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E’ una situazione non nuova nella storia dell’innovazione: si usa una tecnologia, perché funziona, seppure non se ne comprendano del tutto i fondamenti teorici. E’ successo ad esempio con la macchina a vapore, e sta succedendo con le reti neurali, gli algoritmi alla base dell’exploit dell’intelligenza artificiale. In altre parole usiamo questi algoritmi perché constatiamo che funzionano, ma non sappiamo di preciso come e perché. Tra le cose che non sappiamo, è come prevederne le prestazioni. Una lacuna che è ora in parte colmata grazie a uno studio pubblicato su “Nature Machine Intelligence” da un team di giovani fisici e matematici, coordinati da Pietro Rotondo, ricercatore dell’Università di Parma che ci dà l’occasione di toccare questo argomento.
By Radio 245
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E’ una situazione non nuova nella storia dell’innovazione: si usa una tecnologia, perché funziona, seppure non se ne comprendano del tutto i fondamenti teorici. E’ successo ad esempio con la macchina a vapore, e sta succedendo con le reti neurali, gli algoritmi alla base dell’exploit dell’intelligenza artificiale. In altre parole usiamo questi algoritmi perché constatiamo che funzionano, ma non sappiamo di preciso come e perché. Tra le cose che non sappiamo, è come prevederne le prestazioni. Una lacuna che è ora in parte colmata grazie a uno studio pubblicato su “Nature Machine Intelligence” da un team di giovani fisici e matematici, coordinati da Pietro Rotondo, ricercatore dell’Università di Parma che ci dà l’occasione di toccare questo argomento.

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