Radio Radicale - Il Mondo a pezzi

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  • Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 11/05/2026
    Il viaggio di Trmp in Cina. Due superpotenze in competizione fra loro, ma che non sono in grando di offrire una leadership globale a due. Entrambe controllano snodi vitali per l'economia globale: gli Usa per il sitema dei pagamenti, per il dominio del dollaro nelle transazioni, per il ruolo centrale che hanno sulle tecnologie avanzate e i semiconduttori: la Cina per la raffinazione delle terre rare e magneti avanzati che sono indispensabili per interi settori come missili, motori e auto elettriche. Trump si presenta all'appuntamento indebolito dal conflitto in Iran, che ha provocato un aumento delle esportazioni cinesi, che controllano il 70 per cento delle tecnologie verdi. Forte è stato il calo degli scambi commerciali tra Usa e Cina. Ma probabilmente il vertice confermerà la tregua commerciale: non ci sarà una svolta, entrambi hanno constatato quanto sia alto il livello di reciproca dipendenza. La Cina intende rafforzare la propria espansione commerciale, che colpisce il modo particolare il continente europeo, invaso dai suoi prodotti. Intanto potenze intermedie come l'India, il Brasile o l'Arabia Saudita continueranno a perseguire le proprie strategie, schierandosi a seconda delle convenienze, ma certo non assoggettandosi ad una delle due parti
    23 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 4/05/2026
    Trump annuncia l'imposizione di dazi al 25 per cento su auto e camion europei, motivandola con il mancato rispetto dell'accordo Ue-Usa siglato in Scozia nel 2025. Negli stessi giorni, il presidente statunitense ha reso noto che verranno ritirati circa 5mila soldati dalla Germania, cui non verranno neanche consegnati i missili a lungo raggio Tomahwak, un pilastro del potere di deterrenza europea nei confronti della Russia. Trump sta reagendo al rifiuto dei Paesi Ue di seguire gli Usa nell'avventura militare in Iran. Nella visione di Trump, commercio, difesa e politica estera si fondono in un'unica area di contrattazione. Nel 2025 sono state esportate negli Usa 750mila auto europee, in gran parte tedesche. Nella stipula dell'accordo con gli Usa, l'Ue è stata complessivamente accondiscendente: ha accettato dazi al 15 per cento temendo il peggio e illudendosi di placare Trump. Serve cautela da parte dell'Ue nella risposta alle minacce del presidente Usa: chiedere chiarimenti sull'accusa di mancato rispetto dell'accordo, predisporre eventuali contromisure, compreso lo strumento anti-coercizione, che non si limita all'imposizione di dazi sui beni, ma colpirebbe anche servizi, appalti pubblici. Venne ideato per la Cina. L'Unione europea, nei rapporti con gli Usa, ha avuto nel 2025 un suplus di 200miliardi. Ma sui servizi il predominio statunitense è enorme (grandi piattaforme, digitale, IA, tecnologie). E sul fonte degli investimenti reciproci, le cifre si aggirano sui 5 trilioni di euro: se ci fosse uno scontro, gli europei ne sarebbero certamente danneggiati, ma anche per gli Usa le conseguenze sarebbero pesantissime. Serve, per un negoziato, l'unità dell'Ue, che al momento manca. L'impegno, contenuto nell'accordo di Scozia, prevedeva l'impegno Ue ad investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti e ad acquistare energia per 750 miliardi: sono impegni irrealistici, anche perché la Commissione Ue non ha il potere di imporre di investire a Stati o a privati. Saranno i mercati, ancora una volta, a decretare il destino di queste nuove minacce di Trump. Che potrebbe tornare sui sui passi, ancora una volta.
    30 min
  • Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 27/04/2026
    Il Documento di Finanza Pubblica prevede per il 2026 una crescita del Pil allo 0,6 per cento. Il governo puntava sull'uscita anticipata dalla procedura di infrazione, ma il deficit si è attestato al 3,1 per cento. Già si levano voci per la sospensione del Patto di Stabilità. Le stime di Fmi e Ocse concordano sui dati di bassa crescita dell'economia italiana. Ed è questa la rotta da invertire per non restare intrappolati in un fragile equilibrio tra bassa crescita e debito pubblico elevato. È una crescita asfittica, meno della metà della media della zona euro. Eppure in questi anni abbiamo avuto una massa enorme di risorse, a partire dai 190 miliardi del Pnrr. La crisi dello Stretto di Hormuz ha provocato un rincaro dei prezzi dell'energia che colpisce in modo particolare il nostro Paese, altamente dipendente da combustibili fossili e in particolare dal gas. Il Governo rivendica meriti sulla stabilizzazione dei conti pubblici, ma sul fronte del rilancio economico i dati degli osservatori non sono affatto confortanti. L'aumento dell'occupazione si è verificato in settori a basso valore aggiunto, con scarsa produttività e salari bassi (turismo, ristorazione, costruzioni). Ma è la produttività il vero motore della crescita: la crisi industriale è stata sottovalutata. Siamo il secondo Paese manifatturiero in Europa dopo la Germania, ma la produzione industriale italiana è da tempo sotto stress. Sarebbe necessaria una riconversione industriale capace di stimolare la nuova industria più avanzata. Il DFP attribuisce il peggioramento delle condizioni della nostra economia alla crisi delle guerre in Iran e in Ucraina, che hanno provocato rincari di energia e un clima di incertezza. Ma questi fattori colpiscono anche altri Paesi europei, che invece continuano a crescere, come Spagna, Portogallo e Grecia. E l'Italia è stata la principale beneficiaria dei fondi Pnrr. I Paesi Ue che crescono hanno affrontato e in parte risolto quei vincoli di bassa crescita che ci legano: hanno riconvertito la produzione verso settori ad alta produttività (terziario e servizi avanzati, infrastrutture, investimenti funzionali alla crescita dell'industria), la pubblica amministrazione ha ottenuto buone performance nella realizzazione dei piani, la forza lavoro si è ringiovanita. Con la crescita, Spagna e Grecia hanno diminuito di 30-40 punti il debito. La sostenibilità del debito pubblico non è legata solo a conti in ordine. Se per fronteggiare la crisi energetica si ricorrerà all'aiuto pubblico a sostegno di imprese e famiglie, è opportuno che i sussidi siano mirati e temporanei. Non si può elargire sussidi generalizzati e permanenti che farebbero risalire il deficit pubblico, facendo venir meno la fiducia dei mercati nel nostro Paese. La credibilità fiscale deve essere protetta, ma i conti in ordine sono un punto di partenza e non di arrivo. L'obiettivo resta tornare a crescere
    26 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 20/04/2026
    Non solo Hormuz. Sono numerose le possibili strozzature nelle forniture di prodotti indispensabili ad un'economia mondiale interconnessa. La chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo fondamentale attraverso cui passa un quinto del petrolio commercializzato a livello globale è diventata un'arma potentissima per l'Iran. Ma allo stesso tempo questo evento ha messo in luce quanto le interconnessioni dell'economia globale, costruite per ottenere un sistema efficiente, siano anche molto vulnerabili: negli ultimi decenni si sono ridotte le scorte di prodotti, poiché ve ne era disponibilità in luoghi e Paesi dov'era conveniente produrli. Ci ritroviamo dunque in presenza di colli di bottiglia ('choke point') non solo, come è avvenuto per Hormuz, per petrolio e gas, ma anche per i semiconduttori: la catena del valore globalizzata si estende dagli Usa, attraversa l'Europa e termina in Asia. La più alta qualità di semiconduttori viene prodotta al 75-80 per cento a Taiwan (con l'azienda Tmsc) e al 20-25 per cento in Sud Corea. Sono prodotti fondamentali anche per i settori militari. Un esempio analogo è costituito dalle terre rare, necessarie per i veicoli elettrici: la Cina controlla il 65 per cento dell'estrazione e il 90 per cento della loro lavorazione. E lo scorso anno ha esercitato il suo potere minacciando che avrebbe bloccato l'export di terre rare. È necessario diversificare le fonti di approvigionamento. Lo aveva dimostrato anche la Russia, con il gas. Hormuz è la versione marittima di un modello geoeconomico nato negli anni della globalizzazione: il valore fondamentale era costituito dalla convenienza economica per massimizzare l'efficienza della catena del valore investendo in un Paese. La variabile sicurezza non era contemplata, perché esisteva un mondo unipolare, gli Usa non avevano più rivali (l'Urss era crollata, la Cina non ancora superpotenza). Necessario un riequilibrio tra efficienza e sicurezza. Come reagire? La diversificazione delle fonti costa, non è facile ricollocare una produzione, in alcuni casi serve l'intervento dello Stato, si possono formare alleanze tra Paesi, creare forme di cooperazione internazionali. E intanto torna in auge il concetto di 'scorta', che era stato abbandonato poiché delocalizzare la produzione era conveniente
    25 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 13/04/2026
    Si aprono a Washington gli incontri di primavera di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. La direttrice generale del Fmi Kristalina Georgieva ne ha dato un'anticipazione, sottolinenando che la guerra in Iran lascerà 'cicatrici permanenti sull'economia globale anche se si raggiungerà un accordo'. Il Fmi ha dovuto rivedere al ribasso le previsioni di crescita. Consistenti i danni della guerra alle economie avanzate di Usa ed Europa che, malgrado l'introduzione della politica protezionista di Trump, avevano dato segni positivi: fiducia del settore privato, mercati finanziari che avevano ripreso un corso di espansione. Nell'eurozona si prevedeva una discreta ripresa, soprattutto per Spagna e Olanda (minore invece per Italia e Francia). Il Fmi si apprestava a rivedere verso l'alto le stime di crescita. Ma la guerra in Iran è intervenuta su una situazione di stagflazione già in corso. Tre gli scenari possibili ipotizzati dal Fmi, in una situazione in cui si ignora quanto durerà il conflitto. Il più lieve ipotizza, con un atregua, una stabilizzazione del mercato energetico, con interruzioni temporanee dopo che sono state colpite le infrastrutture connesse a petrolio e gas non solo iraniane, ma degli Emirati Arabi Uniti, Arabia saudita, Iraq e Qatar. I danni sono gravi e non è facile farli ripartire in tempi brevi. In questo caso, pur prevedendo un rallentamento della crescita, lo shock verrebbe riassorbito. In un secondo scenario il costo dell'energia resta alto, i trasporti difficili e rischiosi gli investimenti. Sarebbe inevitabile un aumento dell'inflazione e si creerebbe una situazione di logoramento. Il terzo scenario, con una guerra che si trascina provocando rincari energetici persistenti, che si riverberebbero su tutta l'economia in modo strutturale. L'Europa sarebbe colpita gravemente dalla crisi, poiché il nostro continente è un grande importatore di energia. Le ripercussioni sui Paesi poveri, che pagano anche il grave rincaro dei prezzi dei fertilizzanti. Per l'Europa c'è un margine ristretto di intervento. Il Fmi invita ad evitare di distribuire sussidi a pioggia per dare risposta all'inflazione: servono interventi a sostegno delle fasce più vulnerabili, evitando di trasferire ulteriore debito sulle future generazioni. E' urgente, invece, investire sulla diversificazione delle fonti energetiche
    22 min
  • Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 7/04/2026
    Un anno fa il 'Liberation Day': Trump dichiarava l'emergenza nazionale e imponeva dazi promettendo il ritorno in Patria dell'industria americana e la riduzione del deficit commerciale Usa. Ma a distanza di un anno la sua popolarità è nettamente in ribasso proprio a causa della sua politica economica. I dazi si sono trasformati in una tassa pagata dalle imprese e dalle famiglie statunitensi. L'imposizione di tariffe ha colpito le aziende Usa importatrici, che avevano davanti a sé due alternative: comprimere il proprio margine di guadagno o scaricare i costi sui prezzi al consumatore. E nel 95 per cento dei casi è stato inevitabile che crescessero i prezzi per i consumatori americani, come è agile constatare per beni come gli alimentari, le auto o i prodotti per la casa. È al supermercato che il cittadino Usa ha potuto verificare l'aumento dei prezzi. Era inevitabile che accadesse, perché molti beni non sono prodotti negli Usa. È stata la risposta sbagliata ad un problema reale, che è la deindustrializzazione: ma le tariffe non hanno certo riportato le aziende negli Usa, come promesso da Trump. Non c'è stata la crescita del settore manufatturiero e l'occupazione non è cresciuta in questo primo anno di presidenza. Altra promessa mancata: l'arrivo massiccio di investimenti esteri. I dati mostrano che sono inferiori rispetto al totale di quelli che sono stati effettuati tra il 2021 e l'inizio della presidenza Trump. Gli impegni assunti da Paesi stranieri sugli investimenti negli Stati Uniti sono rimasti bassissimi poiché il quadro caotico delle politiche commerciali, il caos di annunci sulla rimodulazione dei dazi, la sentenza della Corte Suprema che ha contestato il potere di Trump di imporli, ha generato un'incertezza tale da imporre prudenza ai potenziali investitori. Il deficit commerciale che il Presidente si riproponeva di ridurre è salito all'annuncio dei dazi, poiché le aziende hanno fatto scorte, temendo che i prezzi dei beni importati salissero per effetto dell'imposizione di tariffe. Nel complesso, però, alla fine del 2025 il deficit commerciale era pressoché uguale a quello dell'inizio della presidenza Trump. E se sono diminuite le importazioni dalla Cina, sono aumentate quelle da Vietnam o Malesia, per effetto di una triangolazione. I Paesi colpiti dai dazi, però, hanno reagito stipulando accordi commerciali alternativi, come è il caso del Mercosur per l'Unione europea
    24 min
  • Il Mondo a pezzi - Intervista a Paolo Guerrieri Paleotti - Puntata del 30/03/2026
    Le analisi e le previsioni di Ocse, Centro Studi Confindustria e Fmi concordano sostanzialmente sulla lettura dei danni e dei costi che la guerra in Medio Oriente sta provocando: il blocco dello Stretto di Hormutz, i danni alle infrastrutture energetiche e alle catene di approvvigionamento hanno già prodotto uno shock sui prezzi, facendo innalzare l'inflazione e imponendo un ridimensionamento delle aspettative di crescita globale. Resta concreto un rischio di stagflazione. Il passaggio di Hormutz è cruciale per l'economia mondiale: non solo sul fronte energia (il barile di petrolio è a 115 dollari e da inizio conflitto il prezzo si è elevato del 60 per cento), ma anche su settori come i fertilizzanti, l'alluminio e le materie plastiche. L'impatto sui mercati finanziari, che inizialmente si sono mostrati ottimisti, scommettendo su una rapida fine del conflitto: ma il blocco di Hormutz ha cambiato lo scenario, poiché quella che sembrava una crisi regionale ha riversato i suoi effetti sull'economia mondiale. Europa e Asia sono le aree più colpite, poiché hanno più elevata dipendenza dai combustibili fossili. La situazione dell'Eurozona dal punto di vista energetico è migliore rispetto all'anno dell'invasione dell'Ucraina, poiché in questi anni il continente ha investito sulle energie rinnovabili. Le previsioni sulla crescita economica nell'Eurozona: se il conflitto proseguirà, potrebbe esserci un forte rallentamento, non una recessione. Ma l'inflazione potrebbe avvicinarsi al 4 per cento. L'Italia resta il Paese più fragile nel confronto europeo: dpendiamo da importazioni energia molto più della media Ue, in particolare dal gas, che usiamo per produrre elettricità. Paesi del Sud dell'Ue come Spagna e Portogallo hanno investito più di noi nelle rinnovabili. Il Pil della Spagna nel 2025 è cersciuto del 2,8 per cento, ovvero quasi il doppio dell'Eurozona. L'Italia è cresciuta dello 0,5 per cento ed è uno dei pochi Paesi che rischia la recessione: se lo shock si protrae e il Pil continuerà a contrarsi, l'inflazione salirà e si passerà dalla stagnazione alla recessione. Noi siamo particolarmente colpiti dal rialzo dei prezzi dei fertilizzanti, che si riverbererà sui settori dell'agricoltura, agroindustriale e manifatturiero, che è già in crisi da tre anni. Il nostro Paese, inoltre, ha margini fiscali minimi, se non inesistenti, anche perché il nostro debito pubbico è rimasto al 137 per cento. Saranno necessari interventi temporanei, mirati, sui settori e le fasce di popolazione più colpiti. Ma resta prioritario raddoppiare gli sforzi per investimenti nelle rinnovabili: non si tratta solo di interventi per preservare l'ambiente, ormai è questione di sicurezza econonomica
    23 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 16/03/2026
    La nuova guerra nel Medio Oriente: Trump l'ha iniziata senza alcuna pianificazione, puntando su un conflitto relativamente breve, da cui avrebbe tratto vantaggio sul piano interno in vista delle elezioni di Midterm. Invece gli Usa si ritrovano ora intrappolati in una guerra non solo militare, ma anche economica, che avrà ripercussioni sui prezzi, le bollette e il costo della vita. Il petrolio si tiene intorno ai 100 dollari. L'amministrazione non ha previsto la reazione dell'Iran, che si trova a combattere per la sopravvivenza ed ha quindi deciso la chiusura dello Stretto di Hormutz a centinaia di petroliere. E la decisione di Trump di colpire l'isola di Kharg potrebbe provocare una reazione ancor più letale Teheran. Al contrario di quanto promesso in campagna elettorale, gli Usa si ritrovano coinvolti in una nuova guerra, i cui costi verranno pagati dai cittadini americani ma anche dalle economie che nel mondo importano energia. Si prevede una ripresa dell'inflazione, un freno alla crescita e ci sono rischi di stagflazione. I sondaggi Usa indicano che i cittadini americani restano in prevalenza contrati a questa guerra che, nell aprima settimana, è costata 11 miliardi di dollari. E il fatto che gli Usa siano ormai autosufficienti dal punto di vista energetico, poco cambia: l'aumento del prezzo del petrolio è mondiale, dunque inevitabilmente si ripercuote su quello della benzina, che è passata da 2 a oltre 3 dollari. Trump ha tutto l'interesse a cercare una via d'uscita dal conflitto, ma è evidente che le sue scelte non coincidono con quelle di Israele: per Tel Aviv non è una crisi da contenere, non si tratta solo di azzerare le capacità militari dell'Iran o di Hezbollah, ma un'occasione storica per ridisegnare gli equilibri regionali. Neanche l'Iran è interessato ad una chiusura rapida della guerra, visto che ha nelle mani uno strumento potente come la chiusura dello Stretto di Hormutz: controllano uno snodo mondiale di energia e potrebbe scegliere di combattere fino alla fine. Per arginare i prezzi del petrolio, Trump ha preso la grave decisione di sospendere per 30 giorni le sanzioni sul petrolio russo: ma questa decisione non ha avuto alcun effetto, poiché i prezzi salgono per effetto dei rischi geopolitici e della chiusura dello Stretto di Hormutz. L'allentamento delle sanzioni alla Russia è uno schiaffo all'Europa, che intende mantenerle e che contrasta questa scelta, poiché risolleva le finanze russe. Ora Trump chiede ai Paesi che ricevono petrolio da Hormutz di farsi carico della protezione dei cargo: minaccia la Nato, chiede persino alla Cina di intervenire. Il Presidente Usa non ha consultato nessuno, eppure ora chiede di creare una coalizione per uscire da una trappola strategica fallimentare. E' importante che l'Unione europea offra una risposta unitaria. L'operazione è stata un fallimento anche perché con la seconda amministrazione Trump c'è stato un azzeramento della classe dirigente a livello diplomatico, militare, strategico. Centinaia di funzionari sono stati licenziati e il Presidente si circonda ora di personalità senza alcuna esperienza, accomunati dall'essere degli 'yes-men'
    27 min
  • Il Mondo a pezzi. Intervista a Paolo Guerrieri - Puntata del 2/03/2026
    La chiusura dello Stretto di Hormuz e le ripercussioni sui prezzi dell'energia: se per il petrolio i rischi di un aumento sono connessi soprattutto a quanto sarà circoscritto il conflitto con l'Iran poiché ve n'è in abbondanza, per il gas GNL non c'è eccesso di offerta e tanto l'Ue che il nostro Paese hanno un alto livello di dipendenza da quello in arrivo da luoghi come il Qatar. Emerge la nostra vulnerabilità nella dipendenza dai combustibili fossili. L'Italia, con il ministro Urso, ha chiesto la sospensione del sistema Ets, il mercato europeo delle quote di emissioni, un pilastro della politica europea da venti anni, che ha dimostrato la sua efficienza in termini di riduzioni. Per giunta il nostro Governo, con il Decreto bollette, si ripropone di rimborsare i produttori termolettrici dei costi che hanno sostenuto per acquistare le quote di emissioni. Altri Paesi europei hanno chiesto una modifica del sistema Ets, ma la sospensione è un errore perché genera incertezza nel meccanismo. E se viene meno Ets, cade anche il CBAM (Carbon Border Adjustement Mechanism), introdotto a gennaio, che pone un freno alle delocalizzazioni in Paesi con meno vincoli sulle emissioni. L'Ue ha avuto un ruolo pioneristico sul mercato delle quote di emissioni, che è un incentivo verso la transizione energetica. Perderebbe questa credibilità. Undici Paesi europei hanno chiesto una modifica all'Ets perché garantisca maggiore stabilità dei prezzi, una miglior gestione delle quote gratuite alle imprese per abbassare i costi. L'Ets ha consentito di accumulare risorese economiche ingenti: nel 2024 sono stati raccolti circa 40 miliardi di euro in quote di emissioni. Gli Stati dovrebbero utilizzarli per sussidiare la transizione delle aziende energivore. Ma in realtà incassano e devolvono solo il 5 per cento a questi scopi. Nel nostro Paese il caro energia è un problema fondamentale, poiché il prezzo dell'elettricità è molto più alto che altrove: costa il doppio che in Spagna. Ma non dipende dagli Ets, che per il ministro Urso rappresentano 'una tassa a carico delle imprese': noi abbiamo investito pochissimo nelle rinnovabili, abbiamo una dipendenza eccessiva dal gas. È necessario spostare la produzione di elettricità dagli idrocarburi alle rinnovabili
    24 min

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Podcast "Il Mondo a pezzi", Lunedì alle ore 10.00. Radio Radicale

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