Santi: dalla tribolazione alla vittoria

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Santi: dalla tribolazione alla vittoria episodes

  • Domenica 23-11-25 Cristo è Re perché non ci lascia soli quando tutto sembra buio ci dice la frase che cambia tutto: “Oggi tu con me"
    La festa di Cristo Re ha bisogno di una chiarezza, anzi di una serie di chiarezze, perché a volte abbiamo delle percezioni che sono molto mondane, ma non hanno a che fare con quello che in Cristo ci è stato fatto conoscere, quindi con quello che Dio ci ha fatto conoscere. Allora, pensiero comune riguardo al Re potrebbe essere questo, è uno che fa quello che vuole, è forte, è lui che si impone nelle situazioni della vita, regna perché ha il potere. Quindi chi desideri come Re? Uno che mi fa partecipare alla sua vittoria, alla sua potenza.
    E guardate che un po' in questa linea abbiamo ascoltato la prima lettura dove il secondo libro di Samuele ci ha fatto vedere come vanno da lui a Ebron per dire, non soltanto di suggerire, vieni e si Re anche nostro, sei tu che conduci, riconduci, sei tu che guidi, sei tu che sei forte e che puoi guidare la nostra vita, questo chiede il popolo. Quindi la richiesta è dire abbiamo bisogno di un Re, tu stai incarnando quello che noi desideriamo e per 33 anni dopo sarà Re anche del popolo (oltre che) di Giuda e di Gerusalemme. Complessivamente 40 anni, un lungo regno, ma che cosa è successo in quegli anni? Questo è soltanto una figura che però ci dice come umanamente possiamo sentire e porci nel rapporto anche con il potere.
    Ma mi sembra che la scelta del vincente è una scelta che ci galvanizza. Ma allora che c'entra Gesù che non si è mai posto né imposto come un Re, anzi quando volevano farlo Re è scappato via. Dopo la moltiplicazione dei pani nel capitolo 6 di Giovanni si parla di come dopo aver dato i pani per tanta gente lo volevano andare a prenderlo per farlo Re e lui si allontana.
    Quindi non cerca un regno del genere, anzi il Vangelo ce lo fa vedere estremamente debole, insultato, dileggiato. Ci fa vedere che il popolo non dice nulla, il popolo era quello che lo seguiva perché aveva visto tanti segni, i capi come sempre succede nel momento in cui ti senti forte su un debole spadroneggiano su di lui insulti di tutti i tipi. E c'è una costante, se tu sei salva te stesso, perché umanamente funziona così, se tu sei capace di fare qualche cosa fallo.
    E penso quante tentazioni anche la nostra vita ha riguardo a Gesù per questo motivo, cioè ti capita qualche cosa e la preghiera che in quel momento ti viene è: Signore perché non mi salvi da questo? Tu che puoi? Allora forse sarà un suggerimento sconveniente però vorrei ascoltare quello che dice uno dei malfattori sulla croce. Di un malfattore non c'è mai da fidarsi, se tu sai che uno è bugiardo e imbroglione di professione come fai a fidarti? E qui ce n'è uno sulla croce, Sant'Agostino dice che è stato capace di rubarsi anche il paradiso, è stato veramente bravo. Ma che cosa dice quest'uomo? Dice semplicemente una cosa dopo aver riconosciuto che loro sono lì per quello che hanno fatto, ma Gesù no, e chiede soltanto una cosa.
    Gesù ricordati di me quando sarai nel tuo regno, ricordati di me. Che cosa significa questo? Sta chiedendo a Gesù di avere un rapporto con lui, una relazione con lui che supera quel momento. Sì, perché che cosa ci dice la nostra fede? Che veramente il Signore è il Signore, perché è il Signore sempre, di tutti i tempi, di tutti i momenti.
    E quindi, nei momenti di prova, il nostro invocare la presenza del Signore nella nostra vita, e mi verrebbe da dire speriamo, conforme anche a tutti gli altri momenti, noi chiediamo soltanto di stare in relazione con Lui, proprio perché siamo in rapporto con Lui, riusciremo a superare quella prova. E questa richiesta, provate a guardare bene il Vangelo, Gesù non ha risposto a nessun altro, a nessuno ha risposto, tranne che a quest'uomo. Che mi verrebbe da dire: ricordiamoci di questo, perché forse questo può aiutarci a capire come stare in rapporto con il Signore, sapendo che poi ci risponde.
    Perché non so a voi, a me interessa che il Signore stia in relazione e che mi salvi come sa salvare Lui, a me interessa. E la risposta non è vaga. Oggi con me sarai in Paradiso.
    Non se fai il bravo, se ti converti, non dopo un lungo cammino di catechesi che facciamo, adesso la facciamo, siamo sulla croce, già che la facciamo. Oggi con me. Cos'è la salvezza? Provate un attimo a fare forse una carrellata di come abbiamo vissuto quest'anno la nostra relazione con il Signore.
    Siamo all'ultima domenica dell'anno liturgico, domenica prossima inizieremo l'Avvento. Cioè, ci vogliamo disporre ad accogliere il Signore che viene. Ma perché non sia un girare, varrebbe da dire, quasi a vuoto, senza senso, ma sì tanto l'anno liturgico lo riprendiamo, è lo stesso tutti gli anni. No, no, è una nuova opportunità per sentire che Lui è il Signore della mia vita e il mio Salvatore. Allora, forse qui ci possiamo mettere veramente in gioco.
    Lui vuole la relazione con me, ma io voglio la relazione con Lui? O voglio soltanto, nei momenti di bisogno, dirgli qualche cosa perché mi risolva il problema? Perché questa è la cosa che hanno detto tutti gli altri.
    E che forse ci sembra la preghiera opportuna da fare. Se ho bisogno gli chiedo, se non ho bisogno faccio io. Il Signore risponde, non soltanto il ricordo, tu oggi con me.
    Questa è la comunione. Cerchiamo di vivere questa comunione, semplicemente. E forse è per questo che nella seconda lettura abbiamo ascoltato un inno bellissimo in cui San Paolo ci invita a ringraziare il Padre. Perché? Perché nel suo Figlio ci libera dal potere delle tenebre.
    Così capiamo meglio che cosa sono queste tenebre. Quelle condizioni di buio della nostra vita. Lo smarrimento esistenziale, detto in un modo un po' più complicato. Ma il buio della vita, siccome non sappiamo, allora ci creiamo le nostre zone di confort, le nostre certezze umane, e poi chissà. Poi vediamo. Invece Lui ci libera dalle tenebre, come? ci trasferisce nel regno del suo Figlio amato, nel momento in cui desideriamo il rapporto con Lui.
    Come? E lo dice chiaramente, attraverso la redenzione, il perdono dei peccati. Che cos'è questa invocazione di salvezza? Perché, vedete, Gesù sulla croce non si salva da solo. Perché nessuno di noi può salvarsi da solo.
    Ma noi a questo ci crediamo? Perché in fondo in fondo noi gli chiediamo una mano per salvarci. Cioè io mi salvo, io voglio salvarmi. Dammi una mano a fare quello che voglio io. Questa vi sembra una preghiera cristiana? Allora, se è vero che è Lui il Salvatore, è che non ci salva semplicemente togliendoci dalla croce, ma ci salva a volte stando insieme a noi sulla croce. Tra parentesi direi, ma io Signore non volevo questa salvezza, ne volevo un'altra. Ma tu sai qual è il bene per te? A volte noi non lo sappiamo qual è il bene per noi. Anzi, mi permetto di dire che normalmente non sappiamo cos'è il bene per noi.
    Ecco l'atto di fiducia. Ecco la regalità alla quale il Signore ci sta chiamando ad essere partecipi attraverso la persona di Gesù. Per cui oggi rinnoviamo questa certezza che non soltanto Lui vuole ricordarsi di noi, ma vuole stare con noi, vuole essere insieme a noi.
    E il Dio con noi è Lui il capo di questo corpo, di cui dice San Paolo, c'è una salvezza, una redenzione che si sta realizzando. Allora, siccome a volte ci consideriamo molto buoni e quasi aspettiamo che il Signore ce lo dica che siamo buoni, forse questa è un'occasione ottima per riscoprirci semplicemente dei condannati a morte come quelli di tutti i tempi e di tutti i luoghi, quelli che sono nella storia di passaggio, che succedono delle cose che non considerano, non si aspettano, non vogliono, ma imparano ad alzare lo sguardo e a rendersi conto di essere preziosi ai Suoi occhi. E allora anche a noi oggi il Signore ci dice: oggi con me sarai in Paradiso, perché il Paradiso non comincia dopo la morte biologica, ma dopo la morte al peccato, dopo la morte di quell'io che vuole fare il re di questo mondo.
    In quel momento inizia una signoria nuova, quella della comunione, a cui il Signore ci invita con Lui e tra di Noi.
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  • Sabato 22-11-25 la fede nella resurrezione è vivere già ora nella verità e nell’amore: la vita eterna comincia da qui.
    Mi sembra particolarmente prezioso il testo di oggi, perché parlare di resurrezione non è un discorso che facciamo... è più facile parlare dello sport, del tempo, delle cose che vanno e che non vanno, ma le cose veramente essenziali le tocchiamo poco, e la resurrezione è uno di questi argomenti fondamentali della nostra vita. E oggi ne abbiamo anche una testimonianza, non soltanto attraverso le spoglie mortali di Giuseppina, ma attraverso la nostra certezza che non sono i 98 anni, ma che è la vita eterna ciò che la riguarda, e la sua identità ha a che fare con l'essere figlia di Dio, e quindi la resurrezione è qualcosa che interpella la nostra vita verso la quale è orientata.
    Per questo c'è una domanda che avete ascoltato, è molto capziosa, cerca di irridere Gesù.
    Avete presente quando si fanno delle domande per irridere l'altro? Lo vogliono prendere in mezzo, e Gesù non risponde direttamente alla domanda, ma parla proprio della resurrezione. Cioè, ce lo possiamo anche dire, se la vita fosse soltanto i pochi anni di vita terrena sarebbe ben poca cosa, ma la nostra attesa a motivo di Cristo risorto è un'attesa piena di speranza. Per questo Gesù, parlando della resurrezione dei morti, dice che non è semplicemente la continuità delle cose terrene.
    È come se uno dicesse, come nonostante tutti gli anni che ti ho sopportato adesso ti devo sopportare anche dopo, no? No, non funziona così. Ho avuto il male alla schiena tutta la vita, ce l'avrò anche dopo? Certo che no. Cos'è la resurrezione dei morti? Che è detta in un modo, se volete, simbolico, ma molto espressivo, quando Gesù dice che Dio è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e sta parlando dei patriarchi che sono vissuti duemila anni prima.
    Perché fa questo? Dire che, ricordando la rivelazione di Dio al monte Sinai, davanti al roveto ardente, ricorderete, ma quando Dio si presenta il suo nome è quello, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, cioè è il Dio dell'alleanza che ha fatto con questi uomini, ma è il Dio della vita, perché, e l'abbiamo anche nella volta della nostra chiesa, Abramo e Lazzaro, non sono semplicemente persone del passato, ma che non c'entrano più con la nostra esistenza, sono persone che ci hanno preceduto nella fede e ci precedono nella vita eterna, nel Regno dei Cieli. Per questo oggi la nostra fede nella Resurrezione è interpellata, perché non riguarda semplicemente il dopo, che si risorga dai morti, non riguarda semplicemente il dopo la morte, ma è come vivere la nostra vita da quando siamo nel passeggino, cioè la nostra è un'attesa di vita nella verità già adesso, sapendo che non è soltanto un po' di anni ma è un partecipare alla vita di Dio, è per questo che ci invita a vivere con amore. Tutto l'amore che avete verso un bimbo nella carrozzina, in un passeggino, e lo potete già pensare nella prospettiva di quando con vigore affronterà la vita, proprio perché è stato amato e custodito e ha imparato cos'è l'amore.
    Allora sentiamoci anche noi in questo cammino d'amore, grazie a chi ci ha preceduto e sostenuto nella vita dell'amore, proprio imparando dal Signore a fare della nostra vita un
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  • Venerdì 21-11-25 chi occupa davvero l’altare del mio cuore?
    C'era la possibilità oggi di fare anche le letture proprie, ma siccome c'è un aspetto comune e poi sentire la presentazione di Maria al Tempio e sia la prima lettura che il Vangelo parlano del Tempio, dico bene, facciamo così. Entriamo in questa liturgia con questo tipo di disponibilità, soprattutto perché che cosa c'è di specifico, tanto che il Signore fa questo gesto? Lo sappiamo, tutti i Vangeli ce lo riportano, non semplicemente perché si è arrabbiato, lo fa con la chiara intenzione di far capire che è un gesto profetico e come tutti i gesti profetici ciascuno deve far proprio, non soltanto la profezia ma anche l'adempimento. Qual è la profezia? Che il Tempio è un luogo in cui Dio abita ma noi possiamo soppiantare il Tempio stesso, il suo significato, mettendoci altre adorazioni, avendo un'idolatria.
    Questo può succedere anche, e certe volte un po' mi fa tremare, nel momento in cui uno pensa di essere assolutamente zelante, trattare Dio come un idolo, semplicemente pagare il proprio tributo alla divinità. Uno lo può fare anche andando a Messa tutte le domeniche, però perché Dio faccia quello che dico io, non perché io possa entrare in quello che Dio fa. E guardate che c'è un particolare del Vangelo di oggi che proprio ci può aiutare in questo, perché tutti i capi, che sono quelli che vogliono gestire tutto, volevano eliminare Gesù, ma non sapevano come fare perché tutto il popolo, dice, pendeva dalle sue labbra nell'ascoltarlo, che è quello che ci fa capire che cosa fa veramente la differenza.
    Quanto più la nostra fede si alimenta nell'ascolto della Parola, tanto più siamo costruiti come il Tempio di Dio. Tanto meno ascoltiamo la Parola e più vogliamo gestire le cose, tanto più sarà un problema Gesù Cristo e lo dovremo eliminare dalla nostra vita. E c'è chi lo fa, però lui rimane il Signore.
    Quindi anche oggi, mentre avete sentito anche come il libro dei Maccabèi parla di questa nuova consacrazione, e che va ricordata anche con una settimana di festa tutti gli anni, la consacrazione e dedicazione dell'altare, sull'altare del nostro cuore, è chi stiamo adorando. Lì c'è una chiara intenzione di avere solo il Signore da adorare e quindi c'è tutta questa predisposizione. Noi abbiamo anche la comodità di tante chiese, di tanti altari, di tante messe, di poter scegliere dove andare e non ci rendiamo conto di cosa significhi questo, perché la facilità dell'accesso non ci fa il servizio del desiderio, della preparazione, dell'orientamento della vita a quei momenti.
    Ci sembra scontato, uno cinque minuti prima esce da casa sua, va lì, tranquillo, come se niente fosse. Ma questo gesto avrebbe un diritto nel cuore dell'uomo riguardo a quello che facciamo durante tutto il resto della nostra giornata. Chi mettiamo sull'altare del nostro cuore? Quale priorità? Beh, se il Vangelo ci riporta queste parole che tutto il popolo pendeva dalle labbra di Gesù, proviamo anche noi a fare nostra, questa opzione, questa possibilità di scelta, che il Signore abiti per la fede nei nostri cuori e ci compatti, ci compagini nell'unità di questo Tempio vivo che è la sua Chiesa, luogo in cui la sua parola è tenuta come luce e riferimento e in cui l'adorazione rivolta solo a Dio e non all'uomo o non alle idee degli uomini.
    6 min
  • Giovedì 20-11-25 A volte bastano cinque secondi di ascolto vero per evitare di indurire il cuore.
    Trovandoci davanti un testo particolarmente intenso e unico, non troviamo spesso che Gesù pianga e sono sicuro che non vogliamo trasformarlo semplicemente in un fatto nostalgico o sentimentale. Qual è la motivazione del pianto? Se proviamo a entrarci dentro nelle sue stesse parole si capisce cosa significhi l'amore non amato. Il pianto di Gesù ha a che fare con tutta l'attenzione e la dedizione di Dio alla sua creazione e in particolare a questo popolo che ha coltivato, custodito, non l'ha semplicemente creato.
    Lo ha modellato attraverso le parole dei profeti, attraverso una storia di salvezza che si sta manifestando nella persona di Gesù davanti ai loro occhi nell'attesa, quella promessa che era stata fatta si sta realizzando e c'è una grande incomprensione, o meglio. Forse non è solo l'incomprensione, proprio perché dicevo amore non amato: c'è una contrapposizione che non cessa. Ma se volete questo potrebbe essere anche motivo di riflessione per ciascuno di noi. Quanto accogliendo l'amore con cui Dio ama l'umanità nella quale ci sono anch’io; e io quanto sto entrando in sintonia con Lui o quanto continuo per la mia strada.
    Senza fare facili sentimentalismi, la nostra vita può concorrere al pianto di Cristo o anche alla redenzione di Cristo. Alla novità che Cristo è venuto a portare attraverso un atto di grande vigore. Perché possiamo fare anche delle manifestazioni per la pace, anche oggi, e crederci forse apposto, ma non credo che basti perché non si tratta semplicemente di aderire a degli slogan, passa da una scelta di vita concreta.
    Sì, non sono terminati i momenti in cui il Cristo interviene in questa storia, anche nella nostra storia personale, attraverso una disponibilità o una durezza di cuore. E qui c'è, l'abbiamo ascoltato anche nel versetto al Vangelo, il Salmo 94, oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore. E qual è la voce del Signore? Beh, mi piacerebbe interpretarla così, anche nella grande difficoltà di leggere i libri dei Maccabei, soprattutto di questi tempi, mi piacerebbe provare a intenderla più in un senso spirituale.
    Questa lotta e questo combattimento, non fatto di persone da eliminare, ma di scelte di adesione a quella fedeltà di Dio, anche dove ci sono tante interruzioni, e sono i nostri pensieri, i nostri egoismi, i nostri orgogli che diventano concreti come fossero persone che noi possiamo scegliere come alleati, oppure combattere come nemici, soprattutto quando ci spingono contro i fratelli. Allora, oggi facciamo nostro, non soltanto il pianto salvifico di Gesù, il sentire come c'è la sua vita offerta, per cui c'è un dolore nel continuare ad amare chi non ama. E questa offerta la possiamo fare nostra mantenendo quello che dice San Paolo nella Lettera ai Filippesi, quello di custodire nel nostro cuore gli stessi sentimenti di Cristo, il quale, pur essendo nella natura divina, non considerò una rapina l'essere come Dio, ma svuotò se stesso. E facendosi nostro fratello ha ereditato il nome più prezioso di tutti, quello che dovremmo custodire anche ciascuno di noi, figlio, figlio amato e quindi fratello di questa umanità. Con questa disponibilità rimettiamo anche tutta la nostra vita in un ascolto generoso di Dio che ci parla.
    7 min
  • Mercoledì 19-11-25 - Il dono non è da conservare. È da consumare, da vivere, da trasmettere. La paura lo spegne, la comunione lo moltiplica
    Entrare nelle parabole può essere per noi un motivo di turbamento a volte perché forse abbiamo bisogno anche di imparare a manovrarle, ad entrarci e oggi vorrei sottolineare soprattutto un aspetto. Qual è l'interesse della parabola? Perché pare che la motivazione per cui Gesù dica questa parabola riguardi il fatto che si aspettavano che il regno di Dio si manifestasse da un momento all'altro, cioè, come dire, rotta per rotta, vediamo, come ce la viviamo, come ci giochiamo la vita. Allora, il capire che il Signore a ciascuno di noi ha affidato dei talenti che sono Suoi, sono Suoi, nel senso che se ci guardiamo bene, tutto ciò che noi siamo e abbiamo alla fine fa parte di un dono e l'unico modo per poterlo veramente apprezzare è vivere il dono.
    La vera mancanza è non vivere il dono, tant'è che, e questo la parabola lo fa vedere chiaramente, a chi vive il dono viene moltiplicato il dono, cioè tutto ciò che il dono che hai ricevuto frutta è una partecipazione e addirittura ti viene dato ancora. Che cosa significa questo continuo? A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza? vivilo il tuo dono perché se solo se lo vivi lo saprai gustare, apprezzare e moltiplicare, ma non perché devi restituire qualcosa, perché è proprio dell'economia del dono circolare come un bene; questo è in primis il dono della vita.
    Tant'è che l'opposto è la paura ed è quel servo che viene rappresentato come colui che il dono lo mette in un fazzoletto, ti riporto il fazzoletto pulito e stirato. Ma non lo voglio pulito e stirato, lo voglio consumato e guardate che questa paura è veramente assurda, perché? Perché contraddice quello che in pratica è successo, cioè il dono di questa moneta che ti è stato fatto, di questo talento è un dono che tu dici che non è un dono, perché? Dice che tu vuoi raccogliere senza aver seminato, ma come? Cos'è quello che ti ho dato? Il dono della vita ricevuto? Pensatelo un attimo anche con quello che è il racconto della colpa originale di Adamo, nel momento in cui si rende conto dell'aver mancato si allontana, si nasconde, ho avuto paura e mi sono nascosto, cioè provate a metterlo accanto al brano della prima lettura, a questa donna, quanta forza e coraggio ha questa donna, ma da dove viene questa forza e coraggio? Dal fatto che sa che anche i suoi sette figli e la sua stessa vita possono essere martoriati, ma hanno a che fare con un molto di più, ma questo non vuol dire non vivere l'oggi, ma vivere l'oggi come un dono. Questo lo possiamo percepire anche nei momenti di prova della vita, di malattia, di persecuzione fatta in qualunque modo. Ma quello come lo vivi? Con il coraggio di essere parte di un dono, e per questo che chi non capisce questo non attribuisce al dono il valore giusto, alla propria vita la prospettiva del dono, allora diventa un'accusa stessa contro Dio. Se sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato, allora perché non l'hai consegnato a una banca? E vorrei dirvi la mia interpretazione della banca: ecco la banca, siamo noi, cioè finché non sappiamo mettere il tesoro della nostra vita in una comunione che è capace di moltiplicarlo, perché lo condividi, è lì che si moltiplica il dono, proprio l'essere vivo come un dono per gli altri, e allora ciascuno capisce il suo talento, la capacità di studiare, la capacità di lavorare, la capacità di mettersi a servizio, la capacità di moltiplicare quello che semplicemente ti viene partecipato, ma come dono, quindi forse l'economia del dono ha un motivo, scoprire che Dio è un dono per te, finché non accoglierai Dio come un dono per te, lo penserai come qualcuno che è attenta a ciò che è tuo, alla tua stessa vita, ma come? Non è questo forse il principio dell'assurdo, ci ha partecipato la sua vita per imparare a viverla come la vive lui, tant'è che ce l'ha trasmessa anche come significato. Allora proviamo a farci anche noi gioiosi testimoni del dono d'amore che Dio ha fatto a ciascuno di noi.
    8 min
  • Martedì 18-11-25 - La salvezza inizia quando smettiamo di sforzarci e iniziamo a lasciarci attirare.
    È un testo unico quello che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo, solo Luca ce ne parla. Ed è un po' un anticipo della Pasqua. Provo a spiegarmi.
    Lo potremmo anche collegare col Vangelo di ieri dove, ricorderete, c'era un cieco che giaceva le porte di Gerico che fa tutto quel baccano, gridando, finché Gesù non si ferma e gli chiede quello che tutti vorremmo sentirci dire. Cosa vuoi che io faccia per te? Ma adesso non entro in questo, so soltanto che quello era cieco, ma anche tutti gli altri erano ciechi, perché? Perché dopo che quest'uomo inizia a vedere, e dà gloria a Dio, dice tutto il popolo vedendo: che cosa ha visto? Ha visto un uomo che dal giacere cieco salta e gioisce vedente. Tutto il popolo diede gloria a Dio.
    Entrano anche loro in questa sintonia. Prima forse pensavano di vedere, ma non vedevano abbastanza. Così si vede davvero.
    E guardate, il caso ci dice che in questo attraversare Gerico c'è un uomo che è così piccolo che non vede. È così piccolo che non vede.
    Che caratteristiche ha quest'uomo? Noi penseremmo semplicemente perché è basso. Ma forse anche noi siamo così piccoli tante volte che nonostante viviamo la liturgia, viviamo la preghiera, stiamo con il Signore, ma ancora non lo vediamo, non lo riconosciamo. E lui voleva vedere il Signore.
    E la causa è la folla. La causa, chissà che folla di pensieri, di altre cose ci portiamo dentro anche adesso per cui siamo a messa ma non vediamo il Signore. E tante situazioni della vita in cui siamo, forse c'è tanta folla dentro il cuore e non vediamo il Signore.
    E si innalza per vederlo su questo sicomoro. Gesù che passa lo chiama per nome e gli dice scendi subito. Ed è un testo particolarmente ricco questo anche perché per due volte si dice la parola oggi. Ma prima qui: Oggi devo fermarmi a casa tua. E dopo dirà oggi la salvezza è entrata in questa casa. Oggi non è una parola che torna spesso.
    Penso che siano cinque o sei volte in tutto il Vangelo di Luca e due sono qua. Per dirne l’importanza: Gesù sulla croce dirà oggi, all'inizio della sua predicazione diceva oggi si è compiuta questa parola che avete udito nelle vostre orecchie.
    E c'è quell'oggi dell'impero delle tenebre che lo porta alla croce ma che diventa la salvezza. Perché vi sto dicendo questo? Perché ciascuno di noi deve provare un attimino a collocarsi. Oggi dove sei? Cosa stai guardando? Cosa vedi in quello che guardi? Perché forse questo potrebbe essere un aiuto per scendere dai posti dove ci siamo andati a mettere nella vita che però in realtà non ci fanno vedere il Signore.
    Tant'è che anche qui c'è tanta gente che giudica il Signore a motivo di Zaccheo. Che Zaccheo fosse capo dei pubblicani e quindi come è facile intuire i pubblicani erano considerati peccatori per antonomasia.
    Cioè erano quelli che rubavano, che collaboravano con gli invasori e quindi se questo è un capo figuriamoci. Eppure, e questo potrebbe essere per noi uno spiraglio di luce per vedere anche noi in modo nuovo, eppure accade l'incredibile perché non soltanto Gesù va, lo chiama per nome, va a casa sua, ma solo con la sua presenza Zaccheo cambia. Cambia come forse nessuno di noi potrà mai immaginare.
    Un cambiamento che non è uno sforzo perché noi spesso pensiamo che dietro, come Eleazzaro nella prima lettura, che dietro l'adesione alla legge, a Dio, alla sua volontà ci sia un grande sforzo. Invece non è uno sforzo, è un'attrazione così forte che per te diventa il senso stesso della vita. Senza di quello non avrebbe senso tutto il resto.
    Allora si capisce l'oggi della salvezza per Zaccheo. Ma sarebbe interessante che anche noi che ci sentiamo figli di Abramo, cioè figli di un popolo che vive di fede a partire dalla fede di Abramo, che anche noi ci sentissimo cercati, non semplicemente cercatori di Dio, come sembra essere Zaccheo qui, ma cercati da Dio. Il figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare chi era perduto.
    Quindi in qualunque situazione ci trovassimo, anche di peccato e di lontananza da Dio, sentirsi cercati. Perché la via della salvezza non è uno sforzo, è un riconoscere che tutto l'amore con cui Dio mi cerca ha anche la forza per portare a compimento questa ricerca, nel senso di riuscire a convincere il mio cuore che è incredulo di quanto amore Lui abbia per noi. E lì si capisce anche il versetto del Salmo che abbiamo ripetuto, il Signore mi sostiene, non mi sforzo, il Signore mi sostiene.
    Quello che accade nella mia vita di buono viene proprio da questa presenza che sostiene i miei passi. Ci conceda il Signore questa luce nuova con cui guardare noi stessi, guardare il Signore presente e guardare anche gli altri, che non sono più una folla che mi impedisce, ma dei fratelli con cui camminare.
    9 min
  • Lunedì 17-11-25 Gesù chiede: “Cosa vuoi che io faccia per te?”. A volte la fede comincia dal trovare il coraggio di rispondere.
    Ho sempre uno stupore nell'accostare il Vangelo, soprattutto in certi frangenti, perché ho come la percezione che il Signore anche qui ci stia precedendo. Cioè, noi siamo in questo momento un po' come questo cieco, siamo, giacciamo, come dice letteralmente il termine, ci mettiamo ai bordi di questa città, che Gerico si capirà poi nei versetti successivi, che non abbiamo letto oggi, ma lo accennerò, giacere è la condizione di chi non è attivo, di chi si aspetta tutto perché non può fare niente, e poi giace da cieco. L'umanità, finché non si incontra, non sente, non percepisce che il Cristo passa, e allora può gridare a Lui che è un'umanità che non ha molta speranza, come chi non ha la fiducia che il Signore non soltanto è risorto, Lui è la vita e la risurrezione è la vita.
    Quindi oggi possiamo essere carichi di speranza perché sappiamo che Guerrino, che come dice il suo nome è un guerriero, un lottatore, adesso può entrare nella vittoria. Dopo un lungo combattimento della vita, ho avuto la fortuna di conoscere (i figli) Sergio e Stefano, per cui mi hanno raccontato tante situazioni della vita, in cui ha affrontato prove su prove sin dall'infanzia, adesso può vedere che l'esito del suo combattimento è entrare nella vittoria che gli viene donata, non è che l'ha vinta con le sue forze, Lui ha combattuto perché ha creduto nel bene e nell'amore, comunque e sempre, e questo l’ha portato ad un esito, ed è quello a cui noi ci vogliamo unire oggi, perché questo c’è. Possiamo essere noi in questo istante, che non facciamo altro che gridare al Signore Gesù che passa, il nostro desiderio di vedere, vedere in un modo nuovo, come dice letteralmente questo testo. Ma vorrei dire che c'è una cosa abbastanza rara, Gesù chiede cosa vuoi che io faccia per te.
    Questo facciamo fatica a crederlo, che Lui personalmente ci chieda, ma tu cosa vuoi che io faccia per te? Se come questo cieco anche noi diciamo Signore che io veda, veda di nuovo, o come mi piacerebbe tradurlo sempre letteralmente, che io veda dall'alto, che vuol dire lì dal luogo in cui tu sei, tu sei nella posizione in cui vedi le cose ma non distaccato, dall'alto un po' come l'aquila che vede tutto, vola sopra e conosce tutto perché quindi vede anche ciò che sta arrivando da più lontano. Forse è la prospettiva del cielo alla quale noi non siamo abituati, perché lo mettiamo sempre nelle cose che verranno dopo, e invece adesso ci viene anticipato qualcosa che verrà dopo, quindi è adesso, non sarà semplicemente dopo. Adesso c'è questa fiducia, se il Signore passa, passa per essere vita per noi, tant'è che nella fiducia che noi abbiamo in un Signore presente sappiamo che si stabilisce ancora più profondamente la comunione tra terra e cielo.
    Questo è un momento di grazia, mi permetto di dirlo non solo perché non ci sono più le sofferenze che sono le cose che noi cerchiamo di esorcizzare in tutti i modi, ma non c'è solo la mancanza di sofferenza, adesso c'è una pienezza, una completezza. Quello che noi potremmo sperare è che si possa abbracciare con sua moglie, cioè che l'amore che lo ha guidato, lo ha sostenuto nel percorso della vita, ha a che fare anche con la pienezza in cielo. Noi costruiamo così il cielo già adesso, questa è un po' la nostra responsabilità, di credere che l'amore non è una specie di anestetico per non sentire il male della vita, ma è la pienezza della vita, è per questo che entreremo in questa pienezza.
    Allora, mi piace la conclusione di questo piccolo brano del Vangelo che non soltanto ci fa vedere come il Signore ci ascolta personalmente, ci chieda cosa desideriamo e ce lo doni, ma che questo abbia subito un effetto totale, generale. Perché non soltanto lui subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo, che questa dovrebbe essere per noi la prospettiva, seguire Lui, il Signore della vita, ma lo facciamo glorificando Dio, cioè dando gloria a Dio perché Lui ci fa vedere veramente la vita nuova. Ma l'esito è che tutto il popolo, vedendo, diede gloria a Dio, cioè forse noi oggi abbiamo bisogno di accorgerci, di renderci conto che non soltanto Guerrino è entrato nella gloria di Dio, ma ci sta invitando a rallegrarci con lui per l'esito della sua vita.
    E non è semplicemente dire non siate tristi per me, ma non siate tristi neanche per voi, mi dici, siate un po' generosi, pensate anche a me, non pensate solo a voi, pensate a me, pensate alla mia gioia e se volete condividetela, cioè sappiatemi nella gioia e questo vi renda gioiosi. Vedete questo perché anche la nostra vita per ora è nella fede, ma arriverà il momento in cui ci sarà anche per noi la visione piena. Adesso lo vediamo dal punto di vista della fede, è già un partecipare di questo dono della vita nuova nella quale Guerrino, i nostri cari che già ci hanno preceduto nella casa del Padre, stanno contemplando, stanno vivendo, stanno realizzando con l'esito della loro vita.
    Sia per noi quindi un vero giorno di trasformazione, da uno sguardo semplicemente alle cose terrene, allo sguardo nuovo che in Cristo risorto possiamo avere di vita eterna perché solo in quel momento sentiremo che tutto concorre al bene per coloro che amano Dio.
    9 min
  • Domenica 16-11-25 - Non aggrapparti alle pietre: aggrappati a Cristo.
    Se non ascoltiamo bene il cuore del messaggio di oggi, rischieremo di pensare che anche il Signore è un disfattista, come tanti che sentiamo tutti i giorni. Invece la prospettiva è proprio il contrario.
    La prospettiva che ci propone Gesù è invece il saper fissare lo sguardo su ciò che rimane e non su ciò che passa, nel senso di potersi appoggiare su ciò che è vero, è duraturo, anzi è eterno, anziché, scommettere la vita su ciò che ci sembra immediatamente il motivo della gioia ma finisce. Cerco di spiegarmi perché la prospettiva, anche quando guardavano il Tempio in quel momento, il Tempio costruito pare in 46 anni, un Tempio ricco di doni votivi, solido, fatto di bei blocchi di pietra, e Gesù dice che non sarebbe rimasta pietra su pietra, ma sarebbe stato distrutto. È un disfattista o dice una verità più profonda? Perché che cos'è che rimane per sempre, che cos'è di passaggio? Beh, potremmo dire che qui siamo tutti di passaggio e tutto è di passaggio.
    Anche questa chiesa costruita, questa dal 46 al 49 in tre anni, non in 46 anni, è stata costruita perché quella che c'era prima era stata bombardata durante la guerra e si sono messi in un modo risoluto e hanno cercato di creare, per quello che era la comunità di San Lazzaro in quel tempo, un luogo adatto all'accoglienza. Adesso sarebbe un po’ piccolo, bisognerebbe farlo un po' più grande, però ringraziamo che è fatta, è questa, ce l'abbiamo. Ma potrebbe non esserci.
    Cioè, la nostra fiducia e la nostra speranza non è fondata su queste pietre, ma su queste pietre, che siamo noi. Sul fatto che insieme ci riuniamo nel nome del Signore, sapendo che Lui è il motivo, è il principio agglomerante, unificante, lo Spirito mi veniva un termine catalizzatore. Avete presente che quando si fa un pavimento, per esempio, in marmo, ci vuole un elemento che riesca a unificare lo stucco in un modo che lo renda duro come il marmo. E si mette una piccola cosa, una componente chimica, che trasforma quello stucco, che di per sé è morbido, e lo rende duro come il marmo. Lo rende una cosa sola con Lui. Ho fatto un po' il muratore ai tempi, per cui me lo ricordo, l'ho fatto.
    Ma perché? Cos'è che può trasformare la nostra fragilità in una grande forza? Credo che sia proprio la relazione con il Signore. Perché? Perché il Vangelo ci dà questo suggerimento, proprio per non lasciarci ingannare. Dice che a un certo punto anche loro, i discepoli, sarebbero stati perseguitati, addirittura sarebbero stati portati davanti a governatori e re a causa sua, e alcuni sarebbero stati messi anche a morte.
    Ma la cosa a cui loro devono stare attenti, da non fare, è prepararsi una difesa, perché sennò si dovrebbero difendere da soli. Che cosa gli propone Gesù? Mettetevi dunque in mente, o caccialo ben in testa, non dimenticare questa cosa: non preparare prima la difesa. Io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
    Questo è uno dei motivi per cui lo Spirito Santo viene chiamato Spirito Paraclito, che vuol dire consolatore, avvocato, difensore, colui che sta presso di te ma per dire le cose che Dio stesso dice. Allora, se ci vogliamo difendere da soli non dobbiamo stare in questa relazione, ma la nostra forza è proprio la relazione con Cristo, per cui lo Spirito, se tu sei in relazione con Lui, e vedete che la preghiera non fa altro che rimetterci continuamente in un dialogo, rimetterci alla presenza davanti al volto di Dio, perché l'amore con cui Lui ama ci dia l'energia, ci suggerisca il modo, ci dia parole, gesti, la concretezza della nostra vita. Se parte dalla relazione, bene, in questa relazione lo ritroviamo, se non parte dalla relazione con Lui ma pensi tu a difenderti, è fatta.
    Pensate, tutte le volte che ci vogliamo difendere perché abbiamo delle buone argomentazioni, davanti alla violenza dell'altro ci viene da rispondere con altrettanta violenza e diventa guerra tra poveri, poveri di spirito, poveri d'amore. Nel momento in cui è proprio Gesù stesso che lo ha fatto, lo ha vissuto e ce lo dice, il nostro dialogo è con Lui come Lui l'ha avuto con il Padre, non ci sono parole né di accusa né di vendetta, c'è una parola che ti rimette davanti alla verità. Per cui anche chi vuole perpetuare il male si trova a farlo in un modo sempre peggiore, sempre più invischiato con la menzogna, con la durezza e non c'è spazio d'amore.
    Capite che questo ci dovrebbe un po' aiutare anche a essere più comunità, comunione di fratelli perché anziché cercare di avere ragione gli uni sugli altri possiamo diventare gli uni per gli altri. E questo cambia decisamente il nostro stare nella Chiesa, il nostro essere membra del Cristo, membra dello stesso corpo. Per cui in questi testi che sembrerebbero appunto parlarci di situazione catastrofica, situazioni di contraddizione, Gesù piuttosto dice no, sono una opportunità.
    Mi piacerebbe dire la stessa cosa di quello che sta vivendo adesso la Chiesa. Sembra che ci siano sempre meno credenti, ci siano sempre situazioni più difficili, che la Chiesa insomma non vada tanto bene, è solo che abbiamo bisogno di ritrovare nella profondità del rapporto con Cristo chi siamo. Finché non vivremo dall'amore con cui siamo amati e nella certezza che questa è la nostra forza, questa è la nostra base, ma stiamo mettendo più le basi nella sicurezza economica, politica, sociale.
    Guardate, peggio delle sabbie mobili! allora l'opportunità che stiamo vivendo adesso è rifondarci nell'amore con cui Cristo ci ama. Per cui oggi la Chiesa propone una giornata di riflessione sulla povertà, la Domenica dei poveri viene chiamata, che vuol dire di noi, i poveri non sono gli altri. Perché se penso alle beatitudini, la prima beatitudine è beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei Cieli.
    Ci dovremmo molto rallegrare di questo, perché quanto allo spirito siamo tutti molto poveri, ma abbiamo la fortuna che c'è chi ci ama e ci riempie del suo spirito, è per questo che è nostro il Regno dei Cieli. Se invece stiamo fissando lo sguardo (su qualcosa) e ci costa di rinunciare a cose o a situazioni o al controllo, è chiaro che siamo davanti al burrone, è la fine. Sperimentiamo la fine, il finire di quelle certezze che erano la tua forza economica, politica, sociale, la giovinezza... Fra cent'anni qua dentro tutte facce nuove, per cui se non ci mettiamo in questa prospettiva il rischio è che cerchiamo soltanto di arrancare, di prolungare e di tenere stretto delle cose che tanto stanno già finendo.
    La prospettiva in cui Gesù ci sta dicendo di stare qual è? Entra nella mia. Lui è il più povero di tutti, perché? Non ha niente per sé, è tutto dono. E sentiamo che questa può essere anche per noi una proposta consistente di vita.
    Prova a vedere come in questi anni che vivi, la tua vera ricchezza è il cuore che tu puoi donare, perché tanto le cose ce le hai per un po' in prestito, ma le lasci tutte. Ciò che ti rimane sarà proprio l'amore con cui hai amato, perché è quello che diventa l'attualità dell'eternità. L'attualità perché l'amore è una partecipazione a quello che sarà per sempre la vita in Dio, questo è l'amore.
    Quindi chiediamo al Signore che di questo ci aiuti ad acquistare consapevolezza, così si capisce meglio questa frase finale del Vangelo. Con la vostra perseveranza, ὑπομονῇ  è il termine greco, molto bello, che vuol dire la capacità di stare sotto, di rimanere sotto, un po' come l'incudine sotto i colpi del martello. Se appena dai due colpi l'incudine parte non serve a gran che, l'incudine ha questa capacità di rimanere sotto i colpi e di stare lì.
    Quindi con la nostra perseveranza, il saper rimanere in questa condizione continuando ad amare, salverete la vostra vita, la salverete, cioè sentirai una partecipazione della tua vita a ciò che è eterno. La nostra anima ci convincerà, sentirà nel profondo quell'amore che la rende cara a Dio per sempre, quindi non la perdi, si realizza, si compie. E questo è il progetto a cui oggi il Signore ci sta chiamando, facciamoci quindi coraggio e forza di questa chiamata per poterlo scegliere.
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  • Venerdì 14/11/25 - La vita cresce solo se la doniamo. Come i semi: se li conservi, non nascerà mai niente.
    Mi verrebbe da dire che col libro della Sapienza, avete notato, si parla di una analogia. Per analogia delle cose belle che ci sono, quanto sarà bello, meraviglioso colui che le ha fatte. E come mai, dopo tanta bellezza vista e contemplata, pur avendo sapienza, avendo capacità, non ne hanno scoperto l'autore di tutte queste, ma si sono soltanto fermati alle creature, alcune adorandole? Però, attraverso questa analogia, cioè questo paragone, vorrei entrare dentro il Vangelo, perché, detta chiaramente, sono testi un po' scomodi, soprattutto quando si parla di morte.
    Che uno viene preso e l'altro lasciato… è scomodo. Perché? Perché c'è una distinzione profonda che siamo invitati a riconoscere, e tutti noi ne abbiamo fatto esperienza tantissime volte. Qual è la distinzione? È quella per cui tu fai delle scelte, scegli una cosa e non ne scegli un'altra.
    Se vivi sempre col rimorso di quello che non hai scelto, sei triste, sei sconsolato, sei morto, morto dentro.  Guardate invece la dinamicità. C'è un invito a considerare, a gustare la vita nella sua dinamicità, nella sua energia.
    La vita è energia. Senti che c'è qualcosa dentro che spinge, a tutte le età. Mi verrebbe da dire, quando c’è un bambino piccolo che gira anche intorno ad un vecchietto, che può aver poche energie, il vecchietto si ringalluzzisce, si tira su.
    Perché? Perché vede qualcosa che lo motiva. Allora se prendiamo sul serio questo invito ad essere vivi e non morti, sennò sui morti arrivano gli avvoltoi, come avete sentito, che cosa deve succedere dentro la nostra vita? L'espressione chiara è questa. Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, ma chi la perderà la manterrà viva.
    Che significa? Potremmo impararlo dai semi. Se uno i semi li tiene nel cassetto, non portano frutto. Anche se tu ne hai pochi, mettili in terra, semina.
    Cioè, l'invito è, se noi non viviamo, non ci spendiamo, se non siamo pronti a dare la vita, la vita la perdiamo. La perdiamo. Non la conserviamo, la perdiamo.
    L'unico modo perché la vita possa crescere è darla. E per questo forse potremmo imparare perché Dio ha detto di essere amore, cioè dono di sé. Dio è così e ci invita a fare lo stesso, quindi ciascuno nella sua piccola parte, per quel poco che può fare, dai, dai la vita.
    E in questo veramente senza voltarci indietro, senza rammarichi, senza lamentazioni, ma con la prontezza del sapere che dando la vita si porta frutto e si aiuta anche gli altri a portare frutto. Questo aiuterà anche un po' a scremare, sapete, alcune persone quando si vive così se ne vanno, si allontanano, perché non siamo controllabili, non siamo manipolabili. C'è qualcos'altro che prima di ogni altra cosa, non per niente, il Signore ha detto nel comandamento, di amare prima lui, con tutto il cuore, l'anima, la mente, le forze, e poi il prossimo. Solo così si impara a dare la vita e ad essere anche liberi da ogni manipolazione. Credo che questo ci renderà vivi della vita di Dio e gioiosi di poterla donare.
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  • Giovedì 13/11/25 - Non troverai Dio “là” o “qui”. Lo troverai quando ti sentirai amato, proprio lì dove sei.
    Avere la sapienza, lo spirito puro, santo, molteplice, unico, sottile, lo spirito d'amore di Dio, è quello che ti fa vedere il bello e il bene in tutte le cose. E credo che sia questa la prospettiva che vada tenuta proprio per entrare in questo brano del Vangelo. Perché prima dovrà attraversare la sua passione il figlio dell'uomo, per farci conoscere che neanche la volontà di eliminarlo ferma il suo amore per noi.
    Questo è ciò che è accaduto, accade e accadrà sempre. Da lì impariamo a riconoscere che quell'amore è presente in tutto. Però è un amore che lo puoi riconoscere se lo hai conosciuto dentro di te.
    Finché non ti senti amato e quindi accolto così come sei, anche con la tua miseria e il tuo peccato, come potrai riconoscerlo fuori se non l'hai conosciuto dentro di te? Allora, non sarà necessario andare chissà dove per incontrare il figlio dell'uomo. Ecco perché siamo stati avvisati. Eccolo qui, eccolo là, non andate, non credeteci. Cioè non sarà andando in certi posti particolari, dove c'è forse qualche rivelatore particolare della presenza di Dio. In realtà prepara il tuo cuore ad accoglierlo. Questo è il primo passo. (Ma a volte è vero che abbiamo bisogno di uscire curiosi dalla nostra quotidianità altrimenti non crediamo!) E allora dopo ti sarà evidente se c'è o non c'è: dipenderà da come il tuo cuore ha imparato a conoscerlo e a riconoscerlo.
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About Santi: dalla tribolazione alla vittoria

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La santità non è un premio per pochi, ma la partecipazione alla vita di Dio.
Non è una perfezione morale, ma una storia d’amore: quella di un Dio che abita nel cuore dell’uomo.

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