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La Strage degli innocenti è una magnifica tela realizzata dal pittore bolognese Guido Reni (1575-1642), uno dei più autorevoli esponenti del Classicismo seicentesco. Il quadro venne dipinto intorno al 1611, per la Cappella Berò della Chiesa di San Domenico a Bologna. La scena illustra, con i toni di una tragedia antica, una drammatica pagina del Nuovo Testamento.
Narra infatti il Vangelo secondo Matteo che Erode, nel tentativo di assassinare Gesù, futuro Re dei Giudei, «fece uccidere tutti i bambini di Betlemme e dei dintorni, dai due anni in giù. Allora si realizzò quel che Dio aveva detto per mezzo del profeta Geremia: “Una voce si è sentita nella regione di Rama, pianti e lunghi lamenti. Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché essi non ci sono più”» (Mt., 2, 16-18). Oggi l’opera è conservata presso la Pinacoteca di Bologna.
Le madri e i figli
Protagonisti del capolavoro di Reni sono sei madri disperate e due soldati armati di pugnali, uno ritratto di spalle e uno chinato verso le donne, che stanno massacrando i poveri bambini. Una madre, al centro, prova a fermare un soldato con la mano; un’altra, in ginocchio in primo piano, prega invocando Dio. Una prova a scappare verso sinistra, trattenuta per i capelli da un sicario; un’altra corre verso destra con il figlio in braccio: la sua figura è chiaramente ispirata alla Niobe Chiaramonti dei Musei Vaticani.
Due bimbi giacciono morti in primo piano, come addormentati; due piccoli angeli, in cielo, attendono di distribuire le palme, simboli del martirio. Come si vede, Reni non ha indugiato sui particolari più cruenti: i corpicini sono praticamente intatti e solo per terra si possono scorgere alcune deboli macchie di sangue rosato. Le ferite al collo dei bambini si scoprono solo a una distanza molto ravvicinata.
La città di Betlemme è ricostruita con fantasia, attraverso alcune architetture classiche che si innalzano, con le loro grandi arcate, sul fondo a destra e richiamano le quinte di un palcoscenico teatrale; a sinistra, invece, si distendono le possenti mura della città.
Un perfetto equilibrio compositivo
Le figure sono tutte concentrate in primo piano, e questo per coinvolgere maggiormente l’emotività dell’osservatore. Tuttavia, da grande classicista qual era, Reni sceglie di controllare il caos concitato dell’eccidio attraverso una composizione perfettamente studiata. Madri e sicari si distribuiscono attorno allo schema generatore costituito da un doppio triangolo: uno poggiato su un vertice, e formato dal vuoto entro le figure delle due madri in fuga, l’altro, che sembra incunearsi verso il fondo, composto dalle tre donne al centro.
Il pugnale di uno dei carnefici, isolato proprio al centro della scena, diventa simbolo dell’intera vicenda narrata. Si coglie un perfetto equilibrio di masse, una dosata corrispondenza di gesti: il braccio armato del soldato di sinistra prosegue idealmente in quello, teso indietro, dell’uomo a destra; il braccio implorante della donna al centro è parallelo a quello sinistro dell’uomo sopra di lei. La scena in primo piano si proietta sullo sfondo, dove minuscole figurette si agitano sotto l’arcata del grande edificio classicheggiante.
Il confronto con Caravaggio
Le madri scappano, i sicari le inseguono: eppure, nessuno sembra veramente correre. Reni dimostra di aver ben compreso la lezione degli scultori antichi e di Raffaello: l’azione resta come sospesa, bloccata «esattamente nel punto in cui niente avviene» (C.Garboli).
In questo, la prova di Reni sembra prendere nettamente le distanze da certe coeve soluzioni della pittura di Caravaggio, come, per esempio, il Martirio di San Matteo della Contarelli, dove l’orrore dell’omicidio si tramuta in esplosione di forze centrifughe.
Piuttosto, occasione di riflessione per l’artista bolognese, che molto ammirava il collega lombardo, potrebbero essere state certe scene caravaggesch...