Arte Svelata

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  • I segni dell’Art Déco e la donna degli “Anni Ruggenti”
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    Quando, nel 1925, venne organizzata a Parigi l’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative e industriali moderne, l’Art Nouveau lasciò il posto a un nuovo fenomeno di gusto, che coinvolse grafica, oreficeria, arredamento: l’Art Déco. Con questo termine, o con quello ugualmente diffuso di Stile 1925, si classificano oggetti di design, motivi decorativi, lavori di grafica e perfino alcune opere di pittura, scultura e architettura realizzate in Europa e negli Stati Uniti fra il 1915 e il 1940. L’Esposizione Universale di New York del 1939-40, infatti, è considerata convenzionalmente come la manifestazione di chiusura della stagione Art Déco.

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    Marcel Bouraine, Papillon, 1928 ca. Statuetta in pasta di cristallo.
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    René Lalique, Susanna al bagno, 1925. Vetro. Collezione privata.
    I segni dell’Art Déco

    Lo stile Art Déco è normalmente identificato con i suoi “segni” più evidenti: forme geometriche, superfici riccamente decorate, colori vivaci, fiori stilizzati, animali dai contorni sinuosi, sensuali figure femminili. Se l’Art Nouveau aveva esaltato il mito dell’arte per tutti, l’Esposizione parigina del 1925 celebrava invece un’arte di lusso, un’arte d’élite, ricca di pezzi unici, destinati idealmente alle ville dei colti collezionisti oppure ad ipotetiche ambasciate della Francia, un paese che intendeva riaffermare il proprio primato di leader delle arti decorative nel mondo.

    Édouard Bénédictus, Elemento decorativo art déco, 1930. Stencil su carta. Londra, Victoria and Albert Museum.
    Dall’Art Nouveau all’Art Déco

    Rintracciare le fonti dell’Art Déco si rivela un’impresa molto difficile: lo stile include infatti molte manifestazioni differenti, legate a motivi ispiratori eterogenei e spesso in contraddizione fra loro. Alcune caratteristiche dello stile Art Déco erano già presenti nell’ambito della produzione art nouveau; due architetti si erano infatti distinti (per la propria essenzialità) dai designers franco-belgi, più legati alle linee sinuose e ai motivi lussureggianti.

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    Il primo era stato l’austriaco Joseph Hoffmann (1870-1956), architetto, arredatore e designer, tra i principali protagonisti della Secessione viennese, il quale aveva disegnato decorazioni basate essenzialmente su forme geometriche. Il secondo era stato l’architetto e arredatore scozzese Charles Rennie Mackintosh (1868-1928), esponente di spicco del Modern Style britannico, nelle cui opere di design avevano prevalso profili severi e colori chiari. L’Art Déco richiama, tuttavia, anche gli smalti vetrosi e le lacche dell’Estremo Oriente, nonché gli stili Luigi XV e Luigi XVI dei mobili francesi.

    Fortunato Depero, Bozzetto per una copertina di Vanity Fair, 1930 ca.
    L’arte primitiva e i Balletti Russi

    Una ispirazione altrettanto rilevante, per gli artisti art déco, giunse anche dall’arte esotica e primitiva; tra le fonti più importanti, ricordiamo l’arte tribale africana, l’architettura del Centro America (azteca e maya) e l’arte egizia, soprattutto dopo la scoperta della tomba di Tutankhamon, avvenuta nel 1922.

    Allo stesso modo, i designer déco furono incantati dai disegni audaci e dai colori brillanti proposti negli spettacoli dei Balletti Russi.

    Léon Bakst, Bozzetto del costume per Vaslav Nijinsky nel balletto La Peri di Paul Dukas, 1911. Acquerello su carta. Parigi, Bibliotheque de l’Arsenal.

    Questa compagnia di danza, diretta da Sergej Djagilev, dal 1911 al 1929 produsse in Europa le innovazioni più significative nel campo del balletto, avvalendosi dei maggiori danzatori e coreografi dell’epoca, e coinvolse perfino grandi artisti per scenografie e costumi, tra cui Pablo Picasso.

    Pablo Picasso, bozzetto per un costume cinese del balletto Parade, 1917. Questo balletto nacque dalla collaborazione di Erik Satie, Jean Cocteau, Pablo Picasso e Lèonide Massine, per i Balletti Russi di Djagilev.
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    Pablo Picasso, costume cinese del balletto Parade, 1917. Tessuto di raso di seta con tessuto d’argento e filo nero, cappello di cotone con pigtail di lana. Londra, Victoria and Albert Museum.
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    Art Déco e Avanguardie

    Tra le fonti più influenti ad ispirare la poetica art déco, di certo concorsero i contemporanei movimenti artistici d’Avanguardia: la ricerca futurista, la cromìa aggressiva dei Fauves, la complessa tridimensionalità del Cubismo, l’astrattismo dinamico del Futurismo, il rigore formale del Neoplasticismo, il gusto per il paradossale proprio del Costruttivismo russo.

    Fortunato Depèro, Gilet, 1924 ca. Assemblage di panno su tela, 63 x 47 cm. Milano, Collezione Marinetti.

    Tutti questi referenti furono fondamentali per lo sviluppo dello stile Art Déco; un esempio lo ritroviamo nella propensione all’uso delle figure geometriche elementari: il cerchio, il mezzo cerchio, la corona circolare, il quadrato, il triangolo, figure in sé stesse in grado di esprimere conclusione, definizione, equilibrio, astrazione ma, se combinate tra loro, capaci di creare sensazioni più intense e drammatiche.

    Giacomo Balla, paravento, 1920-30. Collezione privata.
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    Quarti di cerchio di varie dimensioni, compenetrati l’un l’altro o alternati secondo direzioni radiali, ottenevano l’effetto di una condizione dinamica in contrasto. L’uso frequente della diagonale (un segno “instabile”) inserita nei quadrati e nei rettangoli, suggeriva l’idea della rotazione, della deviazione dall’equilibrio statico, del turbamento dello stato di quiete; l’adozione di una diagonale spezzata “a zig-zag” (evocante una folgore), riusciva ad ottenere un ulteriore effetto dinamico.

    Giacomo Balla, vassoio, anni Venti. Olio su legno. Collezione privata.
    Il “consumo” delle Avanguardie

    «Il linguaggio déco», ha scritto acutamente lo storico dell’architettura Franco Borsi, «si pone definitivamente fuori dall’eredità impressionista e si nutre degli stessi elementi di cui vive l’esperienza delle avanguardie figurative», tendendo «ad appropriarsi della relativa incomprensibilità, delle difficoltà intellettuali […] delle avanguardie, e a tradurle disinvoltamente in oggetti d’uso, a tappezzare il proprio quotidiano con gli impegnativi prodotti della ricerca solitaria, incompresa, talvolta drammatica, degli artisti.

    Si attua così nel mondo déco quello che si può definire il consumo delle avanguardie». Le opere degli artisti di Avanguardia non sono semplicemente elette alla funzione di matrici culturali: quello del déco fu, piuttosto, un fenomeno di mutazione, si potrebbe dire di “appropriazione” di segni formali. Quanto aveva costituito la più grande rivoluzione figurativa di tutti i tempi servì soltanto ad alimentare, in modo del tutto spregiudicato, il fasto déco.

    La donna déco

    Protagonista indiscussa dell’Art Déco fu la donna, che peraltro in questo stile si riconobbe, condividendone la voglia di libertà e di superamento degli stereotipi e delle convenzioni. Sin dalla fine della Grande Guerra, infatti, si era affermata, in tutta Europa, una nuova idea di bellezza femminile, audace e trasgressiva. Prevalse, infatti, il modello di una donna moderna, libera, sensuale, spregiudicata: quello della garçonne (‘maschietta’) e della flapper (‘tipa emancipata’), che ostentava un corpo magro e slanciato, portava i capelli tagliati a caschetto, indossava gonne corte, si truccava con rossetto e mascara come prima facevano solo le prostitute.

    L’attrice americana Louise Brooks, stella del cinema muto, in una foto degli Anni Venti.
    Ragazze flapper in una foto degli Anni Venti.

    Molte donne, più o meno famose, divennero coraggiose protagoniste di conturbanti foto di nudo, un genere artistico che si stava legittimando e che aumentava la sua diffusione e il suo successo riscattandosi dall’accusa di pornografia.

    Dora Kallmus (1881-1963), fotografa di moda austriaca, nota con lo pseudonimo di Madame D’Ora, fotografò nuda, per esempio, e in una serie di celebri scatti, la famosa ballerina Joséphine Baker. Nelle foto dell’americano Edward Weston (1886-1958) i soggetti femminili, intensamente poetici, sono spesso presentati in un contesto che esula dallo spazio e dal tempo, come forme pure e perfette sospese fra realtà e astrazione. Con lui la fotografia smise di inseguire l’arte per diventare arte.

    Madame d’Ora, Joséphine Baker, 1928. Fotografia. Monaco di Baviera, Collezione Dietmar Siegert.
    Edward Weston, Nudo, 1936. Fotografia. Colonia, Museum Ludwig.
    Le donne di Erté e di Chiparus

    La figura femminile, indiscussa protagonista di molte opere déco, divenne l’icòna incontrastata degli anni ruggenti, detti anche les années folles (‘gli anni folli’), segnati dalla passione del tango e dal ritmo irresistibile del charleston. Così nell’arte nella grafica, dove la donna appare voluttuosamente nuda oppure elegantemente vestita con lunghe tuniche trasparenti e ricoperta di gioielli, ritratta in un’atmosfera di suggestiva irrealtà.

    Marlene Dietrich in smoking nel film Marocco, 1930.
    Marlene Dietrich nel film Shangai Express, 1932.

    Alcune immagini di donne aristocratiche, attraenti e perfino audaci richiamano, talvolta, un certo monumentale classicismo ma i dettagli, come il trucco vistoso o la pettinatura morbidamente ondulata, sono perfettamente in linea con la moda del periodo.

    Erté, Bozzetto di costume per il personaggio di Assad nel balletto Dance de Jouet. Tratto da Le mille e una notte.

    Ricca, raffinata, sensuale e ribelle, la nuova donna déco, così moderna ed emancipata, fu celebrata soprattutto dal pittore e costumista russo Erté (1892-1990). In piedi o languidamente distesa, vestita con abiti elegantissimi, la donna di Erté fuma spesso una sigaretta ed è affiancata da un cane di razza o addirittura da animali esotici; talvolta presenta tratti fortemente stilizzati, a volte marcatamente sensuali, altre volte ha un aspetto mascolino ed è ritratta in abiti virili, con i capelli corti e il monocolo.

    Erté, At the Theatre. Symphony in Black, 1930-40.

    Le piccole sculture del rumeno Demetre Chiparus (1886- 1947), realizzate con materiali preziosi, soprattutto in avorio e metallo dorato, colgono la donna nell’atto di alzarsi di slancio da un piedistallo o la raffigurano mentre danza con grazia. La sua espressione assorta e rapita la fa apparire come un’altera divinità, impegnata in eleganti esercizi.

    Demetre Chiparus, Les Girls, 1930 ca. Bronzo e avorio. Collezione privata.
    Demetre Chiparus, Ballerina, 1930 ca. Argento e avorio. Collezione privata.
    Tamara de Lempicka

    Un’espressione tipica della cultura art déco fu la pittura di Tamara de Lempicka (1898-1980), inquieta, contraddittoria, fredda e intensamente drammatica a un tempo. A Parigi, dove divenne la ritrattista dei nobili e dei ricchi rifugiati, la Lempicka rielaborò il linguaggio cubista in una chiave classicheggiante ispirata ad Ingres, delle cui bagnanti ammirò e ripropose le candide forme corporee, esaltandole in un gioco elegantemente equivoco.

    Nei suoi dipinti, la Lempicka esaltò la bellezza, l’eleganza, la libertà e l’emancipazione femminile. Ella stessa riuscì a diventare un personaggio pubblico e a creare attorno a sé un alone di leggenda, con i suoi numerosi amori scandalosi e i suoi atteggiamenti disinibiti, sicuramente ‘fuori dalle righe’ per quei tempi.

    Tamara de Lempicka, Giovane donna in verde (Giovane donna con guanti), 1930. Olio su compensato, 61,5 x 45,5 cm. Parigi, Musée National d’Art Moderne, Centre Georges Pompidou.
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  • Il Polittico dell’Agnello Mistico di Jan Van Eyck
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    Jan Van Eyck (1390 ca.-1441) fu l’artista fiammingo più conosciuto e apprezzato del XV secolo e senza dubbio la portata della sua opera può essere confrontata solo a quella rivoluzionaria di Masaccio. Con Van Eyck, la pittura fiamminga assunse infatti una dimensione europea, influenzando in parte anche lo sviluppo dell’arte in Italia, in Francia, in Spagna e in Germania.

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    Nacque nell’attuale Lussemburgo ma non si conoscono né l’anno preciso della sua nascita né le circostanze della sua formazione. Le prime opere note sono miniature, a testimonianza del forte legame che unì il pittore al mondo gotico. Ancora in qualità di miniatore, nel 1422 Van Eyck si recò all’Aja per lavorare al servizio di Giovanni di Baviera, conte d’Olanda, e dopo la morte di questi, nel 1425, si trasferì presso la corte di Filippo il Buono, duca di Borgogna, per conto del quale viaggiò in Spagna, Portogallo e Inghilterra.

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon.
    Il Polittico dell’Agnello Mistico

    Capolavoro assoluto di Van Eyck è il Polittico dell’Agnello Mistico, detto anche Altare di Gand. Fu dipinto tra il 1426 e il 1432 per la Cattedrale di Saint-Bavon a Gand, dove ancora oggi si può ammirare. Un’iscrizione indica come iniziatore e maggior responsabile del dipinto il fratello di Van Eyck, un certo Hubert, un misterioso personaggio di cui non si conoscono altre opere e la cui reale esistenza è provata solo da una tomba, che comunque lo dice morto già nel 1426. Pertanto, alcuni studiosi ritengono che sia stato Jan van Eyck l’unico autore del dipinto e che l’iscrizione sia un’aggiunta posteriore da non considerarsi verosimile.

    Nel corso dei secoli, l’opera venne smontata e rimontata più volte. Requisito come bottino di guerra per ordine personale di Hitler nel 1942, durante la Seconda guerra mondiale il polittico fu nascosto in una miniera di sale e poi recuperato dai famosi Monuments Men, la squadra speciale americana che salvò una serie di importanti opere d’arte dalla razzia nazista. La ricostruzione attuale, seguita all’importante restauro dell’opera (iniziato nel 2012 e programmato fino al 2026), parrebbe essere quella più probabile.

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32 Facciata del polittico chiuso, olio su tavola, 3,75 x 2,58 m. Gand, Saint-Bavon.
    Il polittico chiuso

    L’opera, che è il polittico più imponente fra quelli realizzati nelle Fiandre durante il XV secolo, trae il nome dal soggetto principale raffigurato, l’Adorazione dell’Agnello Mistico. È composta da molte tavole, otto delle quali fungono da sportelli e sono dipinte su entrambi i lati. Osservato chiuso, l’Altare di Gand presenta una facciata concepita come un complesso architettonico a due livelli che costituisce una sorta di introduzione a quanto poi presentato dal polittico aperto.

    Il livello inferiore è diviso in quattro nicchie che accolgono le figure, a grandezza naturale, dei committenti inginocchiati (un nobile di Gand e sua moglie) e i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista. I due ritratti restituiscono fedelmente i tratti somatici dei coniugi, senza tralasciare alcun dettaglio, dalla barba di un giorno di lui alle rughe e occhiaie di entrambi. I santi, patroni della chiesa ospitante, sono presentati in forma di statua, con un eccellente effetto illusionistico da trompe-l-oeil.

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare del committente con San Giovanni Battista.
    L’Annunciazione

    Il livello superiore, invece, presenta un ambiente con il soffitto a travi lignee piuttosto basso, aperto in fondo su una piazza cittadina, che ospita una Annunciazione e, idealmente al di sopra del soffitto, due profeti (Zaccaria a sinistra e Michea a destra) e due sibille (a sinistra la Sibilla Eritrea, a destra la Sibilla Cumana), tutti con cartigli, che profetizzano la venuta di Cristo. La facciata del polittico chiuso, dunque, simboleggia l’inizio e il prologo terreno del processo della Redenzione.

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare con l’Annunciazione.

    L’Arcangelo Gabriele porge alla Vergine un grande giglio, simbolo della sua purezza, e pronuncia la frase «Ave gratia plena D[omi]n[u]s tecum[m] » («Ave, o piena di grazia, il Signore è con te»). Maria, inginocchiata con le mani al petto, risponde «Ecce ancilla Domini» («Ecco l’ancella del Signore»). La colomba dello Spirito Santo è sospesa sopra il suo capo. Oltre le finestre, è possibile ammirare una veduta di Gand. All’interno della stanza, che sarebbe la dimora di Maria, una nicchietta gotica contiene un bacile e una brocca di bronzo e un asciugamano di lino, bordato d’azzurro.

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare con l’Arcangelo Gabriele.
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    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare dell’Arcangelo Gabriele.
    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare del paesaggio sullo sfondo con la veduta di Gand.
    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Facciata del polittico aperto, olio su tavola, 3,85 x 5,16 m. Gand, Saint-Bavon.
    Il polittico aperto

    Il polittico aperto è composto da dodici tavole, suddivise su due registri, e presenta una composizione diversa da quella esterna. Qui è il livello superiore a contenere le figure intere, molto più grandi e molto meno numerose di quelle che affollano l’ordine inferiore. I tre pannelli centrali in alto, unificati dalla prospettiva dell’unico pavimento, mostrano una figura maschile barbuta, assisa su un grande trono e identificabile sia come Dio padre sia (più verosimilmente) come Cristo Re, affiancato dalla Vergine e da san Giovanni Battista. Ai lati, angeli musicanti cantano la gloria di Dio e, alle due estremità, Adamo ed Eva, raffigurati nudi, testimoniano il potere dell’amore divino e della redenzione che, attraverso il sacrificio di Cristo, libera dal peccato l’umanità intera, che essi simbolicamente rappresentano.

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare del Cristo-Dio affiancato dalla Vergine e San Giovanni Battista.

    Il Cristo-Dio indossa una veste rossa, un mantello, del medesimo rosso, ornato di perle e una tiara a tre corone; con la mano destra benedice e con la sinistra tiene uno scettro. Un’altra corona è posata ai suoi piedi. Giovanni Battista indossa una tunica di pelo di cammello (secondo la sua iconografia) ma è coperto da un mantello bordato d’oro e ornato di perle e gemme. La Vergine, vestita di blu, porta una corona con pietre preziose e perle, ornata di gigli e rose, i fiori a lei dedicati.

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare della Vergine.

    Gli angeli di sinistra cantano leggendo le parole da un elaborato leggio; quelli di destra suonano un organo e alcuni strumenti a corda.

    Adamo si copre il pube con una foglia di fico; Eva, con la mano destra, tiene il frutto del peccato originale. I corpi dei due progenitori sono riprodotti con spiccato realismo, evidente nei lunghi capelli di entrambi (lisci quelli di Eva, ricci quelli di Adamo), i peli del petto e delle braccia di Adamo, le vene in leggero rilievo. Le loro figure sono sormontate da due lunette che contengono le scene del Sacrificio di Caino e Abele (a sinistra) e dell’Uccisione di Abele (a destra).

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Pannelli con Adamo ed Eva affiancati.
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    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare con Adamo e gli angeli cantori.
    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare di Adamo.
    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare degli angeli cantori.
    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare di Eva.
    L’Adorazione dell’agnello mistico

    Queste solenni icone superiori appaiono in contrasto con l’affollata scena che si dispiega nella parte bassa del polittico, quasi si trattasse di una predella, e che invece presenta il tema centrale dell’opera, l’Adorazione dell’agnello mistico, simbolo di Cristo. L’iconografia, piuttosto complessa, si basa essenzialmente sul testo dell’Apocalisse di Giovanni (7, 9), che recita: «[vidi] un’immensa folla, che nessuno poteva contare, di ogni stirpe, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. E gridavano a gran voce: La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello».

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Pannello con l’Adorazione dell’Agnello mistico.

    Nella tavola di Van Eyck, l’agnello è ritto sull’altare del sacrificio, posto al centro di un lussureggiante giardino, che reca l’iscrizione «Ecce agnus Dei qui tollit peccata mundi» («Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo»). Ha il capo circonfuso di luce e il petto squarciato da un’ampia ferita: il sangue che ne sgorga riempie un grosso calice, simbolo del sacrificio eucaristico.

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare con l’Agnello mistico.

    L’altare è coperto da un paliotto rosso e da una tovaglia bianca, corrispondenti ai colori liturgici delle feste del Santissimo Sacramento, ed è circondato da numerosi personaggi in adorazione. I primi, più vicini, sono le creature spirituali, cioè gli angeli, che spargono incenso e reggono i simboli della Passione. Apostoli, sante e santi, papi, scrittori antichi, filosofi e profeti sono invece più distanti, organizzati in quattro schiere compatte.

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare con una delle schiere di fedeli adoranti.

    Dai quattro pannelli laterali, schiere di genti giungono ad adorare l’agnello. Dall’estrema destra riconosciamo i pellegrini, guidati da san Cristoforo, poi i martiri, i soldati di Cristo e infine, all’estrema sinistra, i giudici giusti. Quest’ultimo pannello non è originale. Venne infatti rubato nel 1934 e poi sostituito con una copia. Il verde paesaggio intorno allude al Paradiso; la città sullo sfondo, ricca di torri e palazzi, richiama la Gerusalemme celeste. In primo piano, la fontana della vita è zampillante d’acqua. L’immagine simbolica dello Spirito Santo, in alto, emana una luce sovrannaturale in forma di raggi che investono i personaggi in primo piano suggerendo uno schema prospettico.

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare con gli eremiti (a sinistra) e i pellegrini (a destra).
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    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare con i giudici (a sinistra) e i soldati di Cristo (a destra).
    Il significato dell’opera

    Il tema affrontato dal Polittico dell’Agnello Mistico è quello della redenzione. Adamo ed Eva, disubbidendo a Dio, hanno condannato l’umanità intera, che da loro discende, a vivere in una condizione di perenne peccato. Nella cornice del pannello che ospita Adamo si legge «Adam nos in morte precipitat» («Adamo ci ha fatti precipitare nella morte»), in quello di Eva «Eva occidendo orfuit» («Eva ci ha danneggiati con un delitto»).

    Il sacrificio di Cristo è dunque necessario per redimere tutti gli uomini dal peccato. L’agnello, sin dalla più antica iconografia cristiana, simboleggia Cristo, sacrificato sino alla morte in croce per il bene di tutti. Fu Giovanni Battista, come si legge nel Vangelo, a rivolgersi a Gesù dicendo «ecco l’agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo». Non a caso, nel dipinto di Van Eyck, il muso dell’Agnello ricorda un volto umano. Questi marcati caratteri antropomorfi erano stati attenuati da ridipinture successive, che il recente restauro ha eliminato.

    La collocazione dell’Agnello-Cristo sull’altare rimanda, inoltre, al sacramento dell’Eucarestia: il corpo di Cristo è infatti il pane e il vino offerti per la remissione dei peccati.

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare dell’Agnello mistico.
    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Il muso dell’Agnello mistico prima e dopo il restauro.
    Il senso dello spazio nella pittura fiamminga

    Nell’Adorazione dell’agnello mistico, le figure non sono scalate in profondità, così come avrebbe dettato la regola della prospettiva fiorentina, ma si sovrappongono in una veduta dall’alto, secondo una concezione ancora tardogotica. La pittura delle Fiandre può infatti considerarsi erede legittima del Gotico internazionale, in quanto i fiamminghi condivisero con gli artisti tardogotici una certa convenzionalità nella rappresentazione dello spazio, e soprattutto la tendenza a rendere con straordinario realismo edifici, piante, animali, stoffe, gioielli e ogni particolare di cui si potesse riprodurre il più minuto dettaglio.

    La loro concezione del mondo si mantenne, pertanto, sostanzialmente antiumanistica, in netta contrapposizione con l’antropocentrismo della cultura classica, e la loro cultura artistica si manifestò, come ha osservato lo storico dell’arte Giuliano Briganti, «in un realismo estraneo a ogni misurazione razionale dello spazio, sordo a ogni richiamo del classicismo, nemico di ogni idealizzazione della figura umana. Un realismo nato piuttosto da un rapporto vivissimo tra l’immaginazione più favolosa e l’attenta osservazione del mondo attraverso i sensi».

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon. Particolare della città di Gand.

    A differenza degli artisti italiani, infatti, i pittori fiamminghi raggiunsero l’illusione del reale non attraverso un’operazione di sintesi ma per mezzo di un metodo analitico, sommando un particolare all’altro ed esplorando con passione la variabilità dei fenomeni ottici.

    «Questa differenza tra arte nordica e italiana durò a lungo e fu importante – ha scritto un grande studioso del Novecento, Ludovico Ragghianti – e non si va lontano dal vero affermando che ogni opera che eccelle nella rappresentazione della bellezza esteriore degli oggetti, dei fiori, dei gioielli o dei tessuti sarà di un artista nordico, e più probabilmente di un artista dei Paesi Bassi; mentre una pittura dai contorni arditi, dalla prospettiva chiara e dalla sicura conoscenza del mirabile corpo umano sarà italiana».

    Per Brunelleschi, Donatello, Masaccio la visione era conoscenza e costruzione della realtà concepita al di fuori della sua mutevolezza, come «totalità unificata da un principio generatore e qualificatore», scrive ancora Ragghianti. Il rapporto dei fiamminghi con il mondo fisico fu invece vincolato alla concezione di un universo intelligibile nella sua struttura.

    Jan Van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico, 1426- 32. Gand, Saint-Bavon.

    La pittura nordeuropea è un documento dell’amore che ogni artista provava nei confronti della natura, del mondo animale, vegetale e minerale, che richiama per certi versi gli studi monastici medievali, le produzioni di erbari e le altre sistematiche classificazioni, e spiega a un tempo quella tipica preferenza per i caratteri individuali delle cose. È dunque una forma d’arte marcata da una evidente sensorialità, che la distanzia, spesso in modo significativo, dall’esperienza prospettica fiorentina.

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  • George Grosz
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    Tra il 1919 e il 1935 si sviluppò in Germania il movimento artistico noto come Nuova oggettività, che ritraendo i propri soggetti non come apparivano agli occhi ma com’erano moralmente, dunque “oggettivamente” brutti e grotteschi, affrontò soprattutto il tema della città, intesa come un luogo di perdita dell’identità collettiva e come lo scenario di un orrido carnevale. Il movimento si legava alla recente esperienza espressionista, con la quale condivideva l’uso di una linea contorta e tormentata, l’adozione di un cromatismo acceso e violento, la scelta di composizioni drammatiche e sgradevoli. Gli artisti più significativi della Nuova oggettività furono i tedeschi George Grosz e Otto Dix, i cui personaggi tragicomici, esponenti dell’alta borghesia e dell’esercito, sono mostrati spenti e svuotati, oppure cinici e spregevoli.

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    Grosz

    Formatosi a Dresda e a Berlino, George Grosz (1893-1959) partecipò, come Dix, alla Prima guerra mondiale, ma venne presto congedato per motivi di salute: il trauma psicologico provocato dalla guerra di trincea e il conseguente esaurimento nervoso richiesero, infatti, il suo ricovero in un ospedale militare. Dopo un esordio con prove cubiste e futuriste, contribuì, nel 1918, alla nascita del Dada berlinese; nel 1920 fu tra i principali promotori della Nuova oggettività.

    Nonostante avesse aderito al partito comunista tedesco, Grosz non volle mai fare della sua pittura un semplice strumento di propaganda politica, destinandola ad un compito ben più alto: offrire una testimonianza drammatica e sconvolgente di un mondo che traboccava violenza e sessualità. Avendo riconosciuto la follia della Prima guerra mondiale, non divenne preda del patriottismo ostentato dalla maggioranza dei suoi connazionali. Al contrario, decise di denunciare il “crollo del mondo borghese”.

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    Le sue opere, tutte di fortissimo impatto visivo, sono ricche di situazioni grottesche, affollate di mutilati di guerra senza speranza, disoccupati sull’orlo della disperazione, militari tracotanti e senz’anima, viscidi docenti senza dignità, preti grassi e boriosi privi di carità. Nessun altro artista si scagliò mai con la medesima, lucida passione etica contro il perbenismo piccolo-borghese, l’ipocrisia del clero, l’ottusa spietatezza dell’esercito, la pochezza della politica.

    George Grosz, Metropolis, 1916-17. Olio su tela, 100 x 102 cm. Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza.
    Metropolis 

    Durante gli anni della Prima guerra mondiale, Grosz dipinse due capolavori dal marcato carattere espressionista: Metropolis e Il Funerale (Dedicato a Oskar Panizza). Metropolis affronta il tema della città moderna, frutto di una trasformazione fuori controllo che stava rendendo i centri urbani fuori scala, caotici, privi di misura d’uomo. In questo senso, la posizione di Grosz era profondamente divergente da quella, contemporanea, dei futuristi italiani, che invece esaltavano il progresso identificandolo proprio nella Città Nuova.

    George Grosz, Metropolis, 1916-17. Particolare.

    Nel quadro di Grosz, la metropoli, identificabile con Berlino, è l’espressione del caos più incontrollabile. Prevale, nella scena, il colore rosso. L’influenza del Futurismo italiano in quest’opera è abbastanza evidente, nelle visioni simultanee, nella sovrapposizione delle figure che richiamano il ritmo febbrile della vita cittadina, ma l’artista tedesco ribalta completamente il significato del soggetto: il caos, vitalistico per i futuristi, qui ha una valenza distruttiva, quasi apocalittica.

    George Grosz, Metropolis, 1916-17. Particolare.
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    George Grosz, Metropolis, 1916-17. Particolare.

    Di questo soggetto esiste una seconda versione, una tavoletta oggi conservata al MoMA di New York, la cui composizione è tutta organizzata sulla diagonale. Gli edifici caoticamente ammassati, inclinati e instabili, creano una trappola claustrofobica. Pochi ma significativi personaggi, tra cui una prostituta seminuda, simboleggiano il vizio e la lussuria. «Ho disegnato e dipinto per uno spirito di contraddizione”, avrebbe chiarito Grosz, «e ho tentato nel mio lavoro di convincere il mondo che questo mondo è brutto, malato e mendace».

    George Grosz, Metropolis, 1917. Olio su tavola, 68 x 47,6 cm. New York, Museum of Modern Art (MoMA).
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    George Grosz, Il Funerale (Dedicato a Oskar Panizza), 1917-18. Olio su tela, 140 x 110 cm. Stuttgart, Staatsgalerie Stuttgart.
    Il funerale

    Il Funerale (Dedicato a Oskar Panizza) venne dipinto negli stessi anni di Metropolis. Il soggetto è quello di un corteo funebre, che il titolo suggerisce essere per Oskar Panizza, psichiatra e intellettuale tedesco che, in realtà, in quegli anni non era ancora morto. Panizza, nelle sue opere teatrali, si era opposto a ogni forma di militarismo e di autorità religiosa, ai tabù sessuali e alla morale borghese, attirandosi per questo gli strali sia della Chiesa sia del governo. Era stato condannato per blasfemia e rinchiuso in manicomio (dove avrebbe trascorso i ultimi 16 anni della sua vita). Grosz era molto affascinato dalla sua figura.

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    Il quadro è l’allegoria macabra e grottesca dell’umanità, deviata dalla corruzione e dal male. È lo stesso Grosz a chiarirlo, quando scrive: «In una strana strada di notte, una processione infernale di mulini di figure disumanizzate, i loro volti che riflettono alcol, sifilide, peste […]. Ho dipinto questa protesta contro l’umanità che era impazzita». Nel dipinto, lo scorcio di città ricorda quello della sua opera precedente, Metropolis, con una strada gremita di gente e alti edifici moderni, apparentemente instabili e prossimi ad implodere, a crollare sulla piccola chiesa che appare fuori scala e fuori luogo.

    George Grosz, Il funerale, 1917-18. Particolare.

    I rossi fiammeggianti richiamano atmosfere infernali. I personaggi orrendi e deformi della folla, simili a quelli di Ensor, seguono un sacerdote (con la faccia tonda e un crocifisso in mano) e la Morte in forma di scheletro (come nelle danze macabre della pittura medievale), seduta sulla bara e intenta a bere da una bottiglia. In primo piano, la folla è preceduta da mostri identificabili con l’alcolismo, la sifilide e la peste.

    George Grosz, Giornata grigia, 1921. Olio su tela, 112 x 80 cm. Berlino Neue Nationalgalerie.
    Giornata grigia

    In Giornata grigia, del 1921, Grosz rappresentò con cinica ironia un borghese che si reca compiaciuto al lavoro. L’impeccabile eleganza conferita dal rigido colletto bianco, dalla decorazione all’occhiello, dalla cartella sotto il braccio è ridicolizzata dalla faccia tonda come una biglia del protagonista e dallo sguardo strabico dei suoi piccoli occhi. Un muro separa simbolicamente il borghese agiato da un mutilato e da un lavoratore con il badile sulla spalla.

    George Grosz, I pilastri della società, 1926. Olio su tela, 2 x 1,08 m. Berlino, Nationalgalerie.
    I pilastri della società

    Con I pilastri della società, del 1926, Grosz, come lui stesso spiegò, volle «convincere il mondo della sua bruttura, della sua malattia, delle sue menzogne». Il quadro raffigura infatti i rappresentanti delle classi dominanti della Germania del primo dopoguerra: si riconoscono giudici, militari, politici, borghesi, nazisti. Le figure sono assiepate nello spazio verticale del dipinto e rappresentate con toni grotteschi e sarcastici, esteriormente rivoltanti perché moralmente indegne. Un uomo, probabilmente un giornalista corrotto, porta un orinale per cappello.

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    Altri due hanno le teste scoperchiate. Da quella del nazista in primo piano, che ha un boccale di birra in una mano, una spada nell’altra e il simbolo della svastica sulla cravatta, fuoriesce la figura di un cavaliere armato, simbolo della sua ossessione per la guerra. La testa del politico obeso, grasso, flaccido e compiaciuto della sua condizione, è piena di escrementi fumanti. Il prete ubriaco chiude gli occhi per non vedere e scappa ignorando la realtà che lo circonda. Sullo sfondo, i militari portano morte e distruzione in una città già in fiamme.

    George Grosz, I pilastri della società, 1926. Particolare.
    Denunciare le brutture del mondo

    Grosz fece della propria arte una forma di impegno politico, anche se non di esplicita propaganda. In età di crisi, è compito della pittura, affermò, «convincere il mondo della sua bruttura, della sua malattia, delle sue menzogne». Ci sono momenti, aggiunse, in cui un artista ha il dovere morale di rinunciare all’arte pura. «Senza dubbio», scrisse a un amico, «i miei disegni sono anche quanto di più forte sia stato detto contro la brutalità tedesca.

    Oggi sono più veri che mai, in futuro, in tempi, perdonami, più umani, verranno messi in mostra così come oggi vengono mostrati i lavori di Goya». Nel corso della mostra dadaista del 1920 a Berlino, appese al soffitto il pupazzo di un uomo con la testa di un maiale e la divisa di un soldato tedesco, ricavandone una condanna per oltraggio all’onore del Reich. Fu altre volte denunciato e processato con altri capi di accusa: incitamento all’odio di classe, oltraggio al pudore, vilipendio alla religione. Nel 1931, pubblicò un articolo in cui esortò i tedeschi a non fidarsi di Hitler è prefigurò un’apocalisse imminente.

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    Nel gennaio del 1933, poche settimane prima che il Führer prendesse il potere, le SS cercarono di arrestare l’artista e distrussero il suo studio a colpi di scure. Grosz riuscì a rifugiarsi negli Stati Uniti; 285 delle sue opere vennero rimosse dalle collezioni pubbliche e altre, tra cui Metropolis, inserite nella Mostra dell’Arte Degenerata, che il regime allestì nel 1937 per ridicolizzare pubblicamente gli artisti di opposizione. In America, dove visse fino al 1959, l’artista continuò a produrre una gran quantità di disegni e acquarelli, nonostante la sopraggiunta dipendenza dall’alcol e le crisi depressive sempre più frequenti.

    George Grosz, I pilastri della società, 1926. Particolare.

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  • Fidia. Le grandi statue
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    Coetaneo di Mirone e dunque più anziano di Policleto (che certamente ebbe modo di conoscere), lo scultore ateniese Fidia (490 a.C.ca.-430 a.C.ca.) fu l’artista più ammirato e celebrato dell’antichità. Persino il grande filosofo Platone (V-IV secolo a.C.), che pure con gli artisti non era tenero, lo giudicò assai meritevole. Gli intellettuali romani, tra cui lo scrittore Cicerone (I secolo a.C.), lo reputarono capace di conferire alle sue sculture una bellezza soprannaturale.

    Lo scultore degli dèi

    Fidia compì la sua prima formazione presso la bottega di Egia, bronzista e scultore ateniese attivo tra il 490 e il 460 a.C. È stato ipotizzato un ulteriore apprendistato ad Argo presso Agelada, maestro anche di Mirone e Policleto, che quindi si configurerebbe come una vera e propria guida per la generazione degli scultori classici. Intorno al 475 a.C., probabilmente, era già un artista completo e nel 470 a.C. dirigeva una bottega propria. 

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    Fidia seppe superare la tradizione senza contestarla, evadere ogni norma senza stravolgerla. Alla sua magistrale abilità nel farsi interprete della politica culturale di Pericle unì un grande talento personale, una rara padronanza della tecnica e una vera e propria capacità imprenditoriale e di coordinamento. Le fonti lo contrappongono spesso a Policleto, suo ideale avversario e rivale, giudicando le sue figure più solenni e grandiose. In effetti, se Policleto fu per eccellenza lo scultore degli atleti, Fidia preferì di gran lunga soggetti più autorevoli, come gli dèi dell’Olimpo. L’ultima opera della sua carriera, lo Zeus di Olimpia (oggi perduta) fu addirittura celebrata come una delle sette meraviglie del mondo.

    Leo von Klenze, Acropoli di Atene, 1846. Olio su tela, 102,8 x 147,7 cm. Monaco, Neue Pinakothek.
    L’Atena Promachos 

    Intorno al 460 a.C., Fidia ricevette il suo primo incarico di eccezionale importanza: la realizzazione di una gigantesca scultura in bronzo per l’Acropoli di Atene, raffigurante Athena Pròmachos, ossia Atena combattente. L’opera, oggi perduta, era collocata subito oltre i Propilei, che sono l’ingresso monumentale dell’Acropoli, e quindi era la prima ad essere ammirata una volta entrati nel piazzale dell’area sacra. Pagata con il bottino della Battaglia di Maratona ed eretta per commemorare quella vittoria, l’Athena Pròmachos era alta circa 7.60 metri mentre il suo basamento era alto circa 1.50 metri ed era riccamente decorato in marmo. La scultura fu trasferita a Costantinopoli, per ordine dell’Imperatore Teodosio II, nel 426 d.C. e lì rimase fino ai primi anni del XIII secolo, venendo poi distrutta in circostanze mai chiarite.

    Atena Pròmachos, in un frammento di oinochoe, c. 410 a.C. Atene, Museo dell’Agorà.
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    Atena Pròmachos, I sec. a.C. Copia romana di un originale greco del V secolo. Dalla Villa del Papiri di Ercolano. Marmo. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

    Purtroppo, non abbiamo copie o riproduzioni che possano aiutarci a visualizzare il capolavoro fidiaco. La consolidata iconografia di Atena Pròmachos presentava la dèa nell’atto di scagliare la lancia. Tuttavia, sappiamo, sulla scorta delle descrizioni antiche, che Fidia propose un modello differente: la sua dea, infatti, teneva nella mano destra una Nike alata, la lancia appoggiata alla spalla destra e un grande scudo (decorato con una scena di Centauromachia) con il braccio sinistro.

    Ricostruzione ottocentesca dell’Acropoli di Atene. Veduta con la scalinata d’accesso e la facciata del Partenone e, a sinistra, dietro ai Propilei, l’Athena Pròmachos di Fidia.
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    Pianta dell’Acropoli di Atene. La posizione dell’Athena Pròmachos di Fidia è indicata dal numero 4.
    L’Apollo Parnòpios

    Un altro capolavoro dell’artista, anch’esso in bronzo, fu l’Apollo Parnòpios, ‘che allontana le cavallette’. Quest’opera, che risale al 460 a.C. (nota per una copia in marmo, detta ‘versione Kassel’), precedette di una decina di anni il Doriforo di Policleto e fu sostanzialmente contemporanea ai Bronzi di Riace.

    Fidia, Apollo Parnòpios. Copia romana da un originale del 460 a.C. Marmo, altezza 1,97 m. Kassel, Staatliche Kunstsammlungen.

    In effetti, l’Apollo Parnòpios appare già a un primo sguardo un po’ più arcaico del Doriforo: le spalle più larghe e i piedi più uniti, infatti, accentuano l’impressione di frontalità legando l’opera al tipo tradizionale del koùros; anche il modellato del volto, il trattamento incredibilmente ricco dei capelli, le labbra carnose, l’espressione grave e autorevole rimandano al linguaggio severo dei suoi maestri. Tuttavia, osserviamo che rispetto al Tideo di Agelada, ossia il Bronzo A di Riace, il modellato del corpo è più morbido, la struttura anatomica meno possente e, soprattutto, l’atteggiamento più vitale.

    Ricostruzione moderna in bronzo dell’Apollo Parnòpios di Fidia.
    L’Athena Lemnia

    Intorno al 450 a.C. (451-447 a.C.) Fidia scolpì, per gli ateniesi che andavano a colonizzare l’isola di Lemno, una statua in bronzo di Atena, nota come Athena Lemnia. Questo nuovo capolavoro, che i committenti collocarono come ex voto nell’Acropoli di Atene, raffigurava Atena in piedi e con il capo scoperto, in atteggiamento pacifico e di riposo. Appoggiata alla sua lancia con il braccio sinistro, ella portava l’elmo nella mano destra e sembrava guardarlo.

    Fidia, Athena Lemnia. Copia romana da un originale del 451-447 a.C. Marmo, altezza 2,07 m. Dreda, Skulturensammlung. Visione frontale.
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    Fidia, Athena Lemnia, 451-447 a.C. Visione laterale.

    La dea aveva i capelli corti e trattenuti da una benda. I tratti del suo volto erano purissimi, l’espressione severa ma dolce, lievemente malinconica e assorta. Si narra che l’artista sia stato così fiero di questa sua opera da firmarla. Secondo Pausania fu “la più notevole delle opere di Fidia”. Purtroppo, l’Athena Lemnia è giunta a noi solo attraverso pochissime copie romane in marmo, alcune molto frammentarie, che tuttavia riescono a rendere testimonianza della sua celebrata bellezza. Gli studiosi ritengono che un volto di Atena conservato a Bologna, la cosiddetta Testa Palagi, sia quanto rimane di una replica molto fedele di questa celebre statua.

    Testa Palagi, copia romana di età augustea dell’Athena Lemnia di Fidia. Marmo, altezza 43 cm. Bologna, Museo civico archeologico.
    L’Athena Parthènos

    Nel 448 a.C., Fidia ricevette una commissione di grandissimo prestigio: la decorazione scultorea del Partenone, che comprendeva le sculture dei frontoni, quelle dei due fregi, dorico e ionico, e soprattutto la grandiosa statua di Athena Parthènos, destinata alla cella. Quest’ultima fu completata nel 438 a.C., dopo dieci anni di lavoro. Era infatti una gigantesca statua crisoelefantina (cioè “fatta di oro e avorio”), alta 12 metri e composta di molti pezzi assemblati su una struttura di legno.

    Ricostruzione della sezione trasversale del Partenone sull’ekatòmpedon, con la statua di Athena Parthenos di Fidia e il colonnato a doppio livello.

    La dea indossava un elmo (decorato con una sfinge e due grifi alati), un pettorale e una lunga veste d’oro, per la cui realizzazione furono utilizzati mille chili del prezioso metallo. Le parti nude del corpo erano in avorio, gli occhi di pietre preziose. Portava una statuetta di Nike, la Vittoria alata, nella mano destra, mentre nella sinistra aveva la lancia e un grande scudo istoriato di 4 metri di diametro.

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    Questo era decorato all’esterno con una Amazzonomachìa e, al centro, da una testa di Gorgone; all’interno mostrava una Gigantomachia. Nella parte concava nascondeva il serpente Erittonio, sacro alla dea. I sandali di Athena erano decorati con scene di Centauromachìa. Secondo le fonti, questo capolavoro costò alla città 750 talenti: quanto un’intera flotta di 230 triremi o il salario annuo di 12.750 lavoratori.

    Ricostruzione del Partenone a Nashville, Tennesee, USA. Interno con la ricostruzione dell’Athena Parthenos. L’uomo nell’immagine (lo scultore Alan LeQuire, autore dell’opera) consente di percepire la grandezza della scultura.

    Per dimensioni, postura e quantità di attributi, oltre che per le ricche decorazioni narrative e la preziosità dei materiali utilizzati, l’opera richiamava apertamente i tipi statuari arcaici. Una scelta comprensibile, trattandosi della statua destinata alla cella sacra di un tempio. La monumentalità della scultura, anzi, veniva appositamente enfatizzata dall’architettura, che inquadrava la dea con il doppio ordine del colonnato interno.

    Callìcrate e Ictino, Partenone, sezione longitudinale verso il lato nord. A destra (est) il prònaos con l’accesso all’ekatòmpedon, dove si vedono la statua di Athena Parthenos e il colonnato a doppio livello; a sinistra (ovest), l’opistòdomos con l’accesso al parthènon, in cui si trovano le colonne ioniche a tutta altezza.

    Nel 426 d.C., per volontà dell’imperatore cristiano Teodosio II, la statua fu smontata e trasportata a Costantinopoli, dove se ne persero le tracce. Ne esiste soltanto una piccola copia in marmo di epoca romana, detta Athena del Varvakèion, conservata ad Atene.

    Athena del Varvakèion, II sec. d.C. Copia dell’Athena Parthènos di Fidia. Marmo, altezza 1,05 m. Atene, Museo archeologico nazionale.
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    Athena del Varvakèion, II sec. d.C. Particolare.
    Il processo

    Grazie al Partenone, e soprattutto alla grandiosa Athena Parthènos, Fidia divenne l’artista più celebrato dell’antichità, anche se pare abbia pagato un prezzo assai alto per questa fortuna professionale. Gli avversari politici di Pericle, per danneggiare lo statista, avrebbero accusato Fidia di aver rubato una parte dell’oro destinato all’Athena Parthènos e di aver raffigurato sé stesso e il suo mecenate sullo scudo della dea. Non siamo in grado di dire se le accuse fossero fondate (e probabilmente non lo erano).

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    Secondo la tradizione, l’artista finì sotto processo, non riuscì a difendersi e fu condannato all’esilio. Con grande scandalo internazionale, vista la sua fama. Ci guadagnò la città di Olimpia, che verso il 438 a.C. lo accolse con tutti gli onori e lo incaricò di realizzare la grande statua per il nàos del Tempio di Zeus. In realtà, oggi gli studiosi sono propensi a ridimensionare la portata di quel processo, probabilmente più finalizzato a ostacolare Pericle che a far fuori il più grande scultore che Atene potesse vantare.

    È, inoltre, difficile credere che i sacerdoti del santuario di Olimpia potessero davvero affidare l’esecuzione di un’opera così importante e costosa a un artista appena condannato per furto. È quindi legittimo concludere che Fidia lavorò contemporaneamente sia ad Atene sia a Olimpia, seguendo personalmente, fino al 432 a.C., i lavori del Partenone.

    Ricostruzione della sezione del Tempio di Zeus a Olimpia, 468-456 a.C., e posizione della statua Zeus Olimpio nella cella.
    Lo Zeus Olimpio

    Fu tra il 438 e il 435 a.C. che, ad Olimpia, Fidia realizzò la statua ciclopica di Zeus Olimpio, anch’essa in oro e avorio, per il tempio del dio nel grande santuario. La statua fu, molto probabilmente, l’ultima opera autografa del maestro, che vi lavorò quasi fino alla morte, in una grande casa-laboratorio, costruita appositamente per lui e identificata con certezza dagli archeologi, grazie alla scoperta di attrezzi, calchi e frammenti di materiali.

    Sappiamo che la statua era alta quasi 13 metri e che rappresentava il dio seduto su un trono monumentale, sostenuto da Nike danzanti, sfingi e altre figure; aveva i piedi appoggiati a uno sgabello, il capo coronato d’ulivo (come gli atleti vincitori dei Giochi olimpici), teneva una Nike nella mano destra e un lungo scettro sormontato da un’aquila con la sinistra. Membra, busto e volto di Zeus erano in avorio; il manto, la barba e i capelli d’oro, e così l’aquila dello scettro.

    Quatremère de Quincy, Zeus Olimpio, 1815. Da Le Jupiter Olympien ou l’art de la sculpture antique.

    Queste informazioni ci sono fornite da poche testimonianze scritte (fondamentale quella dello storico Pausania), giacché del capolavoro fidiaco, perduto, non è giunta a noi alcuna copia. La statua fu conservata all’interno della cella del tempio fino al 426 d.C., quando l’imperatore Teodosio II decise di trasferirla (come l’Athena Parthènos) a Costantinopoli. Qui, nel 475 d.C., il capolavoro di Fidia, considerato una delle sette meraviglie dell’antichità, fu distrutto da un incendio.

    Ricostruzione computerizzata dello Zeus Olimpio di Fidia all’interno del nàos del Tempio di Zeus a Olimpia. Progetto a cura del Ministero della Cultura e dello Sport greco e di Microsoft Corp.

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  • Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna e i suoi mosaici. Seconda parte
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    La Chiesa di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna venne costruita su iniziativa del re ostrogoto Teodorico nel 505 come basilica di culto ariano. Inizialmente, infatti, era stata dedicata a Domini Nostri Jesu Christi. Fu la chiesa palatina di Teodorico: il re e la sua corte vi assistevano alle celebrazioni eucaristiche. Quando la città venne conquistata da Giustiniano nel 540, la chiesa passò in proprietà alla Chiesa cattolica, come tutti i beni immobili già posseduti dagli ariani.

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    Fu riconsacrata a San Martino di Tours, difensore della fede cattolica e avversario di ogni eresia, e dedicata al culto cattolico. In quella occasione, furono distrutti alcuni dei suoi mosaici paleocristiani e sostituiti con nuovi cicli musivi, che quindi sono di età bizantina.

    Le Vergini e i Martiri

    Durante seconda metà del VI secolo, furono quasi interamente rifatti i due registri inferiori della decorazione musiva del cleristorio, gli stessi che contengono il Palazzo di Teodorico e il Porto di Classe (sopravvissuti alla distruzione). Presentano due lunghe Processioni di Vergini e di Martiri, che idealmente accompagnano il fedele dall’ingresso dell’edificio fino alla zona absidale.

    Parete sinistra del cleristorio di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna. Decorazione musiva, VI secolo. Registro superiore con Storie di Cristo (500-525 ca.), registro mediano con Santi e Profeti (500-525 ca.), registro inferiore con (da sinistra) il Porto di Classe (500-525 ca.), la Processione delle Vergini (568 ca.), i re Magi e la Madonna con il Bambino in trono (561-68 ca.).
    Parete sinistra del cleristorio di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna. Decorazione musiva, VI secolo. Registro superiore con Storie di Cristo (500-525 ca.), registro mediano con Santi e Profeti (500-525 ca.), registro inferiore con (da destra) il Palazzo di Teodorico (500-525 ca.), la Processione dei Martiri (568 ca.), Cristo in trono (561-68 ca.).

    Vergini e Martiri non sembrano neppure muoversi: giusto la leggera inclinazione dei corpi o il lieve fluttuare dei mantelli testimoniano del loro camminare. Gli uomini, identificati dal loro nome scritto in alto, calzano sandali sui piedi nudi; le donne, anch’esse sovrastate dai propri nomi, indossano eleganti scarpette rosse.

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    I personaggi maschili presentano, negli orli delle vesti, dei segni liturgici simili a lettere greche, chiamati gammadiae (dalla lettera greca Gamma), occasionalmente presenti nell’arte paleocristiana e bizantina. Le gammadiae potrebbero avere significati simbolici, forse relativi alle qualità di Cristo. Tali significati, un tempo noti, sono stati dimenticati nei secoli successivi. Oggi, nonostante vari tentativi di interpretazione, restano ancora misteriosi.

    Processione di Martiri, 561-68 ca. Particolare. Mosaico. Ravenna, navata maggiore della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo.

    Vergini e Martiri offrono a Gesù e a Maria la propria corona, in genere tenendola attraverso il mantello (non si usava, a quei tempi, toccare gli oggetti sacri con le mani nude). Le piante che si trovano tra una figura e l’altra hanno una funzione puramente ornamentale, riempiono gli spazi altrimenti vuoti.

    Processione di Vergini, 561-68 ca. Particolare. Mosaico. Ravenna, navata maggiore della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo.
    Cristo e Maria

    Il corteo di eletti (26 santi a destra, 22 sante a sinistra) sfila, con la cadenza di una litania, verso un Cristo in Maestà, a destra, e una Madonna col Bambino a sinistra. Alla Vergine si presentano anche i tre Magi, vestiti all’orientale con pantaloni, mantello e tipico berretto frigio, con la punta ripiegata in avanti. Cristo e Maria si fronteggiano, dunque, dalle due pareti del cleristorio, sono seduti sul trono e vengono affiancati, ciascuno, da quattro corpulenti angeli in piedi.

    Cristo in trono, 561-68 ca. Mosaico. Ravenna, navata maggiore della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo.
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    I tre Magi, 561-68 ca. Mosaico. Ravenna, navata maggiore della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo.
    Madonna in trono con Bambino, 561-68 ca. Mosaico. Ravenna, navata maggiore della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo.
    Il linguaggio artistico bizantino

    Osservando le due file di uomini e donne in cammino verso l’altare, dalle teste minute, dai volti diafani, dalle figure allungate e bidimensionali, quasi non riusciamo a distinguere una Vergine dall’altra né un Martire dal suo compagno: i personaggi, fortemente stilizzati e schematizzati, sono ritratti nelle stesse pose, con le stesse vesti, con gli stessi visi, non hanno espressività né manifestano sentimenti, sembrano fluttuare nell’aria per mancanza di un vero e proprio piano d’appoggio.

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    È chiaro che all’artista che li concepì, nel disegno iniziale, non interessava marcare la loro individualità ma esaltarne il valore esemplare. Anche il fondo oro contro cui campeggiano le loro figure ha un significato simbolico: esso è l’espressione del mondo divino, della luce paradisiaca in cui gli eletti vivono immersi.

    Cristo in trono, 561-68 ca. Particolare. Mosaico. Ravenna, navata maggiore della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo.
    Una composizione ritmica lineare

    I mosaici ravennati con le Vergini e i Martiri costituiscono un tipico esempio di composizione lineare, orizzontale, ritmica, uniforme. La composizione di un dipinto, di un affresco o di un mosaico o semplicemente di una decorazione è detta “lineare” quando si sviluppa lungo una direzione prevalente. Essa può avere un andamento orizzontale (da sinistra a destra o viceversa) oppure verticale (dal basso in alto o viceversa).

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    Una composizione lineare è anche “ritmica” quando presenta, al pari della musica e della poesia, una sorta di “ritmo visivo”, ottenuto dalla successione di figure, ad esempio personaggi di una scena, o semplicemente di forme geometriche o astratte. Tale schema compositivo è anche detto “paratattico”. Quando le figure o gli altri elementi sono posti ad intervalli regolari, come nel caso dei mosaici di Sant’Apollinare Nuovo, il ritmo è definito “uniforme” e suggerisce l’idea di un movimento costante.

    Processione di Vergini, 561-68 ca. Particolare con 6 Vergini. Mosaico. Ravenna, navata maggiore della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo.
    Processione di Martiri, 561-68 ca. Particolare con 5 Martiri. Mosaico. Ravenna, navata maggiore della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo.
    Un ritratto di Giustiniano?

    Sulla parete della controfacciata, a destra del portale di accesso, è oggi appeso un frammento di mosaico con il ritratto di un personaggio maschile, coperto da un mantello chiuso da una fibula e ornato di una corona con pendilia: la stessache possiamo ammirare sul capo di Giustiniano nel celebre mosaico della Basilica di San Vitale. Tale personaggio ha il volto circondato da un’aureola e un’iscrizione (che tuttavia sembra essere posteriore e frutto di restauro) lo identifica come «Ivstinian».

    Ritratto di Giustiniano, 561-68 ca. Mosaico. Ravenna, controfacciata della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo.

    Non ci dovrebbero essere dubbi nel riconoscervi il ritratto dell’Imperatore di Bisanzio, secondo quanto riportano le fonti. Leggiamo, infatti, nel Liber Pontificalis del protostorico Andrea Agnello (prima metà del IX secolo): “Se guardate all’interno la fronte della chiesa, troverete l’effigie dell’imperatore Giustiniano e quella del vescovo Agnello ornata di tessere dorate”. Tuttavia, i tratti somatici di questo personaggio, anziano e in carne, appaiono molto differenti da quelli del Giustiniano di San Vitale.

    Ritratto di Giustiniano, 561-68 ca. Mosaico. Ravenna, controfacciata della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo.

    Un’ipotesi è che in origine si trattasse di una immagine di Teodorico, poi ritoccata in età bizantina in modo da farla assomigliare, almeno in parte, al nuovo sovrano di Ravenna. In fondo, l’imperatore era figura più divina che umana e le sue reali sembianze non erano così importanti: contavano, soprattutto, gli attributi regali che simboleggiavano il suo status e il suo potere.

    Alcuni studiosi, tuttavia, non escludono che si tratti di un ritratto fedele ma tardo di Giustiniano, invecchiato e ingrassato, che in alcune monete dello stesso periodo viene presentato, come in questo caso, con guance gonfie e palpebre pesanti. Se ciò fosse confermato da ulteriori studi, dovremmo dedurre che fu il Giustiniano di San Vitale, certamente più giovane, ad essere stato anche idealizzato.

    Ritratto di Giustiniano, 540-47 ca. Mosaico. Particolare da Giustiniano e il suo seguito. Ravenna, Basilica di San Vitale, parete sinistra dell’abside.

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  • San Carlo alle Quattro Fontane di Borromini
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    La Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane fu il primo importante incarico della carriera del grande architetto barocco Francesco Borromini (1599-1667). L’edificio, dedicato a san Carlo Borromeo, gli venne commissionato dall’Ordine spagnolo dei Trinitari Scalzi, insieme all’annesso convento. Nel 1638 fu posta la prima pietra della chiesa, compiuta, ad esclusione della facciata, nel 1641.

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    La chiesa venne scherzosamente rinominata dai romani San Carlino, a causa delle sue minuscole dimensioni. Si pensi che la sua area equivale allo spazio occupato da uno solo dei piloni che sostengono la cupola di San Pietro.

    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma.
    Il chiostro

    Disegnando il piccolo chiostro rettangolare del convento, Borromini creò una nuova tipologia formale. Infatti, distribuì gli intervalli delle colonne con un ritmo alterno (più larghi e più stretti), eliminò gli angoli e li trasformò in corpi convessi. In tal modo, la pianta si trasforma in un ottagono irregolare.

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    L’alzato presenta un doppio ordine di colonne; quelle inferiori sono tuscaniche e presentano un capitello il cui abaco si prolunga in modo da costituire una sorta di architrave continuo e mistilineo, ossia retto nelle porzioni di muro e curvo in corrispondenza degli archi.

    Francesco Borromini, Chiostro rettangolare del Convento di San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-38, veduta. Roma.
    Francesco Borromini, Chiostro del Convento di San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-38, particolare. Roma.
    Francesco Borromini, Chiostro del Convento di San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-38, particolare. Roma.
    Il metodo borrominiano

    Già nel piccolo intervento del chiostro, Borromini affrontò un tema che si sarebbe rivelato fondamentale nello sviluppo successivo della sua arte: quello della continuità ottica e spaziale dell’architettura. Le opere borrominiane non presentano mai un incontro fra due superfici piatte; vi si coglie sempre la volontà di addolcire gli spigoli, di ridurre gli aggetti, di stabilire un rapporto tra verticali e orizzontali con mediazioni che scongiurino qualsiasi forma di discontinuità.

    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Pianta della chiesa e del chiostro.
    La pianta della chiesa

    Borromini si rivelò un vero maestro di razionalità distributiva. Il suo metodo, estraneo alla tradizione classica della progettazione modulare, era infatti basato sull’uso di unità geometriche. Nella chiesa, per esempio, lo schema di base della pianta è costituito da un rombo, formato da due triangoli equilateri che hanno un lato in comune, cui si sovrappone il perimetro mistilineo dell’edificio.

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    La pianta, dunque, assume una forma tendente all’ellisse, con un fortissimo effetto di contrazione spaziale che viene accentuato dalla collocazione sull’asse maggiore del portale e dell’altare. Una soluzione diametralmente opposta a quella che Bernini avrebbe adottato vent’anni dopo per la sua Chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, che invece si caratterizza per una più ampia e scenografica espansione.

    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Sezione.
    L’interno

    Chi entra all’interno del San Carlino verifica, con un solo colpo d’occhio, che l’organismo architettonico si sviluppa unitario e coerente dalla base alle pareti (ritmate da colonne) e da queste alla cupola; il perimetro della pianta condiziona infatti tutto l’impianto, determinando il profilo delle pareti e della robusta trabeazione. «Dappertutto è sistemato in modo che una parte integra l’altra e lo spettatore è stimolato a lasciar correre l’occhio incessantemente», osservò il procuratore dei Trinitari stendendo il suo rapporto. Si percepisce come un movimento ondulatorio delle pareti. L’alternanza ritmica di sporgenze e rientranze rende l’intero organismo architettonico quasi pulsante.

    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Interno, veduta d’insieme.
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    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Interno, particolare.

    Ricorre, nell’articolazione delle membrature e delle decorazioni, il numero tre, simbolo della Trinità e dei Trinitari stessi, committenti della chiesa. Lo ritroviamo, per esempio, nelle decorazioni dei pennacchi, distribuite su tre file concentriche.

    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Interno, particolare della trabeazione.
    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Interno, particolare della trabeazione.
    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Interno, particolare con i pennacchi.
    La cupola

    La trabeazione ininterrotta, impostata sulle pareti ondulate, sostiene una zona intermedia con quattro pennacchi, sulla quale si innalza una cupola ellittica, costruita in laterizio e decorata a nido d’ape da cassettoni ottagonali, esagonali e cruciformi. Le dimensioni di questi cassettoni diminuiscono progressivamente verso la lanterna e l’artificio prospettico lascia apparire la cupola molto più alta. Al centro, trionfa la raffigurazione dello Spirito Santo, mostrato dentro il triangolo della Trinità.

    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Veduta della cupola con i pennacchi.
    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Cupola.
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    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, 1634-67, Roma. Particolare con i cassettoni della cupola.
    La facciata

    Borromini progettò la facciata solo trent’anni più tardi, verso la fine della sua carriera: eppure, essa è intimamente legata alla struttura della chiesa. Articolata da un ordine piccolo e uno gigante, si presenta come uno schermo unitario sviluppato in altezza ma flesso in un profilo ricco di curve. Nella parte inferiore i due settori esterni sono concavi e quello centrale convesso; nella parte superiore, invece, tutti i settori sono concavi. In cima, un grande medaglione ellittico è sorretto da angeli. Realistici dettagli scultorei, fra cui teste di cherubini, sostengono forme architettoniche, o sostituiscono parti di membrature, come le ali degli angeli che incorniciano ad arco la statua di san Carlo, posta nella nicchia centrale (e realizzata da Antonio Raggi fra il 1675 e il 1680).

    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, facciata, 1664-80.
    Una preziosa testimonianza

    Juan de San Bonaventura, procuratore generale dell’Ordine trinitario, scrisse, nella seconda metà del XVII secolo, una lunga relazione sulla chiesa di San Carlo, il cosiddetto Libro della Fabrica. Si tratta di una vera e propria cronaca dei lavori che si rivela essere una fonte interessantissima, giacché rende testimonianza del metodo di lavoro di Borromini e anche dell’impressione suscitata dalla chiesa negli stessi anni della sua realizzazione. È infatti Fra’ Juan che tratteggia Borromini come un direttore dei lavori pignolissimo e perfino asfissiante: «quel lavoro che doveva portare molte giornate le fa venire così facili anco che sia difficilissimo […] perché detto sig. Francesco, lui medesimo governa al muratori la cuciara, driza el stuchator il cuciarino, al falegname la sega, et ‘l scalpello al scarpellino, al matonator la martinella et al ferraro la lima».

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    L’architetto, insomma, stava così addosso ai suoi operai che sembrava quasi voler guidare la loro mano mentre questi lavoravano con i propri strumenti, come il cucchiaio (la “cuciara”) o il cucchiaino (il “cuciarino”), ossia quelle piccole cazzuole usate da muratori e stuccatori per i lavori minuti o di rifinitura. Era, s’intende, un paradosso, che tuttavia ben descrive il carattere ansioso e nevrotico di Borromini. Certo, non dobbiamo sottovalutare le difficoltà incontrate dall’architetto nel realizzare una fabbrica così nuova e originale, così lontana dai modelli classici, così ricca di soluzioni costruttive inedite. Tali difficoltà certamente gli richiesero non solo una presenza costante sul cantiere ma una continua consulenza agli operai, laddove certe informazioni non si potevano trasmettere solamente con dei disegni.

    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, particolare della facciata, 1664-80.
    Il successo dell’opera

    Alla fine, l’eccezionalità dei risultati non sfuggì ai contemporanei, i quali accorsero da tutta Europa per ammirare la vibrante plasticità di quello spazio architettonico. Fra’ Juan riferisce di «quelli forastieri che nelli suoi paesi lontani come Alemania [Germania], Fiandra, Francia, Spagna, Italia et anco della India, hanno sentito dire della vaghezza, bellezza, et architettura di questa Chiesa: ogni giorno vediamo gente di queste nationi intrare in questa chiesa, mosse a vederla dalla fama et rumor che arrivò a li lor paesi, et quando stanno in Chiesa altro non fanno che guardar allo alto et voltarsi per tutta la chiesa, per che tutte le cosse d’essa sono in tal modo disposte che una chiama alla altra». Qui, Fra’ Juan mette bene in evidenza la grande novità dell’architettura borrominiana: la continuità plastica delle membrature, per cui da una si passa all’altra senza interruzione.

    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, particolare della facciata, 1664-80.
    Francesco Borromini, San Carlo alle Quattro Fontane, particolare della facciata, 1664-80.

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  • Klimt, Freud, D’Annunzio e l’erotismo
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    Gustav Klimt (1862-1918) fu il più importante pittore tra quelli attivi a cavallo fra XIX e XX secolo, oltre che il maggiore esponente pittorico del Simbolismo austriaco. Fondatore della Secessione viennese, che guidò fino al 1904, divenne l’artista più rappresentativo dell’intero movimento. Klimt sviluppò uno stile moderno, caratterizzato da bidimensionalità accentuata e tratti curvilinei, eleganti e sinuosi.

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    Costruì le proprie immagini combinando astrazione e naturalismo, elementi ornamentali e dettagli illusionistici, riuscendo sempre a mantenere un armonico equilibrio tra soggetto e decorazione. Le scene sono spesso esaltate dall’uso dell’oro, i cui effetti di forte astrazione simbolica negano ogni illusione di profondità e richiamano i preziosismi bizantini.

    Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer I (Woman in Gold), 1907. Olio, argento e oro su tela, 1,38 x 1,38 m. New York, Neue Galerie.
    Pittore di donne

    Klimt fu un instancabile pittore di donne, che amò smodatamente anche nella vita. Si dice che nel suo atelier si circondasse di modelle nude anche quando non dipingeva. Delle donne, che fossero vestite con ampi abiti, eleganti cappelli e preziosi colli di pelliccia oppure completamente svestite, Klimt esaltò sempre la seducente femminilità.

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    Fu soprattutto nei suoi 3000 disegni che il pittore indagò i temi dell’eros, del piacere e della voluttà con spirito quasi voyeurstico. L’arte, secondo l’artista, doveva contribuire a scardinare i tabù. Per questo egli impregnò le proprie scene di un erotismo più o meno marcato, con esiti che all’epoca non esitarono a definire osceni. Ma Klimt rispose sempre alle critiche con atteggiamento irriverente, per esempio realizzando una caricatura di sé stesso con i genitali esposti.

    Gustav Klimt in un ritratto fotografico.

    In effetti, laddove alcune sue immagini di donne mostrate nude, con il sesso bene in evidenza, in posizioni inequivocabili, facilmente erano percepite e identificate come pornografiche (troppo simili alle fotografie erotiche dell’epoca), anche le sue figure più controllate e morigerate risultavano irresistibilmente seduttive. D’altro canto, almeno per la nostra sensibilità contemporanea, l’erotismo esplicito di Klimt non è mai osceno e pornografico, seppure spinto. Anche le pose più audaci delle sue modelle risultano intime e naturali.

    Gustav Klimt, Giuditta, 1901. Olio su tela, 84 x 42 cm. Vienna, Österreichische Galerie.
    Pesci d’oro

    L’opera intitolata Pesci d’oro raffigura delle seduttive sirene che nuotano tra le onde impreziosite d’oro. Due sono viste di schiena e una, quella in primo piano, maliziosamente si volta e guarda lo spettatore, sorridente e ammiccante. Tra loro si insinua un grosso pesce dorato. Il formato alto e stretto della tela le obbliga a stringersi fra loro, in un intimo contatto.

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    L’atteggiamento di queste figure femminili completamente nude è senza dubbio provocatorio e sensuale; le bocche socchiuse, gli sguardi languidi e i lunghi capelli ondeggianti risultano espliciti richiami sessuali. Il dipinto, esposto alla tredicesima mostra della Secessione viennese, fu giudicato osceno da pubblico e critica.

    Gustav Klimt, Pesci d’oro, 1901-1902. Olio su tela, 181 cm x 66,5 cm. Kusntmuseum Solothurn.
    Danae

    Tra il 1907 e il 1908, Klimt dipinse una seducente immagine di Danae, il personaggio mitologico che Zeus, trasformatosi in pioggia, sorprese nel sonno fecondandola. La posa della donna, stipata nello spazio della tela, rannicchiata con le gambe alzate e idealmente inscritta in una forma ellittica (che allude alla sessualità femminile), è certamente inconsueta e spiazzante. Nel viso della giovane dormiente si coglie un’espressione di languido abbandono e di piacere manifesto. Ella sta sognando e non si fatica a interpretare il suo sogno come erotico. L’avvolge un elegante drappo trasparente; una calza di seta nera è scivolata dalla gamba, verso la caviglia. Zeus, sotto forma di pioggia dorata, l’avviluppa; accanto ai suoi organi genitali, un rettangolo nero richiama, esplicitamente, il membro maschile.

    Gustav Klimt, Danae, 1907-8. Olio su tela, 77 x 83 cm. Vienna, Galerie Würthle.
    Freud

    Nella Vienna cattolica e conservatrice, insomma, Klimt fece scandalo. Ma la sua attenzione nei confronti della sessualità non era, certo, isolata. I tempi, infatti, erano assai fecondi per sdoganare una nuova idea dell’eros. Lo psicanalista e filosofo austriaco Sigmund Freud (1856-1939), fondatore della psicoanalisi, aveva pubblicato la sua opera fondamentale, L’interpretazione dei sogni, nel 1899.

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    Sempre Freud, nel 1905, diede alle stampe i Tre saggi sulla teoria sessuale, in cui formulò le sue teorie sul rapporto fra inconscio e sessualità e ridefinì i concetti di pulsione e di libido. La pulsione sessuale, che per secoli nel mondo cristiano era stata relegata al ruolo di tentazione peccaminosa, di strumento del demonio, secondo Freud è invece insita nella natura umana, appartiene intrinsecamente ad ogni uomo e ad ogni donna. Si trattava di una legittimazione dell’eros che non aveva precedenti dai tempi della civiltà greco-romana.

    Sigmund Freud in un ritratto fotografico.
    D’Annunzio

    Fu quindi di tale nuovo clima culturale che Klimt si fece interprete, nell’arte come nella vita. La sua figura di uomo e di artista è, in questo senso, accostabile a quella dello scrittore e poeta italiano Gabriele D’Annunzio (1863-1938), che di Klimt fu coetaneo. Come il pittore viennese, di cui si ricordano gli atteggiamenti spregiudicati, la vita sessuale promiscua e l’abbigliamento eccentrico, anche D’Annunzio (soprannominato il Vate, l’Immaginifico) fece di sé stesso un personaggio, provocando scandali, ostentando lusso sfrenato, frequentando l’élite della società del tempo.

    Gabriele D’Annunzio in un ritratto fotografico.
    Il piacere

    Il primo romanzo di D’Annunzio, Il piacere, scritto nel 1889, viene giustamente considerato come la testimonianza più esplicita di questa fase, oltre che il primo esempio di prosa italiana del Decadentismo. Il protagonista del romanzo, Andrea Sperelli, incarnazione italiana della figura del dandy e dell’esteta, in parte alter ego di D’Annunzio, asseconda le proprie pulsioni, soprattutto sessuali, respinge il valore della legge morale e spende la sua vita nel godimento e nella spensieratezza. D’altro canto, spaventato dalla realtà, egli non riesce ad accettare una vita qualunque, e diventa vittima di sé stesso, oltre che succube del perverso fascino femminile della protagonista, Elena Muti, perfetta incarnazione della femme fatale.

    Gustav Klimt, Giuditta II, 1909. Olio su tela, 178×41 cm. Venezia, Galleria Internazionale d’arte moderna.
    Amore e morte

    Anche le donne klimtiane, come quelle dei romanzi dannunziani, sono spesso femmes fatales spregiudicate e pericolose. E non a caso, nella pittura di Klimt come nella letteratura di D’Annunzio, l’Eros risulta spesso affiancato a Thanatos. L’amore sembra non potersi proprio disgiungere dalla morte, che ci insegue e ci dà la caccia.

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    Un tema, questo, tipicamente decadente e simbolista, come già avevano dimostrato le opere di Böcklin, Hodler e Munch. Amore e morte, piacere e dolore sono indissolubilmente legati. Questo tema è esplicitamente trattato in un’opera di Klimt, intitolata Morte e Vita, un dipinto realizzato tra il 1908 ed il 1915 in due versioni che differiscono soprattutto per il colore dello sfondo (da oro brunito a grigio) e per l’aspetto della morte, che nella seconda versione è più ghignante e incombente.

    Gustav Klimt, Il bacio, 1908. Olio su tela, 1,8 x 1,8 m. Vienna, Österreichische Galerie.
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    Gustav Klimt, Morte e Vita (prima versione), 1910-1911, olio su tela, 200,5 x 180,5 cm, Leopold Museum, Vienna.
    La figura dell’esteta

    D’Annunzio e Klimt, come Oscar Wilde, per altri versi, incarnano la figura dell’esteta, e questo con l’intento di allontanarsi dalla meschina società borghese, che disprezzavano, e di evadere in un mondo di pura arte dove vige l’ideale supremo del bello.

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    L’esteta è, infatti, il poeta/artista/genio che sceglie di vivere la propria vita come se fosse una raffinatissima opera d’arte, nel culto supremo della forma esteriore, e che, non riuscendo ad andare oltre il momento estetico, rinuncia a conoscere la verità, rimane imprigionato nel suo edonismo, vive con ansia e sottile angoscia il tempo della vita che fugge, si rifugia nella sdegnosa solitudine.

    Gustav Klimt, Morte e Vita (seconda versione), 1912-15. Olio su tela, 180,5 x 200,5 cm. Vienna, Leopold Museum.

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  • Malinconia di Munch e l’opera di Svevo
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    «Che cos’è l’arte? L’arte emerge dalla gioia e dal dolore. Maggiormente dal dolore. Fiorisce dal vivere umano». Così scrisse, nei propri diari, il pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944), esponente di spicco del Simbolismo europeo, riferimento essenziale della Secessione di Berlino e precursore dell’Espressionismo tedesco. «Io credo unicamente in un’arte che sia dettata dal bisogno umano di aprire il proprio cuore.

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    Un’opera d’arte sgorga direttamente dal più intimo essere dell’uomo». E cosa albergava nel cuore di questo artista? Paura, dolore, ansia esistenziale, un mal di vivere acuto e quasi paralizzante che tuttavia Munch riuscì a riversare nelle proprie opere, quasi con intento terapeutico, assecondando una febbrile esigenza di espressione.

    Edvard Munch in un ritratto fotografico.
    L’arte come confessione

    «Per me, dipingere è come essere ammalato o intossicato – una malattia dalla quale non vorrei mi si guarisse, un’intossicazione di cui non posso fare a meno». Per Munch, l’arte fu terapia e occasione di confessione pubblica. L’artista espresse con i suoi quadri il proprio sentimento tragico della vita. Nelle sue opere dai colori densi e spettrali, cariche di pessimismo e di erotismo, profondamente misogine, affrontò simbolicamente i temi della solitudine, della gelosia, della morte, del dolore, della difficoltà di vivere, della misantropia.

    «La mia arte è un’autoconfessione. Per suo tramite io tento di far luce sul mio rapporto con il mondo. Si potrebbe anche considerare egoismo. Comunque sia, ho sempre pensato e sentito che la mia arte potrebbe aiutare gli altri a fare luce nella loro ricerca di verità». Un’arte «in grado di emozionare e commuovere. Un’arte che nasca dal sangue del cuore».

    Edvard Munch, Malinconia, 1891. Pastello, colori a olio e matita su tela, 73 x 101 cm. Oslo, Munch Museum.
    Malinconia

    Tutti i dipinti di Munch prodotti a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento e ancora quelli novecenteschi (realizzati nella drammatica solitudine del suo ritiro norvegese) testimoniano l’angosciosa condizione di non-vita a cui l’artista sentiva di appartenere: una condizione nella quale egli si percepiva estraneo perfino a sé stesso, non sapendo realmente chi fosse e cosa volesse. Questo suo dolente stato d’animo è ben rappresentato in una serie di opere (5 tele e 2 xilografie) realizzate tra il 1891 e il 1902, intitolate Malinconia.

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    Sono tra i primi quadri esplicitamente simbolisti del pittore ed entrarono a far parte del suo Fregio della vita. Il soggetto è quello di un uomo solitario, triste e pensieroso, mostrato in primissimo piano seduto su una spiaggia, ripiegato su sé stesso, con il capo sorretto da una mano. In alcune delle opere, sullo sfondo, si intravede una coppia in procinto di imbarcarsi. La prima versione del dipinto, risalente al 1891, combina diverse tecniche pittoriche. Alcune parti della di tela non sono state dipinte. Le forme semplificate, la mancanza di prospettiva, l’accentuata bidimensionalità rimandano al sintetismo simbolista.

    Edvard Munch, Malinconia, 1892. Olio su tela, 64 x 96 cm. Oslo, Nasjonalmuseet.
    Spalle al mare

    Nella versione del 1892, l’uomo, identificabile con l’artista medesimo, è ritratto nell’angolo destro della tela e volge le spalle al mare, alla sabbia insolitamente nera come il catrame e soprattutto alle tre figure sul pontile lontano, che si dirigono verso una barca attraccata. I colori sono lividi. L’oscurità del mare evoca cupi pensieri e trasmette un senso di profonda tristezza.

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    È chiaro che questo paesaggio è prima di tutto una proiezione dello stato d’animo del pittore. La raffigurazione della Natura, come avevano insegnato i Romantici, è solo un mezzo per evocare altro, non lo scopo del dipinto.

    Edvard Munch, Malinconia, 1893. Olio su tela, 86 cm x 129 cm. Oslo, Munchmuseet.
    Estraniarsi da tutto

    Nelle pagine del suo diario, l’artista scrive parole che paiono proprio riferirsi a questa scena. «Una sera camminavo in solitudine sulla riva del mare che sospirava e sciabordava tra gli scogli – vi erano lunghe nuvole grigie all’orizzonte – tutto era come morto – una terra desolata – ma ecco laggiù c’è della vita sul molo – c’erano un uomo e una donna – e poi apparve un altro uomo – con dei remi sulle spalle – e la barca era là – pronta per l’imbarco». «Stanno scendendo – lei e lui… vanno fino all’isola laggiù in fondo – nella luminosa notte estiva si dirigono laggiù tra gli alberi – tenendosi sottobraccio – L’aria è così dolce – dev’essere meraviglioso amare adesso. La barca diviene sempre più piccola si odono ancora i colpi dei remi sulla superficie dell’acqua – Egli era solo – le onde scivolavano monotone verso di lui – e sciabordavano tra gli scogli».

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    Munch si sta, in quest’opera, estraniando da tutto: dal mondo e anche dalla vita che gli altri stanno tranquillamente conducendo, che li porterà lontani da lui, destinato a rimanere solo. Volge le spalle a una felicità che gli è preclusa. La distanza fra lui e la coppia che si sta imbarcando richiama quella che lo separa dalla felicità, che lui anela e di cui è geloso, nella misura in cui gli sembra appartenere solo agli altri. Munch stesso scrive in un appunto del 1894-95: «La gelosia, una lunga riva deserta».

    Italo Svevo in un ritratto fotografico.
    Svevo e l’inetto

    Nello stesso anno, il 1892, uno dei più importanti esponenti del Decadentismo letterario italiano, lo scrittore e drammaturgo Italo Svevo (1861-1928), coetaneo di Munch, pubblicò il suo primo romanzo, Una vita, il cui titolo originario era tuttavia L’inetto. Il tema della inettitudine, dell’incapacità di gestire la propria vita interiore e sentimentale, venne poi affrontato da Svevo anche in due successivi romanzi: Senilità, del 1898, e soprattutto La coscienza di Zeno, pubblicato nel 1928.

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    E sembra quasi si conoscessero, Munch e Svevo, per come seppero, entrambi, tratteggiare questa emblematica figura della poetica decadentista: l’inetto, appunto, un uomo chiuso nella sua introversione, che non lavora, non costruisce, tende a vivere più in un mondo di fantasia che nella realtà, è pieno di inibizioni e di frustrazioni, avverte la propria inferiorità, subisce gli eventi senza dominarli, si arrende alle pulsioni dell’inconscio che lo privano di ogni possibilità di scelta.

    Edvard Munch, Malinconia, 1894. Olio su tela, 72 cm x 98 cm. Collezione privata.
    Freud, Svevo e le nevrosi

    Allo stesso modo di Munch, e influenzato dallo psichiatra Sigmund Freud (che studiò con passione), Svevo volle esplorare, nei propri romanzi psicologici, la parte più profonda dell’animo umano, analizzare i personaggi fin nelle viscere della loro coscienza turbata, indagarne le emozioni. Personaggi di cui accetta e difende debolezze e nevrosi, riconoscendo in esse la manifestazione del rifiuto di accettare le regole e i meccanismi alienanti della civiltà contemporanea. Guarire dalle proprie nevrosi consentirebbe di essere come i “sani”, che però sono cristallizzati in una forma rigida e immutabile, definitiva; ma la conquista della normalità comporterebbe la rinuncia alla forza del desiderio, a quella particolare capacità che l’inetto ha di cogliere i nessi del reale, quelli che gli altri non sanno e non vogliono riconoscere.

    Edvard Munch, Malinconia, 1894-96. Olio su tela, 81 cm x 100,5 cm. Bergen, Art Museum.
    Riconoscere il fallimento

    Nel capolavoro letterario di Svevo, ossia La coscienza di Zeno, il protagonista, un uomo che si sente malato e inetto, racconta la propria vita in modo ironicamente disincantato, riconoscendo il proprio fallimento. Egli matura, alla fine, la convinzione che l’esistenza è tragica e comica insieme e che l’inettitudine è una condizione universale, giacché è la vita stessa a essere malata, e stritola tutto e tutti, vanificando ogni patetico tentativo di autoinganno.

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    La partita con la vita, insomma, secondo Svevo non può essere vinta. L’unica via di scampo, per sopravvivere, è l’acquisizione di una coscienza sulla condizione umana e il conseguente adattamento alla propria, consapevole inettitudine. Una posizione che certamente Munch avrebbe condiviso e che d’altro canto scelse di fare sua.

    Edvard Munch, Malinconia, 1896. Xilografia, 41.1 × 55.7 cm. Oslo Munchmuseet.

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  • Il Movimento Moderno e l’insegnamento al Bauhaus
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    Alla fine della Prima guerra mondiale, le strutture urbane tradizionali cominciarono ad apparire anacronistiche. La ricostruzione del primo dopoguerra e la ripresa delle attività imposero un’accentuazione della funzionalità delle città e una loro ristrutturazione generale, nonché la meccanizzazione dei servizi e dei trasporti.

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    Le città, insomma, dovettero essere “ripensate” in senso funzionale, sociale e igienico. Si trasformò radicalmente la figura professionale dell’architetto, al quale si richiese di essere un urbanista prima ancora che un costruttore.

    Se, dunque, il banco di prova per i precursori dell’architettura moderna era stato, all’inizio del secolo, la progettazione di abitazioni unifamiliari per la grande borghesia illuminata, dopo la guerra, sempre di più, gli architetti dovettero porsi il problema di costruire case a basso costo, moduli abitativi facilmente disponibili su una stessa linea (case a schiera) o ripetibili in gruppi, sino a formare interi quartieri.

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    Ancora una volta fu la borghesia a comprendere e ad accettare la sperimentazione formale dell’architettura moderna, tesa a inventare un diverso modello di bellezza.

    Un ritratto fotografico di Walter Gropius negli anni Trenta.
    Il Movimento Moderno

    Una nuova tendenza progettuale, capace di caratterizzare in tutta l’Europa la prima metà del XX secolo, prese il nome di Movimento Moderno. Tra i protagonisti di questo nuovo indirizzo architettonico ci furono architetti di altissimo calibro, come Walter Gropius, Ludwig Mies van der Rohe e Le Corbusier, che si ribellarono al classicismo accademico e propugnarono il più drastico rifiuto dell’eclettismo stilistico e dell’ornamento.

    Questi maestri asserirono che gli edifici moderni dovevano essere prima di tutto funzionali e che nuove forme architettoniche, elementari e puriste, potevano essere elaborate soprattutto attraverso l’uso di materiali come il cemento armato, il ferro e il vetro. Essi proposero, altresì, di controllare la necessaria espansione urbana attraverso un’ordinata zonizzazione delle funzioni. Nell’architettura del Movimento Moderno prevalse la tendenza ad adottare forme geometriche rigorose nella progettazione di edifici.

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    La forma geometrica, tuttavia, non fu scelta come forma in sé, in nome di un presunto canone di bellezza moderno per l’architettura, ma come forma standardizzata, dunque universale e ripetibile, cui attribuire significati diversi secondo le diverse circostanze e necessità.

    Il Movimento Moderno è anche noto come Funzionalismo o, per la fiducia riposta dai suoi esponenti nel potere della ragione, come Razionalismo, sebbene con quest’ultimo termine si tenda normalmente a identificare soprattutto l’attività degli architetti moderni italiani.

    Gli insegnanti della scuola del Bauhaus in una foto d’epoca.
    Le teorie di Gropius

    Walter Gropius (1883-1969), architetto, designer e urbanista tedesco, è considerato fra i principali protagonisti del Movimento Moderno. Secondo le sue teorie architettoniche, lo spazio di un edificio deve essere concepito in modo del tutto nuovo; le ampie pareti vetrate non individuano rigidamente spazi “interni” ed “esterni” ma consentono allo spazio di essere caratterizzato prevalentemente dall’azione di chi vi lavora. Questo principio è alla base della progettazione di Gropius: la vita come generatrice dell’architettura.

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    «La città non è fatta di contenitori di funzioni – scrive lo storico e critico dell’arte Giulio Carlo Argan – la fabbrica non è un capannone dove si lavora, la scuola non è una casa dove si insegna, il teatro non è un edificio dove ci si diverte. È il dinamismo della funzione che determina la forma degli edifici». Gropius, insomma, non intendeva creare un nuovo stile per l’architettura; egli, al contrario, puntava a elaborare un metodo progettuale capace di affrontare su diverse scale, «dalla sedia alla città», i temi produttivi e costruttivi della nuova società industriale. La funzione determinava la forma degli edifici.

    Vasilij Kandinskij con sua moglie Nina, Georg Muche, Paul Klee e Walter Gropius al Bauhaus.
    Una foto aerea moderna della sede dal Bauhaus a Dessau.
    La scuola del Bauhaus

    Una delle iniziative più rilevanti di Gropius fu la fondazione della Scuola del Bauhaus (letteralmente ‘casa del costruire’), un Istituto superiore di istruzione artistica che presto divenne un punto di riferimento per tutte le Avanguardie europee. Il Bauhaus fu istituito a Weimar nel 1919. Nel 1925 venne trasferito a Dessau a causa dell’opposizione delle destre locali. Nel 1932 fu nuovamente spostato a Berlino, dove ebbe vita breve: fu difatti chiuso con l’avvento del nazismo, nel 1933. La scuola fu diretta prima da Gropius (dal 1919 al 1928), poi da Hannes Meyer (dal 1928 al 1930) e infine da Mies van der Rohe (dal 1930 al 1933). Ebbe tra i suoi docenti Marcel Breuer (1902-1981), designer e architetto tedesco, e anche i pittori Kandinskij e Klee.

    Il programma

    Al Bauhaus si insegnavano scultura, teatro, fotografia, tipografia e grafica pubblicitaria, pittura murale e tessitura, lavorazione della pietra, dei metalli, del vetro, del legno e della ceramica. Il programma prevedeva un semestre preliminare finalizzato a sviluppare nell’allievo il senso dei materiali e dello spazio, e due corsi, uno dedicato ai materiali e ai processi di lavorazione, l’altro al disegno e alla teoria della forma. Klee e Kandinskij tenevano corsi di pittura.

    Klee e Kandinskij a Dessau, in una foto d’epoca.
    La rivista della scuola del Bauhaus.
    L’insegnamento dell’architettura

    L’architettura fu considerata il fine ultimo di ogni attività figurativa ma rimase a lungo una disciplina sperimentale: fu inserita come materia di insegnamento solo nel ’27, con l’arrivo dell’architetto svizzero Hannes Meyer (1889-1954), direttore dell’istituto nel biennio 1928-1930. Nonostante il timido esordio dell’architettura come disciplina didattica, il procedimento formativo del Bauhaus portò a un mutamento fondamentale nella cultura architettonica europea.

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    La ricerca formale smise di essere prioritaria e soprattutto non appartenne più ad una sfera autonoma dell’arte, capace di dar luogo ad esperienze separate; essa, al contrario, fu calata interamente nell’ambito dell’attività produttiva. Il lavoro artistico non aveva più lo scopo d’inventare una forma: esso doveva modificare, anche mediante quella forma, il corso della vita quotidiana e valeva solo nella misura in cui interveniva a migliorare l’ambiente in cui vivono gli uomini, indipendentemente dalla loro posizione sociale.

    Gropius, sede del Bauhaus a Dessau.
    Il programma di studi

    Il programma di studi del Bauhaus prevedeva un corso preliminare di sei mesi, grazie al quale lo studente acquisiva la necessaria confidenza con i materiali e affrontava i primi problemi formali. Seguiva un insegnamento triennale, in parte teorico e in parte tecnico, che prevedeva la frequenza di un laboratorio; alla fine di questo triennio, con un esame, si conseguiva il diploma di artigiano. Concludeva il programma educativo un corso di perfezionamento di durata variabile, basato sulla progettazione architettonica e sul lavoro pratico nei laboratori della scuola; al termine, dopo aver sostenuto l’esame finale, l’allievo otteneva il diploma di maestro d’arte.

    Un laboratorio della scuola del Bauhaus a Dessau.

    Le caratteristiche principali della didattica propugnata dal Bauhaus furono tre: il parallelismo tra insegnamento teorico e pratico, il continuo contatto con la realtà del lavoro, la presenza di maestri creativi. «La selezione di buoni maestri», scrisse Gropius a questo proposito, «è il fattore decisivo per i risultati di una scuola; le loro qualità personali come uomini hanno importanza anche maggiore della loro abilità tecnica».

    Sede del Bauhaus di Dessau, auditorium con sedili di Marcel Breuer e lampade di Max Krajewski, in una foto d’epoca.
    Il rinnovamento delle arti applicate

    Tra gli obiettivi più ambiziosi del Bauhaus, c’era inoltre una riformulazione del rapporto tra arte, artigianato e industria, un progetto non solo teorico, data la vivace produzione industriale di massa della scuola. Abbandonando l’ideale romantico dell’artigianato, la scuola si prometteva di patrocinare «un nuovo e fino ad oggi non esistente tipo di collaborazione per l’industria, l’artigianato e la costruzione, che padroneggi in eguale maniera la tecnica e la forma».

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    A differenza delle altre scuole e dei precedenti movimenti che aspiravano al rinnovamento delle arti applicate, Gropius concepì l’artigianato solo come uno strumento didattico utile a preparare i progettisti moderni, perché diventassero capaci d’imprimere un chiaro orientamento formale ai nuovi progetti industriali. In tal modo, intervenendo sul rapporto progettazione-produzione, egli pose di fatto le basi della grafica e del design moderni.

    Karl J. Jucker e Wilhelm Wagenfeld, Lampada da tavolo, 1923-24. Berlino, Bauhaus Archiv.
    W. Tümpel, J. Knau e C. Dell, Infusori per il tè in metallo, 1924 ca.
    Il Bauhaus e le donne

    Il Bauhaus fu aperto anche alle donne e nelle intenzioni di Gropius sarebbe stato inclusivo e progressista. In realtà, i tempi non erano abbastanza maturi. All’apertura della scuola, nel 1919, le iscrizioni delle donne superarono quelle degli uomini, ma il numero chiuso impose delle scelte, e gli uomini entrarono in maggioranza. Inoltre, alle donne ammesse venne impedito di frequentare i corsi più importanti, tra cui pittura, incisione e design industriale.

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    Si dovettero accontentare di percorsi considerati più consoni al genere femminile, ossia ceramica, tessitura e rilegatura di libri. Qualche personalità riuscì ad emergere ugualmente. Marianne Brandt, nata Marianne Liebe (1893-1983), pittrice e scultrice tedesca, frequentò il laboratorio di metallo, diventando una delle designer industriali più innovative della Germania degli anni ’30. Le sue lampade a globo del 1926 e i modelli di lampada orientabile Kandem del 1928 sono delle vere e proprie icone del design moderno e sono ancora oggi in produzione.

    Marianne Brandt, lampada a globo, 1926. Diametro globo, 40 cm.
    Marianne Brandt, due modelli di lampada orientabile Kandem, 1928.

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  • Otto Dix e la Nuova Oggettività in Germania
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    Tra il 1919 e il 1935 si sviluppò in Germania il movimento artistico noto come Neue Sachlichkeit, ossia ‘Nuova oggettività’, il cui nome fu coniato in occasione di una mostra tenutasi nel 1925 a Mannheim. Il termine “oggettività” non va inteso nel solco del Realismo ottocentesco, giacché i pittori del gruppo fecero ricorso alla caricatura, alla deformazione e alla metafora, ritraendo i propri soggetti non come apparivano agli occhi ma com’erano moralmente: dunque “oggettivamente” brutti e grotteschi.

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    La forma del dissenso e dell’esplicita opposizione all’arte monumentale e tradizionale si articolò tra l’inquieto presagio di un’apocalisse prossima ventura e la denuncia della violenza delle classi dominanti; fra i temi prediletti vi fu, soprattutto, quello della città, intesa come un luogo di perdita dell’identità collettiva e come lo scenario di un carnevale grottesco.

    Otto Dix, Autoritratto con garofano, 1912. Olio su carta montato su tavola, 73,7 x 49,5 cm. Detroit, Detroit Institute of Arts.
    Una violenta carica satirica

    Per via di queste rilevanti assonanze, il movimento si legava indubbiamente alla recente esperienza espressionista, con la quale condivideva l’uso di una linea contorta e tormentata, l’adozione di un cromatismo acceso e violento, la scelta di composizioni drammatiche e sgradevoli. Ricorda un’attivista del gruppo, la pittrice Lea Grundig: «Poter lavorare, esorcizzare il terrore dandovi forma, esprimerlo e diventare così più liberi; questa era la nostra gioia, la nostra lotta di ogni giorno, la nostra autoaffermazione quotidiana.

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    Chiamarlo con il suo giusto nome affinché altri lo riconoscessero, disegnare il suo volto assassino, perché altri lo vedessero; consolidare la repulsione e suscitare l’odio, rafforzare l’amore e levare il pugno contro l’idra orrenda dalle mille teste: questo fu il nostro lavoro di quegli anni».  Gli artisti più significativi della Nuova oggettività furono i tedeschi George Grosz e Otto Dix, i quali realizzarono opere molto coraggiose, caratterizzate da una violenta carica satirica.

    Personaggi tragicomici dell’alta borghesia e dell’esercito, stravolti da fisionomie mostruose, appaiono preda dei loro impietosi tormenti esistenziali, legati al denaro, al sesso, alla schiavitù delle macchine. Viceversa, i proletari e i reduci della grande guerra sono spenti e svuotati, irrimediabilmente segnati dall’esperienza bellica.

    Otto Dix, Il venditore di fiammiferi, 1920. Olio e collage su tela, 141,5 x 166 cm. Stoccarda, Staatsgalerie.
    Otto Dix

    L’opera di Otto Dix (1891-1969) si colloca in tale contesto di coraggiosa, per quanto tragica, resistenza al nazismo. Arruolatosi come volontario nell’esercito tedesco durante la Prima guerra mondiale, combatté in Russia, Polonia, Francia e nelle campagne delle Fiandre e tornò provato e traumatizzato. Nel 1919 conobbe Grosz e aderì al gruppo Dada berlinese, schierandosi sulle posizioni di un crudo realismo espressionista.

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    Fondò, con altri, la Secessione di Dresda e la Nuova oggettività. Divenne uno dei più drammatici testimoni del suo tempo e denunciò, attraverso la caricatura e la deformazione grottesca, l’ipocrisia e la decadenza della società contemporanea berlinese, scagliandosi contro i colpevoli di tale aberrazione: l’esercito, la grande industria, i rappresentanti dei partiti nazionalistici e la stampa. Fu, per citare lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan, «il descrittore lucido, spietato, quasi fotografico delle miserie, delle infamie, della macroscopica stupidità della guerra».

    Al contrario del suo collega Grosz, più impegnato politicamente, Dix dichiarò di essere mosso da un obiettivo prima di tutto umanitario, di voler guardare prioritariamente alle vittime della società, al loro dolore e alla loro disperazione. «No, gli artisti non devono né migliorare né convertire. Sono troppo pochi. Devono solo testimoniare», scrisse. In realtà, l’artista non riuscì a mettere in pratica questo principio: nelle sue opere, già la scelta dei soggetti non è frutto di una decisione neutrale ma l’espressione di una chiara presa di posizione politica.

    Otto Dix, Invalidi di guerra che giocano a carte, 1920. Olio su tela, 110 x 87 cm. Berlino, Staatliche Museen.
    Invalidi di guerra

    Invalidi di guerra che giocano a carte, del 1920, rappresenta tre uomini deformi, anzi, per l’esattezza, tre tronconi umani, privi di gambe o di braccia, dotati di protesi che li rendono più simili a burattini o a inquietanti automi che a uomini in carne e ossa, e con i volti orribilmente deturpati. Questi bizzarri personaggi sono impegnati in una improbabile partita a carte, come un qualsiasi terzetto di pensionati o dopolavoristi.

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    Il linguaggio pittorico di Otto Dix, che nel 1923 fu processato per la presunta “oscenità” dei suoi dipinti, è intenzionalmente volgare, esasperato e cinico. L’artista non si fece scrupolo di essere eccessivo; la sgradevolezza della pittura era a suo dire necessaria, per descrivere una condizione umana deviata, per mostrare, attraverso la metafora della deformazione fisica, il vero volto di una società diventata dissoluta, ingiusta, violenta e distruttiva.

    Otto Dix, Invalidi di guerra che giocano a carte, 1920. Particolare.
    Otto Dix, Invalidi di guerra che giocano a carte, 1920. Particolare.
    Le donne

    Nel 1926, Dix dipinse Tre donne, una feroce parodia del tema classico delle Tre Grazie. Le tre donne nude, evidentemente prostitute, sono presentate come caricature grottesche e deformi, certamente prive di ogni erotismo: la prima è quasi scheletrica, la seconda è invece obesa; la terza, presentata in una posa oscena, ha un corpo flaccido e sformato. Queste meretrici da pochi soldi diventano, nell’opera di Dix, una triste metafora della Germania di quegli anni.

    Otto Dix, Tre donne, 1926. Olio su tela. Stoccarda, Galerie der Stadt Stuttgart.

    Anche La Grande Città (1927-1928), noto come Trittico della Metropoli, denuncia il degrado morale della società di quegli anni. Al centro, all’interno di un locale, alcune persone ballano vestite con abiti eccentrici. A sinistra, per strada, alcune prostitute attendono i clienti e un mutilato si avvicina a loro. A destra, altre donne elegantemente vestite passano accanto a un altro mutilato, ignorandolo.

    Otto Dix, Trittico della Metropoli, 1927-1928. Tecnica mista su tavola, 181 x 402 cm. Stoccarda, Kunstmuseum.

    Il Ritratto di Sylvia Von Harden presenta una giovane poetessa il cui aspetto era molto lontano dai canoni di bellezza femminile, diffusi in quegli anni. La donna, seduta al tavolino di un locale (il Café Romain, spesso frequentato dal pittore), fuma con le gambe accavallate. Ha i capelli corti, porta un monocolo, i tratti somatici sono molto marcati, lo sguardo è severo, quasi sprezzante. Nonostante prevalga nell’opera il colore rosa, colpiscono l’atteggiamento e il cipiglio molto maschili di Sylvia, sicuramente non convenzionali, che colpirono molto il pittore.

    Otto Dix, Ritratto di Sylvia von Harden, 1926. Olio e tempera su tavola, 121 x 89 cm. Parigi, Centre Pompidou.
    Una pittura sovversiva

    Adolf Hitler affermò, di fronte a opere del genere: «È un peccato che non si possa internare questa gente». Dal punto di vista dell’artista, un vero e proprio riconoscimento. Dal 1933, con la presa del potere di Hitler, l’opera di Dix cominciò ad essere giudicata sovversiva.

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    Fu un dipinto dal marcato carattere allegorico, I sette peccati capitali, a segnare la sua sorte. Una strega porta in groppa un piccolo uomo che in cui si riconobbe una caricatura di Hitler, mostrato con un forte strabismo, nonostante all’epoca fosse senza baffi, aggiunti dall’artista nel 1947. Alle loro spalle troviamo uno scheletro con la falce, una donna con il seno scoperto, un uomo con una pentola in testa, una figura con uno sfintere al posto della bocca e infine un mostro cornuto.

    Otto Dix, I sette peccati capitali, 1933. Tecnica mista su tavola, 179 x 120 cm. Karlsruhe, Staatliche Kunsthalle.

    Nel 1934 l’artista perse l’incarico di professore all’Accademia di Dresda e gli venne proibito di esporre; 260 delle sue opere furono rimosse dalle collezioni pubbliche tedesche, 26 di queste furono esposte, nel 1937, nella Mostra dell’Arte Degenerata, e più esattamente nella (significativa) sezione intitolata: “Barbarie della rappresentazione per il progressivo deterioramento della sensibilità alla forma e al colore, l’intenzionale disprezzo per i fondamenti della tecnica e la totale stupidità nella scelta dei soggetti”. Nel 1939, Dix fu arrestato dalla Gestapo. Mandato al fronte durante il secondo conflitto mondiale, riuscì a sopravvivere. Nel dopoguerra, ripreso il lavoro, dipinse allegorie legate al tema della guerra.

    Otto Dix, La guerra durante un attacco di gas, 1924. Acquaforte. Anversa, Collezione Ronny e Jessy Van de Velde.
    Il tema della guerra

    Nel 1920, in Trincea, il groviglio dei corpi smembrati, in cui braccia e gambe sembrano confondersi fra loro, presenta la guerra come un orrido carnevale. In questo caso, però, il colore, che allude alla pioggia, al fango e al sangue, ha una volenza fortemente espressionistica e amplifica l’angoscia della scena.

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    Il dipinto, acquistato ed esposto dal Museo di Colonia nel 1923, gli venne restituito due anni dopo per tacitare le reazioni scandalizzate di critica e pubblico. Esposto nel 1937 alla Mostra dell’Arte Degenerata con il titolo Sabotaggio alla difesa, il quadro fu in seguito distrutto.

    Otto Dix, Trincea, 1920. Distrutto.

    Nel 1924, Dix produsse una serie di acqueforti intitolata La Guerra: cinquanta immagini drammatiche, oggi conservate nella Collezione Ronny e Jessy Van de Velde ad Anversa. La serie racconta la Prima guerra mondiale per quello che è: morti, feriti, devastazione provocata dalle bombe, la tristezza e lo squallore della vita di trincea.

    La tecnica dell’acquaforte consentì a Dix di conferire alle sue scene una espressività macabra, di soffermarsi su particolari che rendono le sue scene ributtanti. Nonostante i titoli delle stampe facciano spesso riferimento a luoghi e date precise, la serie non dev’essere interpretata come un diario di guerra, perché Dix si basò su ricordi e fotografie. La forte componente simbolica delle immagini indica chiaramente che l’artista cercò, affrontando questo tema drammatico, di metabolizzare il trauma vissuto.

    Otto Dix, Il pasto in trincea, 1924. Acquaforte. Anversa, Collezione Ronny e Jessy Van de Velde.
    Otto Dix, Suicidio in trincea, 1924. Acquaforte. Anversa, Collezione Ronny e Jessy Van de Velde.
    Otto Dix, Teschio, 1924. Acquaforte. Anversa, Collezione Ronny e Jessy Van de Velde.

    Anche il Trittico della guerra, realizzato tra il 1929 e il 1932 e oggi esposto a Dresda, adotta la tipica tipologia delle pale d’altare per rimarcare il senso del sacrificio, vissuto dai soldati presentati come martiri.

    Per l’analisi di questo dipinto, si rimanda all’articolo collegato.

    Otto Dix, Trittico della guerra, 1929-32. Tecnica mista, 2,04 x 2,04 m. Dresda, Staatliche Kunstsammlungen, Gemäldegalerie Neue Meister.
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