Radio Radicale - Il Mondo a pezzi

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Radio Radicale - Il Mondo a pezzi episodes

  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 7/07/2025
    Trump esulta dopo l'approvazione della sua manovra, il 'Big Beautiful Bill'. Per i sostenitori del presidente proietterà gli Usa verso l'età dell'oro. Per i Democratici rappresenterà l'affossamento del welfare, l'eplosione del debito pubblico e minerà il ruolo del dollaro. Si tratta di una legge-Omnibus, ma il cuore della manovra è nel taglio delle tasse, reso definitivo ed esteso. Ma l'amministrazione Biden si guardò bene dal sospendere quei tagli che risalivano al primo mandato di Trump. Nuove sono la detassazione delle mance e di una parte degli straordinari. Così come gli ingenti finanziamenti al settore difesa e ai dipartimenti che sono incaricati di lottare contro l'immigrazione clandestina. La manovra si tradurrà in un aumento del debito di 3mila miliardi di dollari. E provocherà decurtazioni sostanziose dell'assistenza sanitaria per i più poveri. E' verosimile che la manovra avrà un iniziale effeto espansivo, ma a medio-lungo termine provocherà aumento del deficit, del debito e dei tassi di interesse. La crescita del debito non è una novità per gli Usa, che ormai da venti anni consumano più di quanto non producano. Né saranno sufficienti gli introiti dell'innalzamento dei dazi per compensare il deficit, anche perché l'incertezza sulle politiche di Trump in materia di tariffe condiziona gli investimenti. E' unanime la lettura di questa manovra come fortemente regressiva per gli effetti sul welfare. Quel che invece si può al momento escludere è che venga minato lo status di valuta internazionale del dollaro, poiché al momento non esistono monete alternative. Il Big Beautiful Bill fa comodo anche alla Cina, poiché prevede lo smantellamento delle politiche legate alla transizione ecologica, su cui gli imprenditori americani avevano investito e su cui Pechino sta costruendo una leadership
    24 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 30/06/2025
    Si avvicina la scadenza del 9 luglio, la data fissata per l'Ue da Trump per giungere ad un accordo sui dazi, che potrebbero arrivare al 50 per cento. Il negoziato è aperto. L'Ue sarebbe disponibile ad accettare tariffe aggiuntive medie del 10 per cento, considerandole un male minore. Il paragone con l'accordo Usa-Regno Unito è improprio, poiché l'Ue, con i suoi 450 milioni di consumatori, ha ben altro potere negoziale. L'accondiscenza europea è frutto della sua debolezza, poiché resta poco coesa, divisa sull'atteggiamento da tenere di fronte alle minacce di Trump. Non c'è accordo sulle contromisure che l'Ue potrebbe mettere in campo, più volte ventilate ma sempre rinviate. La strada parallela che la Commissione sta perseguendo è l'avvicinamento al CPTTP, il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership. La presidente Von Der Leyen, preso atto dello stallo del WTO, frutto anche della mancata nomina di giudici da parte Usa, ritiene importante puntare su un organismo capace di risolvere le controversie commerciali tra i Paesi: il CPTTP, che abbraccia Nazioni dalle zone Asia-Pacifico al Canada, al Messico e ora al regno Unito, rappresenterebbe il 30 per cento del Pil mondiale
    23 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 16/06/2025
    L'impatto del conflitto Israele-Iran sui mercati finanziari, il prezzo del petrolio e dell'oro. L'allarme suscitato dall'attacco israeliano al giacimento di gas South Pars (che l'Iran condivide con il Qatar) e dalla minaccia iraniana di chiusura dello Stretto di Hormuz (attraverso cui passa un terzo della produzione mondiale di gas e petrolio. La guerra ha provocato un innalzamento del prezzo del petrolio fino a 75-78 dollari al barile, ma i rischi sul rincaro sono contenuti dall'eccesso di offerta. Un significativo rialzo dei prezzi all'oncia si registra per l'oro, che ha superato i 3.400 dollari. Cifre record erano state raggiunte durante la crisi del 2008 e poi durante l'emergenza Covid. Ora sono preoccupanti le cause all'origine di questo rincaro, a partire dall'effetto destabilizzante delle politiche protezionistiche di Trump. In un clima di caos e incertezza, gli investitori hanno iniziato a diversificare: il dollaro si è indebolito, gli investimenti si spostano su euro e altre divise e soprattutto gli investitori vedono nell'oro il bene-rifugio per eccellenza. Anche le Banche centrali ne hanno aumentato l'acquisto. Si cercano alternative al dollaro, anche se si è ben lontani dal poterlo rimpiazzare. L'euro potrà essere un'alternativa solo se si arriverà al mercato unico dei capitali, all'unione bancaria e, soprattutto, ad un titolo in euro che rappresenti l'insieme dei Paesi della zona
    22 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 9/06/2025
    Le previsioni sull'economia globale dell'Ocse evidenziano gli effetti negativi che la politica dei dazi dell'Amministrazione Trump può provocare: le elevate barriere al commercio e il clima di incertezza ad esse connesso provocheranno un rallentamento dell'economia, che si fermerà ad una crescita sotto il 3 per cento. L'Ocse sottolinea peraltro che a soffrirne saranno soprattutto le grandi economie, a partire da quella statunitense, che viaggiava su un tasso di crescita vicino al 3 per cento e che ora potrebbe scendere all'1-1,35. Effetti negativi che andranno ad associarsi ad un aumento dell'inflazione, proprio mentre ci si stava avvicinando alll'obiettivo del 2 per cento perseguito dal presidente della Fed Powell, non a caso ora sotto pressione di Donald Trump perché abbassi i tassi di interesse. Per quel che riguarda l'Italia, tanto Istat che FMI sottolineano come cresca poco, al di sotto della media europea. L'Istat prevede una crescita allo 0,6 per cento per il 2025. Finora l'impatto dei dazi non si è manifestato pienamente e la crescita è soprattutto interna, legata ai consumi e agli investimenti conenssi al Pnrr in Italia e nell'Ue. Gli effetti delle tariffe è stato finora attenuato dall'accelerazione delle transazioni in entrata e in uscita, che si sono verificate in previsione dell'arrivo dei dazi. Il FMI conferma il buon andamento dei nostri conti pubblici, in linea con le nuove regole del Patto di Stabilità. Ma la crescita rischia di restare debole, una volta venuti meno gli investimenti del PNRR, poiché ancora una volta non avremo messo in campo le riforme che il FMI ci ha invitato a realizzare per aumentare la produttività: più concorrenza, una giustizia efficace, un'amministrazione più efficiente. Il FMI ha sollecitato ancora una volta l'Italia ad aumentare le entrate fiscali attraverso la lotta all'evasione fiscale, l'aggiornamento dei valori catastali, l'abbandono di politiche fiscali come la flat tax.
    20 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 26/05/2025
    Retromarcia di Trump sui dazi da imporre all'Ue: venerdì scorso ne annuncia l'entrata in vigore il 1 giugno portandoli al 50 per cento, dichiarando che non cerca un accordo, domenica annuncia di aver parlato con la presidente della Commissione Ue Von Der Leyen per rinviarli al 9 luglio. E' molto probabile che ad indurlo ad invertire la rotta sia stata, ancora una vlta la reazione dei mercati. Dopo l'approvazione alla Camera del budget 'One Big Beautiful Bill', il dollaro si era svalutato, i titoli sono crollati, i rendimenti hanno superato il 5 per cento per effetto delle disastrose stime sulla crescita del deficit che ne sarebbe derivata. Gli investitori hanno quindi cercato di diversificare, allontanandosi dalle attività in dollari e indirizzandosi verso altre valute. La retromarcia di Trump è a tutti gli effetti un modo di prendere tempo, poiché le relazioni commerciali tra Usa e Ue hanno un valore altissimo: quelle tra Cina e Usa rappresentano meno della metà. Le richieste di Trump all'Ue sono irricevibili, poiché chiede, tra l'altro, la revisione di tasse come l'Iva e della legislazione Ue sui servizi digitali. Non è neanche plausibile che Trump pretenda di colmare il buco fiscale che si crea con il nuovo budget attraverso le entrate che dai dazi deriverebbero, poiché ci sarebbe un rapporto di 1 a 10. L'Ue deve continuare il negoziato, ma deve allo stesso tempo tener pronta una risposta dura in caso di fallimento delle trettative
    22 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista al professor Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 19/05/2025
    La riluttanza del Governo Meloni ad esser parte di quelle che potrebbero essere tappe di un'integrazione europea. L'isolamento che rischia il nostro Paese non è solo politico o strategico, ma rischia di avere anche un costo economico, in una situazione in cui la nostra crescita resta debole. Esauritasi la fase post-Covid, superata anche grazie ad un forte intervento pubblico, l'Italia è tornata sotto la media europea in termini di crescita economica. Tutto il continente europeo è in una fase di stallo economico poiché il suo modello di sviluppo è entrato in una crisi irreversibile: per superarla, serve una riconversione della sua industria, basata per anni su settori ad alta intensità di energia come la meccanica e il manifatturiero. Ora è necessaira una riconversione verso settori a bassa intensità energetica ma ad alto contenuto tecnologico. La Germania del cancelliere Merz ha deciso di ricorrere a massicci investimenti, di puntare sulle nuove infrastrutture tecnologiche, superando anche i limiti che erano imposti dal vincoli costituzionali per investire sulla difesa. Una seconda, grande rivoluzione digitale è in corso ed è quella connessa all'Intelligenza artificiale e ai Big Data. E soltanto lo spazio europeo può consentirne uno sviluppo competitivo. Esserne fuori è dannoso. Del resto da sempre l'Europa si è aggregata attraverso meccanismi che coinvolgevano gruppi di Paesi 'volenterosi': così è stato per l'Euro, così per la costruzione dello Spazio Schengen
    20 min
  • Il Mondo a pezzi - Intervista al Professor Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 12/05/2025
    Intervista al professor Paolo Guerrieri Paleotti. Segnali inequivocabili dell'inizio di una grande ritirata di Trump dalla grande guerra commerciale ingaggiata con il resto del mondo: un accordo con la Gran Bretagna e i negoziati con la Cina a Ginevra. Le ragioni di una svolta: la rivolta dei mercati finanziari, il crollo di Wall Street, la crisi dei titoli del Tesoro Usa e il calo dei consensi verso la politica del presidente, che potrebbe danneggiare i Repubblicani alle elezioni di medio termine. L'accordo con la Gran Bretagna consentirà l'annullamento dei dazi su acciaio e alluminio del 25 per cento sulle esportazioni verso gli Usa, la rimodulazione al 10 per cento delle tariffe sulle auto, l'acquisto di Boeing da parte del Regno Unito. Il primo accordo, il più facile: gli Usa esportano verso la Gran Bretagna più di quanto importino. A Ginevra è iniziato il negoziato con la Cina. Stati Uniti e Cina rappresentati ai massimi livelli, con il Segretario Usa Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng. Le decisioni annunciate: isitutuzione di un meccanismo di consultazione che permetterà di proseguire le consultazioni; drastica riduzione dei dazi da parte degli Usa (dal 145 al 30 per cento) e da parte della Cina (dal 125 al 10 per cento). Nessuno dei due Paesi poteva permettersi una guerra commerciale, poiché da anni gli Usa hanno contribuito alla catena di valore in Cina con le proprie imprese e le produzioni cinesi hanno alimentato la rete dei beni intermedi dell'industria statunitense. Scott Bessent lo riconosce, affermando che nessuna delle due parti vuole il disaccoppiamento delle due economie. Il valore degli scambi commerciali Usa-Cina si attesta a 700 miliardi di dollari all'anno. La Cina non poteva certo sottrarsi al negoziato: enormi sono gli investimenti delle sue imprese negli Usa, gli effetti della diminuzione del commercio con gli Usa le hanno già messe in crisi, il Paese deve affrontare la deflazione e la domanda interna resta debole. Pechino rischiava l'isolamento, indotto dalle pressioni che gli Usa avrebbero fatto sui propri alleati per impedire l'accesso alle merci cinesi.
    24 min
  • Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 5/05/2025
    Il piano di riarmo proposto dalla presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen consente la sospensione delle regole del Patto di Stabilità ai Paesi che chiedono l'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale: potranno quindi spendere l'1,5 per cento in più del Pil per la difesa. Un piano predisposto per rispondere alla minaccia di aggressione costituita dalla Russia, un primo passo verso l'integrazione della difesa europea. Sono al momento 16 i Paesi che hanno deciso di attivare la clausola: da quelli che affacciano sul Baltico e percepisono da vicino il pericolo russo (come Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia, Finlandia) a Paesi dell'Europa centrale come Germania e Belgio, passando per l'Est (Repubblica ceca, Slovacchia, Bulgaria, Croazia) e per il Sud come Portogallo e Grecia. La scadenza fissata dalla Commissione era il 30 aprile, ma non è perentoria. Cosa intende fare l'Italia? Il governo Meloni è orientato ad attendere gli esiti del vertice Nato del prossimo giugno. Anche perché ci sono dissidi nella maggioranza su questo tema. Fin dal 2014 l'Italia ha assunto l'impegno di raggiungere il 2 per cento della spesa militare: nel 2025 è previsto un aumento che potrebbe sfiorare l'1,6 per cento. Come si raggiungerà questa cifra? Si ipotizza di contabilizzare anche le pensioni dei militari o il finanziamento della Guardia costiera. Ma è probabile che l'atteggiamento del Governo Meloni sia condizionato dall'intenzione di aver buoni rapporti con l'amministrazione Trump: il presidente Usa ha chiesto un innalzamento della spesa militare fino al 5 per cento. Significherebbe innanzitutto rendersi disponibili ad acquistare più armi americane. Di certo a questa amministrazione non sta a cuore il rafforzamento dell'autonomia strategica che l'Unione europea potrebbe acquisire attraverso una maggiore integrazione nel settore difesa. L'Italia rischia di restare esclusa da un percorso di integrazione che permetterebbe coordinamento e sviluppo sul piano tecnologico e industriale e in prospettiva acquisti su piattaforme comuni
    21 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 22/04/2025
    Sono iniziati a Washington gli Spring Meeting: Banca Mondiale, Fmi, Governatori delle Banche centrali, Ministri dell'Economia e rappresentanti delle organizzazioni della società civile si confronteranno in un contesto condizionato dalle politiche protezioniste della presidenza Trump. Domina il clima di incertezza sul'economia globale: le tariffe introdotte hanno raggiunto un livello che non si vedeva dagli anni Trenta e il modo in cui sono state annunciate è stato del tutto erratico. Le politiche dei dazi di Trump stanno minando la crescita economica globale, provocando un rialzo dei prezzi e dell'inflazione. Una battuta d'arresto rispetto alla resilienza di cui l'economia globale aveva dato prova malgrado gli shock del Covid e delle guerre. Il contesto incerto ha indotto a rinviare gli investimenti, il risparmio è aumentato e i consumi sono diminuiti. Si prospetta il rischi di stagflazione, risulato di stagnazione e inflazione. Le previsioni di crescita dell'economia americana sono scese dal 2,5-2,8 per cento ad una cifra sotto l'1 per cento. Il rischio recessione si è innalazto al 60 per cento (rispetto al 25 per cento). Le pressioni di Trump sul presidente della Federal Reserve Jerome Powell perché abbassi i tassi di interesse. Il dollaro si è svalutato ed è a rischio il suo status di moneta di rifugio. Unione europea e Cina devono trovare una risposta per non essere colpite dalle conseguenze della politica di Trump. La Cina deve rilanciare i consumi interni, evitando di far affluire sul mercato europeo i suoi eccessi di produzione. L'Unione europea deve abbandonare il suo modello si crescita trainato dalle esportazioni, aumentare i consumi interni, fare investimenti. Altrettanto importante per l'Ue è trovare sbocchi su altri mercati rafforzando accordi con Paesi come l'India o il Brasile. E confermare la propria coesione, sul piano della Difesa europea come risposta all'aggressività di Putin e di fronte alla politica dei dazi di Trump
    22 min

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Podcast "Il Mondo a pezzi", Lunedì alle ore 10.00. Radio Radicale

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