dalla terra e da quella città, Sion Gerusalemme, che il profeta aveva cantato e celebrato, ma anche in cui aveva gridato all'ingiustizia e alla violenza, che talvolta dominavano in quella città. Ma come potevano avere senso e valore quelle parole su Gerusalemme, di invito alla gioia, in un tempo di distanza, di nostalgia, di rimpianto, di una terra perduta? La parola di Dio parla in ogni tempo, suscita pensieri di saggezza, ci raggiunge anche oggi nel tempo della pandemia, del distanziamento fisico, della sofferenza di tanti uomini e donne soprattutto dei più poveri, dei più soli. Sofonia canta la gioia di quella città, utilizzando quasi tutto il vocabolario ebraico, che esprimeva la gioia e coinvolgeva non solo la voce, ma anche i gesti, il corpo stesso, la danza. Ha senso cantare la gioia nei momenti di sofferenza e di prova? Il profeta sembra invitare proprio a questo, a riprendere la fiducia e la speranza, perché la gioia non sia effimera, non sia un allegria passeggera, frutto di qualche soddisfazione o di qualche successo, ma sia un modo di essere, di vivere in quella città; essa infatti era il luogo che rappresentava l'unità del popolo, la condivisione, la comunione di vita, per tutto il popolo.