Radio Radicale - Il Mondo a pezzi

Radio Radicale - Il Mondo a pezzi

By Radio Radicale
Download on the App Store

Radio Radicale - Il Mondo a pezzi episodes

  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 1/12/2025
    Il cancelliere tedesco Merz invoca flessibilità sul regolamento che imporrebbe l'abbandono dei veicoli a motore endotermico entro il 2035. Si attende una decisione della Commissione europea, prevista per il 10 dicembre. La posta in gioco è alta, poiché il settore trasporto rappresenta il 20 per cento delle emissioni in Europa. Pressioni dei gruppi industriali per rinviare la scadenza del 2035. Il settore automotive in difficoltà: c'è un ritardo nella strategia per il passaggio dai veicoli a combustione all'elettrico; la domanda resta bassa per entrambe le categorie di veicoli; il prezzo dell'energia è salito a seguito della guerra in Ucraina; la concorrenza cinese sull'elettrico è elevatissima, soprattutto sulle utilitarie. Ma il nostro continente è in grave ritardo nelle infrastrutture anche avrebbero dovuto sorreggere il passaggio all'elettrico, a partire dalle cosiddette 'colonnine'. Se i veicoli elettrici resteranno costosi, potranno permetterseli solo i ceti medio-alti, mentre quelli svantaggiati dovranno accontentarsi di un parco macchine usato e con ritardo tecnologico. Un tema che le destre europee, fortemente contrarie al Green Deal, potrebbero agilmente cavalcare. Il rischio è che i costi della transizione ecologica si ripartiscano in modo ineguale. Se però si abbandonasse il target del 2035, si metterebbe a rischio un settore che ha investito nel passaggio all'elettrico, impiegando un milione di lavoratori. E i costi della decarbonizzazione si scaricherebbero su altri settori, come edilizia e industria pesante. Al momento la Germania non chiede di posticipare la scadenza. Ma comunque non potrà essere la sola Commissione a decidere, visto che il regolamento è stato approvato da Consiglio e Parlamento Ue, a seguito di una faticosa trattativa. Se è sconsigliabile un rinvio della data di entrata in vigore del regolamento, è ragionevole trovare una formula di transizione, mantenendo il target ma ampliando la definizione di veicolo a basse o nulle emissioni o includere i veicoli ibridi, come chiede la Germania. Ma intanto è essenziale elaborare una strategia industrialle credibile, investire su infrastrutture, concedere incentivi ai produttori e ai consumatori (alemano a quelli meno abbienti), mettere in piedi una filiera produttiva che sostenga il passaggio all'elettrico. La Cina è riuscita in questo intento ed anche la Corea sta facendo progressi. È necessario rendere conveniente il passaggio all'elettrico. Ed evitare di tenere in vita un'industria ed una tecnologia che diverranno obsolete nel giro di pochi anni, a tutto danno dei consumatori europei
    23 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 24/11/2025
    Limiti e successi della Cop30 in Amazzonia. Nella dichiarazione finale, sottoscritta da oltre 190 Paesi, non si fa menzione dell'impegno alla riduzione dell'uso dei combustibili fossili. È il risultato dell'azione di pressione fortissima esercitata dai grandi produttori di energia da fonte fossile come Arabia Saudita e Russia. E tuttavia non si può considerare questa Cop30 un fallimento, se si tiene presente il contesto geopolitico in cui si è svolta e l'assenza degli Stati Uniti, che hanno deciso il ritiro dagli Accordi di Parigi. Il vertice ha dimostrato che il multilateralismo è salvo. Un importante risultato è stato raggiunto con l'impegno alla creazione di un gruppo di cooperazione con i Paesi meno sviluppati per l'implementazione dei loro piani climatici attraverso un supporto tecnico-politico. Altro risultato degno di attenzione è la decisione di triplicare i fondi ai Paesi in via di sviluppo entro il 2035 per sostenere le politiche di adattamento climatico. L'Unione europea ha avuto un ruolo di primo piano alla Cop30, poiché si è battuta perché si arrivasse ad una dichiarazione che fosse sottoscritta dai Paesi partecipanti. Ed ha difeso la tassa europea sul carbonio, la CBAM, che colpisce chi produce all'estero senza rispettare i limiti alle emissioni. Sulla posizione dell'Ue hanno pesato le divisioni, effetto delle pressioni esercitate dalle forze politiche di destra ed estrema destra contrarie alla transizione ecologica e al Green Deal
    22 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 17/11/2025
    Un clima di pessimismo aleggia sulla Cop30, ls Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. I segnali di arretramento non mancano: non sono sufficienti i piani dei Paesi parte per la conversione da gas e petrolio verso le energie rinnovabili per raggiungere il livello di 1,5 gradi di riscaldamento; l'altissimo livello di caldo registrato negli ultimi tre anni ha creato molti danni; soltanto un terzo delle revisioni dei piani da aggiornare ogni cinque anni è stato presentato dai Paesi. La situazione geopolitica non è certo favorevole: gli Stati Uniti di Trump hanno abbandonato gli accordi di Parigi, le guerre in corso non facilitano l'opera, il prezzo dei fossili è aumentaro. Si è poi rafforzata la pressione delle lobby delle grandi compagnie produttrici di combustibili fossiIi, tanto che alla Cop30 si sono registrati in circa 1600. Se questa è la tendenza, è pur vero che non si deve sottostimare quel che si è realizzato in questi anni. Non siamo in linea con gli obiettivi di contenimento all'1,5 gradi del riscaldamento, ma prima della conferenza di Parigi il livello raggiunto si attestava sui 4 gradi. Altro dato importante è che le nuove tecnologie per le energie rinnovabili hanno avuto un grande successo: oggi più del 90 per cento della capacità elettrica installata funzionerà con energie rinnovabili e non combustibili fossili, perché le prime sono più convenienti. Un altro esempio positivo è la frenata alla deforestazione del polmone dell'Amazzonia. Ed altri Paesi stanno seguendo l'esempio brasiliano. Gli Usa non partecipano? Forse è meglio, poiché la presenza di Trump sarebbe un ostacolo alla sigla di patti importanti. In Europa è diventata fortissima la contestazione delle destre al Green Deal. La frenata è innegabile: lo dimostrano tanto il rinvio di un anno, al 2028, dell' l’attuazione del sistema ETS 2 sul carbonio che riguarda la combustione di carburanti negli edifici e nei trasporti; passi indietro anche sulla limitazione all'uso dei pesticidi. Ma non si può affermare che l'Europa abbia abbandonato la leadership climatica: l'impegno alla riduzione delle emissioni resta amibizioso, poiché si colloca tra il 66 e il 72 per cento in dieci anni. L'architettura del Green Deal resta in piedi, poiché molte delle norme-chiave su energia e industria sono state adottate o sono in fase di implementazione. È opportuno rimediare agli errori compiuti nella lotta al cambiamento climatico, che ha alimentato l'opposizione di chi ne denuncia i costi sociali e per le imprese europee. Come conciliare l'impegno alla diminuzione delle emissioni con la crescita della competitività, facendosi carico dei costi sociali. Meno regolamentazione, più incentivi, più investimenti in sviluppo delle nuove produzioni
    21 min
  • Il Mondo a pezzi - Conversazione con Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 10/11/2025
    Una sconfitta per Donald Trump il primo test elettorale dopo il suo insediamento alla Casa Bianca: i dem ottengono vittorie nette, da Mamdami sindaco socialista di New York alle centriste Mikie Sherrill e Abigail Spanberger, neogovernatrici rispettivamente di New Jersey e Virginia. Gli americani hanno votato con il portafoglio: in cima alle loro preoccupazioni ci sono i prezzi dei beni di largo consumo, gli alti costi degli affitti, i salari bassi. Tutti temi che i dem hanno affrontato in una campagna elettorale pragmatica. Da mesi il consenso di Trump è in discesa, soprattutto sui temi economici, su cui aveva puntato. Il costo della vita è stato il tema centrale. Trump non è stato in grado di tener fede alle promesse fatte da candidato: sconfiggere l'inflazione, far scendere i prezzi. Ma l'inflazione resta intorno al 3 per cento, i salari non sono cresciuti e il potere d'acquisto non è aumentato. Il costo della vita è troppo alto per milioni di persone e quel che ha fatto perdere Kamala Harris vale ora per Trump. Il presidente ha puntato in questi mesi su immigrazione e politica estera, ma agli americani interessa l'economia. E negare la sconfitta attribuendola all'assenza del suo nome sulla scheda elettorale o continuare ad affermare che l'economia va benissimo e che la politica dei dazi ha portato ingenti entrate nelle casse dello Stato significa negare la realtà. Accadde in qualche modo anche a Biden: l'economia andava bene, ma il costo della vita era aumentato. Tra 12 mesi il test decisivo delle elezioni di Midterm: se i Repubblicani perderanno il controllo della Camera, la politica di Trump troverà un ostacolo che ora non c'è. E potrebbe diventare un'anatra zoppa. È molto probabile che tassi di interesse, mutui, costo del credito, salari, resteranno un tema centrale anche nelle elezioni di Midterm. Anche perché l'economia continua ad avere un andamento poco prevedibile. Non si sono verificati recessione o impennata dell'inflazione, paventati da alcuni. Tuttavia desta preoccupazione l'arrivo di una possibile bolla legata ai titoli delle big tech che hanno investito nell'Intelligenza Artificiale: la sproporzione tra utili e capitali investiti potrebbe rivelarsi fatale
    22 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 3/11/2025
    Al vertice in Corea del Sud, Trump e Xi Jinping preannunciano un accordo per una tregua di un anno sulla guerra dei dazi. Scenderanno dal 47 al 45 per cento le tariffe applicate alla Cina. Pechino sospenderà per un anno le restrizioni all'export di terre rare (e il commissario Ue al Commercio Sefcovic fa sapere che varrà anche per l'Unione europea). Xi non ha stravinto: ci sono state reciproche concessioni, per usa e Cina si tratta di una de-escalation tattica. Trump è alla seconda marcia indietro, dopo la prima compiuta su pressione delle grandi catene commerciali. Il decoupling tentato da Cina e Usa non è praticabile. Ma che effetti avrà l'intesa sull'Ue? Le barriere tariffarie imposte dagli Usa alla Cina restano comunque alte, tra il 47 e il 45 per cento: le esportazioni di Pechino incontreranno quindi un ostacolo e potranno riversarsi sull'Unione europea. Il mercato interno cinese non riesce ad assorbire la sovrapproduzione in eccesso: è il risultato di una scelta politica che tiene bassa la domanda e i salari. L'Europa è una delle destinazioni della sovraccapacità cinese: ed è un fenomeno già in atto, poiché il mercato europeo è già la prima destinazione delle auto elettriche di Pechino e la nostra dipendenza per le batterie, le tecnologie legate a solare ed eolico si è consolidata. Le barriere tariffarie Usa resteranno, l'Ue le ha al 15 per cento con la Cina. Va poi considerato il ruolo svolto in una triangolazione delle merci cinesi da Vietnam o Thailandia. L'Ue non può prescindere dalla Cina, ma bisogna costruire un rapporto funzionale che serva anche gli interessi Ue. Un'eccessiva dipendenza dalle terre rare, che ricorda quella che l'Ue aveva con l'energia importata dalla Russia. E' necessario investire sulla costruzione di un'autonomia, conquistare maggiore reciprocità nei rapporti economici con la Cina. Proseguire sulla via già scelta dall'Ue, che ha imposto dazi sulle auto elettriche e mobili cinesi. Fondamentale resta la diversificazione dei mercati. L'Europa deve elaborare una risposta al più presto, senza attendere la fine della tregua di un anno, perché potrebbe ritrovarsi alla fine del percorso ad una intesa Usa-Cina che la stritolerebbe.
    22 min
  • Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 27/10/2025
    I dati macroeconomici dell'area euro restano deludenti, secondo le previsioni di crescita dell'FMI: buoni i dati relativi a Paesi del Sud come Spagna, Portogallo e Grecia. Ma finché non ripartiranno le grandi economie francesi e tedesca, l'Europa non potrà crescere. Segni di ripresa dell'economia tedesca dopo due anni di recessione: l'indice PMI (Purchasing Managers Index) registra un aumento degli ordini delle imprese. E' soprattutto il settore dei servizi nel settore privato a trainare questa ripresa: ristorazione, turismo, costruzioni, servizi alle imprese. Nell'industria manufatturiera, al contrario, non ci sono segni positivi. La situazione resta fragile, ma ci si attende una spinta alla crescita dal piano di spesa di 500 miliardi di euro destinati ad infrastrutture e difesa. La Francia si conferma la malata d'Europa, scossa com'è da turbolenze politiche interne. L'economia europea si confronta con cambiamenti epocali: la fine dell'energia a buon mercato, l'incapacità della Cina di assorbire la nostra produzione e riversa nell'Ue le merci che non riesce a consumare, la rivoluzione digitale. Le grandi imprese manufatturiere si ritrovano con capacità tecnologiche invecchiate: servono investimenti in servizi avanzati ad alta tecnologia. Ma è una rivoluzione che non è possibile effettuare su scala nazionale. Serve integrazione: la via indicata da Mario Draghi nel suo discorso di Oviedo va in questa direzione. Il 'federalismo pragmatico' cui l'ex presidente della BCE ha fatto riferimento può attuarsi attraverso 'coalizioni di volenterosi', ovvero cooperazioni rafforzate su settori strategici: è il caso della difesa o delle infrastrutture. L'Europa non può permettersi di restare ferma, in attesa che si trovi l'accordo a 27. Un'integrazione sta già avvenendo nel settore difesa, campo in cui si possono coinvolgere anche Paesi extra Ue come la Gran Bretagna. Gli ostacoli più resistenti sono opposti da forze e partiti nazionalisti: se è vero che non si battono più per l'uscita dall'Europa, queste forze chiedono che l'Ue faccia poco ed esercitano un'azione di freno nei confronti dei Paesi che potrebbero procedere verso una maggiore integrazione
    22 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 20/10/2025
    La legge di bilancio del governo Meloni: 18,7 miliardi di euro, una manovra prudente, che poco effetto avrà sulle prossibilità di crescita. Dopo la fiammata post-Covid, l'economia italiana si è fermata. Positive le misure di equità sociale e l'aumento di fondi per la sanità. Il percorso stretto imposto dai parametri europei, una politica fiscale responsabile e il miglioramento dei conti pubblici che porterà l'Italia fuori dalla procedura d'infrazione per deficit eccessivo. Ma questo aggiustamento è stato pagato anche dai cittadini, con il cosiddetto fiscal drag: per effetto dell'inflazione, i salari nominalmente aumentano, ma il potere d'acquisto no. Eppure si pagano aliquote fiscali maggiori, che garantiscono nuove entrate all'erario.L'inflazione, tassa iniqua. La pressione fiscale rimane alta. Ma soprattutto, la manovra avrà un trascurabile impatto sulla crescita economica. A differenza di altri Paesi dell'area sud d'Europa, come attestato dalle previsioni del FMI: la Spagna con un 3,2 per cento, la Grecia e il Portogallo con un 2 per cento. L'Italia, in quest'area, fa eccezione. Il capovolgimento dei motori di crescita in Europa: quelle che erano le locomotive come Germania e Francia, arrancano; mentre i Paesi dell'area sud, risolta la loro situazione fiscale difficile per via di un forte indebitamento, hanno buone dinamiche di crescita. Cosa manca all'Italia: è la crisi del comparto industriale a frenare la crescita. Rappresenta il 23 per cento del Pil italiano, ma la produzione è diminuita, tornando al livello del 2020. La manovra stanzia per il comparto circa 8 miliardi, ovvero un terzo della richiesta avanzata da Confindustria per un piano di rilancio. Servirebbero risorse adeguate per affrontare la riconversione dell'economia in atto e gli alti costi dell'energia, investimenti per le trasformazioni indotte dall'Ia. La mancata crescita mette a rischio anche i risultati positivi ottenuti con la discesa del deficit. E il debito pubblico continuerà a gravare sulla nostra economia. Spagna e Portogallo offrono un esempio contrario: stock del debito in discesa grazie a crescita economica e investimenti.
    22 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 13/10/2025
    Il meeting annuale promosso da FMI e Banca mondiale a Washington tra il 13 e il 18 ottobre presenterà le previsioni sull'economia mondiale. Secondo le anticipazioni già circolate, le due organizzazioni avrebbero constatato una buona resilienza dell'economia mondiale in questa prima metà del 2025: l'andamento è stato migliore di quanto si temesse dopo l'inizio della politica protezionistica dell'amministrazione Trump. Le ragioni della resilienza risiedono nella spinta agli acuisti e alla creazione di scorte da parte di imprese e consumatori, preoccupati dall'innalzamento delle tariffe; nella persistenza di esenzioni dai dazi di circa metà delle importazioni; nelle condizioni finanziarie che si sono ristabilite dopo il terremoto del Liberation day, con vendita di titoli di Stato Usa ed ora tornate positive per effetto del rialzo delle azioni dei mercati borsistici, alimentato dal ciclo di investimenti in tecnologie digitali e Ia. Ma secondo il Fmi le condizioni positive potrebbero gradualmente venir meno, una volta esauriti gli effetti delll'accumulazione delle scorte. E le aziende Usa che hanno importato non potranno continuare a tener ridotti i loro margini per evitare di riversare i costi dei dazi sui consumatori. Gli esperti del Fmi temono anche una sorta di bolla legata all'Ia. E prevedono, per il 2026, un ridimensionamento nelle aspettative di crescita dell'economia. Sia per gli Usa, dove si è scesi già dal 3 per cento pre-Trump e ci si avvia verso un 2 per cento. Soprattutto ci sono timori di una ripresa dell'inflazione, che ha fermato la sua discesa verso il 2 per cento ed ha ripreso a salire. Un dato che potrebbe contare soprattutto al momento delle elezioni di Midterm. Per evitare una fiammata dell'inflazione, servirebbero scelte opposte a quelle che sta compiendo l'amministrazione Trump, ovvero correzione del deficit e contenimento del debito pubblico. In Cina l'andamento dell'economia resta positivo, la crescita si attesta intorno al 5 per cento. Ma il rallentamnento c'è, poiché il modello cinese prevede grandi investimenti ma produce un eccesso di beni che il basso livello dei consumi interni non riesce ad assorbire e che vengono esportati sui mercati esteri. Il vero motore dell'economia resta l'India, che ha un tasso di crescita del 6-7 per cento ed è alimentata dalla domanda interna. L'economia euroopea resta il vaso di coccio che rischia di fare le spese della tensione Usa-Cina. La crescita resterà modesta, meno dell'1 per cento. Ma all'interno del continente europeo si constata un capovolgimento sui motori di crescita: il centro-Nord, ovvero Francia e Germania, arretrano, mentre i Paesi del Sud come Spagna, Portogallo e Grecia registrano un tasso del 2 per cento di crescita. Quanto all'Italia, la crescita resta debole, malgrado la stabilità di governo e gli effetti positivi degli investimenti del Pnrr
    26 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 6/10/2025
    Il vertice informale Ue di Copenaghen dedicato alla difesa europea e al sostegno all'Ucraina. Il progetto di costruzione di un muro anti-droni e l'utilizzo delle riserve russe congelate tra i temi discussi: malgrado il vertice si sia chiuso senza decisoni operative - che sono state rinviate al Consiglio Ue del 23 e 24 ottobre - non si può dire che l'Unione europea sia al punto zero sulla difesa. A partire dall'impegno di aumentare le spese militari, come ci avevano chiesto, ben prima dell'arrivo di Trump, altri presidenti Usa. L'istituzione del fondo Save di 150 miliardi: prestiti a disposizione dei Paesi che vorranno usufruire per investire in difesa, con clausole di salvaguardia per consentire flessibilità. Si spenderà di più, ma sarebbe meglio spendere in comune. E' possibile farlo varando progetti comuni come il muro di droni. Si tratta di cosrtuire infrastrutture di difesa aerea, investire in intelligenza satellitare e nuove tecnologie, integrandosi con i sistemi Nato. Costruire in modo da poter proseguire anche nel caso gli Usa decidessero di tirarsi indietro. Sono progetti che andrebbero finanziati attraverso titoli di debito comune. Ma se non fosse possibile per l'opposizione di alcuni, il percorso alternativo è la creazione di un'organizzazione intergovernativa tra Paesi Nato disponibili a muoversi e trovare risorse comuni, sul modello della 'coalizione dei volenterosi'. L'ostacolo costituito dall'articolo 346 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea, che consente agli Stati di effettuare appalti nazionali nel settore difesa, ovvero un'esenzione dalle regole europee che li tiene al riparo dalla concorrenza. Servono invece un mercato europeo unico, standard comuni, appalti congiunti. Una soluzione possibile: un trattato intergovernativo ad hoc, che disegni un quadro giuridico di norme adeguato, siglato dai Paesi che si mostrino disponibili e che potrebbe essere allargato anche al Regno Unito. Un'iniziativa intergovernativa consentirebbe anche di superare le contestazioni alla Commissione europea Von der Leyen, accusata di aver travalicato i propri poteri scavalcando gli Stati nazionali, che rivendicano competenza esclusiva sulla difesa e la politica estera
    23 min

About Radio Radicale - Il Mondo a pezzi

From the publisher's feed

Podcast "Il Mondo a pezzi", Lunedì alle ore 10.00. Radio Radicale

More shows like Radio Radicale - Il Mondo a pezzi

Radio Radicale - Speciale Giustizia by Radio Radicale - Massimo Bordin, Lorena D'Urso, Bruno Ruggiero e Sergio Scandura

Radio Radicale - Speciale Giustizia

1 Listeners

Radio Radicale - Capire per conoscere by Radio Radicale

Radio Radicale - Capire per conoscere

2 Listeners

Radio Radicale - Spazio Transnazionale by Radio Radicale - Francesco De Leo

Radio Radicale - Spazio Transnazionale

1 Listeners

Phastidio Podcast by Mario Seminerio

Phastidio Podcast

14 Listeners

Don Chisciotte by Will Media

Don Chisciotte

22 Listeners

Stories by Cecilia Sala – Chora Media

Stories

40 Listeners

Altri Orienti by Simone Pieranni - Chora Media

Altri Orienti

10 Listeners