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Emma ha 30 anni, vive in un piccolo paese in Abruzzo ed è cresciuta in una famiglia molto benestante. I soldi, però, non sono mai stati soltanto abbondanza. Nella sua famiglia sono anche un’ombra: stanno dietro a vecchie eredità, aziende, litigi tra fratelli e rapporti che a un certo punto si interrompono. Quando Emma è ancora bambina, suo padre smette di frequentare i propri fratelli. Lei cresce così in un nucleo ristretto, dove il denaro dà sicurezza ma ha già mostrato di poter dividere una famiglia.
Da adolescente Emma riceve una paghetta molto generosa, ne spende una parte e il resto lo mette da parte. Non sente l’urgenza di lavorare per mantenersi e sa di avere alle spalle una famiglia che può sostenerla. Finché quella stessa sicurezza, molti anni dopo, non diventa il terreno di un nuovo conflitto. Suo fratello decide di lasciare l’azienda di famiglia e chiede al padre una somma importante per avviare una nuova attività. Emma scopre che la richiesta è stata tenuta nascosta proprio a lei e che, almeno inizialmente, suo fratello dovrebbe ricevere quei soldi mentre lei no. Si oppone. «Non ci dovevo fare nulla con quel denaro, però volevo la mia parte».
Alla fine il padre dà la stessa cifra a entrambi. Ma ciò che colpisce Emma è la reazione che la sua richiesta scatena. «Io ero diventata una pazza, una strega, mi hanno detto che ho il demonio dentro. Ma io stavo solo dicendo: com’è possibile? Non ho mai chiesto un euro in più rispetto a mio fratello». A poco a poco si accorge che quella reazione contiene qualcosa che all’inizio non aveva visto. Sua madre glielo dice quasi come se fosse una regola ovvia: «È risaputo che i maschi nelle famiglie pretendono di più, che si cerca di dare di più al maschio».
È lì che Emma capisce che il conflitto non riguarda soltanto quanto denaro spetti a ciascuno. Riguarda chi, dentro una famiglia, è autorizzato a pretendere e chi invece dovrebbe essere disposto a rinunciare. Suo fratello può chiedere di più; è Emma, rifiutandosi di avere meno, a essere accusata di aver creato il problema. «Non si è mai parlato del fatto che lui chiedesse di più, ma si è parlato del fatto che io non ho accettato».
Eppure Emma è cresciuta con un’idea molto precisa di cosa significhino i soldi per una donna. Gliel’ha trasmessa sua nonna, che non aveva studiato e aveva vissuto il matrimonio anche come una necessità economica. A lei ripeteva che la sua vita sarebbe stata diversa: avrebbe avuto un lavoro, un’azienda, la possibilità di andarsene se avesse voluto. «Per me i soldi sono, soprattutto per una donna, libertà».
Prosegue il nostro viaggio dentro il desiderio, per capire da dove nasce, che cosa promette e dove ci porta.
Nella seconda puntata del podcast La Bussola del desiderio Annalisa Monfreda incontra l’economista Luigino Bruni per capire come mai non sempre desideriamo ciò che poi ci rende felici. Quando il reddito cresce, spesso crescono anche le aspettative; ci abituiamo in fretta a molti beni e alziamo continuamente l’asticella di ciò che vorremmo. Il punto non è che comprare ci renda meno felici, ma che non tutti i desideri producono lo stesso tipo di benessere, né lo fanno con la stessa durata. Con Bruni esploriamo proprio il rapporto tra desiderio, felicità e beni relazionali.
A seguire, la seconda tappa della Masterclass del desiderio. Con Martina Moraschi di Sella Personal Credit portiamo un desiderio nel futuro e proviamo a guardarlo come se fosse già parte della nostra vita. Ci chiediamo che cosa ci lascia davvero: più libertà, più tempo e più energia, oppure solo più stress e attenzione da gestire? Un piccolo viaggio in avanti per scoprire se ciò che oggi ci attrae saprà ancora farci stare bene domani, anche nelle relazioni con chi ci sta accanto.
Per seguire la masterclass passo dopo passo, scarica il PDF guida: è pensato come strumento di accompagnamento, con gli esercizi da fare e uno spazio in cui annotare i propri desideri, le risposte e quello che emerge lungo il percorso.
La bussola del desiderio è un podcast realizzato da Rame in collaborazione con Sella Personal Credit.
Andrea ha 28 anni, fa il product designer ed è cresciuto a Bergamo Alta, in una grande casa di famiglia che oggi si trova in una delle zone più ricercate della città. Eppure lui è figlio di impiegati e nipote di contadini. A scuola, circondato dai figli delle famiglie più in vista, desidera ciò che gli altri hanno; in casa, invece, la madre gli insegna a farsi bastare i soldi e a usarli solo per ciò che serve davvero. Di quell’educazione Andrea si porta dietro ancora oggi una certa apprensione: «Penso di avere una pessima relazione con i soldi, perché mi porto dietro questo senso di angoscia: la paura costante di fare la scelta sbagliata».
La stessa prudenza entra presto anche nelle scelte sul futuro. Andrea si sente più portato per un liceo, ma i genitori gli consigliano l’Istituto Tecnico, la scuola frequentata prima da suo padre e da suo nonno: una scuola che, se un giorno avesse deciso di non continuare a studiare, gli avrebbe comunque permesso di trovare lavoro in fretta.
Dopo il diploma, però, Andrea prende un’altra strada. Si iscrive al Politecnico di Torino, poi continua a Milano e infine a Parma, con un corso di specializzazione. I genitori lo sostengono economicamente per tutto il percorso. È un aiuto che nessuno gli chiede di restituire, ma che nella sua testa finisce per trasformarsi in un debito. Tanto più quando la vendita della casa di famiglia porta a lui e alla sorella una somma destinata, un giorno, all’acquisto di una casa. «Forse questo senso di colpa arriva da lì: dalla sensazione di avere sempre le spalle coperte».
Quando finalmente arriva il momento di lavorare, Andrea si scontra con due idee molto diverse di che cosa un lavoro debba essere. Per i suoi genitori conta soprattutto che trovi un’occupazione e diventi autonomo. Per lui non basta. Dopo tanti anni di studio, e dopo tutti i sacrifici fatti anche dalla sua famiglia, il lavoro deve dimostrare che quel percorso è servito a qualcosa. «Ho studiato, ho fatto dei sacrifici e ne ho fatti fare, quindi adesso non posso accontentarmi e prendere quello che c’è».
La ricerca dura mesi. I risparmi accumulati con il servizio civile finiscono. Nei colloqui c’è chi guarda il suo curriculum e si ferma sul diploma tecnico, quasi che gli anni di formazione successivi non contassero. Intanto i suoi ex compagni di scuola lavorano già da nove o dieci anni. «Ho fatto un percorso così diverso da sembrarmi quasi sbagliato».
Dopo un periodo con la Partita Iva arriva finalmente un contratto in azienda, con uno stipendio fisso di 1900 euro. «Sono uscito dal colloquio e sono proprio scoppiato a piangere». Per Andrea quel lavoro non significa soltanto avere uno stipendio. Significa poter dire ai genitori che ce l’ha fatta, dare un senso agli anni investiti nella formazione e, forse, iniziare a sciogliere il legame tra denaro e senso di colpa. «Spero che mi aiuti ad avere con i soldi una relazione diversa da quella che ho avuto finora, senza sentirmi in colpa».
Nella prima puntata de La bussola del desiderio, Annalisa Monfreda incontra Maura Gancitano, saggista, opinionista e cofondatrice di Tlon, per provare a capire come si ritrova una bussola quando siamo immersi in stimoli, immagini, modelli e possibilità che ci dicono continuamente che cosa dovremmo volere.
Maura parte da una pratica della filosofia antica, la ricapitolazione serale, e da uno strumento semplicissimo: la scrittura. “La scrittura è una tecnologia”, dice, e può aiutarci a costruire una vera autobiografia dei nostri desideri e dei nostri acquisti, per riconoscere gli schemi che si ripetono e capire che cosa ci lascia davvero qualcosa e che cosa, invece, “perde la sua luccicanza un momento dopo”.
Il punto non è sottrarsi ai desideri collettivi o smettere di comprare. È capire che cosa cambia davvero la qualità della nostra vita e per quanto tempo. Perché oggi molte mancanze ci arrivano attraverso immagini selezionate, vite viste da lontano, promesse di essere più belle, più organizzate, più “in ordine”. E dentro questa pressione continua rischiamo di dimenticare una dimensione fondamentale: la sostenibilità umana, cioè ciò che possiamo davvero reggere senza trasformare ogni desiderio in una nuova prova da superare.
Nella seconda parte della puntata comincia la Masterclass del desiderio, il percorso pratico che accompagna tutta la serie e traduce la riflessione sul desiderio in esercizi, domande e piccoli test di realtà da applicare alla propria vita. In questa prima tappa, insieme a Martina Moraschi di Sella Personal Credit, lavoriamo su tre domande per capire da dove arriva ciò che desideriamo, quanto pesa lo sguardo degli altri e che bisogno stiamo davvero cercando di soddisfare quando vogliamo comprare qualcosa.
Per seguire la masterclass passo dopo passo, scarica il PDF guida: è pensato come strumento di accompagnamento, con gli esercizi da fare e uno spazio in cui annotare i propri desideri, le risposte e quello che emerge lungo il percorso.
La bussola del desiderio è un podcast realizzato da Rame in collaborazione con Sella Personal Credit.
Sara ha 43 anni, vive a Roma e lavora nelle relazioni internazionali di un'organizzazione. Cresce nel ceto medio italiano degli anni Ottanta: mamma a casa, papà che provvede a tutto, scuola cattolica privata, estati a Sperlonga. Poi muore il nonno, che ha un'impresa di costruzioni, e l'eredità da spartire tra i sei figli diventa una causa che dura più di dieci anni. In casa, quel contenzioso spezza le relazioni familiari e cancella la leggerezza del passato: «Abbiamo dovuto iniziare a stare attenti a ogni spesa», racconta. In quel momento, Sara introietta un pensiero di scarsità: «Il denaro è qualcosa che manca sempre. Di conseguenza, devo ridimensionare continuamente i miei bisogni e i miei desideri».
Durante l’università, lavora come babysitter e come libraia. Tutto ciò che guadagna o lo reinveste in formazione o lo lascia sigillato su un conto. «C'è stato un periodo in cui non mi sono comprata neanche un vestito e non sono mai andata dal parrucchiere». Sara entra nel mondo del lavoro e continua a risparmiare. «Un freno a mano automatico mi impediva di distinguere tra le spese che potevano essere un investimento e le altre. Da una parte ero orgogliosa della mia capacità di controllo, dall'altra la vivevo come una limitazione e mi chiedevo: “Perché non posso essere serena con le questioni di denaro come lo sono i miei coetanei?”».
Quando nasce sua figlia, a quindici giorni di vita ha il collo bloccato: serve fisioterapia subito e nel pubblico i tempi rischiano di compromettere la guarigione. I soldi accumulati per anni escono tutti insieme. «Per la prima volta non solo ho lasciato andare il denaro, ma ero felice di farlo». E questa sensazione Sara inizia a provarla anche per altri tipi di spesa. «Quelle legate al benessere, alla gioia di stare in famiglia, tutte cose che non hanno prezzo»
Da quel momento l’idea di scarsezza interiorizzata da ragazza cambia polarità. E diventa una spinta propulsiva a cercare di guadagnare di più. Nel 2023, quando una vecchia azienda torna a cercarla, Sara si siede per la prima volta al tavolo delle trattative e non cede di una virgola. Oggi guadagna 33.000 euro lordi l'anno, ma quella cifra non rappresenta il suo punto d'arrivo, è stata solo il primo passo di una nuova postura verso la vita e la professione.
Cristina ha 41 anni, vive a Pavia e si occupa di progettazione in ambito sportivo e sociale. La sua ricerca di indipendenza comincia presto. A diciassette anni lavora già nei fine settimana tra i tavoli di un ristorante e un negozio di abbigliamento. A ventidue anni si trasferisce a Milano, per un impiego in uno studio legale, affrontando per la prima volta i costi della quotidianità tra affitto e bollette. Guadagna prima 1.000 e poi 1.200. Dopo quattro anni sceglie di rinunciare alla stabilità del contratto a tempo indeterminato per aprire la partita Iva e tornare a ciò che aveva studiato, grafica pubblicitaria. «In quel momento, presa dall'adrenalina e dalla voglia di fare, non ho pensato minimamente ai rischi».
Quando l'attività in proprio trova il suo ritmo e i conti iniziano a quadrare, qualcosa nel corpo di Cristina smette improvvisamente di funzionare. È il 2015. Nessun dolore eclatante all'inizio, solo una serie di segnali anomali e sconnessi tra loro, tra cui un arrossamento al palato, strane emicranie e un braccio che rimane intorpidito per un giorno intero. Le prime visite mediche non riscontrano alcuna patologia, dando inizio a un percorso di ricerca lungo quattro anni che conteggerà trecento prestazioni sanitarie, per un costo complessivo di circa 12.000 euro. In quel momento, il lavoro passa inevitabilmente in secondo piano e i pochi guadagni vengono assorbiti dalle spese mediche private, costringendola a chiudere la partita Iva e a tornare a vivere con i genitori. La diagnosi definitiva arriva nel 2019: si tratta di una malattia cronica autoimmune.
Nel valutare come sia riuscita a superare quel periodo, Cristina attribuisce un ruolo fondamentale alla fortuna di aver avuto accanto una rete di persone in grado di sostenerla sul piano economico, fisico e morale. «Ma gran parte delle persone, o molte persone, non hanno questa rete, e quindi si ritrovano o a non avere supporto economico, o a non avere supporto sociale, o a non avere niente. E questo purtroppo incide tantissimo: sulla patologia, sullo stile di vita, sull'intera esistenza della persona».
Oggi Cristina ha riorganizzato la propria vita partendo da un lavoro a tempo parziale e da una routine adatta alle sue condizioni fisiche; e ogni giorno compie piccole scelte quotidiane con l'unico obiettivo di preservare il proprio benessere.
Rossana ha 34 anni, lavora in uno studio di design e vive a Lomazzo, tra Como e Milano, dove è cresciuta in una famiglia piccola e silenziosa. «I soldi non erano un argomento di cui parlare, forse erano anche una volgarità».
Al posto delle parole, però, ci sono i gesti: una spesa fatta con attenzione, un aiuto dato senza domande. E una rete tesa sotto i piedi che permette a Rossana scelte che ad altri sembrerebbero azzardate: lasciare un luogo di lavoro tossico senza un piano B, passare dalla correzione di bozze ai seicento euro di uno stage, arrivare a un lavoro stabile senza aver mai rincorso lo stipendio. «Il mio paracadute sono sempre i miei genitori. Una cosa che mi hanno garantito è la possibilità di essere serena e di poter scegliere, senza far decidere ai soldi che lavoro dovessi fare».
A Rossana, quindi, non è mai mancato il denaro, né l'esempio di come gestirlo: la madre aveva lavorato in Borsa e, fin da giovanissima, le aveva fatto aprire un conto e accedere ai suoi primi investimenti. Ciò che le è mancato è stato il contesto, il perché delle scelte: si è ritrovata con gli strumenti, senza le istruzioni. Il conto lo gestisce Rossana con il consulente; i genitori non sono mai entrati nel merito, né hanno condiviso con Rossana il loro modo di gestire il denaro. «La cosa bella è che ho la mia privacy; quella meno bella è che sono un po' allo sbaraglio, per conto mio».
Poi arriva un figlio, e il vuoto smette di essere una faccenda solo sua. Rossana fa quello che nessuno le aveva insegnato: prende l'iniziativa e apre con i genitori la conversazione sui soldi che non c'era mai stata. Chiede cosa sarà di loro quando invecchieranno, come funzioneranno le cose quando il figlio sarà grande. Si fa mostrare l'estratto conto, immagina una linea del tempo, decide come tenere fermo un cuscinetto e investire il resto. E per la prima volta i soldi smettono di servire solo a colmare vuoti o accumulare sicurezza, e iniziano a spalancare possibilità per chi viene dopo. «Adesso stiamo concordando il modo in cui potranno contribuire a creare un futuro per mio figlio».
Un figlio cambia sempre il bilancio di una famiglia. Cambiano le spese, le priorità, le paure, il modo in cui si immagina il futuro. Anche quando quel figlio non nasce dal tuo corpo, ma arriva attraverso un’adozione.
Rossella ha 37 anni, vive a Piacenza, lavora nel sociale e insieme al marito ha scelto l’adozione nazionale. Una decisione pensata a lungo, rimandata anche per ragioni economiche, poi diventata urgente dopo il Covid e dopo la perdita di una persona cara.
La procedura di adozione nazionale in Italia è gratuita: non si pagano agenzie, intermediari o percorsi privati. Ma questo non significa che il denaro resti fuori dalla storia. Ci sono i permessi presi al lavoro, gli spostamenti, i colloqui, i documenti, il tempo dell’attesa. E poi c’è tutto quello che arriva dopo: una casa da riorganizzare, nuove spese, assegno unico da gestire, un piccolo fondo da immaginare per il futuro.
Nel caso di Rossella, la genitorialità porta con sé anche un bisogno ancora più forte di protezione. Durante l’iter di adozione ha scoperto di avere un linfoma non Hodgkin, superato dopo il primo ciclo di terapia. Una malattia che l’ha resa più consapevole di quanto sia importante tutelare la propria famiglia anche davanti all’ipotesi di una propria assenza, temporanea o definitiva.
Oggi Rossella e suo marito vogliono capire come proteggere il futuro economico del loro bambino, come usare bene le risorse che arrivano per lui, come costruire un fondo nel tempo e come integrare una pensione che, per chi lavora nel sociale, rischia di poggiare su basi contributive fragili.
Perché pianificare l’arrivo di un figlio non significa solo comprare quello che serve adesso. Significa costruire un margine per gli imprevisti, pensare alla protezione della famiglia, iniziare presto a mettere da parte risorse per il futuro e dare al proprio amore anche una forma economica.
Ad aiutare Rossella a orientarsi tra fondo di emergenza, piano di accumulo, polizza vita, salute e previdenza integrativa c’è Silvia Seresi, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Teramo.
Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.
Loredana Scaiano cresce a Tricarico, in provincia di Matera, in una casa in affitto, mandata avanti con due stipendi pubblici ma spoglia di orpelli: non ci sono nemmeno i lampadari, considerati del tutto inutili. Le risorse di famiglia prendono infatti un’altra direzione: i libri, lo studio e soprattutto i viaggi. Aveva tredici anni quando i genitori prosciugarono i risparmi per acquistare un camper. «Nella mia famiglia d'origine i viaggi non erano il superfluo, erano la base».
Il matrimonio la catapulta però in una realtà speculare, fondata sull'accumulo: «Si conservano i soldi per comprare una casa, per comprare una terra...». In questa logica, viaggiare diventa un lusso ingiustificabile. Nonostante nessuno le ponga divieti espliciti, Loredana inizia ad autolimitarsi e a partire solo quando c'è un pretesto accettabile per farlo.
Nella coppia, lui è medico, lei insegnante, e tra i loro redditi c’è una distanza enorme. I soldi vengono sempre considerati comuni, ma la disparità contribuisce a rendere più difficile per lei riconoscere come legittimi desideri che non coincidono con le priorità familiari.
Questo equilibrio tiene per vent'anni, fino a quando i figli lasciano il nido. A quel punto, nel 2012, Loredana sceglie di separarsi per iniziare a vivere secondo ciò che conta per lei. Ma passare da un bilancio sostenuto da due redditi a uno solo fa emergere immediatamente la fragilità della sua posizione economica. Con uno stipendio annuo di circa 27 mila euro deve mantenersi da sola e affrontare i costi di una casa enorme: soltanto il riscaldamento arriva a costarle mille euro al mese.
Per rialzarsi si affida all’unica arma che possiede: la cultura. Tenta la carta dei quiz televisivi, partecipa ad Avanti un altro! e vince 27 mila euro, esattamente l’equivalente di un anno di stipendio. Con quella cifra non solo paga le bollette, ma regala un viaggio in Giappone alla figlia e uno ai Caraibi al figlio. Poi compie il gesto decisivo: chiede un anno di aspettativa dal lavoro e parte per il giro del mondo con appena diecimila euro in tasca. Attraversa quattro continenti con venti voli, fermandosi pochi giorni nei Paesi ricchi e settimane in quelli poveri, arrivando a dormire nelle sale d’attesa degli aeroporti pur di risparmiare.
Oggi Loredana continua a fare i conti con la sostenibilità delle proprie scelte. Sa che, se avesse conservato i gettoni d’oro della vincita e li avesse lasciati rivalutare, avrebbe in mano circa 150 mila euro. Ma a quel calcolo ne oppone un altro: «Stiamo parlando di dieci anni di vita che io ho vissuto esattamente come volevo».
Quando si perde il lavoro dopo i cinquant’anni, la prima reazione sembra quasi obbligata: rimettersi subito in corsa, aggiornare il CV, cercare un’altra posizione simile, tornare il prima possibile dentro una traiettoria conosciuta.
Ma cosa succede se proprio quella rottura diventa l’occasione per chiedersi: voglio davvero un altro lavoro uguale?
Fosca è un’ingegnera. Per venticinque anni ha lavorato nel campo delle infrastrutture e della mobilità, costruendo una carriera internazionale tra Italia, Germania e Danimarca. Ha avuto ruoli di responsabilità, stipendi importanti, una crescita lineare. Poi, a 50 anni, è arrivato un licenziamento improvviso, legato a una riorganizzazione aziendale.
La parte più difficile non è stata solo economica. È stata identitaria. Perché quando per anni ti sei riconosciuta nel tuo lavoro, perderlo significa anche chiederti chi sei fuori da quel ruolo.
Fosca avrebbe potuto cercare subito un’altra posizione simile. Invece ha scelto di fermarsi. È partita per l’India, ha completato una formazione come insegnante di yoga e ha iniziato a costruire un nuovo progetto: una piattaforma dedicata alle donne tra i 38 e i 50 anni, per accompagnarle nella perimenopausa attraverso yoga, consapevolezza del corpo e strumenti concreti.
Non è un salto fatto allo sbaraglio. Alle spalle ci sono anni di risparmio, investimenti, fondi pensione, piccoli bilanci fatti ogni sei mesi. Ma la domanda resta: quanto tempo può permettersi di dare a questo nuovo progetto prima che inizi a produrre reddito?
Perché reinventarsi a 50 anni non significa solo avere coraggio. Significa conoscere il proprio costo di vita reale, capire quanta autonomia garantiscono i risparmi, rivedere il portafoglio quando il reddito diventa variabile e iniziare a pensare anche alla protezione di lungo periodo.
Ad aiutare Fosca a orientarsi tra rischio economico, investimenti, liquidità e tutela della propria autonomia futura c’è Immacolata Imperatrice, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Ceprano.
Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.
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