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TRAPPIST episodes

  • 186: Tutte le crisi del governo Meloni
    L’esplosione delle bollette, i rapporti difficili con l’Unione europea, lo spettro di una nuova ondata di Covid — cosa può fare la destra, che finora si è dimostrata completamente inadatta ad affrontare queste crisi?

    Meloni e Salvini si sono affrettati a smentire i retroscena giornalistici sul braccio di ferro per ottenere il Viminale: dopo l’assemblea dei parlamentari leghisti, il segretario ha ribadito che “con Giorgia c’è grande sintonia” e la coalizione governerà per 5 anni. L’unico a mettere ancora apertamente in dubbio la leadership di Salvini è l’ex ministro Maroni, che ha lanciato apertamente la candidatura di Zaia a segretario. Ma il diretto interessato si schermisce: “Io mi devo occupare del Veneto.”

    Meloni ha smentito anche le ricostruzioni circolate in questi giorni sul totoministri, che però continua a tenere banco sui giornali. Tra le ultime ipotesi, se vi appassiona il genere: Casini potrebbe ottenere la presidenza del Senato in rappresentanza delle opposizioni; otto ministeri dovrebbero andare a esponenti di FdI, mentre Lega e FI ne otterrebbero quattro ciascuno; Meloni vorrebbe più ministri “tecnici,” mentre gli alleati premono per avere un governo pienamente politico; Giulia Bongiorno potrebbe andare alla Giustizia, oppure alla Pubblica Amministrazione, mentre per l’Economia resta ancora in campo l’ipotesi di Fabio Panetta, membro del board della BCE.

    L’ARERA, l’agenzia di regolazione dell’energia, ha comunicato un aumento del 59% del prezzo di riferimento dell’energia elettrica per l’ultimo trimestre del 2022. L’aumento si tradurrà in una spesa di circa 1322 euro all’anno per una “famiglia-tipo,” importo più che raddoppiato rispetto ai 632 euro del 2021. E poteva andare peggio: l’authority ha deciso infatti di “posticipare eccezionalmente il necessario recupero della differenza tra i prezzi preventivati per lo scorso trimestre e i costi reali che si sono verificati,” evitando di arrivare a un aumento del prezzo di circa il 100%.

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    49 min
  • 185: Il giorno dopo
    In tarda mattinata si sono susseguite le conferenze stampa di Salvini, Calenda, e Enrico Letta — i tre leader politici che, in misure diverse, si sono dovuti confrontare con una sconfitta. Matteo Salvini ha fatto un discorso soprattutto rivolto verso l’interno del partito, minimizzando l’impatto della perdita dei voti e rivendicando la presenza in tutto il paese, un messaggio rivolto senza dubbio alla parte del partito che crede di poter ricostruire il consenso ripartendo dal discorso delle autonomie. Salvini ha promesso che ci sarà un “confronto di provincia in provincia,” ufficialmente per avvicinare il governo al territorio — ma è esplicito che si tratti di un tentativo di tenere sotto controllo il partito. Secondo il segretario della Lega, il partito ha scontato il supporto al governo Draghi, che gli elettori hanno bocciato, premiando FdI — sempre all’opposizione — e M5S. Sul ruolo del governo Draghi è intervenuto anche Carlo Calenda, che si è chiesto come mai gli elettori si siano espressi così nettamente per la destra quando il consenso per il governo di Mario Draghi rimaneva così alto. Calenda ha lamentato il poco successo del proprio schieramento, promettendo di “aprire subito un cantiere” per una opposizione alternativa a quella di Pd e M5S.

    Enrico Letta ha parlato per ultimo, ed è l’unico dei leader sconfitti a fare i conti con la sconfitta del proprio partito, seppure con i propri tempi: il segretario del Pd si è rifiutato di assumersi le responsabilità per aver fatto crollare il campo largo — che di fronte ai numeri di oggi aveva una possibilità di giocarsela ad armi pari con la destra — ma ha annunciato che non si candiderà al congresso del Partito democratico, che dovrebbe tenersi prima di marzo. Letta non si dimette però, e quindi avrà naturalmente un ruolo preponderante in questa fase di ricostruzione del Partito.

    Confermando i sondaggi, la coalizione di destra ha vinto nettamente le elezioni, con una percentuale che supera il 44% sia alla Camera sia al Senato — percentuale che garantirà la maggioranza assoluta in entrambe le camere, ma non quella dei due terzi indispensabile per cambiare la Costituzione senza passare da un referendum. Fratelli d’Italia è il primo partito, con oltre il 26% dei voti, mettendo Giorgia Meloni sulla strada per diventare la prima donna presidente del Consiglio e — come hanno titolato diversi media internazionali — la premier più a destra della storia dell’Italia repubblicana, a cent’anni esatti dalla marcia su Roma.

    Non è un risultato così difficile da interpretare: il voto ha premiato chiaramente l’unico grosso partito che è rimasto fuori dal governo Draghi e dalla logica delle larghe intese, permettendogli di sestuplicare i consensi ricevuti appena quattro anni fa. Duramente penalizzati, invece, gli altri due membri della coalizione (lasciamo stare i centristi di Lupi, Toti e Brugnaro, fermi sotto l’1%): Forza Italia e Lega, dal 14% e 17,4% ottenuti rispettivamente nel 2018, crollano attorno all’8%. Per il partito di Salvini, superato da FdI anche nelle regioni del Nord, è una sconfitta storica, che potrebbe mettere il segretario di fronte alla tanto pronosticata “resa dei conti” sulla leadership. La debolezza dei due alleati, passata l’euforia della vittoria, potrebbe essere un problema anche per Meloni: ieri Berlusconi è stato sentito mentre confessava a un gruppo di sostenitori di avere “un po’ paura” di lei.

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    38 min
  • 184: Pronti?
    Dopo una campagna elettorale fiacca e senza contenuti, l’Italia si prepara ad un voto di cui l’esito sembra scontato. Eppure, nessuno è d'accordo su cosa verrà dopo.

    I leader dei partiti di destra hanno chiuso la campagna elettorale a piazza del Popolo, a Roma, con un comizio in cui hanno parlato più o meno in ordine di importanza: prima Berlusconi, poi Lupi, poi Salvini, infine Meloni — introdotta da una citazione di Tolkien letta sul palco da Pino Insegno, voce di Aragorn nel doppiaggio italiano del Signore degli Anelli. Nonostante l’ostentazione di unità, le divisioni interne alla coalizione sono emerse anche durante la manifestazione, specialmente tra Meloni e Salvini — che non ha apprezzato l’affermazione dell’alleata riguardo alla lista di ministri già pronta. In ogni caso, il leader leghista ha detto che la destra è pronta per governare per 5 anni, mentre Meloni ha detto che se avranno i numeri per fare la riforma costituzionale sono pronti a farla anche da soli.

    Le cronache della manifestazione concordano sul predominio ormai schiacciante di Giorgia Meloni rispetto agli alleati: la maggior parte dei militanti che hanno riempito la piazza erano lì per lei, e suoi erano gli striscioni più visibili — “Noi siamo Giorgia” e “È tempo di patria.” Immancabile anche l’armamentario fascistoide, tra magliette con la citazione virgiliana “Sit romana potens itala virtute propago” — motto della federazione romana della Gioventù Nazionale — o direttamente della Xa Mas. Pietro Salvatori sull’HuffPost parla di un “Meloni Pride”; “Roma è casa di Giorgia Meloni, e Lega e Forza Italia presidiano i loro gazebo senza nemmeno provare a competere sui numeri,” commenta Giulia Merlo su Domani.

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    46 min
  • 183: Tutti gli uomini del presidenzialismo
    Da Giorgia Meloni a Matteo Renzi, il fronte per una riforma costituzionale è molto ampio. Tutti parlano di presidenzialismo — ma cosa hanno in mente di preciso?

    L’idea di una commissione bicamerale per discutere delle riforme costituzionali — lanciata due giorni fa da Giorgia Meloni a Porta a porta — è finita al centro del dibattito elettorale: Letta l’ha respinta al mittente, dicendo che in ogni caso il Pd mantiene una “fortissima” opposizione al presidenzialismo, perché “la Costituzione nella sua parte centrale va salvaguardata.” Non stupiscono invece le aperture di Azione-Italia Viva: secondo Maria Elena Boschi una bicamerale “può essere un’ipotesi,” e anche Calenda ha parlato di una “buona soluzione.” Secondo il costituzionalista Massimo Villone, che da senatore ha fatto parte della bicamerale voluta da D’Alema tra il 1997 e il 2001, “Meloni vende fumo,” perché in ogni caso “una bicamerale non è isolata” rispetto al resto del Parlamento e ne riflette gli equilibri.

    Letta sta impostando queste ultime due settimane di campagna elettorale nel tentativo di smontare l’immagine di una Meloni “moderata”: in comizio a Cagliari ha detto che “il vero progetto di Meloni è in quel discorso che fece in Spagna, di fronte alla platea di Vox, partito post-franchista.” Nonostante una parziale ritrattazione sull’“allarme democratico” — ieri ha detto che “la democrazia non è a rischio” perché “il nostro sistema regge e reggerà” — intervistato questa mattina sulla Stampa insiste sul rischio che la destra stravolga la Costituzione e “mandi a casa Mattarella.” Il segretario del Pd torna ad attaccare anche il “terzo polo” e Conte — “la loro causa è quella di sconfiggere il Pd e di prenderne il posto” — e specificamente Renzi in quanto “padre” del Rosatellum: “La legge elettorale è figlia di Renzi, se l’è costruita con l’idea che il suo 40% potesse diventare il 60 in Parlamento. Un trucco da apprendista stregone che poteva avere solo esiti nefasti.” Ma il Pd ha fatto abbastanza per cambiarla, dal 2018 ad oggi? “Onestamente ho fatto di tutto — risponde Letta — ma ho trovato un Parlamento troppo frammentato.”

    “Il voto utile non esiste, è una grande mistificazione. Esiste il voto giusto, i cittadini lo devono dare alle forze politiche che appaiono più affidabili.” Parola di Giuseppe Conte, che si è concesso un bagno di folla a Torino insieme all’ex sindaca, ora candidata, Chiara Appendino. In mattinata è stato invece al mercato di Baggio, quartiere popolare di Milano, nel contesto di un tour elettorale nelle regioni del Nord — dove il Movimento 5 Stelle è più debole. L’ex premier rivendica i risultati dei propri governi e difende, in particolare, il Reddito di cittadinanza, tanto da paventare il rischio di una “guerra civile” se il futuro governo di destra dovesse abolirlo.

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    50 min
  • 182: Perché i partiti in campagna elettorale non hanno soluzioni sulla crisi energetica?
    Tra poche proposte concrete e un discorso pubblico basato solo sulle critiche agli avversari, il momento del voto si avvicina. Ma sarebbe ora di parlare di cose più concrete, come ridurre le disuguaglianze o nazionalizzare Eni.

    Fino al 3 settembre la chiusura i flussi del Nord Steam 1 — già ridotti al 20% della capacità — è del tutto interrotta, ufficialmente per un intervento di manutenzione straordinaria. A questo si accompagna la decisione, da parte di Gazprom, di interrompere completamente le forniture destinate alla compagnia energetica francese Engie — che poi ha detto di aver trovato “altre fonti di approvvigionamento” — accusandola di non aver pagato del tutto le consegne di luglio. Secondo la ministra francese della Transizione energetica, Agnès Pannier-Runacher, è “molto chiaro” che la Russia stia usando il gas come “un’arma di guerra” e per questo “dobbiamo prepararci allo scenario peggiore di una completa interruzione delle forniture.” Il Cremlino, invece, continua a sostenere che i malfunzionamenti del gasdotto sono dovuti a “problemi tecnologici” causati dalle sanzioni europee, e nient’altro.

    Negli ultimi due giorni la corsa del prezzo del gas si è arrestata, chiudendo lunedì a 254 euro al megawattora sul mercato di Amsterdam. A “calmare” le speculazioni è stato l’annuncio, da parte di von der Leyen, di un prossimo intervento di emergenza, e l’apertura da parte tedesca alla possibilità di stabilire un tetto al prezzo del gas a livello europeo. Non è detto, però, che il peggio sia passato: i prezzi restano comunque molto alti e molto volatili. Anche per questo i diversi paesi europei stanno studiando piani per la riduzione dei consumi e, come extrema ratio, il razionamento del gas: il portavoce del governo francese Olivier Véran, ad esempio, ha detto che i cittadini dovrranno cambiare “un certo numero di abitudini.”

    In Italia il tema continua a dominare la campagna elettorale, con tutti i partiti che continuano a rivolgere appelli al governo: Salvini ha esortato ad “aprire il parlamento” per mettere un tetto agli aumenti delle bollette, mentre Letta parla di un intervento “improcrastinabile” e chiede al governo Draghi di intraprendere iniziative “determinate e tempestive.” L’esecutivo però continua a temporeggiare, sia per la mancanza di coperture — bisognerebbe trovare almeno 10 miliardi — sia in attesa dell’incontro europeo del 9 settembre. Intanto, dal mondo produttivo si moltiplicano gli allarmi per le filiere che rischiano di interrompere la produzione a causa dei rincari fuori controllo.

    L’Italia è uno dei paesi più colpiti dalla crisi dei prezzi: il governo Draghi starebbe studiando alcune misure per contrastare il caro-bollette, ma secondo il Corriere della Sera “si tratterebbe di mettere in campo aiuti per una ventina di miliardi, ma non si sa come finanziarli.” Il governo ha accolto positivamente la convocazione della riunione straordinaria dei ministri europei dell’energia, aspettandosi di ricevere un’autorizzazione a uno scostamento di bilancio che permetterebbe di stanziare questa somma — possibilmente nel quadro di un intervento europeo di più ampio respiro. Nel frattempo, si fa quel che si può: in attesa che il governo emani anche un piano di razionamento dell’utilizzo del gas, molte aziende — complice il periodo estivo — hanno già iniziato per conto loro a razionare i consumi. Le aziende più esposte ai prezzi altissimi dell’energia sono quelle più “energivore”: l’industria metallurgica, quella del vetro, della carta e della ceramica — ma tutta la manifattura e in generale l’economia sta soffrendo per il caro-bollette. Negli ultimi 3 mesi, secondo Snam, l’industria italiana ha consumato il 16 per cento in meno di gas rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

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    53 min
  • 181: La miglior campagna elettorale del resto della vostra vita
    A un mese dal voto, tutti i politici più in vista del paese — tranne Conte — sì sono trovati al meeting di CL a Rimini, con la campagna elettorale ancorata ai temi della destra, nonostante gravi episodi come la condivisione del video di uno stupro sui canali social di Meloni

    Nel contesto del Meeting di Rimini organizzato da Cl si è tenuto il primo confronto tra leader politici della campagna elettorale: erano presenti i “frontrunner” Letta e Meloni, insieme a Salvini, Lupi, e Tajani — e c’erano anche Ettore Rosato e Luigi Di Maio. Il grande assente era l’ex presidente del Consiglio Conte, che ha cercato di capitalizzare consenso grazie al mancato invito. Il pubblico ha accolto con particolare calore Giorgia Meloni. Si è parlato della necessità di un tetto al prezzo del gas, su cui in realtà concordano più o meno tutti i partiti, anche se con formule diverse. Si è parlato anche di scuola, e in un momento particolarmente infelice anche per gli standard di Cl, il pubblico è intervenuto con un coro di “no” quando Enrico Letta ha presentato la propria proposta di estendere l’obbligo scolastico.

    La Procura di Piacenza ha deciso di sequestrare il video dello stupro che nei giorni scorsi è stato pubblicato da diversi siti internet per poi essere ripreso da Giorgia Meloni sui propri canali social. Il decreto di sequestro riguarda Libero, Stopcensura, Rassegna Italia e Voxnews, ma i profili della leader di Fratelli d’Italia sono inclusi nel fascicolo per diffusione illecita del video. La donna che ha subito la violenza ha dichiarato: “Sono disperata, sono stata riconosciuta per colpa di quelle immagini.” Secondo Giorgia Meloni, però, la vera vittima è Giorgia Meloni: “È partita un’indagine ma temo solo a danno della sottoscritta, come se io fossi stata la fonte della notizia.” Meloni ha anche precisato: “Non ho ragione di scusarmi, se non per avere espresso solidarietà.”

    Si è finalmente conclusa la saga delle liste dei partiti, che ha portato, in particolare nel Partito democratico e in Forza Italia, a veri e propri scontri interni. Come era prevedibile, la riduzione del numero dei parlamentari non si è tradotta nel fantomatico “miglioramento qualitativo” dei candidati, ma al contrario ha chiuso ancora di più i partiti nella nomenklatura e nei potentati: i partiti hanno preferito mettere in sicurezza, anche a costo di paracadutaggi spericolati, i volti più noti e — soprattutto — fedeli. Il risultato non è solo una drastica riduzione della presenza della “società civile” nelle liste, ma anche l’apertura dello scontro tra i partiti nazionali e i loro amministratori locali.

    L’ultimo evento eclatante di questa fase affaticata della campagna elettorale è stato il caso di Federico Pizzarotti, che ha annunciato che non sarà candidato alle prossime elezioni politiche nel listone di Azione e Italia Viva. Pizzarotti e la sua “lista civica nazionale” avevano sperato di potersi ritagliare un angolino nel Terzo polo, ma l’ex sindaco accusa Calenda e Renzi di aver preferito seguire scelte “conservative,” per “salvare l’attuale dirigenza” dei due partiti.

    La lista di Azione e Italia Viva ha un problema con alcuni candidati scelti un po’ troppo frettolosamente: ieri ne sono emersi due, Stefania Modestino D’Angelo e di Guido Garau, entrambi autori di post in cui commentano economia e politica estera con posizioni decisamente poco allineate al Terzo polo. Massimiliano Coccia, che ha scoperto il caso, descrive Modestino come “complottista” e “filo–putiniana.” Garau, invece, se la prendeva contro “l’ordoliberismo,” e il “pensiero unico,” commentando il discorso d’insediamento di Mario Draghi.

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    53 min
  • 180: L'implosione continua del centrosinistra italiano
    Tra alleanze più o meno improbabili, siglate e poi rifiutate, tutti i partiti che sfidano la coalizione di destra hanno cominciato la campagna elettorale con il piede sbagliato. Il rischio è che la destra conquisti una maggioranza schiacciante, grazie a una legge elettorale che la favorisce — ma la tentazione di continuare a litigare è forte.

    Cercando di lasciarsi alle spalle lo psicodramma calendiano, la coalizione di centrosinistra ha presentato le prime candidature di punta: Verdi e Sinistra Italiana hanno annunciato i nomi di Ilaria Cucchi e Aboubakar Soumahoro, che correranno in un collegio uninominale e allo stesso tempo saranno capilista al proporzionale. Cucchi — che si era candidata già nel 2013 con Rivoluzione civile di Ingroia — commenta la decisione dicendo di voler mettere al centro della propria campagna “i diritti, per tutti e uguali per tutti. Perché ho sperimentato sulla mia pelle che non va così.” Il Pd, invece, ormai deciso a giocare al centro, ha annunciato la candidatura di Carlo Cottarelli, definito da Letta “punta di diamante della nostra campagna.”

    Intanto, la campagna elettorale, finora ostaggio della telenovela delle alleanze del centrosinistra, è entrata nel vivo con un battibecco a distanza tra Letta e Meloni. Il segretario del Pd, durante una conferenza stampa con Bonino e Della Vedova, ha attaccato la leader di Fratelli d’Italia, dicendo che sta cercando di “riposizionarsi, incipriarsi, rifarsi un’immagine,” rispetto alle posizioni espresse in supporto al partito neofranchista spagnolo Vox. Meloni ha replicato accusando Letta di misoginia e dicendo di non aver nessun bisogno di “incipriarsi” per essere credibile.

    È difficile negare, però, che Meloni sia entrata in una fase di “rassicurazioni” nei confronti dell’elettorato moderato e dell’opinione pubblica internazionale. Poco dopo lo scambio di accuse con Letta ha pubblicato un videomessaggio in tre lingue per rassicurare la stampa estera sul rischio di una “svolta autoritaria” in caso di vittoria di FdI alle elezioni. Nel video, tra le altre cose, Meloni fa abiura del fascismo e delle leggi razziali, dicendo che “la destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia ormai da decenni.” Il capogruppo alla Camera del partito, Francesco Lollobrigida, in un’intervista per il Corriere cita Luttwak per negare addirittura l’etichetta di “nazionalista” per Meloni, preferendo quella di “patriottica” e “sovranista.”

    * Questa puntata è stata registrata prima della formalizzazione del “terzo polo” di Renzi e Calenda

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    in copertina, foto CC BY 2.0 Parlamento europeo
    48 min
  • 179: La coalizione di estremo centro di Letta e Calenda
    Il Pd di Enrico Letta ha firmato un accordo in perdita con Azione e +Europa, ma il problema più grosso è il “personaggio” di Carlo Calenda, ogni giorno più ingombrante in coalizione — al punto da far mettere in discussione la presenza di Sinistra Italiana e Europa Verde.

    L’accordo elettorale tra Pd e Azione/+Europa rischia di allontanare gli altri alleati della coalizione di centrosinistra: Fratoianni e Bonelli hanno deciso di rinviare l’incontro con Letta previsto per ieri, citando il “profondo disagio” che si registra nel paese e in particolare nell’elettorato di centrosinistra. “Essendo cambiate le condizioni su cui abbiamo lavorato in questi giorni, sono in corso riflessioni e valutazioni che necessitano di un tempo ulteriore.” Secondo Bonelli, l’alleanza tra Sinistra Italiana e Verdi vale più voti di Calenda, e quindi andrebbe rinegoziata la spartizione dei collegi uninominali — il cui 30%, in base all’accordo, andrà ad Azione/+Europa.

    L’altro tema indigesto è la fantomatica “agenda Draghi”: Fratoianni ha detto esplicitamente che “se nella coalizione c’è quello, allora non ci sono io.” Il testo dell’accordo, in realtà, è volutamente ambiguo: non cita nessuna agenda, ma soltanto “il metodo e l’azione del governo Draghi” e le sue “linee guida di politica estera e di difesa.” Ma Calenda, che ha passato la giornata a vantarsi su Twitter di aver imposto al Pd tutte le proprie condizioni, ha chiuso a qualsiasi ipotesi di rinegoziazione, dicendo che “l’agenda Draghi è il perno di quel patto, e tale rimarrà. Fine della questione.”

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    1 hr 1 min
  • 178: Draghi non ci mancherà, il salario minimo sì
    La caduta del governo e l’inizio della campagna elettorale rendono infattibili numerose misure che sarebbe stato necessario avviare con urgenza, a partire da un vero salario minimo legale. Ne parliamo con Rosa Fioravante, ricercatrice per il dottorato di Global Studies dell’Università di Urbino.

    Il congelamento della crisi della settimana scorsa non è servito a niente, e alla fine Mattarella ha dovuto accettare di sciogliere le camere per andare al voto anticipato: le elezioni si terranno in un giorno solo, il 25 settembre, dalle 7 alle 23. Nonostante la rottura del centrodestra, il governo dovrà cercare di ritrovare un funzionamento: l’attuale esecutivo rimarrà in carica per l’ordinaria amministrazione, ma si tratta di ordinaria amministrazione dai confini molto ampi, che permetterà al governo di rispondere alle necessità causate dall’inflazione, dalla guerra, e dalla pandemia — e ovviamente sorvegliare l’implementazione del Pnrr.

    Ieri Draghi si è presentato alla Camera prima di andare a rassegnare le dimissioni e si è commosso per l’applauso del governo e di molti parlamentari. La dinamica degli eventi del giorno precedente resta ancora poco chiara — soprattutto continua a non essere chiari gli intenti dello stesso Draghi: i toni duri del discorso al Senato facevano pensare che Draghi stesso cercasse lo strappo, ma un retroscena di Repubblica racconta un’altra storia. Draghi avrebbe cercato più volte di raggiungere Silvio Berlusconi al telefono per cercare di far rientrare la crisi — vedendosi rifiutato il colloquio ripetutamente da Licia Ronzulli, mentre Enrico Letta — di gran lunga il leader di partito più vicino al presidente del Consiglio — lavorava per cercare di convincere Conte e il M5S a votare la fiducia, scenario che sarebbe poi definitivamente naufragato dopo la replica in Senato di Draghi. Se questa ricostruzione fosse confermata — e l’uscita di Brunetta, Carfagna e Gelmini da Forza Italia le danno parzialmente credibilità — si configurerebbe uno scenario di una crisi grottesca, in cui tutte le parti hanno tirato troppo la fune, certe che dall’altra parte ci sarebbe stato un cedimento.

    La crisi scomposta di questi giorni ha effetti immediati e durissimi sulle prossime elezioni. Enrico Letta ieri ha speso parole pesanti contro il Movimento 5 Stelle, dicendo che l’accordo tra i due partiti “difficilmente sarà ricomposto.” La dose è stata poi rincarata dai renziani rimasti nel partito — Alessandro Alfieri, coordinatore di Base riformista, la corrente di Guerini, ha dichiarato che “la prospettiva si costruisce con chi vuol continuare con l'agenda Draghi e ieri il voto è stato uno spartiacque.” Dal canto suo, Giuseppe Conte invece ha lasciato la porta aperta, ma ovviamente con qualche condizione: “Noi siamo una forza progressista, perché guardiamo alla giustizia sociale e alla transizione ecologica. Chi vuole lavorare su questi temi può confrontarsi con noi, poi spetterà al Pd scegliere.” Una defezione apparentemente più definitiva al campo largo è quella di Calenda, che in un’intervista a Repubblica praticamente se ne chiama fuori, dicendo che non solo non vuole condividere un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, ma nemmeno con “persone come Nicola Fratoianni o come Angelo Bonelli” e, ovviamente Luigi Di Maio: “Io a fare l’ammucchiata contro i sovranisti non ci sto.” Insomma, la grande coalizione progressista — che, certo, finora esisteva solo sulla carta — e che arrivava solo a un paio di punti percentuali distaccata dal centrodestra, sembra essere a pezzi, e lascia le forze progressiste a più di 15 punti dal centrodestra unito.
    36 min
  • 177: Lesa maestà
    Nonostante una solida maggioranza al Senato — e ignorando il fatto che il M5S non abbia mai detto di voler sfiduciare il governo — Mario Draghi prova ad alzare la posta in gioco.

    Ieri è stata una giornata molto faticosa, al termine della quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha respinto le dimissioni del presidente del Consiglio, Mario Draghi, imponendogli di verificare l’esistenza di un’eventuale maggioranza che lo sostenga in Parlamento. Già al mattino era risultato chiaro che i senatori del Movimento 5 Stelle non avrebbero partecipato alla questione di fiducia posta sul decreto Aiuti, distanziandosi così dalle altre forze di maggioranza. Il partito guidato da Giuseppe Conte è rimasto fuori dall’aula e il decreto è passato con 172 voti favorevoli, 39 contrari e nessun presente astenuto. Tra i 5 stelle non si sono segnalate defezioni.

    Nonostante l’esistenza di una maggioranza molto solida — ieri al Senato anche senza il M5S hanno votato la fiducia più senatori di quanti ne avesse in maggioranza il governo Conte II — Draghi ha ritenuto di doversi comunque dimettere: in una nota ha dichiarato che “la maggioranza di unità nazionale che ha sostenuto questo governo dalla sua creazione non c’è più. È venuto meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo.” Intorno alle 18:30 a palazzo Chigi si è tenuto un breve Consiglio dei ministri — in cui a quanto pare Cingolani ha attaccato Orlando per aver fatto “il gioco di Conte” — dove ha annunciato le proprie dimissioni, e si è poi recato direttamente da Mattarella a presentarle.

    Il Presidente della Repubblica ha deciso di non accogliere le dimissioni e ha rimandato Draghi in Parlamento, per verificare l’esistenza di una maggioranza in suo sostegno. Ciò significa che il governo continuerà a funzionare normalmente fino a prova contraria: lunedì e martedì ad esempio sarà in visita in Algeria per un vertice intergovernativo, che riguarderà soprattutto la crisi del gas e la ricerca di approvvigionamenti diversi dalle fonti russe. La verifica in Parlamento è prevista per mercoledì: un periodo di tempo molto lungo, durante il quale possono succedere molte cose.

    Già, quali sono gli scenari possibili a questo punto? Il Movimento 5 Stelle non ha chiuso la porta alla possibilità di confermare il proprio sostegno all’esecutivo: la capogruppo al Senato Mariolina Castelleone ha già dichiarato che “c’è tutta la nostra disponibilità a dare la fiducia al governo in una eventuale verifica a meno che Draghi non dica che vuole smantellare il reddito di cittadinanza o demolire pezzo per pezzo ogni nostra singola misura, dal decreto dignità al cashback.” La scelta è in mano a Conte e al suo partito, che chiede di “rispettare un programma definito all’inizio: transizione ecologica e urgenza della questione sociale che adesso è esplosa.” 

    Il Pd in questi giorni ha accolto l’atteggiamento del Movimento 5 Stelle più o meno come un reato di lesa maestà — e come lui la maggior parte della stampa nazionale. Dopo giorni di proclami sul fatto che lo scenario più probabile in caso di mancato sostegno al governo del M5S sarebbe stato il voto, però, ieri il partito ha moderato i toni: sembra che la soluzione preferita del Pd, come al solito, sarebbe continuare con lo status quo — Letta ha dichiarato che “abbiamo sempre pensato che questo governo ha la sua unicità e debba continuare con questo formato e in questo perimetro.” La capogruppo al Senato Simona Malpezzi sostiene che “mercoledì sarà il momento della stabilità.” Letta ha comunque dichiarato che “il voto non è mai un rischio.”

    Nella destra, una posizione di conservazione simile a quella del Pd arriva soprattutto da Forza Italia, mentre la Lega è rimasta ambigua, non riuscendo a risolvere il proprio conflitto interno tra la linea di Matteo Salvini — che vorrebbe cogliere l’occasione per sfilarsi dall’esecutivo — e l’ala governista rappresentata dal ministro Giorgetti, secondo il quale nelle crisi di governo “ci sono sempre i tempi supplementari.” Giorgia Meloni, invece, preme perché si vada al voto anticipato, che probabilmente premierebbe FdI come primo partito tra gli elettori.

    Anche all’estero ci si è accorti della crisi in corso — molti commentatori italiani e stranieri, senza pensarci troppo, hanno descritto la crisi in corso come una non meglio precisata “vittoria di Mosca.” Il commento più degno di nota in realtà è un post di trollaggio pubblicato su Telegram dal solito Dmitrij Medvedev, che ha fatto un parallelo con le dimissioni di Boris Johnson e si è chiesto “chi sarà il prossimo” leader di un paese Nato a dimettersi — visto che, com’è noto, i leader russi non hanno incombenze parlamentari da rispettare.

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