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  • 087: Il virus alla Casa Bianca è Donald Trump
    Anche prima di contrarre il coronavirus Trump passava la propria campagna elettorale a diffondere informazioni pericolose sul virus e a soffiare sul fuoco dell’odio razzista. Un nuovo studio della Cornell University ha rilevato che, tra le altre cose, Trump è stato il più grande “generatore” di notizie false sul coronavirus del mondo.

    Questa puntata è stata registrata nel pomeriggio di giovedì 1 ottobre

    A un mese dal voto, Trump è risultato positivo al test per il coronavirus. La notizia arriva in mezzo ad un calendario fittissimo di appuntamenti, eventi, e manifestazioni, che dovranno essere cancellate mentre il presidente resta in quarantena con la moglie. Nei giorni scorsi — non si sa esattamente da quando fosse positivo, è bene tenere presente — Trump ha rigato tantissimo, facendo sempre il solito Trump, soprattutto nel primo dibattito faccia a faccia con il suo rivale, Joe Biden, nella corsa verso le elezioni di novembre — un dibattito è stato definito uno “shit show” dalla corrispondente della CNN Dana Bash. Trump non lasciava parlare Biden per più di mezzo minuto consecutivo, provando a metterlo all’angolo e farlo balbettare. Biden non è caduto nella trappola, in compenso si è confermato essere un politico noiosissimo.

    Risultato: tra l’imbranataggine di Biden e la tracotanza di Trump, in pratica non si è detto nulla. Si è parlato ovviamente anche di coronavirus, e Trump è tornato a ripetere le proprie frequenti falsità: i bambini sarebbero, a suo parere, “immuni.” Per colpa anche di Biden, non si è detto quasi niente di vero e sostanziale a riguardo — mentre il Presidente avrebbe potuto essere attaccato duramente.

    Più inquetante invece la piega che ha preso la conversazione quando si è affrontato il suprematismo bianco. Quando Biden — con una mossa non molto intelligente — gli ha chiesto di condannare i “Proud Boys,” un gruppo di estremisti violenti, Trump ha detto di “fare un passo indietro e prepararsi.” Non esattamente una condanna — alcuni membri dell’organizzazione festeggiavano, e poco dopo è iniziata a circolare una versione del loro stemma, circondato dalla citazione del presidente.

    Dibattito a parte, Trump continua anche a millantare brogli e irregolarità attraverso il voto postale, in modo da costruire una narrativa che renda possibile contestare il risultato elettorale nel caso dovesse perdere le elezioni. Trump è tornato a seminare dubbi sulla legittimità del voto — come i presunti brogli in corso a Philadelphia, di cui ovviamente non ci sono prove, dove ha incoraggiato la propria base elettorale a compiere pratiche di intimidazione sugli elettori.

    Il caso citato di Philadelphia è particolarmente problematico, perché coinvolge non solo strumenti per contestare il voto, ma per attivamente intimidire i sostenitori del partito democratico per andare a votare. Se vi sembra una analisi troppo allarmista ricordatevi che è come avete reagito ad ogni notizia su Trump in questi quattro anni, e poi ha fatto tutte le cose che si temeva facesse. Ieri il New York Times ha pubblicato un retroscena agghiacciante che racconta di come il partito repubblicano stia “costruendo un esercito di sostenitori di Trump” da inviare come “monitor” delle elezioni.

    Ma quanto è dannoso Trump per il mondo? Proprio ieri è uscito uno studio della Cornell University che misura la cattiva informazione durante la pandemia, e, dopo aver esaminato 38 milioni di articoli, i ricercatori dell’università hanno premiato come peggior divulgatore del mondo proprio il presidente degli Stati Uniti: Trump sembra essere in grado di spargere disinformazione semplicemente respirando, inquinando internet continuando a dire le sue stupidaggini — come quella, assurda, secondo cui i raggi ultravioletti o i disinfettanti curerebbero dal virus. Gli auguriamo che su di lui funzionino.

    Leggi le note dell’episodio su: https://thesubmarine.it/2020/10/02/trappist-087/
    1 hr 9 min
  • 086: La sanità territoriale lombarda è pronta alla seconda ondata?
    Sei mesi dopo lo scoppio della pandemia in Italia, nel resto dell’Europa il numero di casi aumenta sempre più rapidamente. Ma che cosa abbiamo imparato dalla catastrofe della scorsa primavera? La sanità italiana — e lombarda, quella più colpita sei mesi fa — sono pronte alla seconda ondata?

    A distanza di più di sei mesi dallo scoppio della pandemia di Covid-19 in Italia e in Lombardia — e mentre all’estero già infuria quella che molti definiscono una seconda ondata — si possono iniziare a tirare le somme di quello che è successo. La regione guidata dalla giunta Fontana, ad esempio, è riuscita dopo cinque mesi di trattative e colpi di scena a nominare una commissione regionale a riguardo che non fosse farlocca o comandata da personaggi un po’ troppo vicini alla giunta stessa, come la consigliera di Italia Viva Patrizia Baffi.

    In un articolo pubblicato ieri su il Manifesto, un medico di Nembro — uno dei comuni della bergamasca più colpiti — ha illustrato come sia riuscito a curare in modo efficace tutti i suoi pazienti, tra i quali non si è contata nemmeno una vittima, indicando il depotenziamento del sistema di medici di base lombardo come una delle principali cause della gravità della pandemia della regione. Un’accusa formulata anche da Vittorio Agnoletto, di Medicina democratica.

    Dopo cinque mesi di attesa e di chiusura, inoltre, l’Ats competente ha anche divulgato le statistiche dei morti nelle Rsa della provincia di Bergamo, che hanno fatto registrare un drammatico +700% durante le settimane di marzo più gravi della pandemia. Una statistica che conferma l’effetto devastante della decisione, presa dalla giunta Fontana, di inviare malati di Covid non gravi nelle Rsa della provincia per liberare posti in ospedale, con l’ordinanza XI/2906, dello scorso 8 marzo.

    Non solo l’Ats di Bergamo, ma anche i ministeri della salute di Francia e Spagna sono in genere restii a divulgare i propri dati. Oltralpe, la situazione è sempre più drammatica: sia a Madrid che a Parigi si sta cominciando a ragionare seriamente se sia il caso di imporre misure drastiche per contenere la diffusione della pandemia — in Francia i nuovi casi quotidiani hanno superato i 16 mila.

    Ma non tutto il male viene per nuocere: l’Accademia svedese ha annunciato che quest’anno non si terrà il consueto banchetto luculliano in occasione dell’assegnazione dei premi Nobel: un piccolo contrappasso per aver premiato lo scorso anno lo scrittore austriaco Peter Handke, negazionista del genocidio bosniaco e grande ammiratore del leader ultranazionalista serbo Slobodan Milosevic.

    Leggi le note dell’episodio complete su: https://thesubmarine.it/2020/09/25/trappist-086/
    1 hr 9 min
  • 085: L’Europa delle deportazioni dal volto umano
    Ieri Ursula von der Leyen ha tenuto il proprio primo discorso dello “Stato dell’Unione.” La presidente della Commissione europea ha riflettuto sulla pandemia in corso, sottolineando la responsabilità dell’Europa di proteggere vite umane, e ha delineato i punti centrali del proprio programma per il prossimo anno. Ma Von der Leyen si è esposta soprattuto riguardo gli accordi di Dublino, dichiarando che è necessario superare i meccanismi che regolano la gestione dell’asilo politico all’interno della Comunità europea.

    La catastrofe dell’incendio dell’8 settembre a Lesbo ha riportato lo sguardo internazionale sulla sistematica oppressione dei diritti dei migranti, in un momento in cui alla politica nazionale degli stati membri l’argomento non potrebbe interessare di meno. Durante il proprio discorso von der Leyen non ha specificato dettagli su come gli accordi di Dublino andranno superati — l’obiettivo però sembra chiaro: sbloccare il problema della redistribuzione dei richiedenti asilo tra gli stati membri “in cambio” di una politica più puntuale e aggressiva sui rimpatri.

    Insomma, si tratterà di una riforma molto meno progressista di quanto molti, ieri, hanno intuitivamente immaginato o sperato. Negli scorsi anni i tentativi di riforma degli accordi di Dublino sono stati molti, sia da parte del Parlamento che della Commissione: ma avevano sempre trovato ostacolo negli stati membri, organizzati nel Consiglio dell’Unione europea.

    Gli stati del resto hanno al governo elementi di destra o estrema destra, come il ministro per la Protezione civile greco Chrisochoidis, secondo cui potrà essere legittimo l’uso della forza per costringere i migranti nel nuovo campo di prigionia di Kara Tepe. Chrisochoidis ha promesso in sostanza, se i migranti non faranno troppo chiasso, di portare i primi 6000 rifugiati in Grecia entro Natale, e procedere con gli altri entro la Pasqua successiva. Come non fidarsi? Tutto questo senza che le persone presenti sull’isola abbiano commesso alcun crimine, ma sono persone in fuga da guerre — prevalentemente dall’Afghanistan — costrette a chiedere asilo politico in Grecia.

    Gli accordi di Dublino prevedono infatti che i migranti arrivati in territorio Ue debbano chiedere asilo nel primo paese in cui mettono piede: una norma che lascia tutto il peso della gestione della prima accoglienza agli stati di confine, e che gli stati più interni non hanno interesse a mettere in discussione. Finora questo nodo era rimasto apparentemente impossibile da risolvere. Secondo i primi retroscena, la proposta sarebbe dovuta arrivare entro il 30 settembre, ma dopo la presa di posizione di von der Leyen sembra che possa arrivare già il 23. Il giorno successivo si aprirà una seduta speciale di due giorni del Consiglio europeo, dove però difficilmente si parlerà di Dublino — i tempi sono troppo stretti.

    Visto che i migranti sono accampati per strada e non hanno tempo di aspettare i comodi della diplomazia europea, si sono rivolti direttamente alla figura più autorevole disponibile: Angela Merkel. Durante le proteste di questi giorni, infatti, si sono visti molti cartelli e striscioni inneggianti alla Cancelliera tedesca e all’Ue, la maggior parte con richieste di aiuto. Questo tradisce ciò che tutti sul continente sanno — il fatto che la Cancelliera sia la persona più potente dell’Ue — e mette nelle sue mani una responsabilità che si è già presa una volta, in passato. All’epoca della grande crisi migratoria siriana, quando tra il 2015 e il 2016 la Germania accolse 1,2 milioni di profughi dal paese mediorientale, tormentato dalla guerra civile.

    A distanza di cinque anni, il progetto di accoglienza e inclusione del governo tedesco si è rivelato un successo secondo la maggior parte degli indicatori e delle opinioni raccolte tra tedeschi e migranti stessi, rappresentando — pur con alcuni punti deboli il più vasto progetto di assistenza a profughi e rifugiati dell’Europa del dopoguerra. Nonostante questo, è mal visto dall
    1 hr 12 min
  • 084: Boris Johnson vuole distruggere l’accordo per la Brexit firmato da Boris Johnson
    L’ultimo strappo di Boris Johnson con l’Unione europea è così grave da compromettere anche il trattato commerciale con gli Stati Uniti. Ma mentre il Regno Unito gioca d’azzardo con il proprio futuro, in Europa la Brexit interessa ancora a qualcuno?

    Dopo giorni di voci, critiche, cablo filtrati alla stampa, il governo britannico ha pubblicato il testo del controverso Internal Market Bill, con cui Boris Johnson rimette in discussione uno dei punti già più complessi dell’accordo per la Brexit con l’Unione europea: il Protocollo dell’Irlanda del Nord.

    Le pretese avanzate dal governo britannico sono a dir poco piratesche: in un testo che letteralmente ammette di infrangere leggi internazionali, si rivendica per i ministri britannici il potere di disapplicare specifiche parti o regole previste nell’accordo dello scorso ottobre.

    Secondo Johnson il testo della legge è necessario per proteggere il paese da interpretazioni “estremiste o irrazionali” dell’accordo sulla Brexit, ma è vero esattamente il contrario: il rischio è quello di minare ulteriormente la solidità dell’accordo del Venerdì Santo, già messo in crisi quando il Regno Unito ha iniziato le procedure per uscire dall Brexit.

    Cosa succede sul confine irlandese se si arriva a una Brexit no–deal? Perché Johnson sta tirando così tanto la corda? E soprattutto, c’è ancora qualcuno in Europa a cui interessa abbastanza della Brexit da voler stare al gioco del Primo ministro britannico?

    Leggi le note dell’episodio su: https://thesubmarine.it/2020/09/10/trappist-084/
    1 hr 9 min
  • 083: L’alleanza tra estrema destra e scettici della pandemia è sempre più pericolosa
    Per un po’, all’inizio della pandemia, sembrava che in Europa, e in particolare in Italia, il complottismo non fosse riuscito a far del tutto presa sul discorso pubblico attorno al coronavirus. E da noi, ancora oggi, sembra così: le tendenze di questo tipo sono una parte minoritaria del dibattito.

    Fortunatamente c’è chi prova a rimediare: soprattutto l’estrema destra, che — avendo ben presente l’esperienza americana — sta provando ad omogeneizzare il suo solito apparato retorico alle più moderne teorie cospirazioniste contro mascherine, vaccini, società del controllo.

    In Italia il campione di questa retorica è stato per un breve periodo di tempo Matteo Salvini, che però ha deciso di rinunciare a cavalcare l’onda quasi subito, spinto dalla diffidenza del pubblico italiano verso queste posizioni e dalla costernazione degli amministratori leghisti del Nord — che hanno avuto a che fare davvero con la pandemia, negazionismo o meno.

    Sfilatosi Salvini, rimangono in fondo i fondamentalisti: il 5 settembre si riuniranno a Roma in manifestazione — non ancora chiaro quanto vasta — una vasta galassia di negazionisti, cospirazionisti e fascisti comuni, per manifestare contro il Covid e le politiche anti Covid. La manifestazione è capitanata da Forza Nuova, ma non mancheranno personalità chiave come Diego Fusaro, l'avvocato Taormina, Povia.

    Ci si può consolare(?) pensando alla situazione all’estero: una manifestazione analoga, in Germania, ha visto la partecipazione di quasi 40 mila persone, mentre negli Stati Uniti sta prendendo sempre più piede QAnon, una teoria del complotto secondo cui lo stato sarebbe gestito da una rete di satanisti pedofili in guerra contro il “puro” Trump. Cosa c’entra il virus? C’entra, c’entra.

    Leggi le note dell’episodio complete su: https://thesubmarine.it/2020/09/04/trappist-083/
    1 hr 9 min
  • 082: Com’è possibile che sulla scuola ci sia ancora tutta questa incertezza?
    Tra circa 2 settimane inizia l'anno scolastico. Le scuole sono state chiuse a fine febbraio, prima ancora del lockdown nazionale, e non hanno mai più riaperto. La data ufficiale è il 14 settembre, ma per esempio in Alto Adige ricominceranno già il 7 settembre, mentre in Friuli Venezia Giulia aspetteranno il 16. Alcune regioni hanno preferito infatti aspettare lo svolgimento delle elezioni regionali e dei referendum che si svolgeranno il 20-21 settembre, e che come al solito vedranno nelle scuole la propria sede privilegiata.

    La pandemia è iniziata da parecchi mesi e le misure di distanziamento sociale sono entrate a far parte della quotidianit: ci si potrebbe aspettare di arrivare pronti a questa ripartenza. Invece non è così: al momento la riapertura delle scuole è ammantata ancora da moltissima incertezza. È complicato riorganizzare in poco tempo un sistema scolastico che da decenni è fondato su due pilastri: il sovraffollamento delle classi e la povertà strutturale degli edifici scolastici.

    Negli ultimi giorni le discussioni più accese si sono registrate tra il governo e le regioni, con una serie di riunioni infinite, linee guida contraddittorie e tira e molla vari, su alcune questioni fondamentali come: il trasporto pubblico, il mantenimento delle mascherine in aula, la misurazione della febbre.
    Dopo due giorni di riunioni, le regioni hanno dato il proprio OK alle indicazioni operative dell’Istituto superiore di sanità su come bisognerà gestire i casi e i focolai di coronavirus nelle scuole. È l'OK definitivo? Ovviamente no: bisogna aspettare una nuova riunione, che dovrebbe tenersi proprio oggi.

    In sostanza: ogni scuola deve avere una stanza dove isolare l'allievo che si sospetta positivo, mentre si aspetta l'arrivo dei genitori. Sono loro a contattare pediatra o medico di famiglia che a sua volta, se lo ritiene necessario, richiede il tampone alla Asl. In caso di positività si valuta l'isolamento di tutti i compagni di classe e dei docenti che hanno avuto contatti con il contagiato nelle 48 ore precedenti. Per un singolo caso non va automaticamente chiusa la scuola, ma il dipartimento di prevenzione della Asl deve valutare la situazione anche in base alla circolazione del virus in quel momento nell'area dove si trova la scuola. Se viene contagiato un docente o un altro lavoratore scolastico si valuteranno i suoi contatti, sempre nei due giorni prima, e si avvieranno eventuali quarantene.

    Tutte le scuole, inoltre, dovranno nominare un referente, che dialogherà con la Asl. Nei dipartimenti di prevenzione dovrà esserci un medico di riferimento per ogni istituto. Nelle scuole dovranno esserci registri che tengono conto di tutti gli spostamenti di docenti e supplenti nelle classi e di eventuali attività svolte da uno o più alunni fuori dalla propria aula. A ogni bambino verrà misurata la febbre dai genitori la mattina, prima dell'ingresso a scuola — altro fattore fonte di polemiche, dato che una parte di responsabilità della salute generale viene scaricata, di fatto, sui genitori.

    Queste linee guida dicono solo come ci si deve comportare in caso di sospetti positivi in classe. Restano ancora numerose questioni da risolvere.
    Una, molto rilevante, riguarda i trasporti. Le linee guida del CTS prevedono che sugli autobus scolastici venga mantenuto il distanziamento di un metro, misura che limiterà la capienza dei mezzi e che richiederà un notevole potenziamento delle linee — cosa che alle regioni non piace.

    Come per la polemica delle scorse settimane sulla capienza dei treni regionali in Lombardia e Liguria, anche stavolta si sta cercando in tutti i modi una gabola che permetta di aggirare la regola del metro di distanza. Per esempio? La regola può essere infranta quando è possibile far sedere gli studenti allineati “verticalmente”, cioè uno per fila, senza che siano rivolti faccia a faccia. Il distanziamento di un metro, però, può non essere rispettato solo per i tragitti inferiori ai 15 minuti: un punto int
    1 hr 6 min
  • 081: Nemmeno la pandemia ferma il meeting di CL a Rimini
    Immancabile come i tormentoni estivi, e non fermato dal coronavirus, anche quest’anno il paese sta assistendo a uno degli eventi cardine della vera estate italiana: il meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, che si tiene ormai dal lontano 1980. È cominciato il 18 e durerà fino al 23, e quest’anno è partito col botto, con un vero e proprio comizio di Mario Draghi. Le sue parole — come spesso accade alle parole pronunciate dal palco del meeting — hanno avuto una grande risonanza nell’afoso dibattito politico di agosto, dove sono risuonate espressioni come “governo spiazzato” e “sferzata alla politica.”

    L’ex Presidente della Banca centrale europea, in realtà, non ha detto molto di innovativo o sconcertante: ha fatto una distinzione tra “debito buono” — sostenibile — e “debito cattivo” — insostenibile perché impiegato “a fini improduttivi” — auspicando tra le righe un cambiamento delle regole europee di cui “l’inadeguatezza era divenuta da tempo evidente.” Non è un mistero che, da tempo, esista un blocco politico, mediatico e imprenditoriale che vedrebbe di buon occhio Draghi al governo, un’asse che va da Forza Italia al Pd e Italia Viva.

    Draghi è uno dei personaggi più importanti della scena politica europea ed italiana, e probabilmente è stato inteso da CL come l’“headliner” del festival, ma scorrendo l’elenco degli ospiti si rimane impressionati dal peso politico ed economico di molti partecipanti — e partner — dell’evento, o di sigle disposte a metterci il cappello: Snam, Ferrovie Nord, Randstad, Generali, Enel, Aci, Cassa depositi e prestiti, Philip Morris.

    Molte persone insospettabili hanno partecipato nel corso degli anni al meeting, spesso sconfinando nella piaggeria verso il movimento. Ad esempio, Bersani nel 2003: “Se vuole rifondarsi, la sinistra deve partire dal retroterra di Cl. Solo l'ideale lanciato da Cl negli anni Settanta è rimasto vivo, perché è quello più vicino alla base popolare.” O nel 2015, l’ex segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti — che tra l’altro partecipa anche quest’anno: “A Rimini ho trovato molto di più e di diverso di quel che mi aspettavo. Anzitutto, il popolo. Ricordo che per Gramsci l’intellettuale può pensare di rappresentare il popolo solo se con questo vi è quella che lui chiamava “una connessione sentimentale”. Lì l’ho trovata.”

    Ovviamente tutto questo, se per alcuni personaggi può lasciare un po’ perplessi, sul piano politico e amministrativo presenta qualche criticità, a prescindere dal proprio posizionamento ideologico: CL non è un partito politico ma una confraternita religiosa, riconosciuta dalla Santa sede, fortemente intrecciata alla politica, i cui legami con larghe fette della destra — non solo — italiana sono noti e notori da tempo, soprattutto in Lombardia. Quanto intrecciata? così: nel 2010 la Lombardia aveva finanziato il meeting con ben 234 mila euro, soldi versati sostanzialmente a causa dell’entusiasmo di Formigoni: “Siamo orgogliosi che Regione Lombardia sia presente da anni alla più importante manifestazione culturale, giovanile e non solo, d’Europa il Meeting internazionale di Rimini, evento che fa registrare 800mila presenze da tutto il mondo.” In Lombardia, infatti, la sigla di CL fa venire in mente subito il celeste, e il suo modello di gestione della sanità, ereditato senza colpo ferire dalle successive giunte Maroni e Fontana — nonostante i gravissimi fatti di corruzione nell’ambito sanitario emersi in seguito all’arresto dello stesso Formigoni e del vicepresidente Mantovani.

    Del resto, dove non sono arrivate le inchieste non è arrivata nemmeno la gestione disastrosa della pandemia da parte della giunta regionale lombarda, in particolare con il collasso del sistema ospedaliero. La giunta Fontana ha scelto di sostituire sì il direttore della Sanità, Luigi Cajazzo: ma per mettere al suo posto Marco Trivelli, uomo cresciuto sotto le varie giunte Formigoni, appartenente da CL fin dall’adolescenza, e sotto cui non c’è motivo di creder
    1 hr 3 min
  • 080: Perché Kamala Harris non è la vicepresidente ideale
    Il comitato elettorale di Biden ha scelto una vicepresidente dalla retorica tagliente e capace di dominare i propri avversari. Ma il passato di Harris, ex procuratrice, rischia di allontanare ulteriormente l’elettorato progressista
    La situazione statunitense è disastrosa: la pandemia continua a essere fuori controllo, e la gestione disastrosa da parte del governo sta compromettendo le possibilità di Donald Trump di essere rieletto. In questo scenario emergenziale — che comprende anche la peggiore crisi economica a memoria d’uomo — il Partito democratico vede una grossa occasione di ritornare alla Casa Bianca.

    Il candidato del partito è Joe Biden. Questa settimana, com’è prassi nei meccanismi delle competizioni elettorali statunitensi, Biden ha indicato chi sarà la persona che ricoprirà il ruolo di vicepresidente in caso di una sua vittoria. La scelta è caduta su Kamala Harris, ex procuratrice della California, di origini indiane e giamaicane.

    Harris ha corso alle primarie, dove era tra i candidati più in vista, ed è nota per la retorica tagliente ed efficace. Ma è anche una figura divisiva: da procuratrice ha mantenuto una linea estremamente lassista verso le forze di polizia, commettendo inoltre diversi abusi in sede giudiziaria, a danno di innocenti.

    Va segnalato inoltre il supporto di Harris a proposte di legge draconiane — come la perseguibilità penale dei genitori dei figli che marinano la scuola — o l’opposizione alla legalizzazione della cannabis, su cui ha cambiato idea solo troppo tardi.

    La candidatura di Harris potrebbe essere vista come troppo centrista, o di destra, in un contesto di proteste di massa tra le più grandi della storia degli Stati Uniti: ma dall’altra parte c’è l’estrema destra trumpiana — che non ha perso tempo ad attaccarla perché donna e appartenente una minoranza, e di cui una larga fetta della società statunitense spera di sbarazzarsi al più presto.

    Leggi le note dell’episodio: https://thesubmarine.it/2020/08/14/trappist-080/
    1 hr 10 min
  • 079: L’estate di estrema destra del governo
    Navi quarantena, invio di truppe al confine, accelerazioni sui rimpatri: il governo sta facendo tutto quello che farebbero al governo i partiti di estrema destra — che nel frattempo, ad esempio in Friuli Venezia Giulia, si stanno spostando su posizioni ancora più estremiste.

    Nella giornata di ieri si sono inseguite voci che volevano un accanito scontro dietro le quinte della maggioranza di governo per sottrarre la poltrona di ministro dell’Interno a Lucia Lamorgese. I principali contendenti sarebbero stati Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti — quest’ultimo, in particolare, sarebbe stato interessato al Viminale non solo per poter meglio dire la propria sulla politica migratoria del governo, ma per partecipare più da vicino alla partita per il controllo dei vertici dei servizi segreti — sì.

    Si sono susseguite smentite, e l’intrigo sembra essersi risolto in un nulla di fatto. Del resto, perché rimuovere Lamorgese, una ministra perfettamente in linea con la politica ultrasicuritaria del governo, e in piena continuità con quello precedente? In questi giorni si è mostrata estremamente muscolare sia sul fronte dei rimpatri verso la Tunisia, annunciandone la ripresa il prossimo 10 agosto, sia sul confine sloveno, dove ha annunciato l’arrivo di contingenti militari.

    La visione politica di questo esecutivo — che doveva essere di discontinuità con quello precedente — è ben visibile, ad esempio, con la decisione di risolvere il sovraffollamento di migranti nell’hotspot di Lampedusa con l’utilizzo di navi-quarantena: una misura criticata duramente da virologi come il professor Galli, visto che oltre a essere poco rispettosa dei diritti dei migranti, in realtà favorisce la diffusione del contagio.

    Nel frattempo, i battibecchi e la linea di estrema destra del governo stanno portando — guardacaso — a toni sempre più estremi da parte dei politici di estrema destra dichiarata. La Lega di Matteo Salvini vuole persuadere gli italiani che il virus nel paese non esiste più, e se c’è lo portano i migranti — una teoria del complotto vecchia come il mondo, ovviamente infondata. In Friuli il coordinatore della protezione civile di Grado si è lasciato andare a dichiarazioni inneggianti ai forni crematori, mentre il consigliere regionale leghista Calligaris ha sostenuto che ai miranti lui sparerebbe “tranquillamente.”

    Leggi le note dell’episodio: https://thesubmarine.it/2020/08/06/trappist-079/
    1 hr
  • 078: Nessuno salva Matteo Salvini
    Dopo il voto al Senato, ora sta alla procura di Palermo decidere se Matteo Salvini sarà processato. Per i crimini di cui è accusato, rischia fino a 15 anni di carcere — ma la vera minaccia è un’altra: quella della Legge Severino, che lo farebbe decadere e lo renderebbe ineleggibile.

    Il Senato si è espresso: Matteo Salvini potrà essere processato per le accuse avanzate dai giudici sul caso del blocco di 19 giorni della nave Open Arms. Ormai un anno fa, dal primo al 20 agosto, proprio mentre si consumava la crisi in cui si sarebbe schiantato il governo Conte I, Matteo Salvini aveva impedito alla nave di Proactiva Open Arms, con a bordo 151 migranti, di trovare un porto sicuro in Italia.

    Il voto è passato con una maggioranza esigua, 149 a 141, dimostrando che la dichiarazione di voto di ieri mattina di Matteo Renzi era stata davvero chiave per confermare una maggioranza. In precedenza infatti, quando si era votato in Giunta, il partito personale di Renzi non si era espresso indicando che, a loro parere, la responsabilità non fosse solo dell’ex ministro, ma di tutto il governo, puntando il dito contro i nuovi alleati Conte e Di Maio. Ieri, una pandemia e un Recovery Fund dopo, le dinamiche della maggioranza sono cambiate, e i renziani si sono uniti al fronte che vuole vedere Salvini processato.

    Si tratta di un evento più unico che raro, ma sulla decisione della maggioranza, Salvini non ha torto: si tratta di una decisione politica, prima che in materia — perché la linea di questo governo è solo marginalmente diversa da quello del governo precedente, e se non si sono ripetuti episodi di presupposto sequestro di persona, indubbiamente l’operato resta per lo meno in linea di continuità. Ma non si può valutare la decisione del Senato solo come decisione politica: è anche un passo avanti importante verso la giustizia per le vittime dell’operato di Salvini, come il fondatore di Proactiva Oscar Camps, che finalmente può chiedere sia fatta giustizia. Ora a decidere se andare avanti spetta alla procura di Palermo.
    1 hr 5 min

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Il mondo visto da lontano: conversazione sulle notizie piú importanti della settimana, dalla redazione di the Submarine.

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