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Recentissimamente in Ticino, protagonista di un concerto memorabile nella cattedrale luganese , la Cappella Pratensis.
Cappella Pratensis (nella foto) ci restituisce il clima di una Confraternita rinascimentale, un Banchetto e tanta musica. È l’ultima fatica discografica del, celebre ensemble vocale dei Paesi Bassi. Pubblicato per l’etichetta Challengerecords, il cd offre una plausibile ricostruzione della Festa del Cigno ovvero il banchetto che la Confraternita di Nostra Signora della città di Hertogenbosch nella regione del Brabante organizzava per la festa dei Santi Innocenti. Il Cigno è emblema di purezza e nel Medioevo, il nome, lo si voleva derivato dal latino canere ovvero cantare, in relazione al canto dell’animale dal lungo e flessibile collo.
Brani sacri e profani si alternano in un contesto che in quel momento storico non aveva confini e testimoniato dai molti manoscritti di proprietà della Confraternita, gli stessi manoscritti da cui Cappella Pratensis ha attinto per realizzare la registrazione. Di questo e di altro Giovanni Conti ne parla con una delle storiche voci dell’ensemble, Peter De Laurentiis.
La musica, da sempre, è stata considerata un rimedio contro le “asprezze” dell’esistenza. Il suo effetto benefico si è irradiato sull’umano, come sul naturale, senza differenze di status, età, genere. Depositaria di un potere terapeutico pervasivo, non vi è essere animato, né inanimato che non ne subisca l’azione armonizzatrice. Se la musica degli uomini è capace di riscattare dal silenzio il proprio mondo, l’atto di produrre suono, nella cultura occidentale, è atto intrinsecamente metaforico, come testimoniano le figure mitiche che l’hanno esercitato: Apollo, padre di Esculapio, il dio della medicina, che allontana il male dagli esseri umani; Orfeo che suonando la sua taumaturgica lira ammansisce le fiere, placa i bellicosi e sovverte, addirittura, l’ordine delle cose nell’utopia delusa di riportare in vita la sua amata; David, che col suono della sua arpa salva dai tormenti della melanconia re Saul, erigendosi ad archetipo del potere salvifico della musica nel mondo cristianizzato, un potere che i manuali degli esorcisti ci rivelano essere così pervasivo da riuscire a scacciare persino il demonio.
Il discorso mitico, alimentato dagli stupefacenti effetti ascritti alla disciplina musicale, si configura come un potente mezzo per descrivere soggiacenti meccanismi psicologici di risposta emozionale alla musica all’interno del paradigma concettuale della filosofia greca, paradigma per secoli continuamente riscritto, senza mai venir meno.
La puntata odierna ha ospite al microfono di Giovanni Conti, Stefano Lorenzetti, uno dei fondatori dell’ensemble Umbra Lucis che nell’ambito di Cantar di Pietre ha proposto un programma che traduce in suono, in suono reale e vitale, proprio tale discorso mirabilmente sintetizzato da una similitudine antichissima e iterata per secoli: come uno strumento scordato non è capace di produrre buona musica, altrettanto, un animo, “scordato” non è capace di vivere. La similitudine strumento musicale/animo umano ci guida, dunque, attraverso un’antropologia degli affetti e degli effetti della musica.
Ospite della puntata odierna di Quilisma è Viva Biancaluna Biffi. La musicista, contesa dai maggiori gruppi di musica antica del momento, presenta un suo recital da lei volutamente costruito su uno schema d’opera. Fermate il Passo si sviluppa intorno a una trama ben conosciuta: l’amore infelice, tema universale, presente in tutte le epoche della storia, sia in poesia che in musica. In questo programma la donna è senza dubbio protagonista, ma è essa vittima o carnefice? La maggior parte dei testi frottolistici propongono un’apparente visione al maschile: io (uomo, poeta) soffro per le pene d’amore provocate da lei (la dama). Questa figura femminile distante e indifferente è un elemento che ricorre spesso nella storia della poesia e di conseguenza nella poesia tradotta in musica. Ma, come accade sovente, ci vengono offerti più livelli di lettura. La poesia trascende il significato delle sue stesse parole e rivolge sempre lo sguardo ad un panorama più ampio. In realtà i testi descrivono un ideale d’amore, di dolore, d’emozione e sentimento, che può essere interpretato da molti punti di vista differenti. La donna “carnefice” si trasforma quindi in “vittima” grazie ad un gioco di specchi e di illusioni poetiche e canta il suo abbandono, il suo dolore e la sua resa.
In questi giorni in cui siamo attorniati da qualunque tipo di media impegnato a parlare di papato e di conclave, spesso ci è capitato di sentire non poche inesattezze storiche. È fenomeno ricorrente che, di fronte ad un evento di portata mondiale, anche i giornalisti, come l’uomo della strada, si improvvisi esperto con il risultato che, spesso, ciò che ne deriva è spesso fonte di autentici errori che il tam tam mediatico appunto, finisce per ingigantire.
Quilisma vuole dire la sua al proposito, limitandosi tuttavia ai periodi di sua competenza. Per approfondire l’argomento abbiamo chiesto a un amico di Rete Due di essere con noi per guidarci in questo percorso e quindi diamo il benvenuto allo storico del medioevo e presidente del Centro Studi medievali Ponzio di Cluny Marco Ferrero.
I 12 giardini è il titolo di un trattato di ascesi spirituale scritto intorno al 1435 dall’appena ventenne Caterina De Vigri, clarissa, venerata in seguito come Santa Caterina da Bologna. Ma è pure il titolo di un cd prodotto dalla nostra Rete e che vede affiancati gli ensemble La Reverdie e Adiastema. Caterina da Bologna - prima donna nella storia europea della quale si conservano un gran numero di scritti autografi - percorre 12 stadi del cammino di unione dell’anima con Cristo, descrivendoli come Giardini in cui, come nel Cantico dei Cantici, sovrabbondano immagini simboliche di luce, colore, calore, odore e sapore, suono e ritmo, canto e danza. In ogni giardino possiamo ascoltare il canto della Sposa, che esprime l’intima risonanza della Parola divina dentro l’anima attratta sempre più vorticosamente dallo Sposo.
Un approfondito lavoro di ricerca musicologica ha permesso a Livia Caffagni, fondatrice e membro storico dell’ensemble La Reverdie, di ricostruire l’esecuzione musicale di 12 cantici spirituali in uso nel Monastero del Corpus Domini - che Caterina fondò a Bologna nel 1456 - nei cui testi si riflettono perfettamente i contenuti e le atmosfere descritti dalla Santa nei 12 Giardini.
Francia XII secolo. Sono l’ultimo retaggio di una stagione iniziata quasi 500 anni prima quando prefetto di Roma era quel Gregorio che avrebbe lasciato il servizio allo Stato per farsi monaco. Quel Gregorio che la storia ci ha consegnato come Gregorio Magno dopo essere divenuto papa. Uno dei più straordinari Pontefici del primo millennio della cristianità per la sua autorevolezza, che si riscontra in tutti i campi al punto da lasciare ovunque la sua impronta. Per noi che ci occupiamo di musica il riferimento al suo nome è fondamentale, anche se non del tutto realistico, ma certo è che si deve a lui la conquista dell’aver assegnato un ruolo didattico all’arte e, quindi, anche alla musica. Così come la pittura, per Gregorio, la musica consente una migliore comprensione dei testi biblici e lo fa soprattutto a beneficio degli illetterati.
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Il teatro sacro del Medioevo nasce nella Chiesa e dalla Chiesa. Le navate e l’altare rappresentano la sua prima scenografia, i chierici sono autori e attori delle storie bibliche messe in scena e i fedeli sono i suoi primi spettatori. Questo fatto non sorprende se ci si sofferma sull’intrinseco carattere drammatico del rito cattolico. È sufficiente pensare alla suggestiva teatralità nell’ufficio liturgico del Mattino di Pasqua per comprendere il fenomeno, peraltro quasi paradossale, attraverso il quale dalla liturgia cristiana si stacca il germe da cui nascerà - verso la metà del XIII secolo - il teatro sacro vero e proprio, totalmente emancipato dall’influsso ecclesiastico. Tutilone, monaco benedettino di San Gallo, cantore e musico morto nel 909, creò il primo dramma liturgico aggiungendo al testo biblico un seguito di parole sue proprie e accompagnandole con melodie.
Prima emissione: 31 marzo 2024
Maria Maddalena fu fra coloro che maggiormente condivisero i tre anni di vita pubblica di Gesù Cristo. Fu sotto la croce, senza fuggire come fecero i discepoli, non lo rinnegò per paura come fece Pietro, ma rimase presente ogni ora, dal momento della sua conversione, fino al Sepolcro. Ma chi era in realtà Maria di Magdala? In maniera assolutamente erronea per i più fu la prostituta redenta da Cristo. La tradizione, infatti, non è andata oltre la pagina evangelica in cui si si narra la storia della conversione di un’anonima peccatrice, colei che aveva cosparso di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli. Si era così, senza nessun reale collegamento, identificata Maria di Magdala con quella prostituta senza nome. Ora, questo stesso gesto di venerazione verrà ripetuto nei confronti di Gesù da un’altra Maria, la sorella di Marta e Lazzaro, in una diversa occasione. E, così, si consumerà un ulteriore equivoco per Maria di Magdala: da alcune tradizioni popolari verrà identificata proprio con questa Maria di Betania, dopo essere stata confusa con la prostituta di Galilea.
Ma dalla profonda spiritualità monastica altomedievale e, in particolare, dagli ambienti cluniacensi, prese il via la venerazione quale Santa e, pertanto, in suo onore sono state scritte pagine di musica. Come quella che porta la firma del compositore rinascimentale Nicolas Champion recentemente eseguita dalla prestigiosa Cappella Pratensis nella cattedrale di Lugano per la rassegna de i Vesperali 2025 sotto la direzione di Stratton Bull. Giovanni Conti ne parla con il produttore artistico dell’ensemble Peter De Laurentiis.
Le figurine di Jacques Callot hanno acceso la fantasia di scrittori, registi, scultori e musicisti. Hanno maschere in cuoio e nomi noti – Scaramuccia, Scapino, Razzullo, Ricciulina, Pulliciniello – ma anche spade, bastoni, strumenti musicali. Alcune si esibiscono su un palco, quasi tutte sono circondate da spettatori, soprattutto sullo sfondo. Per secoli sono state viste come riproduzioni di attori del Seicento, eppure Callot ha intitolato la sua raccolta Balli di Sfessania, con un riferimento immediato e preciso alle danze; in questo cd l’ensemble Salon de Musique.
Le figurine di Jacques Callot hanno acceso la fantasia di scrittori, registi, scultori e musicisti. Hanno maschere in cuoio e nomi noti – Scaramuccia, Scapino, Razzullo, Ricciulina, Pulliciniello – ma anche spade, bastoni, strumenti musicali. Alcune si esibiscono su un palco, quasi tutte sono circondate da spettatori, soprattutto sullo sfondo. Per secoli sono state viste come riproduzioni di attori del Seicento, eppure Callot ha intitolato la sua raccolta Balli di Sfessania, con un riferimento immediato e preciso alle danze; in questo cd l’ensemble Salon de Musique.
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Il racconto nitido del Medioevo e del Rinascimento a un pubblico non scientifico. Una lettura trasversale su percorsi interdisciplinari affiancati alla musica, attraversando l’entusiasmante…

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