Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno avviato un’operazione militare congiunta contro obiettivi in Iran, presentata come un attacco preventivo contro infrastrutture missilistiche, sistemi di difesa e centri di comando militari. Secondo le dichiarazioni ufficiali della Casa Bianca e del comando regionale statunitense, l’operazione mirava a neutralizzare minacce “imminenti” contro truppe e alleati nella regione. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di una “minaccia esistenziale” legata ai programmi nucleari e missilistici iraniani. Il contesto nucleare è uno dei punti centrali della controversia. Un’inchiesta dell’Associated Press, basata su un rapporto confidenziale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, segnala che a fine febbraio 2026 l’agenzia non era in grado di verificare pienamente le attività di arricchimento iraniane né la localizzazione delle scorte di uranio arricchito. Sul piano giuridico, la questione divide analisti e giuristi: la Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza nelle relazioni internazionali, salvo autodifesa in caso di attacco armato. Il nodo è stabilire se una minaccia definita “imminente” possa giustificare un’azione militare anticipata. Da qui nasce il dibattito: deterrenza necessaria o violazione del diritto internazionale?