Santi: dalla tribolazione alla vittoria

Santi: dalla tribolazione alla vittoria

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Santi: dalla tribolazione alla vittoria episodes

  • Il miracolo ti accade mentre cammini. Non serve avere tutto chiaro per iniziare a credere, parti e poi torna
    Gesù continua il cammino verso Gerusalemme, la storia della salvezza continua, perché il Signore continua a passare nella vita di tante persone. E lì trova dieci lebbrosi alla porta di questa città, che vuol dire la pienezza (dieci) di chi è escluso dalla comunione con gli altri, chi è consapevole della propria miseria, della propria condizione mortale e, in questa condizione, cosa fa? Grida a Gesù ad alta voce, abbi pietà di noi, Gesù Maestro. E credo che questo gridare, se volete, è anche il nostro Kyrie Eleison, cioè l'implorare la misericordia.Il Signore qui dà una parola su cui vivere, camminare, perché li invia dai sacerdoti, c'è un adempimento della legge da fare, devono andare a far constatare che sono stati risanati e loro credono che sarebbe successo, quindi si incamminano.
    Mentre si incamminano, effettivamente accade, e uno ritorna da Gesù vedendosi guarito, dice il testo. Se volete, forse potrebbe somigliare un po' alle nostre percentuali, forse molti sono cristiani, si dicono cristiani, però di fatto il tornare da Gesù rendendo gloria a Dio, che non è soltanto l'andare a messa, è l'andare nel rapporto con il Signore in una profondità diversa che ti cambia la vita e infatti solo Lui riceverà questa parola da Gesù, perché è tornato da Lui, alzati e va, la tua fede ti ha salvato, non sei soltanto guarito, sei salvato. Allora anche noi mettiamoci realmente in questa disponibilità del cuore del tornare a Gesù, di andarlo a ringraziare delle cose che ci capitano nella vita, andare da Lui, supplicare, ringraziare, lodare, credo che da lì parta l'esperienza della salvezza e gliela chiediamo.Gesù continua il cammino verso Gerusalemme, la storia della salvezza continua, perché il Signore continua a passare nella vita di tante persone. E lì trova dieci lebbrosi alla porta di questa città, che vuol dire la pienezza (dieci) di chi è escluso dalla comunione con gli altri, chi è consapevole della propria miseria, della propria condizione mortale e, in questa condizione, cosa fa? Grida a Gesù ad alta voce, abbi pietà di noi, Gesù Maestro. E credo che questo gridare, se volete, è anche il nostro Kyrie Eleison, cioè l'implorare la misericordia.Il Signore qui dà una parola su cui vivere, camminare, perché li invia dai sacerdoti, c'è un adempimento della legge da fare, devono andare a far constatare che sono stati risanati e loro credono che sarebbe successo, quindi si incamminano.
    Mentre si incamminano, effettivamente accade, e uno ritorna da Gesù vedendosi guarito, dice il testo. Se volete, forse potrebbe somigliare un po' alle nostre percentuali, forse molti sono cristiani, si dicono cristiani, però di fatto il tornare da Gesù rendendo gloria a Dio, che non è soltanto l'andare a messa, è l'andare nel rapporto con il Signore in una profondità diversa che ti cambia la vita e infatti solo Lui riceverà questa parola da Gesù, perché è tornato da Lui, alzati e va, la tua fede ti ha salvato, non sei soltanto guarito, sei salvato. Allora anche noi mettiamoci realmente in questa disponibilità del cuore del tornare a Gesù, di andarlo a ringraziare delle cose che ci capitano nella vita, andare da Lui, supplicare, ringraziare, lodare, credo che da lì parta l'esperienza della salvezza e gliela chiediamo.
    3 min
  • Martedì 11-11-25 Ci sono vivi che sono già morti. E morti che vivono pienamente. Dipende solo da cosa fa battere il cuore
    La creazione che troviamo oggi nel Libro della Sapienza, parla delle anime dei giusti che stanno subendo una sorte diversa da quella che noi vorremmo, cioè, pare che ci sia una incorruttibilità che non riguarda semplicemente la vita o la morte biologica. Anche qui in mezzo a noi, ci potrebbero essere delle persone vive e delle persone morte, dove? Nel cuore, nella capacità di amare, nella capacità di mettersi in gioco, vivi o morti, da che cosa dipende? Quello che tocca il nostro cuore: cos'è che ci rende vivi o morti?  Se la nostra vita sta seguendo la stessa vita che in Cristo abbiamo conosciuto, cioè una vita d'amore che si mette a servizio, tanto da subire anche la stessa sorte di Gesù, sentite queste parole, anche se gli occhi degli uomini subiscono castighi -ma mi sembra che anche il Cristo non abbia subito una bella sorte umanamente- la loro speranza resta piena di immortalità. Come uniamo la nostra vita a quella del Cristo oggi?  Forse noi cerchiamo sempre le cose più comode, non è detto che siano le più vere, le più giuste, e in questo forse troveremo una grande unità con questo brano del Vangelo, dove viene posto sotto la lente di ingrandimento questo servo che rientra dal lavoro e che anziché mettersi a tavola, perché ormai è giusto che anche lui si riposi e mangi, dice no, fai il servo, cioè cingiti la veste e servimi, dopo mangerai e berrai anche tu.
    Istintivamente ci viene a dire non è giusto.  Allora vorrei porlo proprio nella prospettiva con cui stiamo vivendo la vita cristiana.  Quale Cristo stiamo servendo? Il Cristo che ama? Il Cristo che è sempre pronto ad accogliere e perdonare? Oppure abbiamo un'idea del Cristo diversa? Quello che vuole essere riverito, omaggiato, ma non mi sembra che questi sia il Cristo che abbiamo conosciuto dalle Scritture.
    Allora, se volete, proviamo a fare un passo avanti e cioè, siccome è un po' antipatica questa espressione finale, cioè dire siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare.  Dire inutile, a qualcuno di voi piace essere inutile? Direi di no, non è istintivamente bello. Però letteralmente cosa vuol dire inutile? Senza utile, cioè che non faccio questo perché tu mi paghi, lo faccio perché c'è un amore che mi spinge a farlo. La vita cristiana non è mettersi a servizio sperando in una mercede, cioè in un pagamento.
    La vita cristiana dovrebbe proprio scaturire dall'amore con cui ci sentiamo amati da Dio e lui lo fa sempre con grande generosità, gratuitamente. Tant'è che nel momento in cui così siamo disposti ad amare, sentiremo che la vera ricompensa sta proprio nell'amare come Cristo ama. Quell'amore lì che è gratuito, è libero e liberante.
    Non costringe nessuno l'amore con cui ami, sei tu che lo fai spontaneamente, non cerchi niente come contraccambio. Credo che questo ci aiuti a capire perché è proprio lo stesso amore con cui Cristo è venuto ad amarci. Non doveva riscattare, nel senso pagare qualcuno, a chi poi? Al diavolo pagare il nostro riscatto? Mi sembra che non sia molto luminosa come espressione.
    Al diavolo non deve proprio niente. Il fatto che il Cristo doni la vita per amore è dipinto molto bene in un brano della Lettera ai Colossesi da San Paolo, dice che lui è il capocoro, è il primo, è quello che apre la strada a quelli che imparando da lui vivranno con amore, con generosità e gratuitamente. È il primo che entra nel Regno e ci insegna da adesso ad entrare così nel Regno dei Cieli.
    Quindi non aspettiamo di dover morire biologicamente per scoprirlo, è meglio scoprirlo adesso e renderne grazie.
    6 min
  • Domenica 9-11-25 Vuoi Cristo nei tuoi pensieri, che possa toccarli, purificarli, e far germogliare vita nuova?
    La liturgia di oggi ha una grandissima forza, però ci tengo a distinguerla dall'arrabbiatura. Perché uno potrebbe ascoltare il Vangelo di oggi e pensare, vedi, anche Gesù si arrabbiava, quindi mi posso arrabbiare pure io. Di che? Arrabbiarsi di che? Perché spesso ci arrabbiamo per cose minime.
    Ma guardate bene perché c'è una grande unità oggi nelle letture. Chiaramente fanno un po' perno sulla parola tempio, il tempio. Abbiamo ascoltato Ezechiele, questo fiume d'acqua che esce dal lato destro del tempio, che prima era un rubinetto aperto, dopo diventa un fiume.
    E qui c'è una prima rivelazione profetica. Poi quelle espressioni forti di San Paolo nella Prima Lettera ai Corinti, perché lo dice chiaramente che siamo noi il tempio, tempio di Dio. Anzi, poi specifica, non sapete che siete tempio di Dio e che lo spirito di Dio abita in voi.
    Poi arriva a dire una cosa che spero faccia un po' impressione, poi magari cercheremo di capirla. Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui, perché santo è il tempio di Dio che siete voi. Dai, un po' di paura la mette, eh! Perché ti devi rendere conto che con certi modi di fare ti metti contro Dio.
    E di questo non siamo consapevoli, facendo dei macelli. Allora ecco il segno profetico di Gesù, che non è che gli sono girati i cinque minuti, ma fa un segno profetico fondamentale. Siamo ancora all'inizio del Vangelo di Giovanni, siamo nel capitolo secondo.
    Giovanni ha 21 capitoli, e nel parlarci della rivelazione che abbiamo in Cristo, poco prima di questo testo aveva parlato delle nozze di Cana, il primo dei segni che Gesù alle nozze trasforma l'acqua in vino, lo ricorderete spero. Ma poco dopo della trasformazione dell'acqua in vino, quindi il passaggio dalla legge alla bellezza, alla gioia, le nozze diventano il segno di come lo spirito trasforma tutto in una nuzialità con Dio, fa subito il segno della purificazione del Tempio.
    Quindi non è che si era svegliato storto quella mattina, per capirci. Il senso è questo. Parla del Tempio che verrà distrutto e riedificato, e lo prendono quasi in giro, tu lo fai in tre giorni, ma è stato fatto in 46 anni quel Tempio.
    Ma lui parlava del Tempio del suo corpo. Allora, non dimentichiamo i vari passaggi che anche attraverso l'ascolto della parola, e se volete lo sviluppo, la traduzione teologica anche di tutta la vita cristiana, noi nel battesimo diventiamo membra del corpo di Cristo, tutti noi. Ogni volta che noi attentiamo a quest'unità, all'unità del corpo di Cristo che è la Chiesa, noi ci mettiamo contro di lui.
    Questo ci dovrebbe far tremare le vene nei polsi. Cioè, ma mi rendo conto che quando faccio, dico, penso, ad un'azione di prevaricazione, di esclusione, io ho a che fare con Dio, il suo corpo. Quando noi lo facciamo verso qualcuno perché ci è antipatico, se me la prendo con lei perché mi è antipatica (lei ride perché sa che non è vero) però nel momento in cui io mi metto contro, semplicemente per una simpatia o antipatia, che cosa sto facendo? Posso creare una divisione.
    Ma divisione da che? Una divisione da me o dal corpo di Cristo che è la Chiesa? Noi non ci rendiamo conto perché spesso, noi andiamo a confessarci delle cose che non abbiamo fatto, non ho bestemmiato, sono sempre andato a messa, dici quello va bene, cioè, meno male, ma ti sei reso conto di che cosa hai fatto al corpo di Cristo in questo tempo? L'hai edificato nella comunione, l'hai onorato? hai vissuto nella carità? Qual è il comando fondamentale che Dio ci ha dato? Ama Dio, ama il prossimo. Benissimo, cosa vuol dire? Uno potrebbe pensare, il prossimo, siccome questo prossimo qui non mi piace, vado al prossimo, quest'altro non mi piace, vado al prossimo! No, no, il prossimo è chi ti è vicino, cfr. Latino proximus, vuol dire il vicino, con chiunque tu abbia a che fare. Allora, quando noi facciamo di questa festa che è la dedicazione della Cattedrale di San Giovanni in Laterano una festa universale, perché attraverso l'insegnamento del Papa, che ha come cattedra, come luogo di insegnamento la Chiesa di San Giovanni in Laterano, in ogni chiesa si può festeggiare, attenzione, quell'unità che viene dall'amore con cui Dio ci ama. Lui ama ciascuno, tutti e ciascuno, nessuno escluso.
    Qualcuno si esclude da solo, qualcuno esclude gli altri. Allora dice calma. E ci tengo a dirlo perché nella Lettera ai Corinti a un certo punto c'è uno della comunità che fa una roba assurda, è un caso di incesto, allora dice, questa persona che tutti conoscete adesso escludetela dalla comunione.
    Perché? Perché si renda conto del male che sta facendo. Escludetela, è una scomunica, escludetela dalla comunione. Sinché non cambi, una volta che ora ha cambiato la riaccoglieremo.
    Intanto stia fuori, perché se non fai un gesto chiaro, e guardate che questa è una via terapeutica, cioè di cura, la Chiesa ogni tanto la fa questa cura, perché? Perché c'è qualche cellula un po' impazzita, è successo anche ad alcuni vescovi, per cui tenetene conto, qualche cellula un po' impazzita che rischia di compromettere la comunione, l'unità del corpo di Cristo che è la Chiesa. In quei casi dice, bene, il Papa sovrintende anche in questo, dice, bene, questa persona sia interdetta a divinis, sia scomunicata, finché non cambia. Ma ci rendiamo conto dell'importanza di questo solo se guardiamo la comunione, l'unità.
    La scomunica, cioè quello che toglie la comunione, non è per antipatia o simpatia, è una via terapeutica per l'unità. Per questo il Signore Gesù viene nel Tempio e fa questo trambusto, perché è come se dicesse, siccome tu sei Tempio di Dio, io sono pronto a entrare nella tua vita dove vuoi e dove non vuoi all'inizio, perché fa male in certe situazioni, perché noi siamo attaccati ai nostri pensieri, eh? I nostri pensieri sono come dei figli primogeniti, quindi ce li accarezziamo, ce li custodiamo, li coccoliamo. E il Signore invece viene lì e dice, questo non va bene.
    Zac! Ah! E lì noi scancheriamo anche contro il Signore certe volte. Allora cosa fa? Se lo fai entrare, se gli permetti di entrare nella tua vita, Lui la purifica, come qui purifica il Tempio. Quindi ciascuno di noi faccia qualche passaggio interessante, non faccia semplicemente l'osservanza generale dei comandamenti, quelli che insomma ti tieni così nel generico che non ti cambia assolutamente niente.
    Lascia che entri nella tua vita, tocchi i tuoi pensieri e i sentimenti, li purifichi e lì vedrai come germoglia vita nuova. E lo dice anche in un altro brano, il capitolo 15 di Giovanni, quando parla della vite e dei tralci, che dice, ciò che è secco lo taglia e ciò che porta frutto lo pota perché porti più frutto, lo pota. Capite allora che ci sono delle cose che non, vieni qua, ci penso io.
    Tanto tu non sei capace di farlo da solo, ci penso io. Basta che tu accolga Cristo nella tua vita. Ed è quello che chiediamo anche oggi al Signore, vieni Signore nel tuo Tempio, nella tua Chiesa, in ciascuno di noi, vieni a purificarci con la tua grazia e la nostra vita risplenderà della tua presenza.
    11 min
  • Venerdì 7/11/25 Il perdono è la furbizia dei santi. Chi sa condonare, guadagna vita.
    Mi fa piacere oggi poter celebrare il saluto a Giorgia con questo testo del Vangelo, perché rende tutto un po' più espressivo. La fede di Giorgia era un po' spigolosa, non era accomodante, le cose le viveva di impatto, di fronte, e questo Vangelo che credo non sia semplice, ci dà un'opportunità, innanzitutto perché tutti possiamo considerarci simili a questo amministratore “disonesto”. Se veniamo misurati per quello che siamo, per quello che diciamo e facciamo, alla fine in qualcosa sicuramente siamo mancanti e arriva il momento della verità.
    Che cosa facciamo? Siamo tutti a tempo, c'è un passaggio da compiere, sappiamo che il nostro tempo si fa breve, finisce. A quel punto possiamo diventare scaltri, sentite che c'è una lode, non so se voi siete stati mai fregati, e se dopo avete ringraziato chi vi ha fregato, io no, ma la lode verso questo amministratore disonesto è perché è stato scaltro, sveglio, perché? Credo e spero che questa possa diventare anche una caratteristica di tutti noi cristiani, perché conoscere com'è il cuore di Dio e riuscire già adesso a mettere in pratica alcune cose che sono secondo la sua logica, credo che sia una grande furbizia, una scaltrezza importante. Giovanni (il figlio) ha ricordato come Giorgia diceva il Rosario, aveva trovato in quello una strada preferenziale, era una sua forza.
    E qual è una forza che qui possiamo scoprire anche nel rapporto con il Signore? Che lui ha il cuore misericordioso, quindi la scaltrezza di quest'uomo è perdonare i debiti verso il suo padrone, non erano verso di lui, erano verso il suo padrone. Alla fine guardate che tutti i nostri motivi di mancanza ricadono sempre su Dio, sempre, tant'è che noi li portiamo anche nell'Eucarestia e li offriamo, chiediamo il perdono dei peccati, chiediamo grazia e ritorniamo lì dove sappiamo che il Signore non manca mai, cioè la sua fedeltà, un amore fedele che è sempre pronto a perdonare, come il cuore di un padre o di una madre. Allora oggi questa lode spero che possa aiutarci a fare i conti con quanti debiti possiamo rimettere, cose che magari ci sono rimaste un po' qui, però secondo l'intelligenza di Dio, quella che lui ci dà è che il rimettere, il perdonare, il condonare, il non avere quei rospi che non vanno nessuno giù, ecco questo è un momento di grazia.
    Di Giorgia si possono dire forse tante cose, sicuramente non c'è qualche cosa che le è rimasta non detta, quello che pensava lo diceva tutto e senza sconti, proprio pari. Allora questa franchezza è una risorsa, a volte se ne sente un po' il peso, però è una grande risorsa e credo che il Vangelo di oggi abbia questa espressione franca, chiara. Se impari anche tu a fare come questo amministratore, a condonare i debiti, forse anche tu avrai chi ti dirà non soltanto grazie, perché quando ci sappiamo perdonare ci diamo vita, avrai chi ti saprà accogliere proprio perché hai acquistato un cuore nuovo, ma soprattutto avrai sempre le braccia del Padre che ti accolgono come un figlio prediletto, perché hai imparato da lui l'arte dell'amore.
    6 min
  • Dio non si arrende. Quando mi perdo, si mette in cammino. Ogni volta
    Stiamo nella rivelazione del cuore di Dio oggi. Abbiamo qualcosa di particolare sia nella lettera ai Romani, dove subito potremmo mettere in discussione se è proprio vero così. Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché siamo del Signore.
    Quindi, se siamo del Signore, moriamo per Lui, viviamo per Lui. E qui forse ci sono già le prime criticità. Ma se è vero che sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore, se accettiamo questo, è proprio perché abbiamo conosciuto che Cristo è colui che è venuto proprio per riscattarci dalla condizione di lontananza, di solitudine, di essere, così vado dentro anche al Vangelo, ma sarebbe interessante dire tu perché giudichi il tuo fratello, ma questo sarebbe proprio il tema.
    Ma il motivo, direi, performante di questo Vangelo è che Gesù dice queste parabole perché mentre qualcuno si avvicina e ascolta e vuole stare con lui, qualche altro invece soltanto critica e dice il problema è che costui, accoglie i peccatori e mangia con loro. E allora Gesù per questo dice queste parabole. E sono parabole che mettono in evidenza come il cuore di Dio è un cuore che sempre in cerca, è in cerca di una pecora su cento che si è perduta, di una moneta su dieci che si è perduta, poi la parabola subito dopo dei due figli, di uno che si è perduto come la pecora fuori di casa e l'altro che si è perduto come la moneta dentro casa.
    Tutti persi, ma tutti cercati. Quindi è bello sentire che Dio ci cerca sempre e comunque perché ci siamo persi, abbiamo pensato che altro fosse il nostro bene, ci siamo allontanati da Lui, ma a volte ci siamo persi pur stando in chiesa andando a messa tutti i giorni forse e ci perdiamo nei nostri giudizi, nelle nostre critiche, nelle nostre permalosità, nel nostro orgoglio e ci perdiamo. E Dio cerca l'uno e l'altro, cerca tutti.
    E pare che sia anche molto contento, non soltanto di cercarci, ma di vedere che in tanti momenti ci ritrova. E questo Vangelo è un rallegratevi con me perché ho trovato quello che si era perso. Rallegratevi con me.
    Allora vorrei provare a rallegrarmi questa sera perché credo che in tante situazioni ciascuno di noi potrebbe aver colto di essersi perso molto lontano da Dio, sia perché ha seguito altre idee, sia perché un po' si è lamentato con Dio, come il figlio maggiore, perché non fa bene, il padre non fa bene ad accogliere chiunque. E invece vorrei rallegrarmi e ringraziare perché se qui c'è un ringraziamento è proprio perché ciascuno di noi possa ritrovare, dovunque si sia perso, la strada per tornare da lui con cuore nuovo.
    5 min
  • Amerai il tuo prossimo come te stesso comincia da un gesto piccolo: guardare l’altro.
    Sinceramente, dico subito, non avrei scelto questo testo di mia sponte oggi, ma lo colgo come provvidenza. Perché anche noi oggi siamo una folla numerosa e siamo venuti da Gesù, proprio come dice il Vangelo. E forse, come molti di quella folla, c'è chi ha il cuore spezzato, ferito, e chi sente molti motivi per lamentarsi, per recriminare.
    Cioè, non c'è pace. Abbiamo bisogno che il Signore doni pace, per questo veniamo da Gesù. E le parole di Gesù non sono delle parole respingenti, mai.
    Se volete, anche quando ci sono delle parole più toste, decise, come quelle di oggi, abbiamo ancora più bisogno di sentire come Lui ci prenda la mano, per dire, Signore, sono spaesato. Ed effettivamente si è spaesati quando ti aspetti che succeda quasi qualcosa di routine, e invece sembra che tutto crolli. Ma c'è una verità ancora più profonda dentro quello che stiamo vivendo, e credo anche dalle testimonianze di Gabriele e delle donne di famiglia che c'è una specie di filo rosso che ha accompagnato la vita decisa di Barbara, che era una donna che si metteva in gioco, cioè quello che aveva capito era pronta a spenderlo, a spendere se stessa per quello che aveva capito.
    Ma credo che questo vada proprio nella prospettiva di quello che abbiamo ascoltato.
    Se uno vuole essere mio discepolo: come si è discepoli del Signore secondo il nostro stato di vita? Spendendo la vita, donandola nella professione, ma soprattutto nelle relazioni. Allora si capisce che anche le due parabole che dice Gesù, Barbara le ha attuate.
    Cioè sembrerebbe quasi che dica, ma se uno non è in grado di... no, no, no, attuare il Vangelo vuol dire attuare quella vita con amore secondo quelle che sono le tue caratteristiche. E mi piace che abbiamo affiancato oggi un testo della Lettera ai Romani, che credo che sia di grande consolazione, perché: non siate debitori di nulla, nessuno, se non dell'amore vicendevole. Perché l'amore vicendevole, l'amore reciproco è una mano tesa, è uno sguardo disponibile, è scoprirsi -anche nella propria fragilità- disponibile al bene dell'altro.
    Quindi amerai il tuo prossimo come te stesso, ricapitola qualunque comandamento di Dio. E amare il prossimo passa da una cosa molto semplice, che al prossimo non gli giri le spalle ma gli rivolgi il tuo volto. Oggi possiamo contemplare in questo mistero d'amore che stiamo celebrando che il volto di Cristo è un volto che ha affrontato la croce per amore del prossimo.
    Allora forse possiamo considerare che Barbara ha gettato delle fondamenta e non è che non ha finito di costruire la torre, come dice il Vangelo, perché ne ha costruite tante nel cuore di tante persone. Lei ha combattuto una battaglia e non è scappata via; ha attivato questa scelta di essere per gli altri in tante altre persone.
    Questo potrebbe essere un motivo di preghiera e di gratitudine oggi. Chi vive con intensità anche il breve tratto di vita terrena si capisce che non finisce la sua missione terrena, la continua a condurre, e questa è la nostra fede, anche nella comunione dei Santi, quella che abbiamo appena celebrato anche il primo e il due di novembre, la comunione dei Santi, cioè dopo la nostra fine mortale, la nostra missione non finisce, continua dal cielo e credo che il legame che si è stabilito sulla terra, che prosegue anche dal cielo, dica una grande verità della nostra vita, che neanche la morte può fermare. Ma qui dipende anche dalla disponibilità del cuore di ciascuno di noi perché non sia più una ferita ma sia un segno d'amore, forse una cicatrice, come per dire qui non soltanto ci sei passata tu, tu rimani qui.
    Rimani a condurre insieme a me, insieme a noi, un progetto meraviglioso che è la vita che stiamo vivendo, la possibilità di diventare gli uni per gli altri un dono d'amore. Per questo oggi quella torre che il Vangelo dice qualcuno ha iniziato a costruire, anche Barbara ha collaborato a costruirla nella vita di tante persone. Oggi Signore fa che si possa completare in cielo, fa che possa da lì, dal tuo trono, dalla tua gloria, cioè dalla pienezza dell'amore, dare anche consolazione e fiducia a chi in questo momento non vede ancora questa parte ma la crede, la spera.
    E forse questi saranno quei messaggeri di pace, sapete termina così la seconda parabola che se uno dice non è in grado cosa fa? Non è in grado di affrontare una guerra? Manda messaggeri di pace, cerca una riconciliazione, cerca una pace perché noi non vogliamo semplicemente soccombere agli eventi della vita, noi chiediamo che ci siano dei messaggeri di pace, questi credo che siano simboleggiati un po' dagli annunci (dagli angeli) gli annunciatori della speranza che anche oggi vogliamo accogliere. Perché la nostra vita ha bisogno di ulteriorità, di non fermarsi semplicemente alle ferite, alle incomprensioni, ai motivi per cui ci avveleniamo, ci rattristiamo, oggi chiediamo al Signore che mandi tanti annunci di bene, forse saranno le parole buone che scorreranno tra di noi ricordando come la presenza di Barbara sia stata un dono. Il dono non finisce perché Dio è fedele, continua ad essere presente, per questo anche noi chiediamo al Signore di essere veramente discepoli rinunciando ai nostri pensieri più egoistici, quello di dire manca a me, ma la vita non è solo per me ma è un invogliarmi, un richiedermi una comunione per fare anch'io della mia vita un dono, così forse saremo veramente testimoni, discepoli di quel Signore che per sé non ha tenuto nulla, è stato tutto dono e anche oggi continua ad esserlo perché come la vita di Barbara, la vita di ciascuno di noi possa diventare un luogo che manifesta l'amore, la sua presenza, il suo essere Signore della vita. Ci conceda il Signore di guardare così con occhi nuovi, cuore nuovo, ciò che prima sembrava essere un disastro, una disfatta, possa essere per noi oggi un luogo di ringraziamento perché il dono continua insieme a Lui.
    12 min
  • Il chicco di grano che muore non scompare: diventa fecondo.
    La colorazione di questa celebrazione oggi, la tinta di rosso di sangue dei martiri, di solito, sì, a me è un colore che è molto caro. Sono nato il giorno di un martire, porto il nome di un martire, insomma finirò lì anch'io, si capisce. Ma la prospettiva dei martiri non è che volessero morire così, loro volevano vivere, volevano vivere.

    Ma è intima ad una vita di verità che a volte la menzogna cerca di sopraffare. Ma vorrei dirlo più con le parole del Vangelo, questo è per dare un po' il contesto. Quando scegliamo di vivere con amore è normale che la vita si spenda.

    Tu ti ricorderai del Salmo 125, quel seminatore che se ne va e piange portando la semente da gettare. Nel momento in cui c'è da spargere il seme, cioè sembra soltanto di perdere, come in tanti momenti le persone care sono passate già nell'eternità e a noi lasciano il vuoto, sembra di aver perso. Ma nel tornare viene con giubilo portando i suoi covoni e mi viene da dire che noi la nostra vita che fa tesoro dei doni che il Signore ci fa attraverso tante persone che ci hanno preceduto nella fede e adesso ci precedono nella gloria, la nostra vita fa parte di quei covoni.

    Senza chi ci ha preceduto nella fede non saremmo queste persone qui. Non soltanto qui in chiesa adesso ma nella vita quotidiana non saremmo questi qui. Allora il discorso del chicco di grano che cade in terra che muore è proprio per non rimanere da solo.

    È coerente con quel bene con cui tu la tua vita la vivi la parola martire vuol dire testimone e fai delle scelte di testimonianza e ciò in cui tu credi è la tua stessa vita. L'amore con cui tu ti doni e ti spendi se vuoi è il tuo martirio. Il tuo martirio ha un prezzo la tua testimonianza ha un prezzo ma chi ama non calcola.

    Oggi chiediamo al Signore che proprio si possa attuare questa parola che abbiamo ascoltato nel Vangelo che si è attuata in Cristo si è attuata nei nostri cari che ci hanno preceduto nel Regno ma chiediamo che si attui anche in noi. Se uno mi vuol servire mi segua. Dove ci porterà l'amore con cui stiamo cercando di seguire il Signore? Da Lui.

    Il come a volte ci fa tribolare però forse la cosa veramente da chiedere aiutaci a non fare calcoli ma semplicemente a seguirti ci porterà farà parte di questa grande scommessa dove sono io la sarà anche il mio servo e se uno mi serve il Padre lo onorerà. E solo in questo momento mi vengono in mente alcune cose che Michele nel suo camminare in questo mondo ha seminato con grande passione e quindi venendomi in mente quelle penso che anche tutti gli altri nostri cari che ci hanno preceduto siano stati dei seminatori ma la gioia l'energia spesa i sorrisi e le lacrime fanno parte di quella coltivazione che poi porta frutto che il nostro cuore sia oggi gravido di ringraziamenti e pronto alla stessa generosità perché perché il frutto continui anche per le nuove generazioni.
    6 min
  • Dio dove trova miseria mette misericordia. La disobbedienza non lo scandalizza: lo commuove.
    Forse la proposta è indecente, quella del Vangelo intendo, però vorrei considerarla anche alla luce delle parole che abbiamo ascoltato nella Lettera ai Romani, perché l'intenzione qual è? Non soltanto conoscere la logica di Dio, c'è una logica nel modo di fare, nel modo di parlare e quindi anche nel modo di relazionarsi con noi, perché è come se ti dicesse vorrei dirti ciò che conta davvero. In un certo senso l'invito è come faccio io, fate tutti voi. Cosa trova in noi il Signore? Trova una grande miseria.

    Mi piacerebbe come stigmatizzarla così, trova miseria e mette misericordia. Guardate cosa dice San Paolo qui. Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della disobbedienza degli ebrei in questo caso, così anche essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch'essi ottengano misericordia.

    Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per essere misericordioso verso tutti. Uno potrebbe dire ma siamo disobbedienti perché Dio ci ha fatto i disobbedienti? No, non c'era bisogno. Penso che ve ne siete accorti.

    Non è che, faccio un esempio, ciascuno di noi è disobbediente a certe regole perché qualcuno gliele ha imposto. No? Siamo disobbedienti ma senza postrizioni, ci viene abbastanza spontaneo. Allora, la profondità della ricchezza, della sapienza, della conoscenza di Dio insondabili, inaccessibili a noi, ci viene manifestata.

    Come? Proprio attraverso la logica del contrario. Proprio il Vangelo ha questa espressione che sembra quasi che abbia imparato dai nostri ricevimenti di matrimoni o di incontri parentali. Quando tu dai un banchetto, chi inviti? I parenti, i ricchi vicini, quelli che ti hanno invitato.

    E così dai il contraccambio. E invece lui dice, fai il contrario. Tu invita poveri, storpi, zoppi, ciechi.

    E questi non hanno da ricambiarti. Allora, avrei una interpretazione semplice e una un po' più complicata. Ma così, nel dialogo con lo Spirito mi è sembrato di capire così.

    Quella più semplice, sono evidenti i tanti poveri che, un po' potremmo imparare dallo stile di Francesco, si è fatto povero quello che aveva la dato. Punto. Però, oltre a questa via, diciamo, evidente e immediata, io continuamente, in mezzo a noi, in mezzo a qualunque consesso umano, vedo poveri, storpi, zoppi, ciechi a motivo della presunzione, dell'orgoglio, della superbia.

    E, anziché semplicemente giudicare ed escludere, c'è una via di verità e di misericordia da mettere in pratica che non è detto che faccia piacere, perché è un po' come il disinfettante sulle ferite, però è una via di verità e di misericordia, perché se non viene accolta con correzione, quella crea cancrena e quindi è peggio. Allora, a ciascuno di noi oggi viene proposto questo, perché, come vediamo le povertà economiche e umane di tanti generi, credo che possiamo vedere anche le povertà spirituali e agire non per rabbia, non per stizza, non per reazione, ma per misericordia, secondo l'insegnamento del Signore.
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  • Omelia 2/11/25 I nostri cari non sono perduti: ci precedono.
    Credo che sia una grazia oggi celebrare il ricordo, la memoria di tanti che ci hanno preceduto nella fede e farlo di domenica. Cioè provare a trovare un aiuto per guardare nella giusta direzione, la prospettiva. Quale prospettiva abbiamo nella nostra vita? Lo dico un po' per tutte le età, non soltanto per i giovani.
    Quale prospettiva abbiamo? Perché in base alla prospettiva noi ci organizziamo il tempo, le energie, le cose da fare. Molte cose se abbiamo poco tempo le togliamo subito di mezzo perché non ce lo possiamo permettere. Guardate che, lo dico anche per i pensionati, perché qualcuno pensava che in pensione avrebbe più tempo, invece ne ha più di prima. Non parliamo dei nonni… Ma quale prospettiva abbiamo in quello che stiamo facendo? Vorrei partire con una brevissima riflessione sul testo di Giobbe. Provate a guardare un attimo. Giobbe si vede la carne che gli sta marcendo addosso. Gli sono morti tutti i figli. Ha perso tutti i suoi beni. E che fa? La moglie gli ha detto maledici Dio e muori, falla finita. E' una delle rare volte in cui una moglie dà un brutto consiglio, di solito ci prende, ma stavolta no. Giobbe, dentro di sé, ha un fuoco acceso. Ha una luce che non può negarsi.
    E sono sicuro che anche nei momenti di prova, tutti noi abbiamo bisogno di attingere a quella luce lì. Lui dice, le parole che dico andrebbero scritte in un modo indelebile. Che cosa dice? Io so che il mio Redentore è vivo.
    La vita non me la sono data da solo. E la prospettiva dell'umanità è che tutto si consumi e finisca. Ma io so che il mio Redentore è vivo e che l'ultima parola ce l'ha Lui.
    Si ergerà sulla polvere. Anche quando questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, io vedrò Dio. Io, proprio io, non un altro.
    Vedrò Dio. Cioè, sono in cammino di ritorno a Colui che mi ha creato, voluto, in un modo determinato. Non sono frutto del caso.
    Vi pregherei di considerare questa cosa. Perché spesso viviamo a casaccio, cioè inconsapevoli. Ma non va bene. Ci vuole leggerezza, nel senso di non stare lì a pensare due ore su che cosa farò oggi da mangiare.
    Ma il senso della tua vita? Allora, Lui dice che sa questo. Per cui, anche in quel momento di grande tribolazione, resta fermo in questa speranza. Non so come si può stare accanto ad una persona che, da lì a poco, sappiamo, ci saluterà. E lo dico con serenità. Perché tante volte vengo chiamato, quando la persona ormai non interagisce più. Ma se mi chiamaste un attimino prima sarebbe meglio, perché anche l'unzione degli infermi ha un senso, proprio nella prospettiva della consolazione, del sapere che la nostra vita è nelle mani del Signore e che non ci può capitare nulla di male.
    Ne volete una dimostrazione? Andiamo ad ascoltare quello che ha detto Paolo, il testo di oggi. Perché noi pensiamo, beh, uno è stato un brigante tutta la vita, adesso… no? No.
    Ascoltate. Quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito, che poi scopriamo che nella fede lo possiamo riconoscere come la pienezza del tempo, Dio ha mandato suo figlio nel mondo, il Cristo, che è morto per gli empi. Dice, a stento si trova qualcuno che sarebbe disposto a farlo per qualche brava persona, per qualche, insomma, un giovane, c'ha sempre prospettiva.
    Mentre Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Mentre eravamo ancora peccatori. Quindi, chi pensa di avere dei meriti, non so che cosa se ne possa fare.
    L'agire bene non è per avere dei meriti. Pensiamo di avere qualche cosa per cui meritare? Il bene che tu fai non è per avere dei meriti, ma fa parte della tua risposta grata a chi ti ama, quando proprio di meriti non ce n'hai.
    Ma se così stanno le cose, e questo lo dice chiaramente anche il Vangelo, questa è la volontà di colui che mi ha mandato che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno. E noi che stiamo facendo adesso? Permettetemi, stiamo vivendo l'ultimo giorno. Nella fede noi sappiamo che in Cristo si è compiuto pienamente il disegno della salvezza.
    La storia di salvezza è giunta ad un compimento. Cristo ha dato la sua vita per la salvezza del mondo. Questo è l'ultimo giorno.
    L'ultimo tempo della storia dell'umanità. Per cui il non considerarlo vuol dire trascurare degli aiuti fondamentali perché la nostra vita sia trasformata dall'amore con cui siamo amati. Ma quanto dura quest'ultimo giorno? Tu quanto tempo starai qui? Non lo so.
    Facciamo quel tempo lì. Ogni giorno. Ci sono tanti segni anche nella storia della salvezza in questi ultimi 2000 anni dalla risurrezione di Cristo in avanti.
    In molti hanno pensato che il tempo ormai era finito. Perché se Cristo è risorto ormai siamo arrivati a pienezza. Ma questo tempo che stiamo vivendo è un tempo che può essere pieno di speranza nella vita eterna, nella risurrezione. Quindi la prospettiva qual è? Attuare già adesso l'amore che ha il sapore dell'eternità, perché è la vita stessa di Dio.
    Per questo la volontà del Padre è che chiunque crede nel Figlio, lo vede, crede in lui, abbia la vita eterna. Abbia la vita eterna già da ora. Viva la vita eterna già da ora, sapendo che si sta compiendo una consumazione della nostra vita terrena, ma si sta sempre più realizzando l'eternità in quell'amore di cui possiamo essere partecipi.
    Se volete, davanti a questa prospettiva, tante storie, tanti motivi di divisione, malessere -se penso quanta gente ha malessere fisico semplicemente perché non trova pace nel cuore, nell’anima- allora tutti questi dolori esistenziali passerebbero perché sentiresti battere dentro di te il cuore stesso di Dio, l'amore con cui Dio ama, e in questo sentiresti finalmente la libertà di essere figlio amato. E in questo tutto ciò che hai cosa puoi farne, come fa lui, ne fai un dono.
    In questa luce adesso possiamo guardare insieme nella prospettiva, questa è la prospettiva, per cui anche i nostri cari che per quanto ci dispiaccia che non sono più qui con noi, e c'è una ferita a volte anche dolorosa e sanguinante per la mancanza delle persone amate, però loro non ci stanno dietro, in realtà ci stanno davanti. Hanno già varcato quella soglia e sono già nella gloria di Dio, per cui il nostro cammino ora è vivere nella prospettiva dell'incontro, ma un incontro felice, sereno, beato, per cui lo anticipiamo nella fede, lo viviamo nell'amore, lo attendiamo nella speranza.
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  • Festa dei Santi: dalla tribolazione alla vittoria!
    La santità come partecipazione all’amore di Dio.
     Mi interrogo su quanto la santità faccia realmente parte della mia vita e di quella degli altri. Spesso sembra un tema distante, quasi riservato a pochi, quando invece riguarda intimamente ciascuno di noi, perché la santità è relazione con Dio, l’unico veramente santo. Noi possiamo partecipare alla sua santità: significa essere abitati dall’amore con cui Dio stesso ama. Essere indifferenti a questo dono sarebbe come andare in giro con un sacco bucato: raccogli, ma non ti resta nulla, perché ti sfugge l’essenziale, cioè l’amore divino che ti abita. Per approfondire questo mistero, prendo spunto dal libro dell’Apocalisse di Giovanni, che non è un testo oscuro, ma una rivelazione — una apokálypsis nel senso letterale di “disvelamento”. È un invito a comprendere come Dio voglia introdurci nella sua realtà, renderci partecipi della sua santità. Il testo parla dei santi come coloro che sono segnati con il sigillo: un simbolo della pienezza del dono dello Spirito Santo. Ricordo, ad esempio, il sigillo ricevuto nella Cresima. Il numero simbolico di 144.000 non indica un gruppo ristretto, ma la totalità (12x12x1000): la pienezza dei figli di Dio. Poi, Giovanni parla di una moltitudine immensa che nessuno può contare. Questa immagine mi trasmette pace: non devo preoccuparmi di meritare o misurare la santità, perché è Dio stesso che se ne prende cura. È come quando qualcuno ti solleva da un compito difficile, non per umiliarti ma per alleggerirti. Così funziona l’amore di Dio: entra in noi come un seme che germoglia, trasformando la nostra vita dall’interno. Penso a questo amore come a una gestazione, un processo silenzioso ma potente, simile alla crescita di un bambino nel grembo materno: all’inizio tutto sembra ostile, ma poi l’ambiente si trasforma per accoglierlo e sostenerlo. Così l’amore di Dio, una volta accolto, inizia a cambiare tutto in noi.

    – Le vesti candide e le macchie del peccato.
     La santità cresce e si manifesta, dice l’Apocalisse, in coloro che stanno “davanti al trono dell’Agnello”, avvolti in vesti candide e con la palma della vittoria. Mi viene spontaneo pensare alle macchie sulla mia casula, causate distrattamente dal vino del calice. Le guardo e mi viene da riflettere: quelle macchie, che a prima vista sono segno di errore o distrazione, possono rappresentare il sangue dell’Agnello, cioè il luogo in cui la grazia di Dio si manifesta proprio nelle nostre fragilità. Quello che sembra un difetto o un segno di imperfezione può diventare, se accolto, il punto d’incontro tra la mia debolezza e la santità di Dio. È lì che Egli si rivela.

    – La grande tribolazione e la chiamata universale alla santità 
    Rifletto su come spesso guardiamo noi stessi e gli altri solo attraverso le nostre miserie e peccati, dimenticando lo sguardo d’amore con cui Dio ci osserva. Chi si ferma al giudizio — su di sé o sugli altri — perde di vista il fatto che Dio, con la sua misericordia, trasforma le nostre vite rendendole sante. Siamo tutti chiamati alla santità, come ricordava San Paolo nelle sue lettere alle comunità cristiane, anche a quelle più imperfette. Nonostante le loro colpe, la vocazione alla santità resta universale, perché nasce dal desiderio stesso di Dio per noi. Nel dialogo tra Giovanni e uno degli anziani dell’Apocalisse, viene detto che i vestiti bianchi appartengono a coloro che vengono dalla grande tribolazione, che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello. Questa immagine mi tocca profondamente: tutti noi viviamo la nostra “grande tribolazione”, attraversando peccati, prove, sfiducia. Siamo come un feto che deve ancora nascere alla luce, in un travaglio necessario ma pieno di speranza, perché c’è un amore che ci sostiene e ci porta. La santità, allora, non è un merito personale né una proprietà, ma una partecipazione all’amore di Dio che trasforma la sofferenza in vittoria. Le beatitudini evangeliche lo mostrano chiaramente: Dio chiama “beati” coloro che noi non definiremmo tali — i poveri, i perseguitati, gli afflitti — perché in loro si manifesta l’esperienza di Cristo stesso. Io credo che anche noi facciamo parte di quella “generazione che cerca il volto del Signore” come diceva il versetto del Salmo: stiamo attraversando la tribolazione, ma con la fiducia nell’esito finale, sapendo che l’amore con cui Dio ci ama è la nostra salvezza. È motivo di gioia ed esultanza, non solo per chi è già nella pienezza dell’amore di Dio, ma anche per noi che siamo ancora in cammino.
    13 min

About Santi: dalla tribolazione alla vittoria

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La santità non è un premio per pochi, ma la partecipazione alla vita di Dio.
Non è una perfezione morale, ma una storia d’amore: quella di un Dio che abita nel cuore dell’uomo.

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