La premier Giorgia Meloni ha ribadito la volontà di portare a termine un processo di privatizzazioni affermando che l obiettivo di cedere 20 miliardi di asset in tre anni «si può fare». Per arrivare al 2026 con qualche risultato è necessario che ora, oltre ad annunciare, si comincino ad avviare le procedure necessarie per poter procedere alle dismissioni. Al momento ancora nulla di ufficiale è stato fatto. Le operazioni più facili da realizzare velocemente sono naturalmente le società quotate. Ancora di più lo sono quelle aziende per le quali l ultimo governo prima dell avvento dell esecutivo giallo-verde, dunque ben prima della pandemia, aveva già immaginato un percorso di cessione. Torniamo quindi al governo Gentiloni, tre anni dopo la quotazione in Borsa di Poste Italiane. Allora si immaginava di andare avanti con una nuova tranche della società dei recapiti da mettere mercato; di pari passo si intendeva procedere alla vendita di una quota di Eni, dopo che la società avesse realizzato operazioni di buyback (con annullamento delle azioni in circolazioni) in modo tale da arrotondare in eccesso le partecipazioni azionarie dei soci (l effetto diametralmente opposto di quello di un aumento di capitale) e creare un nuovo cuscinetto di titoli che il Mef potesse vendere sul mercato. Non a caso, l esecutivo Meloni riparte proprio da lì. Un aspetto che andrebbe, però, rilevato è che i corsi azionari di queste due società oggi non sono ai massimi: il titolo Poste Italiane viaggia attorno a 10 euro, sotto gli oltre 11 euro raggiunti a inizio 2019. Eni è tornata ai livelli pre pandemia, a quota 15 euro (tra il 2020 e il 2022 le quotazioni erano più basse), dopo che una parte del piano di buy back è già stata avviata e dopo gli anni d oro dei cosiddetti extraprofitti fatti quando il prezzo del gas è arrivato alle stelle. Tra le ragioni di dover far cassa c'è anche un dato che sembra condannare il nostro Paese: l'anno scorso Bruxelles ha autorizzato aiuti di Stato per un totale superiore a 760 miliardi di euro. La Germania ha fatto la parte del leone, con incentivi notificati per poco meno di 360 miliardi, il 47,2% di tutti quelli autorizzati nella Ue. Alle sue spalle c era la Francia con il 22,6% del totale dell unione, pari a quasi 172 miliardi, mentre in terza posizione l Italia aveva speso solo il 7,7% della somma approvata da Bruxelles, pari a meno di 59 miliardi. Roma ha messo dunque sul piatto un terzo delle erogazioni stanziate da Parigi e un sesto di quelle di Berlino. Approfondiamo il tema con Mario Deaglio, docente Economia Internazionale Università di Torino e con Giovanni Dosi, Professore di Economia della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa.
Federvini, '20 miliardi valore aggiunto da vini, spiriti e aceti'
Rilievo strategico dalle filiere Federvini per il sistema Paese sotto il profilo economico. Vini, spiriti e aceti generano infatti sul territorio nazionale un valore aggiunto, inclusivo anche delle componenti indirette e indotte, pari a 20,5 miliardi di euro, corrispondenti a circa l'1,5% del Pil nazionale. Di questi, 4,9 miliardi derivano dall'attività di produzione, 9 dall'effetto indiretto (fornitori e domanda generata da loro volta) e 6,6 all'effetto indotto generato dall'incremento di reddito percepito da tutti i soggetti coinvolti. Questi alcuni dati emersi dallo Studio di Filiera realizzato da Nomisma per Federvini e presentato a Roma alla Camera dei Deputati. Si parla si oltre 2.300 imprese (38.000 considerando anche quelle agricole di trasformazione), 21,5 miliardi di euro di fatturato diretto, 10 miliardi di euro di export. Sotto il profilo occupazionale, a fronte di 81 mila lavoratori diretti nei tre settori, grazie ad un effetto moltiplicatore pari a 5,8 se ne attivano oltre 460 mila nell'intero sistema economico nazionale che corrispondono a quasi il 2% del numero complessivo di lavoratori in Italia. Un universo dove ora preoccupa la recente crisi del Mar Rosso e l'indagine antidumping sui distillati europei da parte della Cina. "Aspetti che potrebbero incidere in maniera importante anche sull'export, fiore all'occhiello delle filiere Federvini", ha evidenziato il responsabile Industria Retail e Servizi di Nomisma, Emanuele Di Faustino sottolineando che l'Italia "è oggi il primo esportatore mondiale a valore di aceti, con una quota sull'export globale del 37%, nonché di vermut (34%), il secondo di vini fermi imbottigliati (22%) e liquori (14%)" con una crescita complessiva negli ultimi dieci anni del valore sui mercati esteri di oltre il 76%. Le imprese, ha quindi sottolineato la presidente di Federvini, Micaela Pallini, "ancora oggi sono molto esposte a incertezze di natura geopolitica, normativa, commerciale, inflattiva. La difesa di questo patrimonio del made in Italy, è una responsabilità tanto degli imprenditori quanto delle istituzioni". Infine l'aspetto sostenibilità: oltre il 90% delle imprese dei tre comparti intervistate negli ultimi tre anni ha investito anche in eco packaging, energia rinnovabile, taglio dei consumi di acqua, iniziative umanitarie. Ne parliamo con Micaela Pallini, Presidente Federvini.
Assolombarda, a lavoro su una nuova politica industriale
Oggi Assolombarda ha inaugurato i nuovi spazi della sede milanese che ospiterà anche un asilo nido per 24 bambini, che avrà l'obiettivo di "agire concretamente contro l inverno demografico mettendo al centro l importanza di lavorare sul tema work-life balance". Durante l'evento il presidente di Assolombarda Alessandro Spada ha commentato le parole del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, sull'esigenza di una nuova politica industriale per il Paese: "Noi sulla visione di una nuova politica industriale ci stiamo lavorando da tempo perché siamo impegnati sulle transizioni, con un focus molto importante su quelle che possono essere le ricadute dell'intelligenza artificiale nel prossimo futuro". "Lavoriamo - ha aggiunto Spada - su come coniugare al meglio l'IA insieme alla digitalizzazione, per sviluppare il lavoro delle nostre imprese e fare sì che diventino sempre più strutturate - ha proseguito -. Abbiamo questo cantiere, abbiamo un cantiere sul rendere l'ambiente sempre più sostenibile da tutti i punti di vista".
Intanto però l'associazione deva far fronte a un rallentamento dovuto alla recessione tedesca e alla crisi del Mar Rosso, che rischia di mettere in crisi l'export italiano. Approfondiamo il tema con Alessandro Spada, presidente di Assolombarda.