prof. Giustiniani reports

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  • l'istinto di Lara. Emilia Tartaglia Polcini, Graus edizioni, Napoli-(P. Giustiniani)
    domenica 9 febbraio 2025, ore 11,00 presso il complesso monumentale di Santa Maria la nova di Napoli, per la rassegna Books&Museum si è tenuta la presentazione di l'istinto di Lara, di Emilia Tartaglia Polcini, Prefazione di Maria Cristina Donnarumma (Amica della domenica del Premio Strega), Graus edizioni, Napoli 2024, pagine 155. Questo romanzo d’esordio di Emilia Tartaglia Polcini scava molto bene, con un ritmo incalzante, nei «tre personaggi principali» accanto ai quali «ne ruotano altri che non possono definirsi del tutto secondari» (dalla Prefazione, pagina 7); e questo non senza l’ulteriore «protagonista di non secondo piano… la natura con i suoi rumori, i suoi colori, i suoi profumi» (Ivi, pagina 8). 
    Si nota la penna di chi è adusa ai racconti brevi e alle pièces teatrali anche in questo, che definirei romanzo di formazione, i cui brevi ed efficaci capitoli, non numerati, si susseguono avvincenti, per farci percepire via via, per così dire in diretta, i vari aspetti di quello che il titolo del libro denomina, appunto, istinto di Lara. È, per molti aspetti, il medesimo istinto della mamma Mélanie, che si era trovata a fungere da moglie di un improbabile «pavone», il marito, che, nonostante lei presente, era capace di gonfiarsi «accanto a quella improbabile compagna poco più grande di sua figlia» (pagina 54). Un istinto che conduce presto Lara ad avere terrore di suo padre (confronta pagine 62 e 63), anche perché egli, con i suoi modi e i suoi iterati e sfrontati tradimenti con la sua “gattina” (pagina 49), stava facendo sì, come leggiamo testualmente, che tutto crollasse (sia relazioni che sentimenti, sia passioni che hobbies che non fossero i suoi); tutto ciò stante il fatto, subito evidente, che «il suo matrimonio stava cadendo a pezzi» (pagina 48). 
    Il padre vive da solo, pur stando insieme alla moglie, all’amica di lei, e alla figlia; è un magnate delle costruzioni (confronta pagina 115), che può disporre perfino di voli aerei non di linea, ma non sa volare più in alto del proprio organo genitale; ma soprattutto, egli appare preso dai suoi hobbies, purché sempre lucrativi, come quello della spumantizzazione dei suoi prodotti vinicoli, che egli  va propagandando perfino in ambiente giapponese, cioè «in un paese che solo in tempi moderni si comincia ad aprire alla cultura occidentale del consumo del vino» (pagina 115). I brevi capitoli narrativi presentano, ogni tanto, delle parti stampate in corsivo: sono quasi il commento di un coro dell’antico teatro greco, nel senso che, periodicamente, l’Autrice si ritaglia dei propri spazi: in queste linee di scrittura, ella presenta le proprie osservazioni sui fatti, sul clima, sull’ambiente, sulle vicende, sulle anime, sull’emotività…; soprattutto  lo fa in quelle righe in cui le vicende narrate danno il senso dei pochi momenti – effimeri!, così come apre e chiude il capitolo alle pagine da 37 a 39 – in cui qualche bagliore di felicità sembra farsi strada all’orizzonte. 
    Tra le altre, la parte in corsivo delle pagine da 60 a 65, racconta, in contro-canto, il vero e proprio “terrore” che Lara ha di suo padre, anche perché lui non condivide quella che considera, testualmente, «quella stupida attività del balletto» (pagina 61); si tratta di una caratteristica ripetuta in un altro passaggio in corsivo, laddove Lara «un po’ alla volta, nei confronti di suo padre… aveva preso corpo un vero e proprio terrore» (pagina 63) Il mondo di persone e ambienti evocato da queste pagine non appartiene alla plebe, ma all’alta borghesia impegnata in affari e transazioni internazionali, particolarmente nella produzione dell’industria vinicola; si tratta della famiglia dei Castaldi di Lomellina, il cui esponente - e padre di Lara – è, appunto, Filippo Castaldi di Lomellina: un uomo con un forte debole per la sensualità carnale che, nell’intreccio, lo porta a introdurre la sua amante nel momento della festa di compleanno della moglie, oppure a farla addirittura vivere in casa insieme con la figlia Lara, negli anni in cui la moglie, a seguito di una caduta da cavallo - accaduta a seguito del terribile momento del tradimento di lui, quando ella scopre che il marito non disdegna sdolcinature pubbliche con l’amante.
    Ormai la mamma di Lara, nonostante la sua fantasia molto fervida, vive altrove in stato neurovegetativo. Schiavo, come un adolescente, del fascino femminile di una escort, come quando la narrazione in corsivo osserva che Lara «vide suo padre Filippo che… accompagnava una giovane donna all’auto e come un adolescente si spendeva in effusioni, promettendole di raggiungerla quanto prima» (pagina 65). Un «vanesio fino alla fine» (pagina 152), come sentenzierà l’ormai matura e a sua volta coniugata Lara (a cui un giovane finalmente ruba il cuore: pagina 85), di fronte alla tomba del padre, «nel Cimitero monumentale di Milano, dove era stato sepolto dopo essersi fatto cremare» (pagina 152). Pur appartenendo a questo mondo, fatto anche di camerieri, governanti, viaggi per affari in tutta Europa o in Giappone, Lara è un tipo a sé: «non amava quelle feste e neanche quelle persone… detestava la poca genuinità degli ospiti» (pagina 13).  Ama la danza, prima quella europea (dove sarà prima ballerina nel ruolo di Odette nel famoso balletto Il lago dei cigni: confronta pagina 77); e poi quella giapponese (nella danza tradizionale Nihon Buyo: pagina 98), nel corso della quale subirà una grave caduta, che l’abbatte per un periodo ma non la doma. Lara più figlia della mamma che del padre, nel senso che la mamma Mélanie, a sua volta figlia di genitori appartenenti entrambi a famiglie nobili, aveva inoculato in Lara la simpatia per mondi differenti, non condivisi dal più pragmatico Filippo: «Se per Mélanie la musica era l’essenza della vita, per la figlia la danza era vita». Inoltre, mamma Mélanie - ricorda una pagina in corsivo - «dolce e gentile come sua figlia, aveva subito legato con quella cagnolina» (pagina 62), la cagnolina di Lara, anche essa distrutta in malo modo dal pragmatico Filippo. Lara mostra di averne compreso la struttura personale: oltre che traditore della coniuge, Filippo ha quasi la vocazione «di rovinare tutto come sempre!» (pagina 79), anche se la figlia lo ama e spererebbe – invano – di vederlo in prima fila a guardarla ballare (confronta pagina 82). Ma forse il pregio non apparente del libro e dell’istinto di Lara, ben reso dalla colorata copertina, che evoca opportunamente Parigi e Tokyo, è quello di descrivere le relazioni interpersonali: quelle che sono di sangue e che spesso sono interrotte dai temperamenti e dai caratteri; quelle nascono dalla frequentazione interpersonale e che spesso si sfilacciano nella stessa relazione matrimoniale; come accade la sera della sua festa di compleanno alla moglie di Filippo che, neppure immaginando che il décolleté donatogli dal marito Filippo era identico a quello che il fedifrago aveva donato anche all’amante Rosemary, vede incrinarsi quella relazione che lei avrebbe voluto ricostruire come una relazione da fiaba (confronta pagina 52). Una relazione che si scioglie ben presto, come il semifreddo preparato come dolce finale della festa di compleanno, che, scrive l’Autrice con ironia partecipata, «si stava sciogliendo insieme alle ultime candeline accese, e quell’immagine di disfacimento era perfetta per la situazione» (pagina 59). Le relazioni stanno più nei ricordi – nei momenti pescati nella memoria che nella cruda realtà. Per esempio, nel ricordo di Lara piccolina, quando aveva trascorso da piccola una vacanza in montagna (confronta pagine da 74 a 75); oppure quando la protagonista, ultimata con la caduta e le fratture la sua esperienza in Giappone, desidera «ora più che mai, di respirare l’aria di casa, di nutrirsi dei ricordi più belli e di lottare per ricostruire un briciolo di normalità» (pagina 133), magari con la terapie dei boschi o delle piante, o anche con l’ippoterapia: «Cavalcare veloce le avrebbe alleviato quel senso di oppressione e di angoscia per il futuro» (pagina 93). Ma soprattutto, come accade nel capitolo che porta il medesimo nome del libro (pagine da 142 a 150), prima dell’Epilogo, quando «sapeva di essere su una moto con un tipo incontrato per caso. Non era nel suo stile accompagnarsi a gente mai vista, tanto meno lanciarsi all’avventura così, come una scapestrata» (pagina 149).
    Pasquale Giustiniani per Books&Museum
    Napoli
    8 min
  • Travel literature from Milione to the religious aspects of Roots Tourism
    Naples, San Francesco da Paola, 1/31/2025
    Travel literature from “Il Milione” to the religious aspects of Roots Tourism
    1. Introduction
    As cultural anthropology suggests, it is necessary, beyond the theological and sociological pluralism of individual faiths, to recognize religion as a cultural universal, that is, a persistent anthropic factor, independently of institutional religions and the processes induced or supported by them. The religious identity emphasis can, however, become an exasperation of localisms to the detriment of universality, as has occurred in some multinational and multireligious countries. It is no coincidence that Christianity itself, in the social and political fields, must today fight on two fronts: against a modernity that threatens, in its extreme manifestations, some of its values, and against the fanaticism of the most radical religious fringes. In this way, we end up in a socio-political project, which retains only the name (Leviathan) of the biblical and which, not by chance, the theologian J. Moltmann was able to judge, from a theological perspective, as a real blasphemy expressed against the Creator. The hypothesized solution, in fact, rather than inaugurating a way of translation, on the socio-political level, of a specific Christian ideal in the rich "market" of religious proposals, progressively marginalizes the religious from the city, from the journey, from the tours, even from the city of roots, relegating it to the private, sentimental, lived, and inner conscience spheres. It is a fact that the first encounter of the Christian gospel with the cities of the Mediterranean took place in an intricate set of elements that we can well define, now for then, as pluralistic, qualified as it was by various cults, religions, values, ideas, economic structures... In this complex world, Christians, rather than presenting a culture that is different and antithetical to the pre-existing ones, contrasting them with a unique and exclusive truth, eliding any other contemporary perspective, prefer to wedge themselves into the multiplicity of backgrounds, occupy the same physical places as others, assume the same grammars, the same figurative techniques, deal with the lemmas and concepts in use, inhabit the same places and woods, frequent the same temples. But, very soon, they creatively re-semanticize and re-signify all the previous arrangements, that is, by imitating on a reflexive level the same kenosis of the Word, they allow the cultural heritage referred to Christ to “incarnate” itself again in pre-existing cultures and to regenerate them, so to speak, from within, sometimes proceeding to real linguistic re-inventions which in turn refer to real “rational” inventions or, if you prefer, to renewed ways of showing the reasonableness of the believed faith and the credibility of the professed truths using the same categories of the pluralistic cultural world to which they address themselves but, at the same time, appropriately re-semanticize the whole. And yet, it is not useless to remember that, in addition to the Mediterranean trade routes, the Christian faith, from the beginning, traveled the routes and stations of the East, through the Red Sea route and, by land, through the stations, already Jewish before Christian, that had reached distant China. The sea route led first of all to India. Literary, archaeological and numismatic sources tell us that ancient Rome exported and imported coral: oriental trade was very important for the Empire, because it brought a strong profit in customs, considerable sums that were used above all for the maintenance of the enormous Roman army; it is a very large network of exchanges between the Mediterranean and Eurasia, which the history of Christianity ignored for a long time, but which cannot be ignored. In turn, China had created its own road system up to the limes romanus: non-Roman roads and without the stones of the consular roads that, already from the second century AD, connected the Chinese world with the Mediterranean West. They were useful roads for commercial, cultural and religious interactions. The Silk Road takes its name from the lucrative trade that took place during the Han Dynasty in China (207 BC - 220 AD) Already around 114 BC the Han Dynasty expanded the trade routes of its road. The Chinese were very interested in ensuring the safety of the products they traded, in order to protect the trade route. If you read chapter 18 of the Apocalypse, you will find the list of goods that, within the first century of the Christian era, arrived from Arabia Felix and western southern India, in particular from the city of Muziris (especially precious stones and pepper)

    2. The travels of Il milione
    In his work Il Milione, Marco Polo recounts his journey that begins in Piazza San Marco and reaches the gates of the Forbidden City in Beijing.
    The importance of Il Milione has been fundamental for Western history, especially for the compilation of the Mappamondo di Fra’ Mauro: it is also thought that the Venetian merchant’s book may have inspired the travels of Christopher Columbus (which then led to the discovery of the Americas). But it should not be ruled out that it was in turn inspired by the ancestral criterion, now back in vogue, of roots tourism.
    Marco Polo’s journey winds along the famous Silk Road, the trade route that united, as has been said, the world for several centuries, through numerous cities and populations more or less known to the Venetians and Westerners of the 13th century. He could not fail to take into account the passages of the Apocalypse.
    The people of God are commanded to leave Babylon (18,4-8)
    ((⏱️=500))4 and I heard another voice from heaven… Society and the world are two conceptually distinct entities. Society is the community of men, the world - biblically - is the reality of sin that establishes itself as a structure among men. The welding between society and the world constitutes Babylon. Already Peter (first letter 5,13) calls Rome Babylon, precisely because of this welding. In this situation, the people of God are invited to leave Babylon: the Church will go into the desert (Revelation 12:6 and following), but at the same time it does not flee, because it is present with "the two witnesses". Babylon thus sees all its possibilities of seduction fall. The people of God will leave Babylon, but it will tenaciously persecute it, as a result of which Babylon will receive "double for its misdeeds". It will end up in a real prison in the whirlpool of evil and destruction: "Its plagues will come: death, mourning and famine. It will be burned by fire, because the Lord is God who condemns it". 11 Even the merchants of the earth weep and lament over it, because no one buys their goods anymore: 12 their cargoes of gold, silver and precious stones, pearls, linen, purple, silk and scarlet; perfumed woods of every kind, objects of ivory, wood, bronze, iron, marble; 13 cinnamon, amom, perfumes, ointment, incense, wine, oil, fine flour, wheat, cattle, flocks, horses, chariots, slaves and human lives.
    The eyes of Marco Polo, during the exciting and tiring journey, real or partially imaginary, had the opportunity to admire unique scenarios: boundless seas, proud mountains, uninhabited deserts and legendary cities. We are not certain whether the things recounted in the Milione were all experienced firsthand by Marco Polo or whether they were recounted by companions in adventure he met during his crossing between present-day Europe and Asia. In the sixth chapter we read that the great Khan is curious to know about Christian things: «When the two brothers came to the Great Khan, he made great rejoicing and great joy, as a person who had never seen anyone Latin. And he asked him about the emperor, who was a lord, and about his life and his justice and many other things here; and he asked him about the pope and the church of Rome and about all the deeds (and states) of the Christians. The two brothers answered well (and wisely), as wise men that they were; and they knew how to speak Tartar well». And in chapter 29, where Toris is told, the conflicts between Christianity and Islam also emerge: «When the term was completed, in the morning all the Christians went to church and had the mass sung, praying to God to help them. Then they took the cross and went to the plain in front of this mountain; and there were, between males and females and small and large, well 100,000. And the caliphate came there with many armed Saracens to kill all the Christians, believing that the mountain would not change. While the Christians were kneeling before the cross praying to God for this fact, the mountain began to crumble and change. The Saracens, seeing this, were very amazed, and the caliph converted and many Saracens. And when the caliphate died, a cross was found around his neck; and the Saracens, seeing this, did not bury him in the fortress with the other caliphs who had passed by, but rather put him in another place. Now let us leave Turin and speak of Persia."
    3.The sacred journey of roots
    Among the processes used by travellers and migrants to create a "home" outside their territories of origin, there is today also the glue of religion, in Italy predominantly in its Christian form, especially devotional rather than cultic. This glue almost acts as a suture thread which, at the same time, allows us to imagine and "remember" the past and re-attach the limbs and members of a collective body, which has often experienced social violence, or has been forced to leave its original places for economic and political reasons.
    In order to rebuild their personal an
    17 min
  • La letteratura di viaggio dal Milione agli aspetti religiosi del Roots Tourism
    Napoli, san Francesco da Paola, 31.1.2025   La letteratura di viaggio da “Il Milione” agli aspetti religiosi del Roots Tourism   1.  Premessa Come ci suggerisce l’antropologia culturale, occorre, al di là del pluralismo teologico e sociologico delle singole fedi, riconoscere la religione come universale culturale, cioè fattore antropico persistente, indipendentemente dalle religioni istituzionali e dai processi da esse indotti, o assecondati. L’enfasi identitaria di tipo religioso può, tuttavia, diventare esasperazione dei localismi a tutto danno dell’universalità, così come si è verificato in alcuni paesi multinazionali e multireligiosi. Non è un caso che lo stesso cristianesimo, in campo sociale e in politica, deve oggi “battersi” su due fronti: contro una modernità che minaccia, nelle manifestazioni estreme, alcuni dei suoi valori, e contro il fanatismo delle frange religiose più radicali. Si finisce, in tal modo, in una progettualità socio-politica, che di biblico conserva soltanto il nome (Leviatàn) e che, non a caso, il teologo J. Moltmann ha potuto giudicare, in ottica teologica, come una vera e propria bestemmia espressa contro il Creatore[1]. La soluzione ipotizzata, infatti, piuttosto che inaugurare una via di traduzione, sul piano socio-politico, di una specifica idealità cristiana nel ricco “mercato” delle proposte religiose, emargina progressivamente il religioso dalla città, dal viaggio, dai tours, anche dalla città delle radici, relegandolo nell’ambito del privato, del sentimentale, del vissuto, della coscienza interiore. È un fatto che il primo incontro del vangelo cristiano con le città del Mediterraneo avvenga in un intricato insieme di elementi che possiamo ben definire, ora per allora, pluralistico, qualificato com’era da svariati culti, religioni, valori, idee, assetti economici... In questo mondo complesso, i cristiani, piuttosto che presentare una cultura altra e antitetica a quelle pre-esistenti, contrapponendovi una verità unica ed esclusiva, elidente qualunque altra prospettiva coeva, preferiscono incunearsi nella molteplicità di sfondi, occupare i medesimi luoghi fisici degli altri, assumere le stesse grammatiche, le medesime tecniche raffigurative, trattare i lemmi e i concetti in uso, abitare i medesimi luoghi e boschi, frequentare i medesimi templi[2]. Ma, ben presto, essi ri-semantizzano e ri-significano creativamente tutti i precedenti assetti, ovvero, imitando sul piano riflesso la stessa kenosi del Verbo, consentono, al patrimonio culturale riferito a Cristo, di “incarnarsi” di nuovo nelle culture pre-esistenti e di rigenerarle, per così dire, dall’interno, talvolta procedendo a delle vere e proprie re-invenzioni linguistiche che rinviano a loro volta a vere e proprie trovate “razionali” o, se si preferisce, a delle rinnovate modalità per mostrare la ragionevolezza della fede creduta e la credibilità delle verità professate utilizzando le medesime categorie del pluralistico mondo culturale a cui si rivolgono ma, insieme, ri-semantizzando opportunamente il tutto[3]. E tuttavia, non è inutile ricordare che, oltre che le rotte del commercio mediterraneo, la fede cristiana, fin dalle origini, percorse le rotte e le stazioni dell’Oriente, attraverso la via del mar Rosso e, per terra, attraverso le stazioni, già giudaiche prime che cristiani, che avevano raggiunto la lontana Cina. La via marittima conduceva anzitutto in India. Le fonti letterarie, archeologiche e numismatiche ci dicono che Roma antica esportava e importava il corallo: il commercio orientale era molto importante per l’Impero, perché apportava un forte guadagno nelle dogane, somme notevoli che servivano soprattutto per il mantenimento dell’enorme esercito romano; si tratta di un’amplissima rete di scambi tra Mediterraneo ed Eurasia, che la storia del cristianesimo ha ignorato per molto tempo, ma che non si può ignorare. A sua volta, la Cina aveva creato un suo sistema viario fino al limes romanus: strade non romane e senza le pietre delle vie consolari che, già a partire dal II secolo d.C., connettevano il mondo cinese con l’Occidente mediterraneo. Erano strade utili per le interazioni commerciali, culturali e religiose. La via della seta prende il nome dal lucroso commercio che si svolgeva nei tempi della dinastia Han in Cina (207 a.C.-220 d.C.). Già intorno al 114 a.C. la dinastia Han ampliò le rotte commerciali della sua via. I cinesi erano molto interessati a garantire la sicurezza dei prodotti che commerciavano, al fine di proteggere la rotta commerciale. Se si legge il cap. 18 dell’Apocalisse, si trova l’elenco delle merci che, entro il primo secolo dell’era cristiana, giungevano dall’Arabia felix e dall’India meridionale occidentale, in particolare dalla città di Muziris (soprattutto, pietre preziose e pepe).   2. I viaggi de Il milione Nella sua opera Il Milione, Marco Polo racconta il suo viaggio che inizia da piazza San Marco e raggiunge le porte della Città Proibita di Pechino. L’importanza de Il Milione è stata fondamentale per la storia occidentale, soprattutto per la compilazione del Mappamondo di Fra’ Mauro: si pensa inoltre che il libro del mercante veneziano abbia potuto ispirare i viaggi di Cristoforo Colombo (che hanno poi portato alla scoperta delle Americhe). Ma non si deve escludere che sia stato a sua volta ispirato dall’antenato criterio, oggi tornato in auge, del roots tourism. Il viaggio di Marco Polo si snoda lungo la celebre Via della Seta, la tratta commerciale che univa, come si è detto, il mondo da svariati secoli, attraverso numerose città e popolazioni più o meno conosciuti ai veneziani e occidentali del 1200. Non poteva non tenere presenti i passi dell’Apocalisse. Il popolo di Dio riceve il comando di uscire da Babilonia (18,4-8)
    4 E udii un'altra voce dal cielo… Società e mondo sono due entità concettualmente distinte. La società è la comunità degli uomini, il mondo - biblicamente - è la realtà di peccato che si stabilisce come struttura tra gli uomini. La saldatura tra società e mondo costituisce Babilonia. Già Pietro (1Pt 5,13) chiama Roma Babilonia, proprio per questa saldatura. In tale situazione il popolo di Dio è invitato ad uscire da Babilonia: la Chiesa andrà nel deserto (12,6s), ma nello stesso tempo non fugge, poiché essa è presente con "i due testimoni". Babilonia vede così cadere ogni suo possibilità di seduzione. Il popolo di Dio uscirà da Babilonia, ma questa tenacemente lo perseguiterà, ne risulterà che Babilonia riceverà "il doppio dei suoi misfatti". Essa finirà in una vera carcerazione nel gorgo del male e della distruzione: "Verranno i suoi flagelli: morte, lutto e fame. Sarà bruciata dal fuoco, perché potente Signore è Dio che l'ha condannata". 11 Anche i mercanti della terra piangono e si lamentano su di essa, perché nessuno compera più le loro merci: 12 i loro carichi d'oro, d'argento e di pietre preziose, di perle, di lino, di porpora, di seta e di scarlatto; legni profumati di ogni specie, oggetti d'avorio, di legno, di bronzo, di ferro, di marmo; 13 cinnamòmo, amòmo, profumi, unguento, incenso, vino, olio, fior di farina, frumento, bestiame, greggi, cavalli, carri, schiavi e vite umane. Gli occhi di Marco Polo, durante l’entusiasmante e faticoso viaggio, reale o parzialmente immaginario, hanno avuto la possibilità di ammirare scenari unici: mari sconfinati, fiere montagne, deserti disabitati e città leggendarie. Non abbiamo la certezza che le cose raccontate nel Milione siano state tutte vissute in prima persona da Marco Polo o se siano state raccontate da dei compagni di avventura incontrati durante la sua traversata tra l’attuale Europa e l’Asia. Nel cap. VI si legge che il gran Kahn è curioso di conoscere le cose cristiane: «Quando li due frategli vennero al Grande Kane, egli ne fece grande festa e grande gioia, siccome persona che mai non avea veduto latino niuno. E dimandògli dello imperadore, che signore era, e di sua vita e di sua iustizia e di molte altre cose di qua; e dimandògli del papa e de la chiesa di Roma e di tutti i fatti (e stati) de’ cristiani. Li due frategli rispuosero bene (e saviamente), siccome savi uomini ch’egli erano; e bene sapéno parlare tartaresco». E nel capitolo 29, dove si racconta di Toris, emergono anche i conflitti tra cristianesimo e islàm: « Quando lo termine fue compiuto, la mattina tutti li cristiani andarono a la chiesa e fecero cantare la messa, pregando Idio che gli ’iutasse. Poscia tolsero la croce e andaro nel piano dinanzi a questa montagna; e quivi erano, tra maschi e femine e piccioli e grandi, bene 100.000. E ’l califa vi venne co molti saracini armati per uccidire tutti li cristiani, credendo che la montagna non si mutasse. Istando li cristiani dinanzi a la croce in ginocchioni pregando Idio di questo fatto, la montagna cominciò a ruvinare e mutarsi. Li saracini, vedendo ciòe, si maravigliaro molto, e ’l califfo si convertío e molti saracini. E quando lo califa morío, si trovò una croce a collo; e li saracini, vedendo questo, nol sotteraro nel munimento cogli altri califfi passati, anzi lo misero in un altro luogo. Or lasciamo de Toris e diciamo di Persia».   3.Il viaggio sacro delle radici Tra i processi utilizzati dai viaggiatori e migranti per creare una "casa" fuori dai territori di origine, vi è oggi anche il collante della religione, in Italia prevalentemente nella sua forma cristiana, soprattutto devozionale piuttosto che cultuale. Tale collante quasi funge da filo di sutura il quale, allo stesso tempo, consente d’immaginare e “ricordare” il passato e ri-attaccare le membra e gli arti
    14 min
  • Antonella Cilento, la babilonese. Recensione di P. Giustiniani
    Antonella Cilento, La babilonese, “Romanzi Bompiani”, copertina di Iole Cilento, Giunti editori, Firenze-Milano 2024, pp. 374.  «Certo, se a scrivere qui, oggi, fossero stati Dickens o Balzac, Checov o Mastriani, niente si sarebbe potuto nominare, men che meno lo sperma – in lingua locale sfaccimma… e tanto meno la profanazione erotica e spiona della madonna Assunta di Filomena Argento. Non se ne sarebbero trovati che pudichi, ma ammiccanti, cenni in francesi meno pii, come Maupassant, e ci sarebbero voluti altri anni ancora prima di cadere nelle pagine segrete di Apollinaire o in quella [quelle: piccolo raro svarione tipografico di questo libro di Cilento!] celebri di Lawrence (p. 264). Siamo, in questo gustoso passaggio narrativo del bellissimo e avvincente romanzo di Antonella Cilento, nella Sezione del romanzo intitolata “Filomena, 1881” (p. 205). Da esso ricaviamo i caratteri salienti dell’intreccio e del costrutto letterario di questo romanzo – che, forse, è anche un avvincente giallo, che attraversa, tra storia, magia e cultura popolare, varie epoche, arcaiche e moderno-contemporanee; a volte redatto in una fluente lingua napoletana –, il libro ci fa attraversare un lunghissimo arco di tempo: dal 653 a.C. (anno in cui inizia la prima Sezione, intitolata “Libbali” a p. 9), per giungere fino agli Anni Duemila (è questo il titolo dell’ultima Sezione, p. 309), allorché Alice, colpita da un fumetto intitolato Paperino e le lenticchie di Babilonia, viene trovata da Angelo «seduta a terra che piangeva. Non era riuscito a capire se a causa dal giornalino caduto sul piede o per un indicibile felicità fatta di ricordi, che era anche dolore» (p. 366). Sì, i ricordi: anche quelli della biografia di Cilento, che ci racconta gli inizi della scrittura di questo romanzo, «quando nel 2019 visitai una magnifica mostra allestita al MANN, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, intitolata Gli Assiri all’ombra del Vesuvio» (p. 367). Scattò allora una specie di corto circuito «che sovrapponeva un amato fumetto dell’infanzia, Le lenticchie di Babilonia di Romano Scarpa, al teschio con le orecchie conservata a santa Luciella ai Librai, a una falsa mummia conservata nella sezione egizia del MANN, a molti altri eventi e luoghi della vita reale, cucendo insieme epoche lontane e destini immaginari» (p. 367). L’anno chiave, documenti alla mano, resta il 1881, allorché a Napoli sono in tanti - studiosi, archeologi, eruditi… -, che studiavano i reperti archeologici di Troia: una vicenda iniziata nel 1845 che, nel 1936, approda alla scoperta dell’antica Babilonia (cfr. p. 369). L’opera che leggiamo - uno scritto che si lascia divorare dal lettore, benché di carta e benché abbastanza voluminoso – è, per definizione dell’Autrice, «un romanzo fantastico» o anche una «avventura romanzesca» (p. 369). Ma è un romanzo che avvince, che dosa efficacemente la realtà colorita, drammatica e folklorica – come la peste a Napoli, scoppiata nove anni dopo la ribellione di Masaniello del 1647 (cfr. pp. 159-160) –, con la magia superstiziosa di una città «che se ne cade di fattucchiere, janare e zèngare» (p. 122). Città dove, ieri come oggi, può ritornare a vivere «questa egiziana, o araba, di nome Arballì o Abalì, che vive nella via di Carbonara ogni mattina… C’è chi la chiama Babbilònia, chi ’a Babbilonese» (pp. 122-123). Una città cosmopolita e insieme paesana: se «Londra appare all’esploratore di Assiria silenziosa, identica al deserto di Mossul d’inverno» (p. 69) e se il Collins del romanzo è «nato a Creta da madre greca, ho studiato a Napoli, Copemhagen, Parigi…» (p.74), «a Napoli i morti danno in sogno i numeri» (p. 75) e perfino Sardanapalo-Assurbanipal si potrebbe ripresentare; per esempio, nei lineamenti di archeologo ed esploratore, mentre ritorna periodicamente la leggenda della lamia, della principessa libica Lamia che «fu una delle mille amanti di Zeus» (p. 78) che ebbe in dono il potere di cavarsi gli occhi e rimettersi. Sì, dal passato bisogna sempre stare in guardia, come ricorda Jacobi a Mr Layard: «Stia in guardia dal passato, Mr Layard, cerca sempre di raggiungerci, non importa quanto andiamo veloci» (p. 80). Un passato, come quello della babilonese delle prime pagine del libro, che si muove a terra come un serpente, in una stagione arcaica, allorché, nell’annuale festa di Ishtar, tutto viene sottoposto a rituale perché il male si allontani (cfr. p. 30), mentre il fluire inesorabile del tempo fa presagire al grande Assurbanipal che «i popoli oppressi occuperanno il tuo letto, le tue tombe, i tuoi templi» e la sua «donna giace con un ebreo, la tua città caduta sarà nei libri dei profeti e Babilonia sarà vendicata e si vendicherà Gerusalemme» (p. 31). Il romanzo di Cilento è fatto di ritorni periodici, moderni e contemporanei di queste arcaiche atmosfere, in cui «una donna che era un uccello, che era un leone… E una bambina scalza con una lucerna accesa» (p. 72) ritornano; non soltanto nella memoria fantastica dello scopritore di Nimrud, ma di ogni lettore.   [Pasquale Giustiniani]
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  • IUM Academy-Politeia, attualità formativa dei percorsi IFTS
    Pasquale Giustiniani Attualità formativa dei percorsi IFTS  
    I moduli e le unità capitalizzabili dei percorsi IFTS sono finalizzati a far acquisire insieme di competenze, autonomamente significativo, riconoscibile dal mondo del lavoro come componente di specifiche professionalità ed identificabile quale risultato atteso del percorso formativo. Com’è stato ribadito dal MIM qualche giorno fa, la filiera formativa tecnologico-professionale ha l'obiettivo di offrire agli studenti un'ampia gamma di opportunità formative nel settore tecnologico e professionale. Questa proposta formativa si basa su un sistema integrato e in rete, in grado di garantire una vasta scelta di percorsi: dall'istruzione tecnica e professionale, ai programmi di istruzione e formazione professionale, fino ai percorsi di istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS) e di specializzazione terziaria. Il tutto è reso possibile grazie alla collaborazione e alla sinergia tra istituti tecnici, istituti professionali e ITS Academy, creando un ecosistema educativo inclusivo e orientato al futuro. Ricordiamo che il futuro degli ITS Academy prevede, tra l’altro, la correlazione con una struttura formativa accreditata dalla Regione per l'alta formazione. Attualmente la filiera formativa tecnologico professionale è finalizzata a proporre agli studenti un’offerta formativa in ambito tecnologico-professionale, integrata in rete e capace di garantire un’ampia scelta di percorsi d’istruzione, di istruzione e formazione professionale, di istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS) e di specializzazione terziaria prevedendo il coinvolgimento e la sinergia di istituti tecnici e professionali e ITS Academy. Ulteriori soggetti della rete possono essere le università, le istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica e altri soggetti pubblici e privati intenzionati a contribuire alla realizzazione del progetto sperimentale, in partenariato con i rappresentanti del sistema delle imprese e delle professioni. Com’è noto, Il Centro Studi Politeia progetta, organizza e gestisce corsi per l'alta formazione professionale sia in proprio che per conto di enti terzi pubblici e privati, in ottemperanza alla normativa europea, nazionale e regionale. Promuove lo studio, la ricerca, l'informazione e la documentazione in materia di valorizzazione territoriale e di promozione dei beni culturali, assume la gestione di biblioteche e di archivi di enti pubblici e privati. Ecco perché opera, tra l’altro, anche in sinergia con il Sistema Informativo Istruzione Lavoro e Formazione della Regione Campania, mettendo a disposizione le sue strutture e le sue attività finalizzate al Reinserimento lavorativo, all’Aggiornamento (upskilling), alla Riqualificazione (reskilling), al Lavoro e inclusione, alla Ricollocazione collettiva. Con occhio, insieme, regionale e internazionale, soprattutto europeo, bisogna ricordare che l'Unione europea (UE) deve oggi far fronte a una carenza di qualifiche, soprattutto nelle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e nel campo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione. In particolare, le donne sono sotto-rappresentate in questi settori. Un maggior numero di persone dovrebbe essere incoraggiato a studiare materie per le quali si registrano una carenza di competenze e una domanda di manodopera. Tutti gli studenti devono acquisire "competenze trasversali" avanzate. che possano essere applicate in un'ampia gamma di contesti, come il pensiero critico e le capacità di risolvere problemi. Anche l'acquisizione di competenze chiave, come quelle matematiche e digitali, è essenziale. Riflettere su come i sistemi nazionali di istruzione superiore possano incoraggiare gli studenti ad acquisire le competenze necessarie contribuirà a sostenere lo sviluppo personale e professionale delle persone, due fattori che favoriscono un'elevata qualità della vita. Inoltre, stanno emergendo nuovi fabbisogni in termini di competenze a seguito delle transizioni verde e digitale attualmente in corso. Bisogna insistere, con respiro europeo, ad ampliare e arricchire lo Spazio europeo dell'istruzione per fornire agli alunni, agli studenti e agli insegnanti le conoscenze e le competenze per navigare sia la transizione verde che digitale. Questo processo inclusivo deve beneficiare gli studenti di tutte le età, ispirando, soprattutto, i giovani a diventare agenti del cambiamento e allo stesso tempo, offrire aggiornamento e riqualificazione dei lavoratori esperti. Non è un caso che il monitoraggio dell'istruzione e della formazione del 2024 si sia concentrato sul l'apprendimento della sostenibilità, mettendo in evidenza i seguenti aspetti: progressi e lacune nell'insegnamento delle competenze di sostenibilità, mentre molti sistemi che già sostengono lo sviluppo di approcci a livello scolastico alla sostenibilità; unire conoscenze, competenze e atteggiamenti;  c'è ancora spazio per un approfondimento della sostenibilità competenze: questo è cruciale per creare un cambiamento intergenerazionale equo[1].
    [1] European Commission, Education and Training Monitor 2024 Comparative report, Luxembourg, Publications Office of the European Union, 2024.

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  • the great refusal, Celestine V in Naples - Prof. Giustiniani illustrates the book by Fulvio Pastore - (8 Jan. 2025 Maschio Angioino)
    the great refusal, Celestine V in Naples - Prof. Giustiniani illustrates the book by Fulvio Pastore - (8 Jan. 2025 Maschio Angioino)

    Maschio Angioino, Naples, January 8, 2025
    Intervention by Pasquale Giustiniani
    This work by Fulvio Pastore (Celestine the Fifth Pope in Naples, La valle del tempo editions, Naples 2024) has the ultimate goal of shedding light on the location of Celestine V's papacy in Naples and, as Dante's Divine Comedy perhaps alluded to, of his "refusal".
    Pope Francis, in the Bull of Indiction of the first Jubilee of the third millennium, explicitly recalls "the great "pardon" that Saint Celestine V wanted to grant to those who went to the Basilica of Santa Maria di Collemaggio, in L'Aquila, on 28 and 29 August 1294, six years before Pope Boniface VIII instituted the Holy Year. The Church was already experiencing, therefore, the jubilee grace of mercy».
    It was, in fact, Saint Celestine V, with the Bull Inter sanctorum solemnia, also called «Perdonanza», who granted the first plenary indulgence, of a “jubilee” type, to all the faithful who visited the church of S. Maria di Collemaggio in L’Aquila, from the Vespers preceding the memory of the beheading of St. John the Baptist - August 28 - to the Vespers of the following same feast, August 29. Even if the «Perdonanza» of Pietro da Morrone was soon to be repealed by Pope Boniface VIII, on August 18, 1295, Boniface was nevertheless inspired by it for the institution of Jubilees, the first of which was celebrated, precisely, on March 25, 1300, with a cadence then foreseen every 100 years.
    Hence the topicality and interest, also in view of the first Jubilee Year of the third millennium (but not only) of a research, such as that of Fulvio Pastore, which connects a beautiful page of the history of the Roman pontificate with the city of Naples. Still little known and even less disseminated, that page highlights various aspects, known and unknown, of the great figure of the hermit Pietro da Morrone, later elected pope with the name of Celestine V, whose pontificate is appropriately correlated - on the basis of rigorous archival, but also artistic and theological documentation -, with the city of Naples: the newly elected Pope Celestine V, in fact, arrived here on 5 November 1294; also here, on the following 13 December, he renounced the Papacy; in the same city, on 23 December, a new conclave was held which, the following day, led to the election of Boniface VIII (Pope Caetani). The act of transfer of the Papal Seat to Rome, which had been in the Neapolitan seat for almost half a year, dates back to December 27, 1294. In short, Naples, precisely during the brief pontificate of Pope Celestine V, was the papal seat. Pastore reminds us, among other things, that Ubi Petrus, ibi Ecclesia. It was Saint Ambrose who first wrote those famous words: "Ubi Petrus, ibi Ecclesia, where Peter is, there is the Church" (in Ps. 40, 30; P.L. 14, 1082). Pope Saint Paul VI - who often quoted this adage of the late-ancient Church father - one day textually integrated a reference to "his" church in Milan. The city of Naples, in fact, not only hosted great Pontiffs, but it is precisely in Naples that the brief pontificate of the controversial figure of Pope Celestine V arises and takes place, about whom, as the Author warns, «many have been and are the “readings” of the character, of his story and above all of the fleeting epiphany of his Pontificate». Pietro Angelerio da Morrone, the penultimate of twelve children, soon orphaned by his father, is initiated by his mother into ecclesiastical studies. Attracted to monastic life, he enters the Benedictine Order. At 24 he becomes a priest, but soon chooses the life of a hermit on Mount Morrone in Abruzzo. Prayer, penance and fasting mark his days. Attracted by him, many follow him: soon, with the approval of Urban IV, the first nucleus of the Hermits of Maiella is born. Pietro da Morrone's fame as a man of God spread throughout Europe and people flocked to him from everywhere to seek advice and healing. He showed everyone the conversion of the heart as the path to peace, in a historical moment torn by tensions, conflicts - even within the Church - and plagues. The fame of the hermit, known for his miracles and his upright spiritual conduct, led, as we now read in Pastore's book, the electors to identify him as the ideal candidate to overcome the stalemate. Reached in the cave in Maiella by a delegation of prelates, Pietro initially refused, then understood that it was God who was calling him to such a high responsibility. However, he rejected the cardinals' invitation to reach Perugia and, on 29 August 1294, the feast of Saint John the Baptist, escorted by King Charles, he went to L'Aquila sitting on a donkey, to receive the tiara in the great church of Santa Maria a Collemaggio, which he had built a few years earlier. Who knows if that choice of the donkey - already present in the writings of Gioacchino da Fiore – did not also influence the wonderful pages of the Renaissance Giordano Bruno in the Cabala of the Pegasus Horse.
    In the Dantean sky of the Sun, a double crown of "wise spirits" who sing and dance spreads around the star. In the second crown, Dante tries to identify some faces, and here a famous profile shines: "shine me from the side / the Calabrese abbot Gioacchino, gifted with a prophetic spirit" (Paradiso XII, 139-141). In Gioacchino's Liber figurarum, The Seven-Headed Dragon, or apocalyptic dragon, symbolized the six kings who persecuted the Church from Herod to Saladin. The seventh head, without a name, is that of a persecuting king, called the Antichrist, who Gioacchino believes is imminent, against whom the Church will have to fight and suffer, even if only for a short time, in the torment that precedes the now imminent beginning of the Age of the Holy Spirit. In the final coda, the last satanic persecutor is designated, Gog, the second Antichrist, who will be unleashed and defeated at the end of the Third Age. Immediately afterwards, with the Resurrection of the dead and the Last Judgement, history will end and the doors of the eternal Jerusalem will open.
    Even if the new Congregation of the Celestines of Pietro del Morrone accepted donations and, therefore, did not pursue the ideals of radical poverty of the Franciscan spirituals, who were partly inspired by the abbot Gioacchino, Pietro da Morrone must have soon come into contact with them. The hermitage and the other churches consecrated to the Holy Spirit reveal the influence of the spirituals who, in fact, in the wake of Gioacchino da Fiore, awaited the age of the Holy Spirit and would later identify in Pietro-Celestine the angelic pope, who, according to a prophecy that had been circulating since the middle of the 13th century, was to precede that era as the purifier of the Church. Peter's contacts with the leaders of the spirituals such as Peter of Macerata and Angelo Clareno already existed before his elevation to the pontificate. It is no coincidence that the topic of the prophetic donkey (central point of the first dialogue of the Brunonian Cabala), will be taken from a Pauline passage: "Have you not heard, that the foolishness, ignorance and asinineness of this world is wisdom, doctrine and divinity in the other? (1Cor 2, 10-16)". There is no need to be frightened, therefore, Bruno will warn, when you hear the name of donkey, asinineness, bestiality, ignorance, madness, even when presenting Jesus riding a donkey and her newborn colt. Saulino, in the Bruno dialogue, will therefore expose the “cabalistic revelation”, according to which, in the eighth sphere, “where the virtue of the intelligence of Raziele is established, the donkey or asinity is a symbol of wisdom”.
    Among the Acts signed, or, as Pastore rightly observes, made to be signed by Pope Celestine V in his brief pontificate - 110 in L’Aquila, 19 in progress, 34 in Naples -, there is also the bull of 14 or 17 September, which recalls the Bull of Nicholas IV (15/5/1290) with which it is ordered that the Commanders and Knights of St. James in the kingdoms of Portugal and Algarvia, can elect a Master.
    Horses, knights, but also donkeys foretell a new era. The passage from the Gospel of Matthew (Mt 21, 1-11), which is proclaimed before the procession on Palm Sunday, alongside the disciples and the crowd of Jerusalem, mentions a donkey and her colt three times. The emphasis on these two animals gives them a particular narrative importance: they are essential to the story of the event that unfolds at the gates of Jerusalem. Quoting the book of the prophet Zechariah (9,9) – Tell the daughter of Zion: “Behold, your king comes to you, gentle, and sitting on a donkey, and on a colt, the foal of a beast of burden” –, Matthew has already provided a clear interpretative key to the choice that Jesus makes to ride a donkey instead of appearing on a horse, or even in a chariot (Zech. 9, 9-10).
    He too, Fra’ Pietro, as soon as he was elected pope, rode a donkey through the Peligna Valley (Raiano) – the Subequana Valley (Castelvecchio Subequo, Goriano Sicoli, Castel di Ieri, Acciano, Fontecchio) and the Aquilana Valley (Villa S. Angelo, Fossa) to reach L’Aquila on August 29th in Collemaggio. On October 11th 1294 in Sulmona, a meeting between donkeys and even a miracle by Celestine is reported: «The healing of Angela di Giovanni di Pietro, who also arrived there on a donkey, led by her husband, from Sant’Eufemia, near Caramanico. Swollen and tumescent, yellow in color, unable to walk or do anything… she met Celestine also riding a donkey, begged him, met his gaze and, at his blessing, was instantly healed. The memory of this remained for a long time in Caramanico, from where several witnesses went to Sulmona to give their sworn testimony before the prelates who were conducting the canonization process".
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  • il gran rifiuto, Celestino V a Napoli-il prof. Giustiniani illustra il libro di Fulvio Pastore-(8 gen.2025 Maschio Angioino)
    Maschio angioino, Napoli, 8 gennaio 2025 Intervento di Pasquale Giustiniani Questo lavoro di Fulvio Pastore (Celestino quinto papa a Napoli, edizioni La valle del tempo, Napoli 2024) si propone come obiettivo ultimo quello di portare in piena luce la collocazione a Napoli del papato di Celestino V e, come forse alludeva la Divina commedia dantesca, del suo “rifiuto”. Papa Francesco, nella Bolla d’indizione del primo Giubileo del terzo millennio, ricorda esplicitamente «la grande “perdonanza” che San Celestino V volle concedere a quanti si recavano nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, a L’Aquila, nei giorni 28 e 29 agosto 1294, sei anni prima che Papa Bonifacio VIII istituisse l’Anno Santo. La Chiesa già sperimentava, dunque, la grazia giubilare della misericordia»[1]. Fu, infatti, san Celestino quinto, con la Bolla Inter sanctorum solemnia, detta anche «Perdonan­za», a concedere la prima indulgenza plenaria, di tipo “giubilare”, a tutti i fedeli che visitassero la chiesa di S. Maria di Collemaggio a l’Aquila, dai Vespri precedenti la memoria della de­collazione di s. Giovanni Battista - 28 agosto - ai Vespri della successiva medesima festa, 29 agosto. Anche se la «Perdonanza» di Pietro da Morrone sarà presto abrogata da papa Bonifacio VIII, il 18 agosto 1295, Bonifacio se ne farà comunque ispirare per l’istituzione dei Giubilei, il primo dei quali si celebrò, appunto, il 25 marzo 1300, con cadenza allora prevista ogni 100 anni. Di qui l’attualità e l’interesse, anche in vista del primo Anno giubilare del terzo millennio (ma non solo) di una ricerca, qual è appunto quella di Fulvio Pastore, il quale collega una bella pagina della storia del pontificato romano con la città di Napoli. Ancora poco nota e ancora meno divulgata, quella pagina mette in luce diversi aspetti, noti e non noti, della grande figura dell’eremita Pietro da Morrone, poi eletto papa col nome di Celestino quinto, il cui pontificato viene correlato opportunamente - sulla base di una rigorosa documentazione archivistica, ma anche artistica e teologica -, con la città di Napoli: il neo-eletto Papa Celestino quinto, infatti, qui arrivò il 5 novembre 1294; sempre qui, il successivo 13 dicembre, rinunciò al Papato; nella medesima città, il 23 dicembre, si tenne un nuovo conclave che, il giorno dopo, condusse all’elezione di Bonifacio VIII (papa Caetani). Al 27 dicembre 1294, dunque, risale l’atto di trasferimento a Roma della Sede Pontificia che, per quasi mezzo anno, era stato nella sede partenopea. Insomma, Napoli, proprio in occasione del pur breve pontificato di papa Celestino quinto, fu sede pontificia. Pastore ci ricorda, tra l’altro, che Ubi Petrus, ibi Ecclesia. Era stato sant’Ambrogio a scrivere per primo quelle famose parole: «Ubi Petrus, ibi Ecclesia, dov’è Pietro, lì è la Chiesa» (in Ps. 40, 30; P.L. 14, 1082). Papa san Paolo sesto - il quale citava spesso quest’adagio del padre della Chiesa tardo-antica - un giorno vi integrò testualmente un riferimento alla “sua” chiesa di Milano[2]. La città partenopea, infatti, non solo ha ospitato dei Pontefici sommi, ma è proprio a Napoli che sorge e si consuma il breve pontificato della figura controversa di papa Celestino V, circa il quale, come avverte l’Autore, «molte sono state e sono le “letture” del personaggio, della sua vi­cenda e soprattutto della fugace epifania del suo Pontificato». Pietro Angelerio da Morrone, penultimo di dodici figli, presto orfano di padre, è avviato dalla madre agli studi ecclesiastici. Attratto dalla vita monastica, entra nell’Ordine benedettino. A 24 anni diviene presbitero, ma presto sceglie la vita eremitica sul Monte Morrone in Abruzzo. Preghiera, penitenza e digiuno scandiscono le sue giornate. Attratti da lui, in tanti lo seguono: presto nasce con l’approvazione di Urbano IV il primo nucleo degli Eremiti della Maiella. In Europa si diffonde la fama di Pietro da Morrone come uomo di Dio e a lui accorrono da ogni dove per ottenere consiglio e guarigioni. A tutti indica la conversione del cuore come via per la pace, in un momento storico dilaniato da tensioni, conflitti - anche interni alla Chiesa - e pestilenze. La fama dell’eremita, noto per i miracoli e l’integra condotta spirituale, portano, come leggiamo ora anche nel libro di Pastore, gli elettori a individuare proprio in lui il candidato ideale per il superamento dello stallo. Raggiunto nella spelonca in Maiella da una delegazione di prelati, Pietro in un primo momento rifiuta, poi comprende che è Dio a chiamarlo a una responsabilità tanto alta. Tuttavia, respinge l’invito dei cardinali a raggiungere Perugia e, il 29 agosto 1294, memoria di San Giovanni Battista, scortato da re Carlo si reca a L’Aquila seduto su un asino, per ricevere la tiara nella grande chiesa di Santa Maria a Collemaggio, da lui eretta qualche anno prima. Chissà se quella scelta dell’asino – già presente negli scritti di Gioacchino da Fiore – non abbia influenzato anche le pagine mirabili del rinascimentale Giordano Bruno nella Cabala del cavallo pegaseo. Nel cielo dantesco del Sole si allarga attorno all’astro una duplice corona di «spiriti sapienti» che cantano e danzano. Nella seconda corona, Dante cerca di identificare alcuni volti, ed ecco brillare un profilo celebre: «lucemi da lato / il calavrese abate Giovacchino, di spirito profetico dotato» (Paradiso XII, 139-141). Nel Liber figurarum di Gioacchino, Il Drago delle sette teste, o drago apocalittico, simboleggiava i sei re persecutori della Chiesa da Erode a Saladino. La settima testa, priva di nome, è quella di un re persecutore, detto Anticristo, che Gioacchino ritiene imminente, contro cui la Chiesa dovrà combattere e soffrire, sia pure per breve tempo, nel travaglio che precede l’inizio ormai prossimo dell’Età dello Spirito Santo. Nel giro di coda finale è designato l’ultimo satanico persecutore, Gog, il secondo Anticristo, che si scatenerà e sarà sconfitto alla fine della Terza Età. Subito dopo, con la Resurrezione dei morti e il Giudizio Universale, si concluderà la storia e si apriranno le porte della Gerusalemme eterna. Anche se la nuova Congregazione dei Celestini di Pietro del Morrone accettava donazioni e, pertanto, non perseguiva gli ideali di povertà radicale degli spirituali francescani, che in parte s’ispiravano all’abate Gioacchino, Pietro da Morrone dev'essere presto entrato in contatto con loro. L'eremo e le altre chiese consacrate al S. Spirito rivelano l'influsso degli spirituali i quali, infatti, sulla scia di Gioacchino da Fiore, aspettavano l'età dello Spirito Santo e avrebbero identificato più tardi proprio in Pietro-Celestino il papa angelico, il quale, secondo una profezia che circolava fin dalla metà del sec. XIII, doveva precedere quell'epoca come purificatore della Chiesa. Contatti di Pietro con i capi degli spirituali quali Pietro da Macerata e Angelo Clareno esistevano infatti già prima della sua elevazione al pontificato. Non è un caso che l’argomento dell’asino profetico (punto centrale del primo dialogo della Cabala bruniana), sarà tratto da un luogo paolino: «Or non avete voi unqua udito, che la pazzia, ignoranza ed asinità di questo mondo è sapienza, dottrina e divinità in quell'altro? (1Cor 2, 10-16)». Non bisogna spaventarsi, dunque, avvertirà Bruno, quando udite il nome d'asino, asinità, bestialità, ignoranza, pazzia, anche presentando Gesù a cavallo di un’asina e del suo puledro appena nato. Saulino, nel dialogo bruniano, esporrà, pertanto, la “cabalistica rivelazione”, secondo la quale, nell’ottava sfera, “dove consta la virtú dell'intelligenza de Raziele, l'asino o asinità è simbolo della sapienza”. Tra gli Atti firmati, o, come ben osserva Pastore, fatti firmare da papa Celestino V nel breve pontificato - 110 a L’Aquila, 19 in itinere, 34 a Napoli -, non manca la bolla del 14 o 17 settembre, che richiama la Bolla di Nicola IV (15/5/1290) con la quale si ordina di potere, i Commendatori ed i Cavalieri di S. Giacomo nei regni di Portogallo e di Algarvia, eleggere un Maestro. Cavalli, cavalieri, ma anche asini fanno presagire un’era nuova. Il brano dal Vangelo di Matteo (Mt 21, 1-11), che si proclama prima della processione nella Domenica delle Palme, accanto ai discepoli e alla folla di Gerusalemme, menziona per tre volte un’asina e il suo puledro. L’insistenza su questi due animali conferisce loro una particolare importanza narrativa: sono essenziali al racconto dell’evento che si sviluppa alle porte di Gerusalemme. Citando il libro del profeta Zaccaria (9,9) – Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma” –, Matteo ha già fornito una chiara chiave interpretativa della scelta che Gesù fa di cavalcare un’asina invece che di presentarsi su un cavallo, o addirittura su di un carro (Zac. 9, 9-10). Anche lui, fra’ Pietro, appena eletto papa, a dorso di un asinello percorse la Valle Peligna (Raiano) – la Valle Subequana, (Castelvecchio Subequo, Goriano Sicoli, Castel di Ieri, Acciano, Fontecchio) e quella Aquilana (Villa S. Angelo, Fossa) per raggiungere l’Aquila il 29 agosto a Collemaggio. L’11 ottobre 1294 a Sulmona, viene riferito addirittura un incontro tra asini e addirittura un miracolo di Celestino: «La guarigione di Angela di Giovanni di Pietro, giunta sin lì anch’ella  su di un asino, condotto dal marito, da Sant’Eufemia, presso Caramanico. Gonfia e tumida, di colore giallo, incapace di camminare e di fare alcunché… incontrò Celestino a cavallo anch’egli di un asino, lo supplicò, incrociò il suo sguardo e, alla sua benedizione, guarì all’istante. Ne rimase a lungo il ricordo a Caramanico, da dove diversi testimoni si portarono a Sulmona, a prestare la loro deposizione giurata dinanzi ai
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  • New Science and Modernity, a Study of Knowledge, History and Language in G. B. Vico by Paloma Brook
    Center for Italian Philosophy, Accademia Vivarum Novum
    Villa Falconieri, December 19, 2024
    New Science and Modernity, a Study of Knowledge, History, and Language in Gian Battista Vico by Paloma Brook, Aracne. Rome 2024: Suggestions for the Discussion and Speech by Professor Pasquale Giustiniani
    Dear Aldo and Luigi,
    in view of the CFI Conference on Italic Philosophy, I would like to offer some suggestions that could be forwarded to the scholars who will be invited.
    The Conference could be titled “Antiquissima Italorum Sapientia”.
    In light of Giambattista Vico's writing - De antiquissima italorum sapientia -, the Conference intends to critically examine the ancient Greek, Christian and late-ancient premises of what Vico considered "our metaphysics", published by him in 1710 to "arouse curiosity in the learned" and, in particular, to "benefit the youth", explaining things from the first terms, weighing the opinions of others, showing all the consequences, up to the last corollaries.
    In the horizon described, the critical approach of each scholar-speaker should keep in mind some main questions:
    1. What is the "state of the art" of the critical interpretations of the thought of the author(s) that is investigated today?
    2. Are there premises or original nuclei of developments that will occur in the philosophy elaborated later in Italy?
    3. On which points should we insist to benefit the young generations of middle-high school and university students?
    Paloma Brook, New Science and Modernity: A Study of Knowledge, History and Language in Giambattista Vico, Preface by Stefano Velotti, Edizioni Aracne, Rome 2024, pages 191.
    From the opening lines of the Introduction (pages 19 to 26), the Author warns the reader about her research work, which aims to add a further piece to the studies on Giambattista Vico: a work «Ambitious because it aspires to investigate the idea of ​​new science in the light of a more general interpretative hypothesis: Vico is a philosopher of modernity in that he elaborates a form of thought that understands itself as placed in a now, in a present» (from the Introduction, page 19). This is a “modernity” according to the four indications of Günter Figal (see page 20), not without his resumptions made in the studies of Stefano Velotti (who also signs the preface to this volume (pages 13 to 16) and of Gianfranco Cantelli, for whom the «modern is a horizon, a perspective that includes in itself the present and the non-present, that is, the past and the future» (page 20): a horizon whose aspects outlined by Figal are: opposition, positioning, value judgment, horizon. Compared to the “past”, the New Science itself «consciously recognizes and constructs itself in contrast with the past» (page 21), opening up the possibility of noting both the fracture with respect to the past and of understanding its own present and itself, precisely by undertaking a new science. In this sense, the New Science «is not (or is not only) to be understood as a discipline, a science or a method alongside others, with the intent of providing a series of doctrines on the origins, the myth, poetry, history and their distance from the present» (page 22), but it is also a critical turning point, typical of the “modernity” of the eighteenth century. Hence the moments of the volume, which is divided «into three fundamental parts – plus a fourth part intended as a conclusion» (page 24). And here, as we read in the first Chapter (pages 27 to 51), Vico is not only a mere continuator of the philological-linguistic turning point of Humanism, nor is he to be seen as «the forerunner of many theories developed in the two subsequent centuries» (page 27). He manifests and implements, as Brooke observes, the will for a break with the past, made, textually, of “wreck” (page 29), and, at the same time, the pride of having to fulfill a new philosophical task with his science» (page 28). The subject of this new construction can be read in the important paragraph 338, in the fourth section On the method, which the Author enunciates in the first Chapter and then takes up again in paragraph 1 of the second chapter, where a fundamental discontinuity with respect to previous knowledge is enunciated (page 32), that is, a merciless criticism, or a series of refutations of the arrogance of nations and the arrogance of scholars, that is, of the knowledge that preceded it, not only the philological one, including the metaphysical instance, in the name of the hermeneutic criterion of discrepancy rather than continuity (see page 41). Vico is not an anti-modern, «entirely tied to the certainties of a humanistic vision (and, even before, a theological-metaphysical one) that is based on the bond of continuity between past and present» (pages 43 to 44). Compared to Cartesian modernity, Vico's modernity aims to «rediscover in what appears and is definitively lost what that ever-present, that non-past that still acts, as part of our common human mind» (page 42). In this horizon, the notion of Providence «is called to understand precisely this connection and to answer the question: if history cannot be understood by reconstructing the intentions of those who act in it, how can we give rationality to that which at first sight does not demonstrate it?» (page 43). It is not an archaic and non-modern connection to theological tradition, insists the Author; rather, «the concept of providence must be read as a corrective to a rationalistic and voluntaristic idea of ​​history» (page 43). On the one hand, will and rationality are not sufficient to explain certain effects on the plane of history: «Providence, it has been said, is therefore not “vulgar metaphysics”, in that it does not intervene directly on events, but makes use of “free” human action, with all its limits» (page 45). On the other hand, in line with a Vico of the opposite sign, of rationalist and enlightened mold: «it is man who makes history, not an intelligent divine plan, a supernatural intervention» (page 47).
    Brooke's entire research is a pursuit, page after page, of this apparent contrast between the previous vision of a world born from a mind different and superior to the human one (which has its own specific purposes, such as the ironic one) and that of a human subject producing history: first a theological instance transcending the world, not without residues of the «Christian tradition that intends history as the history of salvation and therefore as a reflection of intelligent design»: page 47, number 49): subsequently – here is the second chapter (page 53), a “theory” which is the New Science starting from the 1725 edition, but with textual revivals in 1744, or a «science, which develops as epistème, but also and above all as a new critical art» (page 54), as proof of a «component of meta-reflection at the basis of its theoretical procedure» (page 55, number 3) and, therefore, with an essential role played by the human mind. It is in this sense that Vico fulfills «a specific task of modernity: that of having to account for the conditions of possibility of our way of knowing the world, of our symbolic elaboration of it, and at the same time, even if only implicitly, define its limits» (page 57). It is a search for principles - to be found in fact among the modifications of our human thought, not without understanding them as chronological beginnings, as “facts” materialized in altars, weddings and burials. Here are «the two levels of theory (the new science with its principles) and of the object of the theory (humanity at its dawn), and the symptom of that fundamental circularity of a science that has itself as its object» (page 65). «The principles that Vico means are first of all principles of the human mind common to all nations (it is a sort of “universalism”, which must be clarified in its meaning and consequences» (page 66). The Author observes: «It is one of the many theoretical oppositions, even antinomies, that cross and almost constitute the troubled path of Vico's thought, within which it moves and which it tries to include in a broader critical reflection» (page 67). Vico is not so much a predecessor of the historical consciousness of the 19th century: «The New Science can be seen as the last stage where the philosopher displays the gallery of historical facts and characters, with their myths, laws, institutions, but also irrationalities, follies and inconsistencies: nevertheless trying to understand them rationally by grasping their deep structures» (page 70). Hence a new relationship between verum et factum: «they represent… two distinct and in some ways opposed functions, where it is one, there is no other» (page 71), which are understood in the light of a regulative principle, or rather a regulative ideal (compare page 72), «only orientative and very general, which still says nothing about the specific facts of the past» (page 73)
    Pasquale Giustiniani
    11 min
  • Scienza nuova e modernità, studio sul sapere in G. B. Vico di Paloma Brook-(relazione P. Giustiniani)
    Centro per la filosofia italiana, accademia vivarum novum Villa Falconieri, 19 dicembre 2024  Scienza nuova e modernità, studio sul sapere, la storia ed il linguaggio in G. B. Vico di Paloma Brook, Aracne. Roma 2024: contributo all’orientamento della discussione ed intervento del prof. Pasquale Giustiniani   Carissimi Aldo e Luigi, in vista del Convegno CFI sulla filosofia italica, mi permetto di offrire alcune indicazioni che potrebbero essere girate agli studiosi che saranno invitati.   Il Convegno si potrebbe intitolare “Antiquissima Italorum Sapientia”.   Alla luce dello scritto di Giambattista Vico – De antiquissima italorum sapientia -, il Convegno intende approfondire criticamente le premesse antico-greche, cristiane e tardo-antiche di quella che Vico considerava la “nostra metafisica”, da lui pubblicata nel 1710 per “destare la curiosità ne' dotti” e, in particolare per “giovare la gioventù”, spiegando le cose dai primi termini, soppesando le altrui opinioni, facendone vedere tutte le conseguenze, fino agli ultimi corollari. Nell’orizzonte descritto, l’approccio critico di ogni studioso-relatore, dovrebbe aver presenti alcune principali domande:
    1.       Qual è lo “stato dell’arte” delle interpretazioni critiche del pensiero dell’autore/i che viene oggi indagato?
    2.        Vi sono premesse o nuclei originari di sviluppi che si verificheranno nella filosofia elaborata in seguito in Italia?
    3.        Su quali punti bisognerebbe insistere per recare giovamento alle giovani generazioni di studenti medio-superiori e universitari?                                                                                      Paloma Brook, Scienza nuova e modernità. Studio sul sapere, la storia e il linguaggio in Giambattista Vico, Prefazione di Stefano Velotti, Edizioni Aracne, Roma 2024, pagine 191.   Fin dalle battute iniziali dell’Introduzione (pagine da 19 a 26), l’Autrice avverte il lettore circa il suo lavoro di ricerca, che ambisce di aggiungere un ulteriore tassello negli studi su Giambattista Vico: un lavoro «Ambizioso perché aspira ad indagare l’idea di scienza nuova alla luce di un’ipotesi interpretativa più generale: Vico è un filosofo della modernità in quanto elabora una forma di pensiero che si autocomprende come collocata in un ora, in un presente» (dalla Introduzione, pagina 19). Si tratta di una “modernità” secondo le quattro indicazioni di Günter Figal (confronta pagina 20), non senza le riprese di lui operate negli studi di Stefano Velotti (che firma anche la prefazione q questo volume (pagine da 13 a 16) e di Gianfranco Cantelli, per cui il «moderno è un orizzonte, una prospettiva che include in sé il presente e il non-presente, cioè passato e futuro» (pagina 20): orizzonte i cui aspetti delineati da Figal sono: opposizione, posizionamento, giudizio di valore, orizzonte. Rispetto al “passato”, la stessa Scienza nuova «si riconosce e costruisce consapevolmente in contrasto con il passato» (pagina 21), aprendo la possibilità di constatare sia la frattura rispetto al passato, sia di comprendere il proprio presente che se stesso, appunto intraprendendo una nuova scienza. In questo senso, la scienza nuova «non è (o non è solo) da intendere come una disciplina, una scienza o un metodo accanto ad altri, con l’intento di fornire una serie di dottrine sulle origini, il mito, la poesia, la storia e la loro distanza con il presente» (pagina 22), ma è anche un punto di svolta critica, tipica della “modernità” del secolo diciottesimo. Di qui i momenti del volume, che si articola «in tre parti fondamentali – più una quarta parte intesa in forma di conclusione» (pagina 24). Ed ecco che, come si legge nel primo Capitolo (pagine da 27 a 51), Vico non è soltanto un mero continuatore della svolta filologico-linguistica dell’Umanesimo, né è da vedere come «l’anticipatore di molte teorie sviluppatesi nei due secoli successivi» (pagina 27). Egli manifesta e attua, come osserva Brooke, la volontà di una frattura rispetto al passato, fatto, testualmente, di “rottami” (pagina 29), e, insieme, l’orgoglio di dover assolvere con la sua scienza a un compito filosofico nuovo» (pagina 28). La materia di questa nuova costruzione si legge nell’importante capoverso 338, nella sezione quarta Del metodo, che l’Autrice enuncia nel primo Capitolo e riprende in seguito nel paragrafo 1 del capitolo secondo, dove sarebbe enunciata una discontinuità fondamentale rispetto al sapere precedente (pagina 32), ovvero una critica spietata, o una serie di confutazioni della boria delle nazioni e della boria dei dotti, cioè del sapere che lo ha preceduto, non solo quello filologico, compresa l’istanza metafisica, in nome del criterio ermeneutico della discrepanza piuttosto che della continuità (confronta pagina 41). Vico non è un antimoderno, «tutto legato alle certezze di una visione umanistica (e, ancor prima, teologico-metafisica) che si fonda sul legame di continuità tra passato e presente» (pagine da 43 a 44). Rispetto alla modernità cartesiana, quella di Vico si propone lo scopo di «ritrovare in ciò che appare ed è definitivamente perduto quel sempre-presente, quel non-passato che ancora agisce, in quanto parte della nostra comune mente umana» (pagina 42). In tale orizzonte, la nozione di Provvidenza «è chiamata a comprendere proprio questo nesso e a rispondere alla domanda: se la storia non può essere compresa ricostruendo le intenzioni di chi in essa vi agisce, come dare una razionalità a ciò che a prima vista non la dimostra?» (pagina 43). Non è un arcaico e non moderno aggancio alla tradizione teologica, insiste l’Autrice; piuttosto, «il concetto di provvidenza va letto come un correttivo a un’idea razionalistica e volontaristica di storia» (pagina 43). Da un lato, non sono sufficienti la volontà e la razionalità a spiegare certi effetti nel piano della storia: «La provvidenza, si è detto, non è quindi “volgar metafisica”, in quanto non interviene direttamente sugli eventi, ma si avvale della “libera” azione umana, con tutti i suoi limiti» (pagina 45). Dall’altro lato, in linea con un Vico di segno contrario, di stampo razionalista e illuminista: «a fare la storia è l’uomo, non un disegno divino intelligente, un intervento sovrannaturale» (pagina 47). Tutta la ricerca di Brooke è un inseguire, pagina dopo pagina, questo apparente contrasto tra la precedente visione di un mondo scaturito da una mente diversa e superiore a quella umana (che ha suoi specifici fini, come quello ironico) e quella di un soggetto umano produttore di storia: dapprima un’istanza teologica trascendente il mondo, non senza residui della «tradizione cristiana che intende la storia come storia della salvezza e dunque come un rispecchiamento del disegno intelligente»: pagina 47, numero 49): successivamente – ecco il capitolo secondo (pagina 53), una “teoria” che è la Scienza nuova a partire dalla edizione del 1725, ma con riprese anche testuali nel 1744, ovvero una «scienza, che si sviluppa sì come epistème, ma anche e soprattutto come nuova arte critica» (pagina 54), a riprova di una «componente di metariflessione alla base del suo procedimento teorico» (pagina 55, numero 3) e, dunque, con un ruolo essenziale svolto dalla mente umana. È in questo senso che Vico assolve «un compito specifico della modernità: quello di dover rendere conto delle condizioni di possibilità del nostro modo di conoscere il mondo, della nostra elaborazione simbolica di esso, e al tempo stesso, ancorché solo implicitamente definirne i limiti» (pagina 57). Si tratta di una ricerca dei principi - da ritrovare di fatto tra le modificazioni del nostro umano pensiero, non senza comprenderli come inizi cronologici, come “fatti” materializzati in altari, nozze e sepolture. Ecco «i due livelli della teoria (la scienza nuova con i suoi principi) e dell’oggetto della teoria (l’umanità ai suoi albori), e il sintomo di quella fondamentale circolarità di una scienza che ha per oggetto se stessa» (pagina 65). «I principi che Vico intende sono anzitutto principi della mente umana comuni a tutte le nazioni (si tratta di una sorta di “universalismo”, che va chiarito nel suo significato e nelle sue conseguenze» (pagina 66). Osserva l’Autrice: «Si tratta di una delle tante opposizioni teoriche, perfino antinomie, che attraversano e quasi costituiscono il percorso travagliato del pensiero di Vico, entro le quali esso si muove e che tenta di ricomprendere in una più ampia riflessione critica» (pagina 67). Vico non è tanto un predecessore della coscienza storica del secolo XIX: «La Scienza nuova può essere vista come l’ultimo palcoscenico dove il filosofo mette in mostra la galleria di fatti e personaggi storici, con i loro miti, leggi, istituzioni, ma anche irrazionalità, follie e incongruenze: tentando nondimeno di comprenderli razionalmente cogliendone le strutture profonde» (pagina 70). Di qui un nuovo rapporto tra verum et factum: «rappresentano… due funzioni distinte e per certi versi opposte, dove è l’una, non c’è l’altra» (pagina 71), che vengono comprese alla luce di un principio regolativo, o meglio di un ideale regolativo (confronta pagina 72), «solo orientativo e generalissimo, che ancora nulla dice sugli specifici fatti del passato» (pagina 73)   Pasquale Giustiniani  
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  • Ortensio Zecchino, why we cannot but call ourselves Christians, readings and disputes on the essay by B. Croce-[P. Giustiniani]
    Ortensio Zecchino, Why We Cannot Not Call Ourselves “Christians”. Readings and disputes on the famous essay by Benedetto Croce, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (Catanzaro) 2024, pages 255, euro 18.00.
    Both the Preface (pages 11-15) by Eugenio Mazzarella - philosopher and, as he defines himself, «a Christian man… reasonably obliged to transcendence by what I see in immanence» (page 13), and the Afterword by Dino Cofrancesco (pages 231-249: a true essay after the essay!) which precisely, as stated in the title, offers «a modest non-philosophical commentary on the essay by Ortensio Zecchino» (page 231), already highlight well, albeit synthetically, the various emerging profiles in Ortensio Zecchino's research. Above all, they outline the underlying themes of the essay, which Benedetto Croce published ten days after a sleepless night on August 16, 1942, during which the idea of ​​writing it also occurred to him (page 5).
    Appearing in “La Critica” on November 20, 1942, with the famous title Why We Cannot Not Call Ourselves “Christians” (page 6), this essay by Croce, written not without “labor… in those terrible times” (page 88, number 79), Zecchino - firmly convinced that it should not be read in isolation, but rather “in a continuum with the others of the same period” (page 196), “in the context of the writings that came from Croce’s pen in those terrible years between the agony of fascism and the dawn of democracy” (page 138) -, therefore examines the premises, the contents and the outcomes; and from the very first bars, he clarifies the text and context, as in the opening scene of a theatrical action, of which the rest of the pages will offer a meticulous analysis and a very informed analytical development, also the result of archive consultations that are punctually reported in the course of the gripping exposition. Croce's was an essay that enjoyed «an extraordinary fortune», having been published «in the midst of a “world” war», in a «Europe» that «now appeared Nazified» (page 9) and when «in the spring of '42 the first creaks of the fascist regime had begun to appear» (page 10). The future organization of a new Order was being hypothesized, involving parties, intellectuals and even the Holy See. The volume reminds us: «At the Catholic University of Milan, already at the end of 1941, a group of “little professors” had begun to gather around Giuseppe Dossetti… In August 1941, Spinelli, Rossi and Colorni’s manifesto For a free and united Europe had been launched from Ventotene… In September of that 1942, Alcide De Gasperi, with a handful of volunteers, founded the Christian Democracy in Milan, in Enrico Falk’s house» (page 11). Later, Croce’s peculiar relationship with the “dear De Gasperi” would be intense (Croce’s last letter to him is dated 25 January 1951), as will be seen particularly, after Croce died on 20 November 1952, in the oration in memoriam pronounced by De Gasperi, in which, as his daughter attests, her father’s emotional voice expressed his feelings towards the “precious friend” (page 195).
    Zecchino's long and informed survey concludes with the convincing observation that Croce's essay "cannot be read in isolation, but in a continuum with others from the same period" (page 196); that is, "the essay, for the time in which it was written and for the high profile it had, was intended to be an appeal to the world... but it also wanted to constitute... a strong ideological motivation to coagulate a political alliance in Italy between forces sincerely sensitive to the defense of freedom" (page 201).
    This is the context in which we must understand the disputes that Croce's writing will raise and, periodically, still raises. Zecchino examines almost all of them, offering the reader a lesson in method. In fact, on the one hand, the writing must be explored in depth, taking into account Croce's state of mind and the things already manifested since the Philosophy of Practice of 1908 (page 70) - the philosopher had already mentioned some aspects in the Soliloquy of an Old Philosopher of 1942 (page 66), and had set them as premises in his essay of 1940, entitled The Benefit of Christ (page 68). In short, Croce "felt burdened by the duty of not remaining silent and of making his voice heard" (page 13). On the other hand, Zecchino notes and realizes, it is necessary to make a meticulous reconstruction of all the interpretative interventions, even critical ones, that were aroused by the great uproar generated by Croce's essay (page 15), starting from the examination of the «main argument of the Catholic side». In this part, it was hypothesized «that behind Croce's openness there was hidden – something obvious – a historicist and immanentistic vision, in irreconcilable contrast with the transcendent vision proper to Christianity» (page 15); but even on the secular side, there was no lack of reservations, such as the actual panning of Croce's essay, which was written by Mario Pannunzio, who went so far as to write that «That essay is wrong even in its title: when can a philosopher ever speak in the plural?» (page 15). On the other hand, Zecchino continues, we need to reread Croce's essay in the light of his later writings from which, we read literally, comes "an even more powerful illumination" (page 73): from the short writing of 1951 - a review of a writing by Christopher Dowson on religion and Western culture (page 73) up to all the interventions that take up and relaunch the themes of the finis Europae and, with Osvald Spengler, of the end of the West itself. : Thus, a peculiar contribution is offered to the discussion, which we could call eschatological, and which Zecchino examines meticulously, in the light of Croce's suffering in those terrible times: a suffering described from the early fifties of the twentieth century to the third decade of the twenty-first century (compare page 88, number 79) regarding the problem of evil (compare pages 78 ff.), thanks to which Croce was able to arrive, after the war season, at "a newfound philosophical serenity" (page 86).
    The chapters of the volume therefore unfold before our eyes, examining the different moments of the discussion, the distancing, the distinctions, the adhesions: from the first irritated reaction by the fascists, whose prompter was Don Giuseppe De Luca, to the intervention of Giovanni Gentile, who published the essay La mia religione (My religion, 9.2.1943), in which he peremptorily states: "I am Christian [...] I am Catholic" (page 22). Zecchino, with regard to this “dialectical” intervention by Gentile (whose relationship with Croce had deteriorated due to philosophical disagreements and then became antithetical in 1925, when Gentile moved to the side of fascism and Croce to the side of antifascism) expresses a precise thesis of his: Gentile, in short, had read Croce’s essay and, in some way, responds to certain of his statements «which will end up attracting the attention of readers and critics, benevolent and otherwise, which seem to be dictated by a polemical view» (page 25). Regarding Gentile’s different philosophical vision, Zecchino examines Gentile’s subsequent criticisms of Croce, whose essential interest Gentile identified in intelligere (= intellectualism), which is considered a sophism like Columbus’ egg, in which, that is, «this imagined reality is a product of human thought» (page 29); a one could have, in fact, objected a «teeming subjectivism» and the «polygony of Catholicism» (page 35). Gentile, returning to Manzoni, contests the main accusation that had come to him from the Holy Office (that is, the religion conceived by Gentile would humanize God or divinize man) even if, as Del Noce observed, «no Catholic, even one who admits Gioberti's polygony, will be able to recognize Gentile's religiosity as Catholic; because in this demystified religion, positive revelation itself is reduced to myth» (page 38).
    As for the reactions of the Catholic world to Croce's essay, Zecchino starts from the first comments, of a private nature, by Karl Vossler (linked to Croce since 1889), not without subsequently observing that the Catholic world offers a series of articulated positions that are not unanimous: Giuseppe De Luca; Ernesto Buonaiuti; Guido Gonella in “L’Osservatore Romano” of 14 January 1943; the severe interventions of the Jesuit magazine “La civiltà cattolica”; the commentary by Giuseppe Ricciotti; by Domenico Mondrone; the review by Don Giuseppe De Luca in “Il Regno”; the article by Giuseppe Scremin in “Studium”; the little-known commentary by Giuseppe Sturzo entrusted, on 15 July 1943, to the American magazine “People and Freedom”: given the importance of this commentary, Zecchino, who proves to be a rigorous reader of the original texts and not only of the Italian versions, reports the original English text on page 58, number 80). In essence, faced with the position of Croce's writing, this variegated Catholic world "initially showed a certain disorientation" (page 41), but did not prevent, first Sturzo and then, more evidently, Father Vincenzo Cilento, from noting, on Sturzo's part, that "it is possible to be good Christians both inside and outside the Church" (page 59) and, ten years later, on Father Cilento's part, that "there is a direct communion between the great spirits and God", a statement that, denying the essential mediation of the Church, appeared precisely heretical" (page 59). In essence, Zecchino declares himself to be firmly convinced that Croce's essay must be correlated with some of his previous anticipations, entrusted to the essays of Philosophy of practice (1908) and History and criticism of historiography (see page 45, number 58) and that its intent must also be correlated with other European and world scenarios. For example, regarding the «spiritual sense of the essay» (page 61), Carl Schmitt - whom Biagio De Giovanni considers, with Croce, one of the dramatically aware...
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Relazioni ed interventi del prof. Pasquale Giustiniani, Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia meridionale sezione San Tommaso: cultura contemporanea, metaverso, futuro ambientale, passione per…