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Dario Zonta e Carlo Zoratti firmano insieme Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti, documentario presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026 nella sezione Special Screenings. Il progetto segue un percorso di sette anni, arrivato a compimento nel 2026, anno in cui Jovanotti compie sessant’anni. La lunga lavorazione ha permesso ai registi di attraversare cambiamenti personali e collettivi, oltre a trasformazioni nel modo di produrre cinema. Il film si concentra così su una fase di svolta, intrecciando la vicenda dell’artista con un periodo di cambiamento più ampio.
La durata del lavoro non era stata pianificata fin dall’inizio: il progetto si è sviluppato nel corso degli anni, assumendo una forma diversa da quella immaginata in partenza. La scelta di concluderlo nel 2026 ha dato alla narrazione un orizzonte legato al percorso artistico di Jovanotti e al suo compleanno. Secondo Zonta e Zoratti, nel frattempo sono intervenuti eventi personali e pubblici che hanno modificato il significato del documentario. Anche il panorama produttivo è mutato: la lavorazione ha attraversato la stagione in cui le grandi piattaforme investivano molto nei film dedicati ai musicisti, per poi proseguire in un contesto differente.
Al centro del film c’è una relazione costruita sulla disponibilità di Jovanotti a lasciarsi osservare e sulla responsabilità dei registi nel restituire ciò che hanno visto. Per Zonta e Zoratti, il documentario nasce da un accordo di fiducia tra chi filma e chi accetta di essere filmato. Il tempo trascorso insieme ha consentito di avvicinarsi a dimensioni più intime della storia, con una profondità che una lavorazione rapida non avrebbe potuto raggiungere. La vicinanza personale tra i protagonisti del racconto e gli autori si è così tradotta in un metodo di lavoro, senza cancellare la distanza necessaria a costruire uno sguardo cinematografico.
La restituzione del film a Jovanotti è stata un passaggio significativo del percorso: i registi gli hanno mostrato una versione già vicina a quella definitiva. La sua reazione, descritta come intensa e non convenzionale, ha indicato quanto il documentario fosse riuscito a colpirlo. Non si è trattato soltanto di apprezzare il lavoro di persone a lui vicine, ma di confrontarsi con un’immagine di sé capace di provocare una risposta inattesa. Per gli autori, quella sorpresa ha confermato il valore di un processo lungo, fondato sull’ascolto e sulla fiducia reciproca.
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Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026, L’incontro è un documentario sul percorso intrapreso da Giorgio Bazzeca – figlio del poliziotto Sergio, ucciso dal giovane brigatista Walter Alasia nel 1976 – di giustizia riparativa, un modello vero e proprio di incontro: per anni, vittime e familiari delle vittime, ex appartenenti alle organizzazioni armate e rappresentanti della società civile si sono incontrati volontariamente e lontano dalla dimensione giudiziaria per raccontare le proprie storie, ascoltare quelle degli altri e confrontarsi sul dolore causato e subito. Un’esperienza resa pubblica nel 2015 con Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto e ispirata ai principi della giustizia riparativa. Non solo quella di Giorgio, ma tante altre storie sono raccontate nel film, tra cui Franco Bonisoli, Adolfo Ceretti, Manlio Milani.
Il regista Fabrizio Galatea e il protagonista Giorgio Bazzeca raccontano come il progetto sia nato dalla fiducia reciproca e da una comune attenzione alla delicatezza del tema, con l’intento di portare il confronto fuori dagli ambienti accademici, rendendolo accessibile senza semplificarne le contraddizioni.
L’incontro sarà nelle sale italiane con Wanted dal 15 dicembre, anniversario della morte di Sergio Bazzeca e del suo assassino Walter Alasia.
Per Galatea, l’idea di realizzare il film è maturata attorno alla possibilità di raccontare quel periodo storico attraverso l’esperienza della giustizia riparativa. Il contatto con Bazzeca è avvenuto grazie a persone coinvolte nel percorso, che lo hanno indicato come una presenza adatta al progetto. Bazzeca, abituato da anni a condividere la propria storia anche nelle scuole, non ha considerato difficile esporsi davanti alla macchina da presa. Rivedersi sullo schermo, invece, gli ha permesso di misurare con maggiore chiarezza il cammino compiuto.
La collaborazione si è sviluppata rapidamente, sostenuta da una sintonia che Bazzeca considera essenziale per affrontare un argomento tanto sensibile. In passato aveva vissuto esperienze in cui le sue richieste sul modo di rappresentare la vicenda familiare non erano state rispettate. Con Galatea e la sua squadra ha trovato un ascolto attento, capace di restituire il senso del suo percorso senza ridurlo a un’immagine convenzionale. Questa relazione ha contribuito a rendere possibile un film che, secondo Bazzeca, può raggiungere un pubblico ampio mantenendo intatta la complessità della giustizia riparativa.
L’incontro accompagna chi guarda nel contesto storico e invita a considerare le diverse parti senza trasformarle in figure schematiche. Galatea descrive il lavoro d’archivio come una ricerca impegnativa: le immagini non dovevano limitarsi a illustrare gli eventi, ma dialogare con il racconto e restituire la densità emotiva dei personaggi. Il materiale inizialmente raccolto era più ampio, poi in fase di montaggio è stato selezionato fino a conservare ciò che appariva davvero necessario. Ne emerge una memoria costruita anche attraverso accostamenti visivi, che mette in relazione esperienze differenti e dà forma cinematografica al confronto.
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Presentato in concorso nella sezione Progressive Cinema della 21° Festa del Cinema di Roma 2026, Brianza di Simone Catania è ambientato nel 2009, mentre la crisi economica stringe la morsa sull’Italia. Giorgio Farina (Fausto Russo Alesi), erede di una prestigiosa armeria in Brianza, rischia di perdere tutto dopo aver investito una fortuna nell’apertura di una boutique di lusso in Svizzera e, sommerso dai debiti e ossessionato dal mantenere intatta la propria rispettabilità, si lascia coinvolgere da Alberto Fumagalli (Paolo Pierobon), eccentrico uomo d’affari che gli propone un piano di appropriazione indebita: quella che sembra una facile via d’uscita diventa una spirale di segreti e pericoli. Ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto vicino alla casa natale del regista, il film nasce dal suo legame personale con il territorio. Simone Catania e gli attori Fausto Russo Alesi e Paolo Pierobon, raccontano il doppio significato del titolo, luogo reale e metafora, l’immaginario del Far West che attraversa la storia e la strana relazione di dipendenza che lega i due personaggi.
Il titolo non indica soltanto un luogo fisico, e per Catania è proprio da qui che parte il film: “La Brianza esiste, è un’area che esiste tra Milano e Como, sostanzialmente, però in questo film è una metafora”. Un elemento che si eleva a qualcos’altro, spiega il regista, perché la Brianza è “un’Italia molto ricca che può in qualche modo ricordare, nel modo di comportarsi e nell’attitudine delle persone che vivono lì, qualcosa di molto simile a quello che può succedere anche negli Stati Uniti”. Un parallelo che porta con sé anche il mito della frontiera: “Quel Far West non è soltanto Spaghetti Western, è inteso proprio come quello che è successo negli Stati Uniti quando ci si espandeva verso l’ovest: la ricerca dell’oro e la ricerca di una posizione sociale di un certo tipo“.
Nel film questo immaginario prende forma attraverso il cowboy action shooting: “Il gioco che abbiamo messo in piedi ricorda molto una disciplina vera, con uomini vestiti da cowboy che vanno nei poligoni a sparare a sagome di cartone. Sono dei grandi bambinoni che giocano con le armi, ma allo stesso tempo c’è un immaginario dietro che ha una profonda verità, cioè questo sentimento di andare a conquistare una terra, conquistare l’oro e riuscire a conquistare la posizione sociale“, racconta Catania.
Alla domanda su come sia nato il rapporto tra i due personaggi, che non sono veri amici e non rispondono allo schema del cattivo e del buono in difficoltà, Paolo Pierobon parte dal legame con il collega: “Con Fausto ci conosciamo da anni, siamo anche molto amici e ragioniamo sempre sulla complessità dell’espressione di un essere umano, cioè di andare un po’ al di là del ruolo del personaggio, quindi dipingere un po’ questa complessità che è infinita”. Una complessità che, insieme al regista, li ha portati a superare ogni contrapposizione netta: “Anche nel bilancio vittima-carnefice, che a volte è sempre molto tagliato con l’accetta, abbiamo visto che anche con Simone non poteva essere così. Tanti rapporti non si fondano né sull’amicizia né sull’ostilità, ma proprio su questa stranissima dipendenza che c’è tra due persone, che a volte può sembrare una manipolazione, a volte sembra malata o inquietante, e che regge tantissimi rapporti, forse la maggior parte“.
Anche per Fausto Russo Alesi il film è stato l’occasione di un lavoro condiviso: “È stato veramente speciale il lavoro che abbiamo fatto insieme. Con Paolo ci conosciamo da tanto, siamo amici. Attraverso le tematiche di questo film, che ci riguardano come esseri umani e risuonano nell’oggi come nel 2009 durante la crisi o ai tempi di Shakespeare, abbiamo fatto veramente un viaggio nell’umano, nelle relazioni di dipendenza e anche a specchio. Cosa ha quella persona che si incrocia nella tua vita e ti riguarda profondamente?”. Un lavoro, aggiunge, fatto per lasciare spazio all’imprevisto: “Le storie e le tematiche ci risuonano se accadono delle cose. Abbiamo provato a far accadere cose anche inaspettate, che arrivano senza che tu le abbia previste e che solo l’immergersi dentro quella cosa con devozione ti fa scoprire“.
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Nel 1991, un triplice omicidio commesso sui monti del Sud Sardegna porta alla rapida condanna all’ergastolo di un uomo innocente, Beniamino Zuncheddu: tre gradi di giudizio in un anno. Venticinque anni dopo, un giovane avvocato, Mauro Trogu, decide di lottare pro bono per restituirgli la libertà.
Diretto da Francesco Piras e al cinema dal 15 ottobre con Piper Film, Zustìssia racconta il più lungo errore giudiziario della storia italiana, 33 anni di ingiusta detenzione, e la battaglia che ha portato alla revisione del processo e all’assoluzione, arrivata il 26 gennaio 2024.
Michele Riondino, che nel film è l’avvocato Trogu, e Fabrizio Ferracane, nei panni di Beniamino, raccontano l’incontro con i veri protagonisti della vicenda, il percorso che ha portato Trogu a scoprire l’innocenza del suo assistito e le riflessioni sulla giustizia che il film porta con sé.
Riondino aveva scoperto la storia dai telegiornali, quando Zuncheddu era ormai vicino all’assoluzione. Per prepararsi al ruolo ha trascorso una settimana con Beniamino e Trogu: “Ho avuto la possibilità, grazie alla generosità dell’avvocato Trogu, di entrare in possesso e studiare le carte che hanno determinato l’assoluzione nel processo di revisione, ma anche le carte che lo hanno condannato”, racconta l’attore.
“Ho avuto la possibilità di avere come coach l’uomo che ha risolto questo caso di ingiustizia gravissimo, e da lui ho imparato molto: ho imparato che cosa significa difendere l’indifendibile agli occhi dell’opinione pubblica”.
Ferracane aveva sentito parlare del caso Zuncheddu a partire da un’altra storia, quella di Giuseppe Gulotta, di Alcamo, che ha trascorso 26 anni in carcere da innocente. Con Beniamino si è incontrato per mezz’ora, un pomeriggio a Cagliari: “Gli ho chiesto se potevo abbracciarlo e ci siamo abbracciati. Io non parlavo molto e lo guardavo: sorrideva e pensavo a come quest’uomo riuscisse a ridere dopo quello che ha passato”.
Un incontro che ha guidato il suo approccio al personaggio: “Ho dovuto rispettare totalmente i suoi anni in carcere e il suo dolore: qualsiasi interpretazione io avessi fatto non potrebbe mai restituire quello che ha vissuto. Ho cercato di mettere in campo una verità di dolore, di speranza, di rabbia e di delusione, ovvero quello che penso abbia provato lui”.
Per costruire il suo personaggio, Riondino è partito da una domanda precisa: cosa avesse provato Trogu la prima volta che è entrato in carcere. “Per lui Beniamino era un assassino, perché Mauro è un uomo di legge e l’unica verità era la condanna all’ergastolo del 1991”.
Il giovane avvocato, che non aveva mai seguito un caso di omicidio, aveva accettato l’incarico per ridurre la pena: “Anche un colpevole ha diritto a essere difeso. Ma il percorso di conoscenza dell’individuo, della storia e degli atti processuali gli ha permesso di capire che dietro quella sentenza di colpevolezza ci fosse in realtà un innocente”.
Un momento che lo stesso Trogu ha raccontato a Ferracane: “Gli ho chiesto quando sia avvenuto lo scatto e mi ha risposto che è successo durante l’esercitazione al buio: provandola si è detto ‘Ma questo è innocente?’, ed è stato un momento incredibile”.
Per Riondino, il caso Zuncheddu dimostra che la condanna è stata il prodotto di una serie di negligenze partite dalle indagini: “C’è un problema di sistema che riguarda l’intera catena, dal poliziotto che indaga al PM che firma fino al giudice che condanna”.
Da qui la proposta di una legge che porti il nome di Beniamino: “Non possiamo escludere altri errori, ma dobbiamo essere capaci di riconoscerli e approvare una legge a nome di Beniamino Zuncheddu che preveda un salario minimo di sostegno per tutti quegli individui che scontano pene ingiuste, nell’attesa del risarcimento statale”.
Ferracane richiama invece l’attenzione sulle condizioni delle carceri: “La dignità di un popolo si misura da come si sta in carcere. Ci sono strutture orribili in cui manca la funzione rieducativa, ed è un tema da non sottovalutare assolutamente”.
The post “Zustìssia”, intervista agli attori Michele Riondino e Fabrizio Ferracane appeared first on Fred Film Radio.
Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, in sala dall’8 ottobre e scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar®, L’estranea di Paolo Strippoli racconta una donna che si presenta all’improvviso a casa di sua figlia per rivelarle la verità sulla loro famiglia, segnata da un patto stretto molti anni prima con un’estranea: un segreto custodito troppo a lungo, che ora torna a reclamare il suo prezzo.
Il regista racconta la sua idea di tragedia in senso classico, lo scontro tra una madre e una figlia che sono anche due modi opposti di stare al mondo, il filo che lega i suoi tre film attorno al tema del controllo e le risate inattese del pubblico davanti alle scene più crudeli.
Nelle note di regia, Strippoli definisce L’estranea una tragedia nella sua accezione aristotelica e, dopo la presentazione a Venezia, non ha cambiato idea: “Cerco di distinguere il termine contemporaneo di tragedia, che ha più a che fare con il dramma, dalla tragedia in senso classico. E ti dico anche una cosa che è venuta fuori dalle proiezioni parlandone un po’: questa estranea non è altro che il coro della tragedia greca”.
Spiegare fino in fondo cosa intenda, ammette, non è semplice: “È molto difficile parlare di questo film senza fare spoiler. Con tutti gli altri film ero molto più libero, e questo penso sia un bene perché è un film che lavora per colpi di scena”.
Una cautela che, confessa ridendo, non gli viene naturale: “A me poi degli spoiler non frega niente, ma capisco che gli spettatori si divertono nello scoprire le cose quando vedono un film. È lecito”.
Alla lettura del film come ritratto di una madre con un disturbo narcisistico, che vede i figli come un pezzo di sé e sceglie per loro ciò che giova a lei, Strippoli riconosce una parte di verità, ma allarga lo sguardo al contesto in cui si muove la famiglia Colonna: “Queste persone crescono, sono nuovi ricchi e nuovi adulti nella Bari del ’99, dove c’è una crescita industriale ed economica fatta di una trama di persone che si sono costruite da sole pezzettino dopo pezzettino. E quando tu fai tutti quegli sforzi per diventare lo specchio bello della società in cui ti muovi, non vuoi lasciare andare questo status”.
Anna e Walter Colonna, i genitori protagonisti, agiscono secondo il regista in buona fede: “Loro credono fermamente che se i figli rispecchiano l’immagine che loro stanno costruendo, se sono belli, sani e vincenti e quindi ben inseriti in quel mondo, vivranno meglio; e quindi lo stanno facendo per il bene dei loro figli in una maniera sincera, con una visione un po’ deviata di quello che è il benessere dei propri figli”.
Il suo sguardo, conferma, parte spesso dai più piccoli: “Quando il pericolo finisce sui bambini ci fa sempre più impressione, perché contengono quella innocenza e quell’ingenuità da proteggere”. Ed è proprio lì che i Colonna falliscono: “I genitori devono essere sempre il primo filtro nella vita di un essere umano tra quello che c’è fuori e quello che c’è dentro. Anna e Walter Colonna non ci riescono perché in realtà fanno entrare quello che la società si aspetta da loro in famiglia e, senza volerlo, perché non c’è cattiveria ed è pieno di buoni intenti quello che fanno, gli fanno dei danni enormi”.
Il punto di partenza, per Strippoli, è sempre lo stesso: “Io scrivo sempre di ciò che mi fa paura. E io ho una paura incredibile di perdere il controllo. I miei film parlano spesso di controllo in maniera diversa e parlano spesso di salute mentale”. Una paura che si scontra con l’impossibilità di disegnare il proprio futuro: “Noi viviamo in una narrazione tutta occidentale per cui sì, possiamo autodeterminarci al 100%, ma non è vero”.
Il film nasce così dal confronto tra due parti di sé: quella che somiglia ad Anna e quella da cui è nata sua figlia Alice, interpretata da Romana Maggiora Vergano, che si è emancipata dalla famiglia e dalle sue aspettative finché la madre non le piomba in casa.
“Queste due donne si scontrano in questo dialogo senza esclusione di colpi, ed è lo scontro tra due donne diverse, tra due modi di vivere la vita diversi che in qualche modo in me convivono, ma anche uno scontro generazionale. Perché io credo che noi siamo un po’ più disponibili delle vecchie generazioni ad accettare il fatto che la vita è fatta di tanta bellezza ma anche di tanto orrore, e se ti vuoi prendere la bellezza un po’ di orrore te lo devi prendere”.
Pioggia e acqua a parte, ciò che lega Piove, La valle dei sorrisi e L’estranea è proprio il tema del controllo: “In Piove c’è questo fenomeno molto concreto, questa pioggia che attiva questi fumi che se respirati fanno perdere il controllo. Ne La valle dei sorrisi ci sono persone che rinunciano al controllo e alla propria identità pur di farsi togliere il dolore, dando la possibilità a questo ragazzino magico di controllarli. E qui invece c’è una donna che lotta in una maniera spasmodica per avere il controllo sulla propria vita”.
Al centro, sempre, personaggi fragili: “Io ho una certa antipatia per il cinema palesemente edificante, perché credo che il cinema diventi edificante attraverso gli errori che i personaggi fanno sullo schermo per noi”. Una convinzione su cui non si è mai trovato d’accordo con il suo maestro di teatro: “Penso sia molto più utile raccontare di personaggi dannati, fragili, che cadono e provano a rialzarsi e spesso non ci riescono. Gli spettatori hanno bisogno di esorcizzare delle paure e di vivere certe situazioni protetti da uno schermo”.
È questa, per lui, la funzione dell’horror: “Il cinema horror per me è sempre stato questo: vivere l’orrore protetto da uno schermo e uscire dalla sala con un po’ più di coraggio, con una lezione data dalla visualizzazione delle conseguenze di certe azioni”.
Nel viaggio del film tra festival e sale, la sorpresa più grande per Strippoli sono state le risate: “Io non pensavo che la gente ridesse così tanto durante questo film, soprattutto durante le scene più crudeli. Sapevo che c’era una grande dose di dark humor, ma le persone ridono ed è bellissimo”.
Se ne è accorto al Toronto Film Festival: “Si alternavano momenti di gelo e di tensione, e poi le scene con Valeria Bruni Tedeschi, che sono tra le più crudeli, facevano ridere di cose di cui normalmente non si dovrebbe ridere”. Due spettatori, all’uscita dalla sala, gli hanno confessato di sentirsi in colpa per aver riso tanto: “Si sentivano in colpa perché hanno riso di cose atroci, ma è quello il bello del cinema: ridere di quello di cui abbiamo paura”.
Un esorcismo che fa bene anche a chi i film li fa: “Credo faccia bene confrontarsi con queste paure, sia per lo spettatore che per chi fa i film. Poi la serenità è una chimera, ma l’obiettivo delle nostre giornate è avvicinarci allo stare bene”.
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In occasione della conferenza stampa di presentazione del programma della Festa del Cinema di Roma 2026, riconosciuta dalla FIAPF come Festival Competitivo, la direttrice artistica Paola Malanga ha raccontato un’edizione che porta 18 titoli nel Concorso internazionale Progressive Cinema – Visioni per il mondo di domani, affiancato dalle sezioni Freestyle, Grand Public, Special Screenings, Best of 2026 e Storia del Cinema, e che consegnerà il Premio alla Carriera a Javier Bardem. Dopo cinque anni alla guida della Festa, Malanga riflette sulla crescita del pubblico, sul ruolo dei documentari nel raccontare il presente, sullo sguardo femminile che attraversa la selezione e sulla scelta di dedicare il manifesto a Monica Vitti e a L’eclisse di Michelangelo Antonioni.
Sul percorso compiuto in questi cinque anni, Malanga parte dai numeri: “Che la Festa si sia trasformata e sia cresciuta in questi 5 anni non è soltanto un pensiero, ma è anche un fatto, perché abbiamo visto i numeri degli spettatori nelle sale crescere ogni anno sempre di più.” Un risultato che, per la direttrice artistica, conferma la validità del progetto iniziale: “Significa che il progetto elaborato 5 anni fa andava effettivamente incontro a un’esigenza di una città così grande come Roma.”
Sono quattordici i documentari in corsa per il Premio al Miglior Documentario, provenienti dal Concorso Progressive Cinema, come Closure di Michał Marczak e Mustang di Kasia Smutniak, e dagli Special Screenings. Per Malanga sono uno strumento indispensabile per leggere l’attualità: “I documentari raccontano tantissimo sul nostro presente. Sono una finestra necessaria, imprescindibile, proprio perché molto spesso la realtà passa attraverso dei canali troppo veloci e a volte anche falsi.” Da qui il valore di uno sguardo che si prende il suo tempo: “Affidarsi allo sguardo di chi ha trascorso molto tempo con le storie e i protagonisti delle storie che sta raccontando ci immerge in altri mondi, che spesso sono più vicini a noi di quanto possiamo immaginare.”
Tante registe e tante storie di donne attraversano il programma, una presenza che per Malanga non nasce da una scelta programmatica: “Per noi è sempre stato naturale e ci sono sempre state molte donne alla Festa di Roma, sia come registe, sia come soggetto dei film che hanno girato i colleghi uomini, quindi è qualcosa che in modo molto naturale ci appartiene.” Un esempio su tutti: “Penso a Paola Cortellesi, che ha debuttato qui e poi ha avuto un successo straordinario in Italia, ma anche in tutto il mondo. Io lo considero una cosa naturale, lo sguardo femminile ci appartiene.”
A dare il benvenuto al pubblico è il manifesto dedicato a Monica Vitti in L’eclisse di Michelangelo Antonioni, una scelta che Malanga legge in continuità e in contrasto con quella dell’anno scorso: “L’anno scorso ci siamo affidati alla poesia, al sogno di Federico Fellini, ai colori pastello del fotografo Franco Pinna, perché volevamo dare l’idea di una speranza legata all’arte. Quest’anno abbiamo pensato che fosse il momento di sottolineare invece un alert, un monito di un pianeta che sta perdendo la bussola.” Da qui il ricorso al genio di Antonioni e a “un film straordinario con un’interprete che nel nostro cuore avrebbe compiuto 95 anni quest’anno”. Un’immagine “con un albero completamente spoglio, un’architettura molto fredda, quasi da day after”, conclude Malanga: “Abbiamo pensato che fosse il momento di dire ‘attenzione’, sempre attraverso il cinema, ovviamente.”
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Sarà un film d’animazione, Wildwood – I segreti del bosco proibito di Travis Knight, prodotto da LAIKA, ad aprire la 24ª edizione di Alice nella Città. In occasione della conferenza stampa di presentazione del programma, i direttori artistici Fabia Bettini e Gianluca Giannelli hanno raccontato i temi e gli ospiti di un’edizione che porta 12 film nel Concorso Internazionale, di cui 6 opere prime, 8 titoli nel Concorso Panorama Italia, di cui 7 esordi, e 10 film diretti da donne: dall’animazione in tutte le sue forme ai temi del concorso, dal nuovo cinema italiano agli omaggi a Jeremy Renner e il premio Womenlands a Susan Sarandon, fino al rinnovato Fuori Sala, che dal 13 al 25 ottobre porterà il festival nelle strade del centro di Roma.
Per i direttori artistici, l’apertura con Wildwood è una dichiarazione d’intenti. Riprendendo la definizione del regista, lo descrivono come un film “quasi artigianale: è il lavoro artigianale contro l’algoritmo ed è una favola adatta al pubblico di tutte le età, attesissima dai cultori dell’animazione perché sono 7 anni che si attende”. L’animazione attraverserà l’intero programma, dal cinema europeo di Il corsetto di Louis Clichy, in Concorso, all’Evento Speciale Disney con la produttrice premio Oscar Yvett Merino, che porterà a Roma un’anticipazione di Hexe: Il Regno delle Streghe. “Abbiamo una rappresentazione a 360° del mondo dell’animazione per i cultori, per gli appassionati e per i più piccoli, così come deve essere nella formula di Alice.”
Il Concorso Internazionale schiera 12 film, di cui 6 opere prime e 6 diretti da donne, a cui si aggiungono le registe presenti in Panorama Italia. Per Giannelli è la conseguenza di una ricerca che mette al centro infanzia e adolescenza: “I grandi festival hanno dato grande attenzione ai temi della nostra ricerca: infanzia e adolescenza letti con lo sguardo dei nuovi autori, mettendo al centro questo racconto che è uno sguardo sul contemporaneo. Il cinema sta già dando una risposta.” Una selezione che rivendica anche un’idea precisa di festival: “L’obiettivo è mettere insieme queste immagini per creare spazi inattesi e sviluppare discussioni, che è il vero scopo di un festival, piuttosto che pararsi le spalle con grandi cast.” E sulla presenza femminile: “In questo momento le donne sono molto avanzate su questi temi e la loro presenza è venuta naturale.”
Il filo rosso del Concorso Internazionale è la formazione, declinata tra eredità e distacco dai genitori, sguardo degli altri, amicizia e fine dell’innocenza. Per Bettini non si tratta di un caso: “Sono temi che intercettano la nuova cinematografia e le esigenze personali degli autori.” Un esempio è Butterfly Jam di Kantemir Balagov, “una storia personale in cui il protagonista Barry Keoghan porta il proprio vissuto”: l’attore sarà a Roma per un incontro con il pubblico. “Sono necessità di raccontare traumi che ci riguardano e che vengono elaborati nel tempo.” Giannelli aggiunge due parole chiave: “È fondamentale anche il tema dell’appartenenza e dell’abbandono, due elementi molto presenti nel programma. L’idea di accettare ciò che ti viene dato in eredità e ciò che vuoi veramente essere è un nodo centrale.”
Panorama Italia punta quest’anno su un cinema italiano molto giovane, con 8 film in Concorso, di cui 7 opere prime, e 10 registi under 40 tra Concorso e Proiezioni speciali. In un anno in cui Paolo Strippoli corre per l’Oscar, i direttori leggono un segnale preciso: “Avere un regista così giovane a concorrere all’Oscar dimostra la spinta che bisogna dare. Panorama Italia vuole rimettere insieme il cinema italiano più indipendente e personale.” Perché, sottolineano, “i festival devono mettersi a disposizione di opere prime che affrontano tematiche forti come l’accettazione e l’eredità, offrendo un punto di vista inedito”.
Tra i grandi protagonisti del Fuori Sala ci sarà Jeremy Renner, che presenterà My Next Breath: A Memoir, il racconto della sua rinascita dopo l’incidente quasi fatale del 2023, e terrà una masterclass sul mestiere dell’attore. “Rappresenta un esempio straordinario di resilienza, capace di trasformare le difficoltà in una rinascita”, spiegano i direttori. L’omaggio attraverserà cinema e serialità, da The Hurt Locker di Kathryn Bigelow alla serie Hawkeye: “Oltre ai film candidati all’Oscar, ripercorreremo la serialità con il personaggio di Occhio di Falco, unendo il cinema d’autore al grande pubblico.”
Il 13 ottobre, in occasione dell’inaugurazione del Fuori Sala, Susan Sarandon riceverà il Womenlands Excellence Award 2026. Per Giannelli la sua è “una storia esemplare di libertà, capace di attraversare il cinema sperimentale come The Rocky Horror Picture Show e Miriam si sveglia a mezzanotte”, oltre che “un punto di riferimento importante per le nuove generazioni”. Bettini cita Thelma & Louise come “esempio di libertà non acquisita” e ricorda le altre due premiate, Carmen Consoli e Giovanna Mezzogiorno, che riceveranno il riconoscimento il 17 ottobre sulla Scalinata di Piazza di Spagna: “Sono artiste che sanno essere se stesse oltre gli stereotipi e i modelli imposti dalla società.”
Dal 13 al 25 ottobre il Fuori Sala attraverserà il centro di Roma, da Piazza di Spagna a Via Veneto, con incontri, letture, performance e proiezioni speciali a ingresso gratuito, mentre il Cinema-Teatro Sistina diventa da quest’anno una delle sedi del festival. “Il Fuori Sala crea un vero distretto del cinema”, spiega Giannelli, “il baricentro si sposterà verso il Cinema Fiamma, coinvolgendo il Cinema Quattro Fontane e il Teatro Sistina.” Per Bettini l’idea di fondo è chiara: “L’obiettivo è uscire dalla sala per portare nuovo pubblico al cinema. Vogliamo rinnovare la formula dei festival portando eventi inclusivi nel centro di Roma, in collaborazione con gli Assessorati alla Cultura e ai Grandi Eventi.”
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Dal 21 al 27 settembre 2026 torna Tutti al Cinema, la campagna di sensibilizzazione sull’accessibilità cinematografica promossa da +Cultura Accessibile Onlus, giunta alla sua seconda edizione. La rassegna, organizzata quest’anno insieme ad ANEC, porta negli schermi italiani la resa accessibile filmica, sottotitolazione facilitata e audiodescrizione, con un forte aumento del numero di sale aderenti e l’ingresso, per la prima volta, delle sale ACEC delle Marche e della Liguria.
Il film scelto per aprire questa edizione è Sogni d’oro di Nanni Moretti (1981), restaurato in 4K dal CSC–Cineteca Nazionale, dopo il restauro de La dolce vita con cui la rassegna aveva debuttato lo scorso anno. Daniela Trunfio, presidente di +Cultura Accessibile Onlus, racconta le novità di questa edizione, gli strumenti dell’accessibilità e il bilancio della prima.
Trunfio spiega l’obiettivo di fondo della settimana di proiezioni: “Iniziamo il 21 settembre e finiamo il 27, quindi in quella settimana di fine settembre speriamo di continuare ancora qualche volta a fare questa campagna di sensibilizzazione, che è rivolta principalmente al pubblico, ma anche agli esercenti, per far sì che le proiezioni accessibili diventino una norma, esattamente come ormai sono una norma le proiezioni in versione originale.”
La co-organizzazione con ANEC, racconta, ha portato con sé un risultato molto concreto: “È un bel segnale. Come un bel segnale è praticamente il raddoppio delle sale, siamo passati da 13 a 26, e quindi sono molto contenta anche con l’inserimento dell’associazione ACEC, che raccoglie le sale ex parrocchiali, sparse sul territorio anche nei piccoli centri e nelle piccole città: quest’anno non solo i capoluoghi, ma anche luoghi un po’ meno riconosciuti dall’immagine dell’Italia. Questa volta abbiamo l’ACEC delle Marche e anche l’ACEC di Genova e Liguria.” Un ringraziamento, precisa, va anche a chi ha reso possibile il film di apertura: “Ringrazio Nanni Moretti per aver ceduto i diritti del film e ringrazio la Cineteca Nazionale che come sempre è accanto a noi, visto che il film è stato reso accessibile dagli iscritti al corso dello scorso anno di cinema accessibile, quindi sottotitolazione facilitata e audiodescrizione.”
Trunfio spiega la differenza tra una sottotitolazione tradizionale e quella intralinguistica, da italiano a italiano, usata nelle proiezioni accessibili: “Cambia una cosa fondamentale: il sottotitolo rimane più tempo sullo schermo, ha un periodo di latenza più lungo, e questo permette a tutti di poterlo leggere e seguire quello che leggi.” Una differenza che, ammette, si sente anche nella propria esperienza di spettatrice: “Io adesso faccio fatica a vedere i film in versione originale, perché dopo un po’ o leggo o guardo, perché non puoi fare tutte e due le cose insieme; con la sottotitolazione facilitata lo puoi fare benissimo.”
Chiamata a fare un bilancio della prima edizione, Trunfio rifiuta la logica del singolo risultato: “Con +Cultura Accessibile non parliamo mai di prodotto culturale, ma di processo. La scorsa edizione erano 13 sale, e in ogni sala veniva proiettato una sola volta il film, perché non si può chiedere uno sforzo superiore agli esercenti. La cosa che mi ha confortato è che su 1.000 visitatori abbiamo raccolto neanche 100 disabili, e nella maggior parte erano ciechi. Se si ragionasse solo facendo azioni per i disabili conclamati sarebbe un insuccesso totale. Ma avere da una parte il fatto che persone normodotate siano andate a vedere il film, e che a Torino, al Cinema Massimo, c’erano molti ragazzi stranieri, mi fa capire che questa è la strada per essere realmente inclusivi in un mondo che spacca la cultura rendendola un prodotto e non un processo.”
Il raddoppio delle sale, spiega, è il segnale più concreto di un cambiamento reale: “Le sale si sono raddoppiate, il che significa che gli esercenti incominciano ad apprezzare il fatto di poter proiettare i film sottotitolati in italiano. Può essere che un domani non auspichi di arrivare alla decima edizione di Tutti al Cinema, perché l’augurio più grande è quello che le sale cinematografiche programmino regolarmente i film italiani resi accessibili.” Un traguardo, conclude, reso possibile anche dal lavoro con gli esercenti stessi: “Il legame collaborativo con ANEC ha molto facilitato il recupero delle sale. Parlare con gli esercenti è stato molto facile: non ho dovuto spiegare niente, erano assolutamente preparati e sapevano cosa significava una proiezione accessibile.”
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I produttori Paolo Rossetti, Donella Bossi Pucci e la scrittrice Viola Ardone ci hanno raccontato I Nisidiani, documentario diretto da Riccardo Brun che racconta l’esperienza di un laboratorio di scrittura realizzato nel corso di diversi anni nel carcere minorile di Nisida, a Napoli. Presentato alle Giornate degli Autori durante la Mostra del Cinema di Venezia 2026, I Nisidiani riflette sul rapporto tra cultura, riabilitazione e rappresentazione.
Il progetto racconta di un gruppo di scrittori e scrittrici che, da oltre dieci anni, lavora con i giovani detenuti di Nisida, uno dei più grandi carceri minorili del Sud Italia. Questi autori condividono un percorso di scrittura che mira a dare voce ai ragazzi, spesso considerati solo attraverso stereotipi. La loro attività si basa sulla convinzione che il confronto con la scrittura possa modificare, anche se di poco, la percezione che i giovani hanno di sé e del mondo. La presenza di questi scrittori, chiamati i Nisidiani, rappresenta un ponte tra cultura e riabilitazione, e il loro lavoro si distingue per autenticità e rispetto nei confronti dei ragazzi.
Il documentario si concentra anche sulla sfida di rappresentare un luogo complesso come Nisida, spesso frainteso o idealizzato. La volontà degli autori è mostrare un’immagine più reale e sfumata di questo carcere, lontana da stereotipi e pregiudizi. La narrazione si arricchisce di riflessioni sulla bellezza nascosta di Nisida, che può diventare uno strumento di riscatto e di speranza. La volontà di non semplificare la realtà si traduce in un racconto che privilegia l’autenticità e la complessità delle storie di chi vive in quel contesto.
Un tema centrale del progetto riguarda il potere della cultura di aprire spiragli di speranza e possibilità. I Nisidiani testimonia come l’arte possa offrire un’alternativa, anche minima, a un destino segnato. La presenza di scrittori e artisti in un contesto così difficile rappresenta un gesto di fiducia nel potenziale di ogni giovane. La loro attività non pretende di risolvere i problemi, ma di creare uno spazio di ascolto e di confronto, capace di lasciare un segno duraturo. La convinzione condivisa è che, anche in situazioni estreme, la cultura possa rappresentare una via di uscita.
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Alessio Nardin, ideatore e curatore del premio “Cinema&Arts”, spiega come questa iniziativa, arrivata alla sua quinta edizione, si propone di valorizzare le connessioni tra il cinema e le altre arti. Organizzato da Kalambur Teatro, Associazione Culturale Ateatro e l’Accademia Eleonora Duse – Centro Sperimentale di Cinema e Arti Performative, il premio nasce dall’esperienza personale di Nardin nel mondo teatrale e dalla volontà di dare spazio a opere e artisti spesso poco conosciuti al grande pubblico. La sua idea è quella di creare un punto di incontro tra diverse discipline artistiche, promuovendo un sincretismo che arricchisce il linguaggio cinematografico.
Il premio “Cinema&Arts” si distingue per la sua attenzione alle arti visive, alla musica, alla filosofia e ad altre forme di espressione, che vengono integrate nel processo di selezione dei film. La giuria, composta da oltre 50 giovani artisti e professionisti, insieme a esperti come Oliviero Ponte di Pino, valuta circa 22 film scelti tra quelli presentati alla Biennale di Venezia. La selezione si concentra su opere con un forte legame con le arti, premiando sia il miglior film che l’artista multidisciplinare, con l’obiettivo di evidenziare la permeabilità tra le diverse forme di creatività.
Il valore del premio risiede nella sua capacità di scoprire e premiare talenti emergenti e artisti affermati che si cimentano in discipline diverse. Nardin sottolinea come il premio valorizzi l’idea e il progetto artistico più che la notorietà, promuovendo un approccio inclusivo e partecipativo.
Il premio “Cinema&Arts” si configura come un vero e proprio ponte tra le arti, un’occasione per mettere in luce opere e artisti che spesso restano ai margini del grande circuito. La sua natura sincretica e la partecipazione di giovani e professionisti di diversi background rendono questa iniziativa un esempio di come il cinema possa essere un crocevia di molteplici linguaggi artistici.
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