Oggi affrontiamo una domanda che ha alimentato un intenso dibattito giuridico, politico e sociale: la legge sul femminicidio è inutile? Il confronto non riguarda l'esistenza del fenomeno della violenza maschile contro le donne, ma l'efficacia dello strumento scelto per contrastarlo. La discussione si è riaccesa tra giugno e luglio 2026, dopo le dichiarazioni di Giorgia Meloni a sostegno della riforma, le critiche di Roberto Vannacci, gli interventi di un gruppo di giuriste penaliste riportati da La Repubblica e la relazione comparata approvata dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio. La legge n. 181 del 2 dicembre 2025 ha introdotto il nuovo articolo 577-bis del Codice penale. Il femminicidio viene definito come l'uccisione di una donna motivata da odio, discriminazione, dominio, controllo o possesso, oppure collegata al rifiuto di una relazione affettiva o alla limitazione della libertà della vittima. Oltre al nuovo reato, la legge rafforza aggravanti, misure cautelari, obblighi informativi e formazione degli operatori. Il dibattito nasce da una domanda più ampia: il diritto penale può incidere sulle radici della violenza di genere oppure arriva quando ormai è troppo tardi?