TRAPPIST

TRAPPIST

By The SubmarineNewsNews CommentaryPolitics
Download on the App Store

TRAPPIST episodes

  • 098: Gli ultimi giorni del Regno Unito nell’Unione europea
    Domenica è letteralmente l’ultimo giorno per siglare un accordo post–Brexit prima della fine dell’anno. Ma il governo Johnson vuole davvero un accordo? E soprattutto, in caso di emergenza, si potrebbe estendere il periodo di transizione all’ultimo minuto?
    Giovedì sera Boris Johnson e Ursula von der Leyen si sono di nuovo sentiti al telefono per discutere dei negoziati sull’accordo post–Brexit. Al termine della conversazione von der Leyen ha pubblicato un breve comunicato, in cui dice che i due leader hanno fatto “progressi sostanziali” su molti fronti, ma che rimangono ancora molte divergenze da coprire — in particolare riguardo alla questione della pesca. Johnson ha descritto la situazione in un modo diverso, scrivendo su Twitter che “la posizione dell’Unione europea deve cambiare sostanzialmente.” 

    Nel comunicato di Downing Street si legge che restano aperte ancora questioni anche riguardo il “level playing field,” ovvero l’obbligo per il Regno Unito di non abbassare i propri standard per fare slealmente concorrenza all’Unione europea. Si tratta di una vera e propria corsa contro il tempo: il Parlamento europeo ha avanzato ieri quasi un ultimatum ai negoziatori, ricordando che l’ultima data per avere il tempo di ratificare l’accordo è questa domenica. In caso contrario, in meno di due settimane il Regno Unito dovrà affrontare un’uscita no deal potenzialmente caotica e certamente di grave impatto economico.

    Ma come si è arrivati a questo punto? Siglare un trattato post–Brexit in un anno era già considerato da molti un’impresa quasi impossibile, e con la pandemia sarebbe stato solo ragionevole da parte del Regno Unito chiedere un’estensione del periodo di transizione oltre il 31 dicembre 2020. Ma anche questa estensione aveva una scadenza — quella del primo luglio. E all’epoca, il governo Johnson ha deciso che non gli sarebbe servito altro tempo. Oggi, di fronte ai segnali vagamente positivi delle scorse settimane, però, una estensione — anche solo di qualche settimana — sembra una soluzione necessaria seppur creativa.

    Tutto questo ammesso e non concesso che ad un accordo ci si possa arrivare. Fin dal 2019 è stato difficile interpretare il comportamento del governo Johnson, spesso così oltranzista da lasciare il dubbio che mirasse a uno scontro frontale e a una pericolosissima uscita no deal. In modo molto simbolico sembra che l’ultimo punto rimasto in sospeso sia proprio quello della pesca, già al centro della questione nazionalistica fin dall’inizio, quando era uno dei capisaldi della retorica brexista, con tanto di manifestazione in barca lungo il Tamigi capitanata da Nigel Farage. Sì, non ce ne siamo dimenticati.
    Show notes

    Prime Minister’s call with European Commission President Ursula von der Leyen: 17 December 2020 - GOV.UK
    Brexit talks: 'Moment of truth' says Barnier as only a 'few hours left' to strike a deal
    Brexit: Boris Johnson says talks in 'serious situation' after call with EU chief | Politics | The Guardian
    Brexit talks: 'Narrow path' exists to a deal with UK, von der Leyen tells MEPs
    Fishing: Why is fishing important in Brexit trade talks? - BBC News
    The Economist explains - Why fishing might scupper a Brexit deal | The Economist explains | The Economist
    In cod we trust: How fish became such a Brexit problem
    Can the post-Brexit transition period be extended — and if not, why not?
    UK formally rejects Brexit transition period extension

    In questa puntata sono con voi: Stefano Colombo @stefthesube Alessandro Massone @amassone. Per non perderti nemmeno un episodio di TRAPPIST, abbonati su Spotify e Apple Podcasts.
    Sostieni l’informazione indipendente di the Submarine: abbonati a Hello, World! La prima settimana è gratis
    51 min
  • 097: Quanto costa la verità per Giulio Regeni
    La storia del caso Regeni, ancora lontana da una conclusione, ha svelato che per la politica italiana gli interessi legati alle armi e agli idrocarburi sono più importanti dei diritti umani
    Probabilmente bisognerà aspettare ancora a lungo per la giustizia, ma finalmente si è trovata un po’ di verità per Giulio Regeni. La Procura di Roma ha concluso le indagini avviate nel 2016 sul brutale omicidio del ricercatore friulano, attribuendone la responsabilità a quattro ufficiali dei servizi di sicurezza egiziani, a cui il procuratore Michele Prestipino e il pm Sergio Colaiocco contestano, a vario titolo, il reato di sequestro di persona pluriaggravato, di concorso in lesioni personali e di omicidio. I quattro responsabili materiali della morte di Giulio Regeni sono il generale Tariq Sabir, il colonnello Athar Kamel, il colonnello Usham Helmi, il maggiore Magdi Sharif e l’agente Mahmoud Najem. È stato possibile ricostruire la dinamica dell’omicidio grazie a cinque testimonianze chiave raccolte sia in Egitto, riuscendo a filtrare le maglie della repressione, che in Kenya. L’identità dei cinque testimoni è segreta.

    Dalla ricostruzione emerge come Regeni sia stato intercettato e pedinato prima della cattura da parte delle forze di sicurezza egiziane, che l’avrebbero sequestrato in una stazione della metropolitana del Cairo e portato in una villa, utilizzata dal ministero dell’Interno per “torturare i cittadini stranieri sospettati di minare alla sicurezza dello Stato,” per la precisione nella stanza numero 13 della struttura. Dove avrebbe trovato la morte. Nonostante le prove raccolte, l’Egitto ha deciso di non collaborare con le indagini, e continua a seguire la pista della criminalità comune. Il regime non ha fornito — e sembra che non fornirà — alla procura di Roma il domicilio dei quattro agenti incriminati, necessario non tanto per raggiungerli fisicamente, ma per recapitare gli atti del processo.

    A detta della procura stessa, questo risultato è stato possibile grazie alla tenacia della famiglia Regeni, che non si è piegata di fronte alle beffe e ai tentativi di insabbiamento della dittatura di al-Sisi. Al contrario, il ruolo del governo sembra essere quanto mai defilato. Ieri Luigi Di Maio — che, ricordiamo, è anche ministro degli Esteri — ha rilasciato uno scarno comunicato in cui definisce “inquietante” quanto ricostruito dalla procura italiana sulla fine di Regeni, chiedendo “al Cairo un chiaro cambio di passo. Basta tentennamenti. Basta attese,” esprimendo poi la propria “profonda vicinanza alla famiglia Regeni e a chi si batte per restituire verità e giustizia ai genitori di Giulio.” Lui non sembra includersi tra questi ultimi, evidentemente.

    I genitori di Regeni hanno chiesto invece un nuovo ritiro dell’ambasciatore italiano dall’Egitto, una mossa molto grave nel linguaggio della diplomazia internazionale: “Quando è stato deciso dal governo Gentiloni di rinviare al Cairo l’ambasciatore Cantini, uno degli scopi principali era la ricerca di verità e giustizia per nostro figlio. Purtroppo questo punto è stato messo in secondo piano, dando priorità alla normalizzazione dei rapporti tra Italia ed Egitto e a sviluppare i reciproci interessi in campo economico, finanziario, militare e nel turismo, evitando di affrontare qualsiasi scontro.”

    È ormai chiaro, infatti, che il regime egiziano sta provando a blandire le autorità italiane con il denaro. Come? Commissionando alle aziende nostrane commesse di armamenti sempre più ricche. Lo scorso giugno era emerso come le licenze per l’esportazione di materiale militare dall’Italia al regime di al Sisi siano passate dai 7,1 milioni di euro del 2016 a 7,4 nel 2017 fino a raggiungere 69 milioni di euro nel 2018 — per poi arrivare alla gigantesca commessa da 10 miliardi di euro resa nota durante l’estate. Due fregate, missili, aerei da combattimento — tutti venduti a uno dei regimi che, secondo i report di Amnesty e Humans Rights Watch, è coinvolto nelle più sistematiche violazi
    1 hr 10 min
  • 096: Le prime vaccinazioni da sole non possono fermare la terza ondata
    Conte ha firmato il nuovo Dpcm ed è andato in conferenza stampa a presentarlo, sancendo quello che tutti già sapevano: sarà un Natale privato, in cui verranno limitati al massimo gli spostamenti per evitare quella che già viene fatta balenare come la terza ondata — nonostante la seconda sia ancora molto lontana dal finire, visto l’altissimo numero di morti registrati ieri: 993.

    Il governo italiano sembra avere elaborato una sola strategia: tenere duro con le misure di distanziamento sociale e aspettare il vaccino, rinunciando di fatto ad elaborare qualsiasi miglioramento dei meccanismi di test & tracciamento. Anche se è una tattica molto rischiosa — perché la vaccinazione richiederà molto tempo — almeno sul fronte dei vaccini c’è qualche buona novità.

    Durante gli ultimi giorni infatti Moderna, e Pfizer e BioNTech hanno fatto domanda per chiedere l’autorizzazione d’emergenza per l’uso dei propri vaccini in Europa. Moderna e Pfizer sono i due “vincitori” della corsa vaccinale: le prime due aziende ad aver terminato i test necessari per dimostrare la sicurezza e l’efficacia dopo le imprecisioni di AstraZeneca nel testing del “vaccino di Oxford.”

    In particolare, il vaccino di Pfizer sembra quello che per primo verrà distribuito e utilizzato in Europa. Secondo i dati rilasciati dall’azienda, ha un’efficacia del 95%, e del 94% negli adulti di età superiore ai 65 anni. Utilizza la tecnologia dell’RNA messaggero: istruzioni genetiche che aiutano il corpo a riconoscere la proteina spike del virus. Il vaccino di Pfizer ha soprattutto un punto debole: ha bisogno di essere trasportato a temperature ultrafredde — -70 gradi —, per cui sarà quasi impossibile distribuirlo in molte parti del mondo.

    L’EMA martedì ha dichiarato che avrà bisogno di almeno altre quattro settimane per valutare i vaccini di Pfizer e BioNtech. Gli Stati Uniti e il Regno Unito invece contano di arrivare a una conclusione prima: l’altroieri il Regno Unito ha infatti approvato per l’utilizzo il vaccino di Pfizer. La notizia è stata accolta con un sospiro di sollievo, in particolare dal segretario alla Salute Matt Hancock, che ha sentito il bisogno di dire che il Regno Unito è arrivato primo “grazie alla Brexit.” Una notizia rilanciata, ad esempio, anche da Viktor Orban nella sua polemica contro l’Unione Europea.

    Purtroppo per Hancock, però, si tratta semplicemente di una falsità: l’approvazione è arrivata nel contesto delle Human Medicines Regulations, approvate molto prima della Brexit — nel 2012. Peraltro, le leggi europee non richiedono che gli stati membri debbano aspettare le indicazioni dell’EMA per procedere con approvazione di medicine per uso d’emergenza. Nonostante il sostegno ungherese in patria Hancock è stato sbugiardato da tutti, perfino dal portavoce di Downing Street.

    Ok, e in Italia? Mercoledì il ministro Speranza, come previsto, ha riferito in Parlamento sul piano nazionale per i vaccini, confermando che il farmaco sarà gratuito per tutta la popolazione. In base ai piani attuali l’Italia nei prossimi mesi potrà contare su circa 202 milioni di dosi totali, di cui inizialmente 8 forniti da Pfizer e oltre 1 milione da Moderna. Nel caso in cui tutti i vaccini si dimostrassero efficaci e sicuri, l’Italia potrebbe ricevere 40,38 milioni di dosi da Astrazeneca, 26,92 da Johnsson, 20 da Sanofi, 26 da Pfizer-Biontech, oltre a 10 da Moderna. 

    Con quali tempistiche? È prevista una prima partita di dosi all’inizio del 2021, mentre secondo Speranza “il cuore della campagna vaccinale, secondo le previsioni, sarà tra la prossima primavera e l’estate.” Si procederà in ordine di priorità: operatori sanitari e sociosanitari; residenti e personale delle Rsa; persone in età avanzata (over 80) circa 1 milione e 400 mila persone, poi i residenti e il personale delle RSA (le residenze per anziani), circa 570 mila persone. 

    A quel punto si procederà per età in ordine decrescente, cominciando da chi ha più di 80 anni (oltre 4 milioni e 400 mila per
    1 hr 5 min
  • 095: Natale con i sopravvissuti
    Dalle regole delle 6 M in Spagna alle norme sui fuochi di Capodanno in Germania, cerchiamo di capire come gli stati europei si stanno muovendo nella speranza di garantire un Natale sicuro.

    Come tutta Europa era arrivata di fronte alle necessità di fare nuovi lockdown, ora tutta Europa cerca di capire come riaprire in vista del Natale. A differenza delle riaperture di maggio, però, questa volta c’è molta più fretta: non si riapre perché si riusciti a limitare il contagio, ma perché c’è l’urgenza di garantire l’usuale boom dei consumi per i regali di Natale. Per questo, le misure arrivano con compromessi, promemoria, e preghiere di autoisolamento.

    In Spagna il governo lavora ad una campagna per ricordare le “6 M” da rispettare durante la tregua invernale — mascarilla, manos, metros, maximizar ventilacion, e minimizar numero de contactos, e “Me quedo en casa” (sì); in Francia ci si potrà spostare tra regioni, ma bisogna evitare “i viaggi inutili;” in Germania i governatori dei Lander pregano i cittadini di mettersi in autoisolamento in attesa del cenone — e chiedono ai datori di lavoro di offrire flessibilità ai propri dipendenti per lavorare da casa nei giorni precedenti alle ferie, una cosa che succederà di sicuro.

    In Italia sono ancora molti i punti interrogativi, ma mentre continua la lotta tra regioni e stato sulla possibilità di spostarsi oltre i confini regionali, l’Europa deve fare i conti con la necessità di improvvisare un’alleanza per la chiusura delle località sciistiche.

    Ma mentre ci si preoccupa di garantire lo scambio dei regali, l’Europa continua a non avere nessun vero piano per limitare il contagio e tracciare i contatti — al netto di ripetere enfaticamente che bisogna a tutti i costi “evitare la terza ondata,” prima ancora di aver superato la seconda. Gli stati europei, al contrario, sembrano concentrati per accelerare al massimo l’approvazione e la distribuzione del vaccino, un’operazione che però non è sostitutiva a quelle di test & tracciamento, anche perché per realizzare la vaccinazione di una parte consistente della popolazione ci vorrà molto tempo.

    Leggi le note dell’episodio al link in bio:
    1 hr 4 min
  • 094: La scuola tra Dad, lotta alla cultura maschilista e disuguaglianze
    Il caso di una maestra d’asilo torinese, licenziata dal proprio istituto dopo essere stata vittima di revenge porn, ha contribuito a riportare la scuola al centro del dibattito nazionale. Ma com’è la scuola che i ragazzi e i professori sono costretti a vivere durante il lockdown?

    La scuola sarebbe dovuta essere una delle priorità del governo, insieme al lavoro — ma appena i contagi hanno cominciato a risalire, è stata rapidamente sacrificata in favore della produttività nazionale. Com’è la situazione oggi che la maggior parte degli alunni sono in didattica a distanza? Ne abbiamo parlato con Elena D’Alì di Chiamando Eva, e insieme a lei abbiamo cercato di capire com’è possibile che il problema della scuola italiana, per alcuni, sia il fatto che una maestra d’asilo sia libera di vivere la propria vita privata come vuole, senza essere oggetto di revenge porn.

    Di problemi, infatti, ce ne sono numerosi. La didattica a distanza, per dichiarazione della stessa ministra Azzolina, aumenta le disuguaglianze tra gli alunni. “In mezzo a tante incognite, una certezza c’è: la chiusura delle scuole non produce gli stessi effetti per tutti,” aveva scritto la ministra su Facebook a fine ottobre. Ora è discutibile e discusso che le scuole possano mai riaprire prima di giugno: il deputato del M5S Marco Bella ha detto che l’ipotesi di tenerle chiuse per tutto l’anno è fuori discussione — ma se qualcuno deve smentire una voce, vuol dire che questa voce per qualche motivo circola. O no?

    Ci sono, comunque, studenti e docenti che non si rassegnano alla dad. È il caso di Anita, una giovane studente torinese che ha deciso di organizzare un flashmob fuori dalla propria scuola, e seguire da lì alcune delle lezioni in segno di protesta. Il suo esempio è stato velocemente raccolto da altri studenti e studentesse in giro per l’Italia, come a Bologna, dove si è deciso di partecipare alle lezioni davanti alla scuola perché “un'aula non sarà mai più contagiosa di una chiesa.”

    Ma quanto ha influito la riapertura delle scuole sull’aumento del contagio? Il discorso è molto delicato: nonostante l’aumento dei casi si sia registrato tra settembre e ottobre, non esistono prove conclusive sul fatto che l’aumento dei casi sia stato causato dal rientro scolastico — anzi: evidenze da studi internazionali segnalerebbero il contrario. È però vero che, una volta deterioratasi la situazione, lasciare a casa ampie fette della popolazione — come quella scolastica, appunto — è un buon modo per diminuire in fretta la circolazione del virus.

    Ma in questi giorni per quanto riguarda la scuola si è parlato soprattutto della vicenda della maestra torinese vittima di revenge porn e successivamente licenziata dal proprio istituto. Nel 2018 la maestra era stata licenziata per colpa della diffusione di alcuni suoi video e foto di nudo, diffusione che è stata fatta a suo danno dall’ex fidanzato.
    La vicenda è avvenuta nel torinese due anni fa, ma è emersa soltanto ora per via del processo in cui sono state implicate insieme ad altri la direttrice scolastica — accusata di aver obbligato la vittima alle dimissioni e di averla diffamata — e una donna che, imbattutasi nelle foto in una chat di gruppo del mario, aveva riconosciuto e minacciato l’insegnante e fatto circolare ulteriormente il materiale.

    Per l’ex sono stati disposti i lavori socialmente utili e il risarcimento del danno — ma è chiaro chi ha pagato di più in questa storia, che fa scalpore anche perché al centro vi è quello che per eccellenza nelle categorie che vogliono la donna ferma a un modello degli anni ‘50 è stato il simbolo della donna illibata e premurosa: la maestra d’asilo — Lady Diana insegna. Sembra assurdo che una maestra d’asilo possa avere una vita sessuale — incredibile, vero?

    Leggi le note dell’episodio su: https://thesubmarine.it/2020/11/20/trappist-094/
    54 min
  • 093: La caduta
    È passata un’altra settimana: le cause avanzate dai repubblicani si stanno fermando tutte, e il vantaggio di Biden si è solo consolidato. Ma Trump non ammette la sconfitta, e riempie il Pentagono di propri yes men

    È passata un’altra settimana e no, Donald Trump non ha ancora ammesso la sconfitta alle elezioni statunitensi. Ma mentre le cause avanzate dai repubblicani sembra che non stiano andando avanti, parallelamente Trump non sta solo minando la fiducia di tantissime persone nelle istituzioni democratiche statunitensi: ha avviato anche un assalto alle istituzioni come non si è mai visto da parte di un presidente uscente, tutto incentrato sulla scommessa di riuscire a far decidere le elezioni in tribunale.

    Il procuratore generale Barr, in un memorandum assurdo, ha dato il via libera ai procuratori federali per investigare su “specifiche accuse” di brogli elettorali prima che il risultato delle elezioni venga certificato. Si tratta di una rottura senza precedenti con le norme — il dipartimento di Giustizia si è sempre tenuto alla larga dalle materie elettorali. Già un mese fa, a inizio ottobre, Barr aveva dato il permesso ai procuratori di annunciare indagini su possibili frodi elettorali anche prima delle elezioni, ma questa seconda operazione è di gravità molto maggiore, tanto che il funzionario al dipartimento di Giustizia che si occupa di brogli elettorali, Richard Pilger, ha annunciato le proprie dimissioni nel giro di poche ore.

    La strategia di Trump e del Partito repubblicano sembra però non essere stata pianificata molto accuratamente: in tutti gli stati più delicati le cause non stanno portando da nessuna parte, e anche se riuscissero a procedere il vantaggio di Biden sembra ormai così ampio rispetto alle prime previsioni che anche conquistare uno stato a furia di operazioni giudiziarie non basterebbe per garantire la vittoria al presidente uscente.

    Dunque, perché non accarezzare l’idea di un colpo di stato vero e proprio? Tre giorni fa il presidente ha annunciato il licenziamento del segretario alla Difesa Mark Esper, che a dire il vero era stato dato per morto già mesi fa. Inizialmente il capo del Pentagono aveva tenuto il passo con Trump, facendo ben poco per fermare il blocco agli aiuti militari in Ucraina, il fronte per cui Trump ha rischiato l’impeachment. Esper era così docile con l’amministrazione da meritarsi il soprannome di “Yesper.” Un soprannome umiliante, che perfino il presidente ha usato con la stampa. Solo la scorsa estate il Pentagono e la Casa bianca hanno iniziato a distanziarsi: in particolare, il momento della rottura è stata questa conferenza stampa del 3 giugno, durante la quale Esper ha detto che non avrebbe supportato l’attivazione dell’Insurrection Act per inviare l’esercito nelle città statunitensi e reprimere le proteste di Black Lives Matter. Da allora, moltissimi commentatori davano per scontato il suo licenziamento — il fatto che sia successo questa settimana, però, rende particolarmente preoccupante l’azione del presidente.

    Negli ultimi mesi Esper aveva tenuto un profilo più basso, con l’eccezione dell’annuncio della messa al bando della bandiera degli Stati confederati dalle basi militari, e aveva già preparato una lettera di dimissioni in caso arrivasse un giorno di pioggia. La dinamica del suo licenziamento resta avvolta nel mistero: il licenziamento di Esper avrebbe dovuto far passare automaticamente la carica, pro tempore, al suo vice Norquist, e invece Trump ha nominato un sostituto ad interim, il direttore del Centro nazionale antiterrorismo Christopher Miller. Contattato dalla stampa, il Pentagono non ha saputo spiegare perché la carica non sia passata a Norquist, che rimarrà vicesegretario. Miller ha un curriculum molto breve per l’incarico che gli è stato assegnato, ma in compenso, quando era stato interrogato dal Senato per la propria precedente nomina aveva rifiutato di promettere che non avrebbe usato strumenti di intelligence nei confronti di cittadini st
    58 min
  • 092: Ma quindi è finita?
    Joe Biden ha vinto le elezioni. Ma basterà? I repubblicani hanno avviato numerose cause per sopprimere centinaia di migliaia di voti, e il comitato elettorale di Trump minaccia che le elezioni “non sono ancora finite”

    Ok, Trump è indietro in tutti gli stati chiave, e ormai manca davvero poco alla fine dello spoglio dei voti di tutto il paese. Ma era uno scenario tutto sommato previsto — ecco perché il bancarottiere di New York sta da tempo preparando il terreno per cercare di rubare le elezioni. Ieri Trump ha iniziato la giornata twittando di FERMARE IL CONTO — e ha passato la giornata ad accusare i democratici di stare “rubando” le elezioni, ovviamente senza produrre nessuna prova tangibile. Parlando per la prima volta dopo il suo intervento al termine dell’Election Day, quando aveva falsamente annunciato la vittoria, Trump ha dichiarato che “se si contano solo i voti legali” ha vinto, e che “è strano come questi voti per posta siano così di parte” — come se non fosse stato lui stesso a istruire il proprio elettorato a non usare il voto postale.

    Per capire il livello di menzogne a cui Trump sta arrivando: durante il discorso ha detto che in Georgia “le procedure di voto sono controllate dai democratici,” quando il Segretario di stato non solo è repubblicano, ma è Brad Raffensperger — che due anni fa meritò un diretto endorsement di Trump. Secondo Trump, i democratici “non vogliono che i repubblicani abbiano osservatori a Detroit” per monitorare il voto. A Detroit, per la precisione, i repubblicani hanno 134 osservatori.

    Ormai è praticamente certo che Biden arriverà sopra i 270 grandi elettori, e in un mondo in cui gli Stati Uniti sono una democrazia funzionante, sarebbe finita lì. Sono però già in atto una serie di strategie per provare a ribaltare la situazione a colpi di carte bollate, possibilmente corredati da minacce di intervento di milizie armate. Il voto in Wisconsin, ad esempio, verrà quasi sicuramente ricontato: se la forbice di diff tra i due candidati è sotto l'1 si può fare praticamente in automatico e di sicuro Trump lo chiederà. Sono già in moto iniziative o tentativi di invalidare i voti in Pennsylvania, Michigan, Arizona — tutti gli stati chiave, insomma.

    Con il vantaggio per Biden che sembra sempre più solido, è anche sempre meno probabile che questi tentativi di colpo di stato invalidare il funzionamento della macchina elettorale riescano. Sono però un indizio della lunga eredità lasciata da quattro anni di presidenza Trump, che hanno scosso in profondità le fondamenta già precarie del sistema democratico statunitense, e che dureranno molto più a lungo anche di una presidenza Biden — a cominciare dalla Corte Suprema più conservatrice dell’ultimo secolo. Nel frattempo, sono già iniziati i regolamenti di conti all’interno del partito democratico, con l’ala di destra che sta cercando fin da subito dopo il voto di scaricare la responsabilità della performance poco brillante del partito su quella di sinistra, nonostante i numeri smentiscano questa interpretazione.

    Leggi le note dell’episodio su: https://thesubmarine.it/2020/11/06/trappist-092/
    50 min
  • 091: I nuovi lockdown in Europa sono un fallimento, ma non c’è altra soluzione
    Il tracciamento dei contatti non ha funzionato, i sistemi sanitari non reggono: Macron chiude la Francia, la Germania stringe le maglie delle norme anti–contagio. In Italia, invece, il governo sembra paralizzato.

    In questa puntata di TRAPPIST torniamo a parlare della situazione sanitaria e politica europea: mentre in Italia si rincorrevano testimonianze delle difficoltà che sta attraversando il sistema sanitario nazionale, Francia e Germania hanno annunciato nuove misure di per limitare il contagio. Macron ha annunciato che la Francia andrà in lockdown per un mese a partire da domani, mentre invece la Germania va in contro a misure anti–contagio più simili a quelle italiane, seppur più rigide. I media lo hanno definito un “lockdown leggero.”

    Emmanuel Macron ha ammesso che la Francia ha bisogno di misure anti–contagio più efficaci, nonostante quelle già vigenti si siano rivelate molto impopolari, dato che la seconda ondata si sta configurando ancora più mortale della prima. Macron ha quindi annunciato che la Francia tornerà in lockdown per un mese, a partire da venerdì 30 ottobre. Le misure saranno simili a quelle viste in primavera: chiusura generalizzata delle attività “non essenziali” — restano aperte filiere agricole, fabbriche, logistica; divieto di organizzare incontri fuori dal proprio gruppo familiare; divieto di spostarsi fuori dalla propria regione. A differenza del primo lockdown, le scuole resteranno aperte — tranne le Università — e sarà ancora possibile visitare parenti in residenze assistenziali. Il lavoro da casa è fortemente consigliato, ma non obbligatorio.

    Le misure approvate in Germania sono invece più vicine a quelle già adottate da Italia e Spagna, piuttosto che a un vero e proprio lockdown. Saranno chiusi completamente, però, bar e ristoranti, oltre a teatri, cinema, e palestre. La decisione arriva proporzionalmente prima in Germania che in altri stati, rispetto all’andamento del contagio — ieri sono stati confermati 16.774 casi, su una popolazione di più di 80 milioni di persone — ma non senza difficoltà: fino all’ultimo i leader dei 16 Länder tedeschi si erano opposti a qualsiasi tipo di chiusura a livello federale. L’accordo è arrivato solo in seguito a rassicurazioni riguardo alle misure di sostegno economico per le aziende colpite dalle misure: gli imprenditori potranno ricevere a fondo perduto esborsi pari al 75% del proprio fatturato del novembre 2019. Per i lavoratori del settore culturale, però, si tratta di una crisi senza precedenti: tutti i lavoratori autonomi, moltissimi nella filiera, non hanno visto annunciata nessuna misura di sollievo, e potranno fare affidamento unicamente sui meccanismi generali per la disoccupazione.

    La situazione in Italia, nel frattempo, si fa sempre più allarmante. Non solo per i dati sempre più preoccupanti su nuovi positivi, deceduti e ricoverati in terapia intensiva: il dato forse più preoccupante è il continuo squillare di campanelli sulle condizioni del sistema sanitario nazionale. Finora la gestione della crisi è stata più “permissiva” proprio perché il governo sembrava in qualche modo illuso che il sistema sanitario potesse reggere alla situazione drammatica. Un primo allarme ieri è arrivato dagli Ospedali San Paolo e San Carlo di Milano, dove la dirigenza, in mail interne pubblicate da Matteo Pucciarelli, di Repubblica, su Twitter parlavano di una “situazione esplosiva,” con il “personale allo stremo.”

    A questo punto è giusto chiedersi: ma qualcuno pagherà per tutto questo? Se l’arrivo della prima ondata aveva come parziale attenuante un grande effetto sorpresa, per questa non ci sono scuse — l’Europa intera si è fatta trovare completamente impreparata al nuovo dilagare della pandemia. Nonostante ciò, in Italia, per ora il consenso sulla gestione dei fatti da parte del governo sembra essere ancora solida, e lo stato della politica nazionale sembra essere troppo catatonico per impostare un ragionamento costruttivo: l’unica opposizione sembra e
    1 hr
  • 089: Perché tutta Europa è arrivata impreparata alla seconda ondata?
    I paesi europei sono arrivati a questo autunno largamente impreparati a una crisi che sapevano sarebbe stata da affrontare. Nel resto del mondo ci sono molti esempi di gestione razionale ed efficace della pandemia — ma non siamo stati capaci di riprodurli.

    La settimana scorsa, durante una conferenza stampa, il direttore generale dell’OMS Tedros ha ripetuto che il numero di nuovi casi a livello globale non è mai stato così alto, e ha attaccato direttamente chi solleva l’“immunità di gregge” come una strategia valida per contrastare il Covid–19. Tedros l’ha definita “scientificamente ed eticamente problematica,” e ha sottolineato come “l’immunità di gregge non sia mai stata usata come strategia per combattere un’epidemia in tutta la storia della sanità pubblica.” Parlando con la stampa, il direttore generale è anche tornato a parlare di chi ha contratto il Covid–19 per una seconda volta, e ha sottolineato la centralità del problema degli effetti a lungo termine, di cui abbiamo scritto anche noi pochi giorni fa. La retorica di “tenere duro” un ultimo inverno potrebbe essere una visione altrettanto poco lungimirante: Soumya Swaminathan, la Scienziata capo dell’organizzazione, ha ammesso che difficilmente i giovani e le persone in salute saranno vaccinate prima del 2022. Secondo Swaminathan il vaccino rischia di essere disponibile inizialmente solo in quantità limitate, e per questo sarà necessario essere molto rigidi nel dare la precedenza prima ai lavoratori più esposti, e poi alle persone anziane.

    Insomma, nel caso non fosse ancora abbondantemente chiaro, dopo sette mesi, la gestione solo emergenziale della pandemia non va da nessuna parte. Bisogna lavorare a meccanismi che ci permettano di gestire la crisi sul lungo periodo, in modo più costruttivo e con un respiro politico più ampio ed efficace.

    Come procede il testing di massa a Qingdao, nel frattempo? Spedito: l’ultimo aggiornamento è di ieri, ed erano stati effettuati 7 dei 9 milioni di test necessari per coprire tutta la popolazione. Finora non sono stati individuate altre infezioni — anche se la Cina mantiene un conteggio separato per i casi asintomatici, per cui potremmo saperne di più nei prossimi giorni. Sono stati individuati, invece, due responsabili: Sui Zhenhua, uno degli ufficiali alla commissione alla Sanità della città, e Deng Kai, il direttore dell’ospedale convertito in Covid hospital per viaggiatori da cui si è diffuso il contagio, sono stati licenziati.

    La Cina è stato il primo paese colpito dalla pandemia, ma negli ultimi mesi ha dimostrato come nessun altro luogo di saper controllare il contagio, grazie a misure spesso drastiche ma efficaci come questa. Non si tratta infatti del primo test di massa — lo scorso maggio furono testati anche tutti gli abitanti di Wuhan, e nei mesi scorsi molte altre metropoli cinesi sono passate attraverso campagne intense di testing, tra cui anche Pechino. Dall’inizio della pandemia, nella capitale cinese si sono contati solo 9 morti ufficiali. Per quanto sia legittimo dubitare dei numeri ufficiali cinesi — come, del resto, quelli di tutti i paesi del mondo, Italia compresa — è indubbio che in estremo oriente la pandemia sia stata gestita molto meglio rispetto all’Europa Occidentale.

    Il paragone più impietoso per l’Occidente è indubbiamente quello con la Corea del Sud, in cui dall’inizio della crisi il picco giornaliero è stato di 909 casi, e che a fine agosto è riuscita a strozzare una seconda ondata — ora i casi sono da un mese sempre attorno ai 100 tutti i giorni. Il paese — indubbiamente anche perché aveva già attraversato la MERS — è un modello mondiale nella lotta al contagio, forse quello che ha avuto più successo di tutti nel contrastare il virus.

    Non si può non osservare i casi in tutta l’Asia e non arrivare alla conclusione netta che tutti i governi abbiano investito più risorse, più soldi, nella difesa della vita delle persone. Non è un caso che i tre paesi che in tutto il mondo hanno gestito meg
    1 hr 11 min
  • 088: Lockdown revival?
    Negli ultimi giorni i casi di coronavirus sono aumentati notevolmente, costringendo la politica e gli esperti ad affrontare domande difficilissime: è stato fatto abbastanza per arrivare preparati a questo momento? Era possibile evitare un’altra esplosione del contagio?

    I nuovi casi in Italia continuano ad aumentare a un ritmo più rapido e preoccupante rispetto a quello delle scorse settimane. Ieri sono stati 4458, quasi 800 in più rispetto alla giornata precedente. Nel corso della giornata si sono inseguite molte dichiarazioni, contributi e interviste, tutte nella stessa falsariga: i numeri europei – di Spagna, Regno Unito e Francia, che finora ci sembravano incoraggianti per la situazione italiana, ora sembrano al contrario — un monito di quello che rischia di succedere anche qui.

    I tamponi, ad esempio, non sembrano tenere il passo con l’aumento del contagio, e rimangono ancora lontani dagli obiettivi dichiarati dal governo a inizio settembre. Il giudizio del virologo Andrea Crisanti, che aveva sottoposto al governo un piano per arrivare a 3-400 mila tamponi al giorno, è molto duro al riguardo: “Abbiamo perso 4 mesi preziosi.” Sono allo studio possibile misure di estensione dei cosiddetti “test rapidi,” la cui efficacia però non è ancora del tutto provata.

    La situazione sembra particolarmente degna di osservazione in Campania. Nella regione si sono contati 757 nuovi casi: in serata, De Luca è andato a Roma, dove ha parlato con Speranza e il commissario Arcuri. A quest’ultimo, il governatore ha chiesto di reclutare operatori sanitari volontari tramite la Protezione civile, visto che uno dei problemi più pressanti nella sanità campana oggi — oltre ai pochi tamponi e ai pochi posti letto — è la mancanza di personale.

    Visto che un ulteriore aumento dei contagi sembra quasi inevitabile, è ora di domandarsi se le strutture ospedaliere siano preparate, non solo in Campania. La risposta è: solo in parte. Soprattutto gli ospedali del Nord hanno ormai una buona esperienza nel trattare la malattia, ma in tutta la penisola permangono problemi logistici drammatici: ad esempio sull’aumento del numero di posti letto in terapia intensiva disponibili, per cui proprio in questi giorni si sta concludendo la gara — ciò vuol dire che non sono ancora pronti, e non lo saranno se non nelle prossime settimane. Un altro problema, risolvibile forse più in fretta, è quello della mancanza di personale, su cui però non ci sono ancora linee d’azione precise.

    Proprio come nella fase 1, il governo sembra insomma deciso a gestire la crisi scaricando buona parte della responsabilità sui comportamenti dei cittadini. In Italia, fortunatamente, non sembrano esserci grossi problemi nel convincere la maggior parte della popolazione a indossare la mascherina — e dato che il governo non sembra molto più pronto ad affrontare un eventuale nuovo radicale aumento dei contagi, o a prevenirlo, le misure di igiene individuale potrebbero davvero essere fondamentali nello scongiurare un nuovo lockdown. Intanto sempre più persone si stanno decidendo a scaricare l’app Immuni, su cui il governo ha scommesso molto, ma che si è finora rivelata un clamoroso flop.

    Leggi le note dell’episodio su: https://thesubmarine.it/2020/10/09/trappist-088/
    55 min

About TRAPPIST

From the publisher's feed

Il mondo visto da lontano: conversazione sulle notizie piú importanti della settimana, dalla redazione di the Submarine.

More shows like TRAPPIST

DataKnightmare: L'algoritmico è politico by Walter Vannini

DataKnightmare: L'algoritmico è politico

0 Listeners

Tintoria by OnePodcast - The Comedy Club

Tintoria

20 Listeners

Actually by Will Media

Actually

10 Listeners

Il Mondo by Internazionale

Il Mondo

35 Listeners

Indagini by Il Post

Indagini

88 Listeners

Non hanno un amico by Luca Bizzarri - Chora Media

Non hanno un amico

28 Listeners

Stories by Cecilia Sala – Chora Media

Stories

40 Listeners

Black Box - La scatola nera della finanza by Guido Brera e Gian Luca Comandini - Chora Media

Black Box - La scatola nera della finanza

7 Listeners

Fuori Da Qui by Simone Pieranni - Chora Media

Fuori Da Qui

5 Listeners

Nessuno Escluso by Chiara Piotto e Pietro Forti - Will Media

Nessuno Escluso

1 Listeners

SEIETRENTA - La rassegna stampa di Chora Media by Chora Media

SEIETRENTA - La rassegna stampa di Chora Media

16 Listeners

Una mattina by il manifesto

Una mattina

0 Listeners

Wilson - Le notizie, spiegate bene by Il Post - Francesco Costa

Wilson - Le notizie, spiegate bene

7 Listeners