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Erano una voce libera e critica all’interno della cultura medievale: uomini colti e spesso irrequieti che, attraverso l’ironia, la satira e la poesia, espressero il desiderio di una vita più autentica e meno vincolata alle rigide convenzioni del loro tempo.
I goliardi erano studenti, chierici e intellettuali itineranti che vissero soprattutto tra il XII e il XIII secolo nell’Europa medievale. Provenivano in genere dagli ambienti delle scuole e delle prime università e possedevano una solida formazione culturale basata sul latino, la lingua della Chiesa e della cultura del tempo. Molti di loro conducevano una vita errante, spostandosi da una città all’altra in cerca di insegnamento, protezione o sostegno economico. Pur appartenendo spesso al mondo ecclesiastico, si distinguevano per il loro atteggiamento anticonformista e critico nei confronti delle autorità religiose e della società medievale.
Attraverso poesie, canzoni e componimenti satirici scritti prevalentemente in latino, i goliardi denunciavano la corruzione del clero, l’ipocrisia dei potenti e le ingiustizie sociali. Allo stesso tempo esaltavano gli aspetti più terreni dell’esistenza, celebrando il vino, l’amore, l’amicizia, il gioco e il piacere di vivere. Questa visione del mondo, spesso in contrasto con gli ideali di austerità e disciplina promossi dalla Chiesa, contribuì a renderli figure originali e talvolta controverse. Di questo ed altro Giovanni Conti parla oggi in ”Quilisma.”
Si celebrano quest’anno i 10 secoli dalla redazione del Micrologus de musica, considerato il più importante trattato del Medioevo. Ne fu autore Guido d’Arezzo celebre monaco musicista che nacque intorno al 995 in un villaggio vicino a Pomposa (Ferrara). Entrò nel monastero benedettino dell’abbazia di Pomposa e poi si trasferì ad Arezzo, dove maturò il suo nuovo metodo per l’apprendimento del canto liturgico, che espose a papa Giovanni XIX, il quale ne favorì la propagazione.
Con il suo Micrologus de musica Guido diede una soluzione ai molteplici tentativi di una nuova notazione e fu una figura soprattutto per l’impostazione del modo di leggere la musica: sistematizzò il rigo mjusicale e utilizzò la notazione quadrata.
L’obiettivo di Guido d’Arezzo era quello di trovare un sistema che consentisse al cantore di intonare un canto senza averlo mai visto prima. Giovanni Conti ne parla con i musicologi Angelo Rusconi e Giacomo Baroffio.
Oggi a “Quilisma” Giovanni Conti affronta la straordinaria figura di un musicista che fu una vera e propria stella del firmamento musicale trecentesco in Italia. Francesco Landini (noto anche come Francesco Cieco o Francesco degli Organi, c. 1325–1397) è stato il più importante compositore, organista e poeta italiano dell’Ars nova. Divenuto cieco da bambino a causa del vaiolo, fu un brillante polistrumentista e teorico. Fu organista nella chiesa di San Lorenzo a Firenze ed eccelse nella composizione vocale. Di lui ci sono giunte 141 ballate, 12 madrigali, una caccia e un virelai. È secondo solo a Guillaume de Machaut per quantità di opere profane pervenuteci. Nel settembre 1368 vinse una celebre competizione a Venezia, dove fu incoronato d’alloro dal re di Cipro, Pietro I di Lusignano, alla presenza del Petrarca. Coltivò con successo anche gli studi filosofici, astronomici e la poesia. Fu inoltre inventore di strumenti musicali, tra cui la sirena delle sirene.
Nel cuore delle sontuose corti rinascimentali, i banchetti signorili parlano, oltre che di una nuova cultura gastronomica, del grandioso dispendio simbolico in cui a quell’epoca si dispiega il teatro del potere. Su quelle vetrine di magnificenza che sono le tavole imbandite ogni piatto allude a un’alleanza, ogni gesto mira a conquistare l’osservatore, ogni oggetto parla il linguaggio del prestigio, ogni rituale può dissimulare, grazie alla squisita arte della seduzione mondana, precise strategie politiche. Ospite della puntata odierna è Jean-Claude Maire Vigueur professore nelle Università di Firenze e di Roma Tre, uno dei maggiori conoscitori della storia politica del Medioevo e del Rinascimento italiano e autore di un libro dedicato a questo tema appena pubblicato dall’editrice Il Mulino.
Al microfono di Giovanni Conti ci condurrà in un percorso che attraverserà le Corti più celebri, dagli Sforza ai Malatesta, dai Montefeltro agli Este, dai Gonzaga ai Medici.
Secoli ci separano dal vissuto di una delle figure più celebri a livello planetario, trasversalmente alle religioni e alle culture. Stiamo parlando di Francesco d’Assisi del quale, quest’anno, ci celebra l’800mo dalla sua morte o, come la tradizione vuole, dal suo “transito” da questa terra alle braccia di ‘Sorella morte’, come il santo amorevolmente la definiva. Tra le tante, troppe, iniziative editoriali - molte delle quali stucchevoli, ripetitive e poco consistenti - si è affacciata differenziandosi quella delle edizioni Il Mulino che, lontano da essere una proposta oleografica e sentimentalistica, è capace di dare al lettore la dimensione della incredibile forza di un uomo che al suo tempo fu segno di contraddizione e, per certi versi, lo è ancora oggi. Oltre 400 pagine in cui si dipana il racconto sull’uomo, sul periodo, sul contesto e molto altro, dando vita a una vera e propria indagine che porta la firma del medievista Antonio Musarra dell’Università La Sapienza di Roma, ospite al microfono di Giovanni Conti.
È nell’Alto Medioevo che prese piede in Europa l’idea del pellegrinaggio come atto penitenziale. un’esperienza faticosa e pericolosa che per primi vide i cristiani recarsi in Terra Santa, nei luoghi della passione di Cristo.
A questi, nell’anno 1300, quando papa Bonifacio VIII chiamò a Roma tutti i fedeli per il primo Giubileo, si aggiunsero i pellegrini che raggiungevano la Città eterna per beneficiare del perdono dei peccati innescato dalla concessione delle indulgenze. Meta di pellegrinaggio era anche il santuario di Santiago de Compostela, nella Spagna nordoccidentale. Il pellegrinaggio nel Medioevo divenne così un fenomeno di massa per devozione, penitenza o ricerca di grazie divine, che coinvolse tutte le classi sociali.
Di questo ed altro Giovanni Conti ne parla con lo storico Marco Ferrero presidente del Centro Studi Medievali Ponzio di Cluny.
Nel Medioevo il rapporto tra uomo e natura si presentava articolato e lontano dalle moderne concezioni ecologiste.
Pur non esistendo una sensibilità ambientale nel senso contemporaneo del termine, erano diffuse forme di rispetto e di stretta interdipendenza con il mondo naturale.
La natura, infatti, occupava un ruolo centrale nella visione spirituale dell’epoca.
Fortemente influenzata dal pensiero teologico, la società medievale considerava l’universo come un grande sistema di simboli: un linguaggio figurato attraverso il quale si manifestavano le verità divine.
Boschi, animali, stagioni e fenomeni naturali non venivano osservati soltanto per la loro utilità pratica, ma interpretati come segni capaci di trasmettere insegnamenti morali e religiosi.
In questo quadro, l’ambiente non era separato dalla vita dell’uomo, bensì profondamente intrecciato con la dimensione religiosa e culturale del tempo.
Giovanni Conti ne parla con il medievista Marco Ferrero, presidente del Centro studi medievali Ponzio di Cluny.
Quando verso il 1480 Angelo Poliziano scrisse la “Fabula di Orfeo”, la sua fama come poeta lirico era da tempo diffusa ben oltre i confini italiani. Amico di Lorenzo il Magnifico, passò gran parte della sua esistenza al servizio dei Medici per i quali coprì il ruolo di precettore. Il suo soggiorno fiorentino fu interrotto da un litigio avuto con Clarice Orsini, la moglie di Lorenzo: si vide costretto a lasciare la Corte medicea per intraprendere un viaggio che lo portò a Napoli, Venezia, Verona ed infine a Mantova dove il cardinale Federico Gonzaga lo accolse, affidandogli l’incarico di insegnante di greco e latino per la famiglia. Non passò molto tempo che Lorenzo il Magnifico lo richiamò a Firenze offrendogli, oltre ad incarichi diplomatici all’indirizzo della Santa Sede, una cattedra all’Università. Iniziò allora un periodo di grande prolificità letteraria nel quale diede vita a poemi in lingua latina, greca e vernacolare, molti dei quali per rispondere alle richieste di compositori come i frottolisti Tromboncino e Cara. L’originalità della “Fabula di Orfeo” è quella di essere un nodo che unisce la tradizione inscritta da secoli nella cultura popolare italiana e un nuovo mondo, letterario e dell’arte della scena. Perciò questo Orfeo è un’opera scenica, una forma di teatro musicale, con una particolarità: si giunge alle sorgenti del Recitativo e la poesia è indivisibile dalla musica. Per restituire quest’opera, la “Fondazione Royaumont” nel quadro del suo programma di Musica medievale, ha riunito l’ensemble svizzero “Lucidarium” e la “Compagnie Sandrine Anglade” ponendo la direzione nelle mani di Francis Biggi del Conservatorio di Ginevra e Sandrine Anglade. Dalla loro stretta collaborazione è nato questo prodotto artistico coinvolgendo i musicisti e l’équipe teatrale nei periodi di residenza a Royaumont, coniugando la ricerca sull’interpretazione musicale e le riflessioni su una messa in scena capace di mostrare l’intramontabilità del mito. I ruoli sono stati affidati a giovani cantanti accompagnati da strumentisti provenienti dalla Svizzera, dalla Francia, dall’Italia e dalla Germania che si sono riuniti per approfondire il repertorio italiano – e fiorentino più precisamente – della fine del XV secolo. Il loro lavoro è durato più di un anno prima di giungere all’allestimento scenico.
Quando verso il 1480 Angelo Poliziano scrisse la “Fabula di Orfeo”, la sua fama come poeta lirico era da tempo diffusa ben oltre i confini italiani. Amico di Lorenzo il Magnifico, passò gran parte della sua esistenza al servizio dei Medici per i quali coprì il ruolo di precettore. Il suo soggiorno fiorentino fu interrotto da un litigio avuto con Clarice Orsini, la moglie di Lorenzo: si vide costretto a lasciare la Corte medicea per intraprendere un viaggio che lo portò a Napoli, Venezia, Verona ed infine a Mantova dove il cardinale Federico Gonzaga lo accolse, affidandogli l’incarico di insegnante di greco e latino per la famiglia. Non passò molto tempo che Lorenzo il Magnifico lo richiamò a Firenze offrendogli, oltre ad incarichi diplomatici all’indirizzo della Santa Sede, una cattedra all’Università. Iniziò allora un periodo di grande prolificità letteraria nel quale diede vita a poemi in lingua latina, greca e vernacolare, molti dei quali per rispondere alle richieste di compositori come i frottolisti Tromboncino e Cara. L’originalità della “Fabula di Orfeo” è quella di essere un nodo che unisce la tradizione inscritta da secoli nella cultura popolare italiana e un nuovo mondo, letterario e dell’arte della scena. Perciò questo Orfeo è un’opera scenica, una forma di teatro musicale, con una particolarità: si giunge alle sorgenti del Recitativo e la poesia è indivisibile dalla musica. Per restituire quest’opera, la “Fondazione Royaumont” nel quadro del suo programma di Musica medievale, ha riunito l’ensemble svizzero “Lucidarium” e la “Compagnie Sandrine Anglade” ponendo la direzione nelle mani di Francis Biggi del Conservatorio di Ginevra e Sandrine Anglade. Dalla loro stretta collaborazione è nato questo prodotto artistico coinvolgendo i musicisti e l’équipe teatrale nei periodi di residenza a Royaumont, coniugando la ricerca sull’interpretazione musicale e le riflessioni su una messa in scena capace di mostrare l’intramontabilità del mito. I ruoli sono stati affidati a giovani cantanti accompagnati da strumentisti provenienti dalla Svizzera, dalla Francia, dall’Italia e dalla Germania che si sono riuniti per approfondire il repertorio italiano – e fiorentino più precisamente – della fine del XV secolo. Il loro lavoro è durato più di un anno prima di giungere all’allestimento scenico.
Le donne accorse al sepolcro di Gesù il giorno di Pasqua, considerate le prime testimoni della Resurrezione, occupano un ruolo centrale nella tradizione cristiana, ma con interpretazioni differenti tra Oriente e Occidente. Nella tradizione latina, esse vengono comunemente identificate con le cosiddette “tre Marie”. Diversamente, nella tradizione greca e ortodossa, si è consolidata nel corso dei secoli la credenza nelle cosiddette mirofore — letteralmente “portatrici di mirra” — che sarebbero state sette. In un volume pubblicato da Carocci editore il professor Rocco Schembra dell’Università di Torino, analizza per la prima volta queste figure nella loro dimensione collettiva, ricostruendo il processo storico e culturale che ha portato alla loro progressiva aggregazione e alla loro “canonizzazione” come gruppo. Uno studio articolato e originale di un aspetto fondamentale della cristianità al femminile, capace di offrire nuovi spunti di riflessione su una tradizione ricca e complessa. Giovanni Conti vuole ripercorrerlo proprio nel giorno di Pasqua in compagnia di Rocco Schembra.
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Il racconto nitido del Medioevo e del Rinascimento a un pubblico non scientifico. Una lettura trasversale su percorsi interdisciplinari affiancati alla musica, attraversando l’entusiasmante…

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