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Da anni parliamo di Smart City, di città intelligenti. L’obiettivo in tutto il mondo è arricchire le città di uno strato di informazione che possa migliorare le scelte di governo nel medio e lungo periodo; la gestione dell’immediato in modo più efficiente e, in teoria, anche coinvolgere maggiormente i cittadini o almeno renderli più informati e consapevoli. Per questo è necessario raccogliere dati, attraverso varie fonti: videocamere, sensori di movimento, di presenza, dati ambientali, dati satellitari, e altre tecnologie. Sensori e sistemi vanno connessi per poter avere informazioni in tempo reale. A volte è necessario "solamente" integrare dati che sono già disponibili in modo frammentato.
La fonte principale che alimenta gli investimenti necessari, in tutta l’Unione europea, per creare una Smart City, sono i fondi strutturali e di investimento europei e in particolare il Fondo europeo di sviluppo regionale (conosciuto anche come FESR) dedicato soprattutto all’innovazione. A che punto siamo in Italia? Enrico Pagliarini ne parla in questo Euroreportage con Luca Gastaldi, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart City del Politecnico di Milano; Alberto Corò, responsabile Servizi Informatici e Telematici del Comune di Padova; Vincenzo Tartaglia, Direttore della Direzione Nuove Infrastrutture e Mobilità del Comune di Firenze e Stefano Giorgetti, Assessore Grandi infrastrutture, mobilità e trasporto pubblico locale, Polizia Municipale del Comune di Firenze.
Siamo andati a Bologna, per incontrare i protagonisti e per scoprire l'ecosistema che, dalla Motor valley alla Data valley europea, sta imprimendo una accelerazione quantica al territorio dell'Emilia. E abbiamo trovato anche i giovani interessati che beneficeranno di questi progetti concreti nell'edizione annuale di R2B BOLOGNA, RESEARCH TO BUSINESS Salone Internazionale della Ricerca e delle Alte Competenze promosso da Regione Emilia-Romagna organizzato da ART-ER e BolognaFiere, dove si è parlato anche del Tecnopolo di Bologna, la nuova sede che ospita il nuovo data center del Centro meteo europeo. Grazie anche ai fondi di coesione europei con cui in questi anni e nel futuro l'Unione Europea, attraverso la politica di sviluppo regionale, mira a raggiungere la coesione economica, sociale e territoriale riducendo le disparità fra le diverse regioni degli Stati membri. Il Tecnopolo di Bologna ha in animo di attirare 2mila specialisti nei big data e intelligenza artificiale. La struttura è in fase di finalizzazione nell'ex Manifattura Tabacchi di Bologna, un'area industriale dismessa di 120mila mq in zona fiera, al centro di una imponente opera di riqualificazione che è anche la casa dell'ICSC, il centro nazionale per il supercalcolo promosso dall'INFN-Istituto nazionale di fisica nucleare, uno dei cinque centri italiani per la ricerca di frontiera, finanziato dal Pnrr con 320 milioni di euro. Un percorso lungo sette anni che guarda al futuro come spiega Morena Diazzi della direzione Generale Conoscenza Ricerca, lavoro e imprese della Regione Emilia-Romagna. Un cantiere e un progetto che crea reti sottolinea l'architetto Serena Maioli - Responsabile Unità Ecosistemi Urbani e Innovazione - Area Investimenti e Costruzioni di Art-er attrattività ricerca territori. Fare rete anche per andare oltre il teerritorio e cercare talenti sottolinea Roberto Righetti direttore di Art-er attrattività ricerca territorio. Qui dall'Inghilterra si è trasferito anche il data center dell'ECMWF-Centro europeo per le previsioni meteo, lo racconta Andrea Montani - Ricercatore del Centro europeo per le previsioni meteo, che fa un lavoro del futuro, il Weather Forecast Analyst o Analista previsionale nel settore metereologico.
L'Unione Europea si attrezza per colmare i ritardi nella produzione di semiconduttori. Una competizione mondiale, che si inserisce sullo sfondo di crescenti tensioni geopolitiche. In palio c'è il controllo della produzione di microchip, diventati ormai imprescindibili per lo sviluppo industriale e tecnologico. Una strada in salita per l'Europa, che sta muovendo ora i primi importanti passi verso una maggiore sovranità industriale in questo settore.
Il caldo aumenta, il cambiamento climatico è in agguato, i ghiacciai soffrono e l'artico è cruciale per capire cosa sta succedendo al nostro pianeta, dicono i glaciologi che da anni studiano lo stato di salute delle masse di ghiaccio che ricoprono o ricoprivano le montagne in alta quota e le regioni marine e terrestri alla alte latitudini della Terra. Negli ultimi decenni le temperature sono aumentate più velocemente che nel passato e questo si riflette sui ghiacciai, il ghiaccio marino e il permafrost, spiega Fabio Trincardi, direttore del dipartimento di Scienze del Sistema terra e tecnologie dell'ambiente del Consiglio nazionale delle ricerche. Svalbard, Mar di Barents, mari siberiani, calotta di ghiaccio della Groenlandia sono le aree di crisi più esposte. Da 26 anni il Cnr gestisce una base sulle isole Svalbard e nel 2018 il Parlamento ha deciso di finanziare il programma di ricerche nell'Artico, racconta Trincardi. I ghiacciai della Groenladia ci aiutano a intercettare i segni del cambiamento climatico, spiega Valter Maggi, glaciologo, paleoclimatologo, docente della Università milanese Bicocca e studioso dei ghiacciai alpini, ma non solo. Negli anni '90 Valter Maggi è stato fra i primi italiani a effettuare ricerche sulle carote di ghiaccio estratte in Groenlandia e usate dagli studiosi di paleoclima, una branca delle scienze della Terra e della climatologia che ricostruisce come era il clima nel passato. A giugno in Groenlandia, 3bmeteo ha organizzato una spedizione per verificare lo stato di salute dell'isola, nessuna velleità scientifica, vogliamo vedere e raccontare cosa sta succedendo, dice Paolo Corazzon. Un'altra area di crisi sono le isole Svalbard. Andrea Spolaor ricercatore dell'istituto scienze polari del cnr di venezia, studia i cambiamenti climatici nelle regioni polari e l'impatto sui processi ambientali. Nel protettorato norvegese dal 1990 al 2017 la temperatura media annuale è aumentata di 4 gradi, passando da -6 a -2,2 gradi. I ghiacciai hanno registrato il cambiamento, dice Andrea Spolaor, che a primavera con la spedizione del Progetto Sentinel ha effettuato un carotaggio nel ghiacciao Holtedahlfonna, nel nord ovest delle Svalbard, per verificare l'impatto del riscaldamento. C'è chi nega gli effetti del comportamento dell'uomo sul cambiamento climatico ma per Fabio Trincardi i segnali sono evidenti.
Tanti sbarcano con i barconi, passano dai centri di detenzione in Libia. Altri arrivano dalla rotta balcanica. Raccontano storie di torture, privazioni e sofferenze incredibili, testimoniate dai segni che portano sul corpo. Sono i minori stranieri non accompagnati, oltre 20mila in Italia. Sono per lo più maschi, 17enni, egiziani, sperano di trovare nel nostro paese un futuro migliore per sé e per la propria famiglia. Quelli arrivati via mare da gennaio a metà giugno sono praticamente raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2022. Le regioni ai primi posti per l'accoglienza sono Sicilia e Lombardia. A Milano sono 1300 i minori stranieri non accompagnati, ma il 30% viene sistemato fuori città o regione: i ragazzi sono troppi, i posti pochi e i problemi tanti. Nella ex cascina di via Zendrini c'è un centro dove chi arriva resta fino a 18 anni e oltre. L'obiettivo è avviare i minori all'indipendenza e al mondo del lavoro.
La geografia non mente, la vicinanza della Libia all'Italia e a Malta, e dunque ai confini dell'Unione europea, impone a Bruxelles una strategia che almeno accompagni quella più chiara delle compagnie petrolifere. Autonomia energetica dunque, ma anche gestione dei flussi migratori: basterebbero questi due fattori a spiegare perché il paese sia costantemente conteso dentro e fuori l'Unione. Dalla denuncia dell'eurodeputato spagnolo Mikel Irujo Amezaganel del 2008, l'uso strategico dei migranti come arma di pressione e strumento di trattativa è certificata nella politica di Bruxelles. Eppure gli stati membri hanno sempre preferito muoversi in maniera individuale dando priorità agli interessi nazionali. Centrale dunque, e al contempo marginale nella dimensione esterna della politica europea. Con il direttore dello European Council on Foreign Relations Arturo Varvelli facciamo il punto di una relazione complessa, ma – per noi – semplicemente imprescindibile.
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