Per anni la riduzione di pena riconosciuta a chi sceglie il rito abbreviato e rinuncia a impugnare la condanna è stata trattata come uno sconto, quasi una clemenza. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 87 del 2026, ribalta questa lettura: quella riduzione non è generosità. C'è uno scambio. Una logica sinallagmatica. Chi accelera il processo contribuisce al suo funzionamento — e ha diritto a vedere quella scelta riconosciuta fino in fondo, anche quando la pena viene rideterminata in sede esecutiva.
Il giudicato si erode, con una ragione costituzionale esplicita.
In questo episodio il professor Giorgio Spangher e Valentina Alberta tornano a commentare una decisione che non è solo tecnica: è un messaggio sulla funzione della pena, sul carcere, sui poteri impliciti del giudice dell'esecuzione — che è, ormai, il giudice della pena — e su un legislatore che "procede per situazioni contingenti", spesso incoerente con se stesso, mentre la Corte cerca di ricondurre il sistema a unità.
Sullo sfondo il tema del processo penale come pena — e quanto ancora manca, sul piano culturale prima ancora che normativo, per avere un sistema davvero coerente.
Buon ascolto!