Radio Radicale - Il Mondo a pezzi

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  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 20/07/2026
    La Germania si allinea con la Francia scegliendo una linea di contrapposizione netta con la Cina: nell'incontro Macron - Merz si chiede alla Commissione Ue un argine alla sovraccapacità di Pechino, che si traduce in un afflusso massiccio di beni cinesi sul mercato europeo. La Cina cresce poco e con ogni probabilità ricorrerà ad ulteriori sussidi alla propria produzione per puntare ancora sulle esportazioni, anziché stimolare il consumo interno. Ma in questi anni in Cina si è prodotto un mutamento strutturale: da Paese che esportava beni finali di consumo 'Made in China' come nobili, giocattoli, elettrodomestici, cellulari, assumendo la configurazione di 'fabbrica del mondo', si è trasformata in economia esportatrice di beni capitali, ovvero macchine per fabbricare beni, robot, componenti. La loro destinazione è quella dei Paesi del Sud Est asiatico come Thailandia, Malesia, Vietnam: sono queste aree ad assemblare e fabbricare beni di consumo da esportare negli Usa. Paesi che ora sono piattafrome di assemblaggio ma che dipendono ancor di più dalla Cina per bei fondamentali come batterie o componenti elettroniche. Dunque resta la centralità della Cina, in questa frammentazione della produzione. Il continente europeo è danneggiato da questo mutamento, stretto com'è nella doppia morsa dei dazi che ci sono stati imposti da Trump e l'aumento di importazioni dalla Cina di prodotti un tempo 'Made in Germany'. La Germania non riesce più ad esportare beni verso la Cina com'è avvenuto in questi anni macchinari industriali o auto di fascia medio alta. Ora le importazioni di auto elettriche cinesi in Europa sono nettamente aumentate e, per la prima volta, hanno superato quelle esportate. L'Unione europea deve rispondere rilanciando la propria capacità industriale tecnologica. Bene ha fatto a diversificare i mercati, siglando nuovi accordi commerciali come il Mercosur, con l'India o con l'Indonesia. Ma per diversificare servirà tempo. Usa e Cina restano comunque fornitori importanti per l'Ue, difficile sostituirli a breve. La Commissione Ue sta cercando per il momento una strategia con la Cina basata ancora su un approccio diplomatico ed ha istituito un forum di consultazione con Pechino sul politica commerciale e investimenti. Ma se questa strada non porterà frutti, è bene che l'Ue ricorra anche a misure di deterrenza. Ed è importante che si presenti unita: non sarà facile, poiché ci sono Paesi che temono ritorsioni o altri - come la Spagna - che hanno beneficiato di numerosi investimenti da parte di Pechino
    23 min
  • Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 13/07/2026
    Il Fondo Monetario Internazionale rivede al ribasso le previsioni di crescita dell'economia globale. E sottolinea che si trova sottoposta a due spinte contrastanti: la guerra nel Golfo e gli investimenti e i rendimenti del settore dell'Intelligenza Artificiale. L'economia mondiale si mostra resistente, ma continua a crescere poco. E in modo diseguale, con notevoli differenze tra aree e, all'interno di questi, tra Paesi che ne fanno parte. La catena industriale che regge la produzione e gli investimenti in nuove tecnologie (chip, semiconduttori, data center) traina l'economia e fa avanzare alcune aree del mondo, soprattutto nei Paesi asiatici (Vietnam, Taiwan, Corea). Investimenti e rendimenti di titoli legati allo sviluppo dell'IA generano euforia dei mercati, soprattutto a Wall Street. La globalizzazione si ridisegna, non termina: si modificano le catene produttive, il mondo si riorganizza in nuovi blocchi, con logiche geopolitiche. E le produzioni si spostano non più solo dove costa meno, ma anche dove è più sicuro produrre. Gli Usa continuano a crescere, attestandosi intorno al 2 per cento. L'Europa resta debole, con una previsione che si attesta sotto l'1 per cento. La Cina non riesce a raggiungere il 5 per cento: dipende dalle esportazioni e il mercato e i consumi interni restano bassi. All'interno della zona euro, l'Italia è ultima in classifica: previsioni di crescita delllo 0,5 per cento tanto nel 2026 che nel 2027. Un dato preoccupante, poiché termina quel volume gigantesco di prestiti e donazioni del PNRR, che avrebbe dovuto permetterci un tasso di crescita maggiore. Crescono in misura maggiore la Spagna (2,1 per cento), la Germania (0,7 per cento) o la Francia (0,6 per cento). I conti sono stati tenuti in ordine, la stabilità è stata garantita, ma questo non basta per crescere. E si rischia di abituarsi a questi dati, su cui ormai sono concordi tutti gli organismi internazionali. Non ci si può abituare all'idea di crescere sistematicamente meno di altri Paesi
    23 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 6/07/2026
    Alla vigilia del vertice Nato di Ankara, il Presidente Trump definisce "ridicole' le spese per la difesa degli alleati europei. Nel 2025 al summit Nato a L'Aja l'impegno a portarle al 5 per cento del Pil entro il 2035. Ancora un anno fa pochissimi Paesi Nato europei avevano raggiunto l'obiettivo del 2 per cento. L'avanzamento è significativo, checché ne dica Trump. Ma il tema più importante non è quanto, ma come si spende. Un aumento dei bilanci della spesa per la difesa non si traduce, di per sé, in maggiore potenza militare. Il riarmo europeo, però, finora ha rappresentato una straordinaria opportunità commerciale per gli Usa: negli ultimi cinque anni l'Europa è diventata il principale mercato per gli Stati Uniti, rappresentando il 40 per cento del suo export militare. Il 60 per cento delle importazioni di armi in Europa arriva dagli Usa. E' necessario invece costruire un'autonomia industriale europea, ridurre la nostra dipendenza, superare le frammentazioni interne. Il nostro interesse, anche come Italia, è partecipare alla costruzione di una difesa europea comune. I prestiti del programma Safe messo a punto dalla Commissione Ue sono finalizzati ad investimenti comuni. Se invece ogni Paese fa per sé, avendo come obiettivo solo il rafforzamento della propria industria nazionale, si perpetueranno forti sperequazioni tra Paesi che possono spendere di più ed hanno margini fiscali più ampi. Gli alleati Nato devono presentarsi uniti di fronte alla pressione di Trump. L'Italia ha la possibilità di rappresentare uno dei pilastri dei progetti di difesa europea comune. Si tratta di una scelta squisitamente politica.
    30 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 29/06/2026
    Dazi e digital tax, un conflitto di sovranità. Paolo Guerrieri, economista, in questa puntata del Mondo a pezzi, legge la minaccia di Trump di un dazio del 100 per cento contro i paesi che tassano i servizi digitali come qualcosa di più di una disputa commerciale: un conflitto di sovranità. La decisione di alcuni Stati europei di tassare i ricavi che piattaforme come Google, Meta e Amazon realizzano nei loro mercati risponde, sostiene, al diritto di tassare il valore prodotto sul proprio territorio, e a questa scelta Washington oppone l'arma commerciale. In gioco non è quindi solo il livello delle imposte, ma chi decide: i governi democratici o le grandi piattaforme tecnologiche protette dalla potenza americana.
    La minaccia, avverte, va presa sul serio. Pur avendo la Corte Suprema bocciato molti dazi di Trump per assenza di una base giuridica solida, resta la Section 301 del Trade Act del 1974, che consente di usare lo strumento commerciale contro imposte ritenute discriminatorie verso le imprese americane, e Trump potrebbe passare dalle parole ai fatti, come già avvenuto in passato. La digital tax, ricorda, nasce da un'anomalia: il fisco è stato costruito per un'economia materiale, fatta di fabbriche e negozi in luoghi fisici, mentre le piattaforme realizzano profitti enormi in un paese senza avervi una presenza proporzionata. È anche una questione di equità - il panettiere sotto casa paga dove lavora, queste piattaforme per anni hanno pagato assai meno - e senza una tassa sui servizi digitali le big tech americane non verserebbero quasi nulla in Europa su centinaia di miliardi di utili.
    Gran parte delle responsabilità, osserva, è europea. Manca una digital tax comune e, in sua assenza, alcuni Stati come Italia, Francia e Spagna si sono mossi da soli con aliquote nazionali del 2 o 3 per cento. Uno studio commissionato dal Parlamento europeo stima che un prelievo europeo intorno al 4 per cento renderebbe 34 miliardi l'anno, e al 5 per cento oltre 40 miliardi. L'ostacolo è la regola dell'unanimità in materia fiscale e l'interesse di alcuni paesi a mantenere le divisioni: l'Irlanda, dove molte piattaforme sono localizzate per la tassazione minima, assumerà tra l'altro la presidenza del Consiglio dell'Unione. Guerrieri ricorda inoltre che la prima Commissione von der Leyen aveva posto la tassa digitale comune tra le priorità, mentre la seconda l'ha esclusa dai mandati dei commissari, scelta letta da molti come un atto di deferenza verso la nuova amministrazione americana.
    Segnala infine la contraddizione della posizione americana: sul commercio dei beni Trump pratica il protezionismo e ha demolito le regole multilaterali, mentre nel digitale, dove il primato statunitense è più forte, riscopre l'apertura dei mercati e denuncia la discriminazione altrui, a difesa di una rendita fiscale e tecnologica dei propri gruppi. La via resta il negoziato, ma condotto sapendo chi si ha di fronte: l'Europa dovrebbe mettere sul tavolo, come deterrente e non per usarlo, lo strumento anticoercizione in vigore dal 2023, pensato proprio per i casi di pressione economica da parte di un paese terzo e finora mai attivato né contro gli Stati Uniti né contro la Cina. Una escalation non converrebbe a nessuno, tanto meno a Trump in vista delle elezioni di novembre, ma la sovranità fiscale resta una linea rossa su cui l'Europa non può arretrare
    24 min
  • Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 22/06/2026
    Il negoziato USA - Iran in Svizzera per porre fine alla Guerra nel Golfo. Il contenuto del memorandum sottoscritto dai due Paesi prevederebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine del blocco navale americano, l'eliminazione delle sanzioni all'Iran, lo scongelamento dei suoi fondi, un piano di ricostruzione dell'Iran con una dotazione di 300 miliardi. Effetti positivi della prospettiva di una riapertura dello Stretto di Hormuz: i prezzi dell'energia sono scesi sensibilmente. Trump si è reso conto di aver provocato una guerra che non avrebbe potuto vincere e il rischio che lo shock economico globale si protraesse era troppo alto per un presidente che a novembre affronterà le elezioni di Midterm. L'Iran, per parte sua, ha un bisogno vitale di riprendere le esportazioni di petrolio e gas. I Paesi del Golfo, che hanno subito i danni della guerra, hanno interesse a normalizzare il traffico marittimo. Ma l'Iran ha acquisito un'arma strategica grazie alla guerra: il controllo dello Stretto di Hormuz. L'accordo sembra escludere che vi saranno 'pedaggi' per il suo attraversamento, ma le compagnie di assicurazione e marittime temono nuovi scossoni. La chiusura di Hormuz ha provocato rialzi dei prezzi dell'energia e ripresa dell'inflazione. La Commissione europea l'ha definita 'inflazione energetica'. Bisognava evitare che l'impatto dell'inlfazione si trasferisse ad aziende e lavoratori. Resta il problema dell'alta dipendenza del continente europeo dall'energia da fonti fossili. L'elargizione di sussidi da parte dei governi per contenerne i costi non è sostenibile per le finanze pubbliche: serve un investimento sulle rinnovabili e un mercato energetico europeo. Secondo molti analisti si è trattato di una resa umiliante degli Usa all'Iran. E ci sono interpretazioni divergenti sul fondo da 300 miliardi per la ricostruzione: per Teheran è un riconoscimento dei danni causati dalla guerra. Trump nega che possa trattarsi di 'riparazioni' sostenute con fondi pubblici. Chi investirà? Gli Stati? Quali? Si tratterà di investimenti privati? Chi deciderà? Si tratta comunque di un mercato ad alto rischio. Serviranno garanzie che solo gli Stati potrebbero fornire. Quanto alla revoca delle sanzioni e allo sblocco degli asset iraniani, si tratterebbe di una misura di enorme importanza. L'Iran potrà rientrare nei mercati petroliferi e del gas e potrà incassare valuta estera.
    24 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 15/06/2026
    Si apre oggi a Evian il G7 a presidenza francese. Macron ha posto al centro del vertice il tema degli squilibri economici mondiali. Gli Usa consumano e spendono troppo, hanno un deficit eccessivo. La Cina consuma poco ed è in una situazione di sovraccapacità. L'Ue non investe abbastanza. Un triangolo infernale rappresentato da questi tre grandi attori che hanno modelli di crescita distorti. L'eccesso di produzione cinese si riversa sull'Ue poiché i consumi ristagnano. Gli Usa, al contrario, spendono e consumano più di quanto risparmino. L'Ue contribuisce a questo squilibrio mondiale poiché investe poco rispetto ad un risparmio eccessivo. Anche l'Ue esporta più di quanto non produca. Non sarà la politica dei dazi trumpiani a risovere le distorsioni del modello Usa. Gli squilibri vanno corretti per tempo, poiché rischiano di accumularsi, scaricandosi sulla stabilità finanziaria, come è avvenuto con la crisi del 2008-2009. Macron pone sul tavolo la ricetta già suggerita dal FMI nei suoi outllook: la Cina dovrebbe stimolare consumi e domanda interna, gli Usa controllare la spesa e l'Ue finanziare gli investimenti interni. Ma la Cina resiste, per ragioni politiche, ad aumentare i consumi perché significherebbe avviare una razionale politica di redistribuzione dei redditi. In modo speculare, resistono gli Usa a cambiare la loro politica fiscale e i beni cinesi che trovano l'ostacolo dazi neegli Stati Uniti, si riversano sul continente europeo. La Commissione Ue ha definito 'insostenibile' il deficit commerciale verso la Cina. Pechino utilizza pratiche commerciali che travolgono la concorrenza: il goberno elargisce sussidi e agevolazioni alle proprie imprese. Negli anni la Commissione ha messo a punto un arsenale di strumenti per contrastare la Cina (strumento anticoercizione, indagini su distorsioni, controlli su investimeni). Ma questi strumenti restano inutilizzati, perché i 27 sono divisi: la Francia si mostra decisa a procedere, la Germania ha interessi diversi perché protegge le proprie aziende in Cina, la Spagna ha beneficiato di investimenti cinesi sul settore delle auto elettriche. Pechino sfutta le divisioni Ue. E' necessario insistere come Ue su condizioni di maggiore reciprocità con la Cina. L'apertura dev'essere reciproca. Ma difendersi non basta: l'Ue deve rafforzarsi
    20 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 8/06/2026
    La Bce si appresta a varare un lieve aumento dei tassi di interesse, propbabilmente dello 0,25. Non significherà, con ogni probabilità, il primo passo verso una stretta monetaria. La Bce vuole dare un segnale, di fornte ad un innalzamento dell'inflazione nella zona euro che, con la crisi nel Golfo, è arrivata oltre il 3 per cento a causa del rincaro dei prezzi dell'energia. Quello della Bce sarà un intervento cauto, poiché sa che una stretta eccessiva deprimerebbe una crescita economica già debole. Nel 2022, all'indomani dello shock dell'invasione russa in Ucraina, intervenne con ritarso: ma in quell'epoca l'economia europea era in fase di forte espansione dopo gli anni della pandemia. La Bce interviene poiché è forte il rischio di stagflazione: crescita bassa e inflazione che supera il 3 per cento. E' necessario evitare che l'aumento dei costi dell'energia si trasmetta ad aziende e lavoratori. L'aumento dei costi può spingere le imprese ad aumento dei prezzi e, conseguentemente i sindacati a chiedere aumenti salariali. Come fronteggiare il rialzo dei prezzi dell'energia? Vanno protetti i ceti più disagiati e le imprese più esposte. Chiedere alla Commissione Ue qualche margine fiscale in più è normale, in una situazione di shock per i prezzi energia. Ma va fatto pensando al futuro, ponendosi l'obiettivo di ridurre la nostra dipendenza energetica, che rende vulnerabili i Paesi europei ogni volta che esplode una crisi geopolitica. I consumi delle famiglie soffrono già: la spesa è aumentata in Italia, ma si spende di più potendo comprare meno. La Commissione Ue non ci ha concesso né 'tesoretti', né fondi aggiuntivi. Non c'è nessuna deroga ulteriore rispetto a quella concessa sulla Difesa: 1,5 per cento del Pil in più, senza che venga conteggiato nel deficit. Non viene cioè conteggiato nell'ambito del percorso di aggiustamento che abbiamo concordato con la Commissione. All'interno di quell'1,5 per cento, l'Italia portà usare lo 0,3 per cento: in tre anni, equivale a circa 14 miliardi. Ma la Commssione ci ha anche indicato dei criteri precisi per questa spesa: va utilizzata per misure che rafforzino la resilienza del sistema energetico italiano, riducano la dipendenza dai combustibili fossili, incoraggino la transizione verde, le rinnovabili. A questo scopo non servono sussidi generalizzati, che rischiano di sovvenzionare chi non ne ha bisogno, stimolano la domanda di combustibili fossili, non riducono la dipendenza e sono interventi che costano molto all'erario, traducendosi in deficit e debito. Si rischia, proproga dopo proroga, che interventi eccezionali in presenza di shock diventino permanenti
    26 min
  • Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 1/06/2026
    L'intelligenza artificiale non è una tecnologia da acquistare e installare: è la nuova infrastruttura generale della produzione economica, destinata a ridisegnare manifattura, sanità, energia e pubblica amministrazione, con una velocità di diffusione superiore a quella di internet negli anni Novanta. È la tesi del professor Paolo Guerrieri, economista, che, nella rubrica Il Mondo a pezzi, commenta le Considerazioni finali del governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta, secondo il quale l'AI è la condizione decisiva per tornare a crescere. Il ritardo italiano è reale: l'8% delle piccole e medie imprese ha avviato progetti di AI, contro il 70% delle grandi. La finestra di opportunità è di tre-cinque anni. A livello europeo serve una strategia comune su infrastrutture e capacità di calcolo - non deregolamentazione e aiuti di stato nazionali, che avvantaggerebbero solo i paesi più grandi. A livello nazionale servono servizi di intermediazione ad alta conoscenza capaci di tradurre le tecnologie in applicazioni per le PMI. Sul lavoro: l'AI coinvolgerà questa volta anche le occupazioni intellettuali a media qualificazione. Senza politiche di riqualificazione e protezioni sociali adeguate, avverte Guerrieri, la transizione rischia di produrre resistenza invece che consenso
    24 min
  • Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 25/05/2026
    Le previsioni di primavera della Commissione Ue sulla crescita economica: 0,9 per cento per il 2026 per la zona euro, 1,2 per cento nel 2027. L'Italia ha le previsioni peggiori: 0,5 per cento nel 2026, 0,6 per cento nel 2027. La guerra in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno provocato una frenata della crescita economica ed un aumento dell'inflazione. Prima che iniziasse il conflitto, il quadro stava migliorando. Il punto debole del continente europeo resta l'energia, poiché siamo grandi importatori di combustibili fossili dai Paesi produttori. E una crisi energetica ha impatto diretto su trasporti, beni alimentari, servizi e salari, a causa dell'aumento dei prezzi e dell'inlfazione connessa. L'economia europea resta vulnerabile ed è stata colpita da tre shock ravvicinati: l'epidemia del Covid, la guerra in Ucraina e ora il conflitto in Medio Oriente. L'instabilità geopolitica è diventata una variabile permanente. E il vertice tra due superpotenze come Usa e Cina ha confermato che non sono in grado di governare l'instabilità globale. Come arginare gli effetti della crisi energetica? Non si possono elargire sussidi generalizzati: devono essere temporanei e limitati a settori e categorie più vulnerabili. Aiutare famiglie e imprese è necessario, ma va fatto in modo mirato e, soprattutto bisogna preoccuparsi delle vulnerabilità futura dell'economia: completare la costruzione del mercato unico, investimenti in tecnologie strategiche. Vale soprattutto per l'Italia, che è diventata la 'malata d'Europa': cresce meno degli altri Paesi del Sud Mediterraneo come Spagna, Grecia e Portogallo. Bassa produttività, livello di debito alto: se la media della zona euro del debito è 90 per cento, per l'Italia è al 139,2 per cento. Persino la Grecia ci supererà nella riduzione del debito, che quest'anno si attesterà al 134 per cento. L'Italia chiede lo scostamento dal Patto di Stabilità, che certo non è perfetto: ma non possiamo permetterci di aumentare il deficit nazionale. Il nostro Paese ha avuto a disposizione circa 200 miliardi di euro con il Next Generation Eu
    23 min
  • Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 18/05/2026
    Paolo Guerrieri, economista, già professore ordinario alla Sapienza di Roma e professore di economia internazionale a Sciences Po di Parigi, nella sua rubrica Il Mondo a pezzi analizza il vertice di Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping e le sue conseguenze per l'Europa.
    Il vertice ha confermato una stabilizzazione temporanea nei rapporti tra le due superpotenze, senza tuttavia affrontare i grandi conflitti strutturali - dai dazi alla rivalità tecnologica, dalla disputa sulle terre rare alla guerra in Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz. I risultati concreti sono stati modesti: gli acquisti cinesi di aerei Boeing annunciati da Trump sono ben al di sotto delle stime, e nessuna svolta sui chip per l'intelligenza artificiale.
    Il vertice ha però confermato un cambiamento strutturale nel rapporto tra le due potenze: la Cina non è più il paese che accetta le condizioni americane, ma si siede al tavolo come pari. Lo dimostra la risposta di Pechino ai super-dazi del 145% con il controllo delle terre rare, che costrinse Trump a una marcia indietro nell'autunno scorso.
    Per l'Europa il quadro è preoccupante. Si tratta di un G2 capace di condizionare l'economia mondiale ma non di governarla, che tratta gli interessi europei come secondari. Il rischio concreto è che un eventuale accordo Usa - Cina sulle terre rare penalizzi le imprese europee con prezzi più elevati e accesso ridotto. L'Europa - come ha ricordato anche Mario Draghi - è sempre più sola. L'unica risposta possibile, secondo Guerrieri, è rafforzare l'autonomia strategica: difesa più credibile, capacità tecnologica e industriale più forte, diversificazione delle relazioni internazionali. Un'Europa frammentata resterà oggetto di contrattazione tra le due superpotenze. Sono previsti altri tre incontri Trump - Xi nel corso dell'anno
    23 min

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Podcast "Il Mondo a pezzi", Lunedì alle ore 10.00. Radio Radicale

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