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TRAPPIST episodes

  • 176: Stasera esco
    Il governo è in uno stallo alla messicana: il Movimento 5 Stelle ha deciso che non voterà la fiducia, mentre le altre forze politiche — compreso Mario Draghi — sono tentate di soffiare sul fuoco per andare alle elezioni.

    Al termine di una giornata convulsa, Giuseppe Conte ha annunciato che i senatori del M5S usciranno dall’aula al momento del voto di fiducia sul Decreto Aiuti. “I cittadini non capirebbero una decisione diversa,” ha spiegato all’assemblea congiunta dei gruppi parlamentari — qui il video del suo intervento — appellandosi alla coerenza e ribadendo la necessità di un “cambio di passo” da parte del governo. Le aperture di Draghi dopo l’incontro con i sindacati non sono state reputate abbastanza: “La fase che stiamo affrontando non può accontentarsi di dichiarazioni di intenti e di impegni, occorrono misure concrete.” ha detto Conte, aggiungendo che “noi siamo disponibili a dialogare e dare il nostro contributo, ma non siamo disponibili a firmare cambiali in bianco.”

    Da nessuna parte è scritto che debba aprirsi per forza una crisi di governo: al Senato la fiducia passerà lo stesso anche senza la partecipazione dei senatori pentastellati — che comunque non voteranno “no,” ma appunto usciranno dall’aula. In più, Conte non ha annunciato l’uscita dalla maggioranza e il ritiro dei propri ministri. Tuttavia, nei giorni scorsi Draghi ha detto più volte che senza il Movimento 5 Stelle il governo non può andare avanti, e dopo il voto di sfiducia “mascherato” di oggi potrebbe salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Ieri si sono aggiunte anche le altre forze politiche della maggioranza: se per Berlusconi Draghi dovrebbe andare avanti anche senza Conte, Salvini ha invocato direttamente il voto anticipato. Anche Letta, alleato imbarazzato dell’ex premier, ha detto che “se una forza politica importante come il M5S esce dal governo [...] si va al voto, è la logica delle cose.”

    L’ultima parola spetta però a Mattarella, che verosimilmente, in caso di dimissioni, inviterebbe Draghi a verificare la maggioranza in Parlamento. A questo punto, il premier potrebbe rassegnarsi a governare con una maggioranza diversa — sempre che il M5S davvero non voti la fiducia — magari con un rimpasto dell’esecutivo; in caso contrario, iniziano a circolare le ipotesi di voto anticipato a settembre o ottobre. Secondo i retroscena, fino all’ultimo momento Conte ha cercato di evitare lo strappo, con una telefonata in extremis a Draghi prima della riunione serale con i gruppi parlamentari, ma non sarebbe riuscito a convincere la maggioranza dei propri senatori. Non tutti, però, sono d’accordo con la decisione: Federico D’Incà, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha detto che in questo modo “si rischia di regalare il paese al centrodestra,” e ci sono molti parlamentari “governisti” che in caso di crisi potrebbero uscire dal M5S e passare con Di Maio.

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    42 min
  • Teaser: TCDD: Seveso e il disastro della diossina
    46 anni fa una nube tossica di diossina TCDD stravolgeva la vita dei cittadini di Seveso, Meda e molti altri comuni brianzoli. Il caso dell’ICMESA è stato uno dei primi disastri ambientali a diventare un caso internazionale, creando un prima e un dopo nella coscienza ambientalista locale ed europea. Cloracne, tumori, malformazioni, aborti e vasche di contenimento: cosa è rimasto oggi?

    Lo raccontiamo in TCDD: Seveso e il disastro della diossina, un podcast in 5 puntate di the Submarine. Su Spotify e tutte le app di podcast dal 10 luglio
    2 min
  • 175: Perché la riforma della cittadinanza è necessaria
    La proposta di legge sullo ius scholae è molto moderata, eppure sta rischiando di far esplodere il governo. Decine di migliaia di persone, però, vedono i propri diritti negati dalla legge attuale, attempata e razzista.

    È arrivata finalmente in aula alla Camera il disegno di legge sul cosiddetto “ius scholae,” la riforma che permetterebbe di ottenere la cittadinanza ai minorenni stranieri che abbiano frequentato “almeno 5 anni di scuola” in Italia. Ieri la Commissione Affari Costituzionali di Montecitorio ha dato il via libera al testo, spaccando il centrodestra: Lega e FdI hanno votato contro, insieme alla deputata di Forza Italia Annagrazia Calabria, mentre Renata Polverini, da sempre favorevole alla riforma, ha votato a favore insieme al centrosinistra.

    Gli ultimi ritocchi al testo del ddl — qui la scheda sul sito della Camera — riguardano i “requisiti essenziali” che gli istituti di istruzione e formazione professionale dovranno garantire per l’idoneità al rilascio della cittadinanza, e la possibilità che sia soltanto uno genitore — e non entrambi, come previsto in precedenza — a richiederla. Tutti gli emendamenti presentati da Lega e FdI — come quelli sulla conoscenza delle sagre e del folclore italiano — sono stati respinti.

    La riforma è attesa da una platea di oltre 800 mila bambini e ragazzi senza cittadinanza — non tutti famosi come Khaby Lame, il tiktoker a cui il ministero dell’Interno ha deciso di conferire la cittadinanza con un decreto ad hoc. Per sostenere l’iter della legge, a Roma è stato organizzato ieri pomeriggio un flash mob con un “finto matrimonio,” che ha inscenato le nozze tra l’Italia e i suoi cittadini non riconosciuti.

    Alcuni cittadini sono più cittadini di altri, come sempre: Khaby Lame è ufficialmente il TikToker più seguito del mondo, con più di 142 milioni di follower. Ieri avrebbe dovuto essere negli Stati Uniti a partecipare come super ospite al VidCon ma non è potuto essere presente per motivi burocratici: come decine di migliaia di altre persone residenti stabilmente in Italia, infatti, Khaby Lame non dispone di cittadinanza e passaporto italiani a causa delle sue origini straniere — Lame è nato in Senegal, e il passaporto senegalese non gli ha consentito di viaggiare negli Stati Uniti. Intervistato da Repubblica, Lame si è espresso piuttosto nettamente a riguardo, dicendo alla ministra Lamorgese che “non è giusto che una persona che vive e cresce con la cultura italiana per così tanti anni ed è pulito (sic), non abbia ancora oggi il diritto di cittadinanza. E non parlo solo per me.”

    Per evitare lo scoppio di un piccolo caso, il sottosegretario agli Interni Carlo Sibilia gli ha scritto provando a correre ai ripari: “Caro Khaby Lame volevo tranquillizzarti sul fatto che il decreto di concessione della cittadinanza italiana è stato già emanato i primi di giugno dal Ministero dell'Interno. A breve sarai contattato dalle istituzioni locali per la notifica e il giuramento. In bocca al lupo.” In realtà Lame aveva già dichiarato che “il visto e magari la cittadinanza mi renderebbero le cose più facili, ma non sarei contento pensando a tutte quelle altre persone che magari sono anche nate in Italia e non hanno lo stesso diritto.” Nonostante l’ex ministro Salvini abbia dichiarato che “basta la legge che c’è oggi,” secondo un sondaggio commissionato da Action Aid il 62,9% dei cittadini italiani è favorevole alla cittadinanza italiana per i figli di stranieri nati in Italia — una percentuale che sembra sfiorare il 50% anche tra l’elettorato di destra.

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    In copertina foto CC BY 2.0 DFID
    52 min
  • 174: Le Idi Di Maio
    Luigi Di Maio è uscito dal Movimento 5 Stelle, aprendo una crisi politica in nome della stabilità di governo. Ma cambierà davvero qualcosa per il panorama complessivo della politica italiana?

    Anche se l’uscita di Luigi Di Maio dal M5S era qualcosa che nel partito si temeva da parecchio tempo, e la crisi interna fosse sotto gli occhi di tutti, la scissione, annunciata bruscamente, ha continuato ad agitare la politica per tutta la giornata. Da parte del Movimento 5 Stelle le reazioni sono state di varia intensità: c’è chi non nasconde la propria frustrazione, come Roberto Fico, che ha dichiarato che “la scissione è un’operazione di potere e non politica, che è una cosa diversa,” aggiungendo che ora nel M5S “siamo più forti di prima,” nonostante la riduzione marcata di numeri in Parlamento. È stata più conciliante Chiara Appendino, che ha parlato di “una scelta che non condivido assolutamente, ma che non cancella quanto fatto e vissuto insieme in tutti questi anni.” Per sentire una presa di posizione ragionata da parte di Giuseppe Conte si è dovuto aspettare sera, durante un’intervista a Otto e mezzo su La7. Il leader del M5S ha messo le mani avanti: “Non chiederò le dimissioni di Di Maio,” ma, ha aggiunto, “lascerei che si interroghi con la propria coscienza e decida.” Conte dice di non aver capito quale sia il progetto politico di Di Maio: un’accusa velata al fatto che la pretesa della difesa dell’atlantismo sia una foglia di fico davanti alla vera necessità — costruire una struttura che permetta a Di Maio di presentarsi come leader, e bypassare il limite dei due mandati. La scelta di rompere proprio sull’atlantismo è uno snodo rilevante nell’evoluzione di Di Maio e dei dimaiani — tra i fuoriusciti c’è anche Manlio Di Stefano, che negli ultimi mesi aveva compiuto una vera e propria metamorfosi rispetto alle proprie simpatie putiniane degli anni scorsi.

    La questione del superamento del limite dei due mandati non è ovviamente un caso chiuso per Giuseppe Conte — resta una richiesta di tanti parlamentari rimasti nel Movimento, ma è anche uno dei pochi temi su cui fa sentire ancora la propria presenza Beppe Grillo. Il fondatore del Movimento 5 Stelle ha cancellato il proprio viaggio a Roma e sta guardando come la crisi si consuma da lontano. I retroscena dicono che Grillo vede nel limite dei due mandati uno degli ultimi capisaldi dell’identità storica del M5S. Per chi è rimasto nel Movimento e spera ancora in un rilassamento della misura, in realtà, ci potrebbe essere da sperare, perché il cambio di statuto potrebbe essere più facile ora che non è più necessario specificamente per salvare il futuro di uno dei leader del partito. Su Twitter una parte della base del Movimento si è scagliata contro Di Maio, usando l’hashtag #traditore, e riesumando sue vecchie prese di posizione rigoriste in merito ai parlamentari “voltagabbana,” che facevano “cambio di casacca.”

    Ma cosa cambia negli orizzonti della futura coalizione elettorale che doveva comprendere Pd e M5S? Ne ha parlato Enrico Letta a Porta a Porta, dicendosi “abbastanza sereno,” perché la scissione “diciamo che non ha colto di sorpresa.” Letta ha svicolato sulle posizioni rispetto ai due potenziali alleati, commentando che “ci si domanda nel Pd chi è più vicino a Conte e chi a Di Maio. Nel Pd si è più vicini al Pd. E il Pd reagisce assumendosi la responsabilità di essere ancora più forte e produttivo.” Durante la trasmissione Letta ha dichiarato di aver chiesto ai due leader di rimanere uniti, ma di essere evidentemente rimasto inascoltato. Dall’opposizione, Meloni non si è trattenuta dal sottolineare che, secondo lei, non si è mai vista “una scissione di partito per continuare a stare nello stesso governo a votare gli stessi atti” — una dichiarazione che però dimentica l’esperienza di Gianfranco Fini e degli strani primi mesi di Futuro e Libertà per l’Italia, dentro un governo da cui il suo leader era stato praticamente cacciato.

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    52 min
  • 173: La lunga estate del governo Draghi
    I risultati delle amministrative, deludenti per molti, lasciano il governo particolarmente fragile, mentre l’autunno — con la crisi del gas, tra le altre cose — si avvicina.

    Questa tornata di elezioni amministrative ha premiato la coalizione di centrodestra, che ha vinto al primo turno nei tre capoluoghi di regione Palermo, Genova e L’Aquila. A cui si aggiungono, tra i capoluoghi di provincia, Belluno, Rieti, Oristano, Pistoia e La Spezia. Il centrosinistra, invece, deve accontentarsi soltanto di tre vittorie al primo turno: Padova — dove è stato rieletto Sergio Giordani — Taranto — anche qui con la riconferma di Rinaldo Melucci — e Lodi, unico capoluogo di provincia strappato a una precedente amministrazione di centrodestra, con l’elezione del venticinquenne Andrea Furegato, ora uno dei sindaci più giovani d’Italia. Per il ballottaggio, il centrosinistra è in vantaggio a Como, Lucca, Cuneo, Piacenza, Parma e Verona — dove Damiano Tommasi dovrà tentare l’impresa disperata di battere il sindaco uscente Sboarina in una delle più solide roccaforti della destra in Veneto.

    Se la riconferma del “sindaco–commissario” Marco Bucci a Genova era scontata, la sconfitta del centrosinistra a Palermo archivia l’era di Leoluca Orlando, che dopo due mandati non è evidentemente riuscito a lasciare un’eredità politica. La vittoria di Roberto Lagalla — che aveva il sostegno anche di Italia Viva — non archivia comunque le divisioni all’interno del centrodestra siciliano, spaccato sulla ricandidatura di Nello Musumeci alle prossime regionali. A L’Aquila, invece, è stato riconfermato il meloniano Pierluigi Biondi, ex militante di Casapound. La candidata della coalizione di centrosinistra, Stefania Pezzopane, è arrivata soltanto terza, superata dalla coalizione centrista formata da Azione e +Europa.

    Allargando lo sguardo, il dato politico più rilevante è l’ulteriore avanzata di Fratelli d’Italia, che batte la Lega praticamente ovunque, anche nelle città del nord tradizionalmente leghiste. La posizione ormai predominante nella coalizione permette a Giorgia Meloni di alzare la voce, tanto da invitare gli alleati a lasciare il governo — un invito per ora rispedito al mittente da Salvini, la cui leadership però sembra sempre più in bilico.

    Salvini potrebbe scegliere la data del 18 settembre, in occasione del raduno di Pontida, per sfilarsi opportunamente dalla maggioranza in vista delle prossime politiche: un’ipotesi che preoccupa l’ala “governista” del partito, ma che prende atto del fatto che durante la permanenza al governo i consensi della Lega sono calati a favore di FdI — anche se non è chiaro quanto la colpa sia della permanenza in sé e quanto della condotta erratica di Salvini negli ultimi mesi. Nel frattempo, ci si aspetta che il leader leghista alzi i toni dello scontro sui prossimi temi “caldi” del governo.

    In copertina, foto CC BY-NC-SA 3.0 presidenza del Consiglio dei Ministri

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    52 min
  • 172: Tutti i nemici del salario minimo legale
    Le autorità europee sono arrivate a un accordo per garantire che i salari in UE garantiscano un “tenore di vita dignitoso.” Ma in Italia la destra non vuole sentirne nemmeno parlare, e anche nel centrosinistra non c’è un accordo.

    Il Consiglio europeo ha annunciato un accordo sulla bozza della direttiva sul salario minimo europeo. Il testo non prevede l’obbligo di istituire un salario minimo legale in tutti gli stati membri, ma punta a creare un quadro che porterà all’innalzamento dei salari, in modo da garantire a tutti un “tenore di vita dignitoso.” La direttiva non riguarderà infatti solo i sei paesi europei senza salario minimo — tra cui appunto l’Italia — ma fisserà gli standard minimi di un salario con cui si possa vivere dignitosamente.

    Il Consiglio sottolinea che la direttiva dovrebbe rafforzare il ruolo delle parti sociali e della contrattazione collettiva, e non indebolirlo, come spesso sostengono i critici del salario minimo legale. Infatti, nel testo ci saranno anche misure riguardanti i diritti sindacali e l’accesso alla contrattazione collettiva. La Commissione e il Parlamento hanno concordato che i parametri del salario minimo legale dovranno essere aggiornati almeno ogni due anni, sempre con il coinvolgimento delle parti sociali. Agnes Jongerius, europarlamentare dei laburisti olandesi che ha seguito la direttiva per S&D ed era a capo dei negoziatori del Parlamento, ha sottolineato che sono 22 i paesi europei che non sono adeguati alle misure che verranno introdotte, e dove molti lavoratori ricevono paghe con cui è impossibile vivere.
    L’accordo deriva da una proposta del Parlamento europeo inviata al Consiglio lo scorso ottobre, a cui hanno fatto seguito 8 round di consultazioni e negoziati. La trattativa si è conclusa in piena notte — Jongerius ha pubblicato un video in cui annunciava l’accordo alle 3 di notte. Dragoș Pîslaru, europarlamentare romeno di Renew Europe, ha pubblicato due foto di gruppo per celebrare l’accordo, pubblicando anche un’immagine zoomata sul dettaglio dell’orologio a muro, che segna le 2:44 di notte.

    L’Italia, insomma, non sarà obbligata ad approvare una legge sul salario minimo legale, ma dovrà scegliere con quali strumenti intervenire — anche rafforzando la contrattazione collettiva — per garantire che i salari siano superiori al 60% del salario mediano lordo, oppure al 50% del salario medio lordo, che in Italia si traduce in una cifra media di 9 euro l’ora. In Italia la normativa interesserebbe 4,6 milioni di lavoratori, tra cui il 90% dei lavoratori domestici e il 35% degli operai agricoli.

    Secondo il ministro del Lavoro Orlando, che ultimamente si è fatto portavoce della necessità di introdurre il salario minimo, la direttiva europea rappresenta “un assist per i lavoratori.” L’attuale maggioranza di governo però resta spaccata: se da un lato Conte vorrebbe vederlo approvato già in questa legislatura, soltanto pochi giorni fa il ministro Brunetta ha detto che il salario minimo legale “è contro la nostra storia di relazioni industriali e sindacali.” I tempi, molto probabilmente, trascendono la durata di questo governo: quando la direttiva sarà approvata definitivamente — mancano il placet della plenaria del parlamento europeo e poi la ratifica del Consiglio — gli stati membri avranno due anni di tempo per recepirla.

    Pd e M5S vorrebbero portare in Parlamento una proposta di legge sul salario minimo almeno entro luglio, ma trovare un accordo sarà difficile, anche all’interno della coalizione di centrosinistra: se i 5 Stelle difendono il testo dell’ex ministra Nunzia Catalfo, che mette nero su bianco il minimo di 9 euro lordi all’ora, il Pd preferirebbe derogare la questione ai contratti di settore, dicendo che la soglia dei 9 euro si raggiungerebbe “in modo implicito.” Secondo gli ultimi dati dell’Inps, quasi il 30% dei lavoratori in Italia prende una paga oraria inferiore — percentuale che sale al 35% tra i lavoratori agricoli.

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    59 min
  • 171: Un lavoro precario per tutt*
    Più di 3 milioni di italiani sono assunti con un contratto a tempo determinato: è il numero più alto di sempre — il frutto di precise decisioni politiche che continuano da vent’anni

    In Italia ci si sta accorgendo che c’è un problema di politiche del lavoro? Forse sì. Di certo arrivano dati sempre più significativi e sconfortanti: Gli ultimi dati Istat sull’occupazione certificano un lieve calo ad aprile 2022, soprattutto tra donne, autonomi e persone di età compresa tra 35 e 49 anni. Il tasso di occupazione resta invariato al 59,9%, ma la notizia più interessante è il record dell’occupazione dipendente a termine: gli assunti con un contratto a tempo determinato hanno raggiunto quota 3 milioni e 166 mila, +12,6% rispetto ad aprile 2021, il dato più alto dall’inizio delle serie storiche nel 1977.

    È colpa di qualcuno? L’amore dell’imprenditoria italiana per il precariato è cosa nota da decenni, ma frugando tra le notizie dell’anno scorso si trova una vera e propria pistola fumante: lo scorso 25 luglio il governo, tramite un emendamento al decreto Sostegni bis promosso dal Pd, ha sostanzialmente offerto alle imprese la possibilità di prorogare i rapporti a tempo determinato senza indicare causali, e stipulare contratti a tempo determinato di durata superiore ai 12 mesi anche con lavoratori già impiegati con contratti precari da due anni. Confindustria aveva ringraziato di cuore il governo — e le imprese, a giudicare dai dati di questi giorni, non hanno avuto vergogna di approfittarne.

    Non è l’unica questione aperta, però: la stagnazione dei salari rispetto alla media europea è un problema politico altrettanto grande. Le proposte di salario minimo avanzate negli ultimi mesi stanno incontrando gli strepiti delle associazioni imprenditoriali e del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che ha invitato sostanzialmente a tenere i salari bassi per non mettere sotto pressione le imprese — non lanciandoli in una “vana rincorsa” rispetto ai prezzi, che stanno aumentando a causa delle ben note vicende sanitarie e belliche degli ultimi due anni. Per fortuna, dopo anni di tentennamenti sindacali che hanno contribuito a rendere l’Italia uno degli ultimi paesi Ue a non aver definito per legge un salario minimo, almeno la Cgil e il suo segretario Maurizio Landini sembrano essersi convinti che la misura non può più essere rimandata — lo stesso non si può dire, però, della Cisl.

    La classe politica italiana però ha altro per la testa, come le gite a Mosca. Il segretario leghista Matteo Salvini avrebbe voluto provare a risolvere la guerra in Ucraina recandosi personalmente al Cremlino e provando a proporsi come mediatore — peccato che, come ormai è noto, ha provato ad organizzare il viaggio in maniera molto irrituale, avvalendosi di un intermediario discutibile e non informando in maniera adeguata il governo. Si è sollevato quindi un polverone, con l’ex ministro dell’Interno attaccato praticamente da tutto l’arco politico: del viaggio probabilmente non se ne farà nulla — in compenso sulla vicenda indagherà il Copasir.

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    55 min
  • 170: La pace secondo Mario Draghi
    La Russia ha respinto il piano di pace di Di Maio e Draghi, ma qualcuno ci ha creduto? Mentre il governo parla di pace e condizionatori, l’Italia ha quadruplicato le proprie importazioni di petrolio russo

    Il “Piano italiano per la pace” offerto a Russia e Ucraina è stato malamente snobbato dal vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Medvedev, secondo cui “sembra preparato da politologi locali che hanno letto molti giornali di provincia.” Il portavoce del Cremlino Peskov ha poi stemperato, dicendo che il piano non è stato ancora esaminato. La proposta, in quattro punti, è stata definita da Di Maio come un lavoro “ancora embrionale.” Anticipato da Repubblica la settimana scorsa, il piano ha avuto una gestazione tortuosa e non molto chiara, estranea ai canali diplomatici tradizionali.

    Nel mondo reale, però, la situazione è molto più complessa. Ad esempio, l’Italia questo mese ha importato 450 mila barili di greggio dalla Russia — ben quattro volte più che a febbraio. Questo aumento è dovuto alla necessità di mantenere in funzione la raffineria Lukoil di Priolo, in provincia di Siracusa, di proprietà dell’omonima azienda russa e che — come conseguenza indiretta delle sanzioni — utilizza ora unicamente petrolio russo per le proprie attività. E la raffineria è troppo grande per essere chiusa — lavora il 13% del petrolio greggio che arriva in Italia e dà lavoro a circa mille dipendenti più indotto. L’aumento delle importazioni dalla Russia, però, stride con la politica del governo, che a parole parla di ridurre la propria dipendenza energetica dalla Russia — la quale finanzia il proprio apparato militare soprattutto con le esportazioni di petrolio.

    Con Stefano Colombo e Alessandro Massone
    Editing di Federico Cuscunà

    in copertina, foto CC-BY-NC-SA 3.0 IT presidenza del Consiglio dei ministri

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    51 min
  • 169: Cose rosse, diritti di tutte
    La proposta di legge sul congedo mestruale del governo spagnolo, trainato da Podemos, ha aperto un dibattito sul diritto alla salute delle donne. Esistono due scuole di pensiero, che vedono nel congedo un’opportunità per rivendicare l’unicità del diritto alla salute femminile e chi pensa sia una discriminazione controproducente per la posizione della donna nella società. Una certezza è che la medicina non conosce ancora abbastanza il corpo delle donne, anzi ne trascura la specificità proponendo un modello basato sul corpo maschile.

    In questa puntata di Trappist parliamo di mestruazioni, diritti delle donne sul luogo di lavoro, storia del congedo mestruale.
    Per farlo, abbiamo invitato Valentina Lucia Fontana ideatrice di Eva in Rosso il podcast sul ciclo mestruale e del Festival del ciclo mestruale, che si terrà a Milano dal 17 al 19 giugno.

    Con Valentina Lucia Fontana, Emanuela Colaci e Alessandro Massone.
    Editing Federico Cuscunà
    1 hr 2 min
  • 168: In Parlamento si discute del salario minimo. È la volta buona?
    Il disegno di legge di Nunzia Catalfo è arrivato in Parlamento, ma far entrare anche l'Italia tra i paesi che adottano questo diritto non sarà facile

    L’ex ministra del Lavoro Nunzia Catalfo ha presentato un disegno di legge per l’introduzione del salario minimo in Italia, che potrebbe aggirarsi sui 1.400 euro al mese e garantire stipendi dignitosi a quattro milioni e mezzo di lavoratori. Il salario minimo è presente già nella maggior parte dei paesi euro, ma non sarà facile introdurlo in Italia, anche per l’opposizione di alcuni noti partiti di centrodestra al governo come Forza Italia e Italia Viva. La sua introduzione però, con l’inflazione in volata, è sempre più urgente.

    Nel frattempo il paese si è finalmente accorto della gravità di quanto accade ad ogni raduno degli alpini, tra molestie e sessismo imperante. L’ultimo meeting di Rimini ha raccolto proteste generali e ha costretto addirittura il ministro della Difesa a parlare di “episodi gravissimi.” A differenza dell’epidemia di maschilismo, almeno, quella di covid secondo la politica italiana ormai si è fermata. O no?

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    48 min

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Il mondo visto da lontano: conversazione sulle notizie piú importanti della settimana, dalla redazione di the Submarine.

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