Nel Vangelo della tempesta sul lago ci colpisce innanzitutto un particolare sconcertante: Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva. Dopo il miracolo dei pani, dopo l’esperienza dell’abbondanza, dello stare insieme e della folla sfamata, ci aspetteremmo che Gesù rimanga con loro. Invece li manda via, quasi li allontana da sé.
Noi possiamo immaginare la perplessità dei discepoli: perché partire da soli? Perché non rimanere ancora un po’ insieme? Gesù avrebbe potuto congedare la folla e poi partire con loro. Invece insiste: dobbiamo andare dall’altra parte. Questa parola ci fa capire che anche noi, nella vita di fede, siamo spesso chiamati a partire senza avere tutto sotto controllo, a lasciare una situazione conosciuta e sicura per fidarci di una parola di Gesù.
L’altra riva passa attraverso la notte
La traversata non è affatto semplice. I discepoli incontrano il vento contrario, la notte, il buio e la tempesta. Sono pescatori esperti e conoscono bene il lago, ma questa volta sono comunque in grande difficoltà.
Ci sembra quasi che Gesù li abbia volutamente messi in una situazione nella quale devono toccare con mano la propria debolezza. Anche noi possiamo riconoscere tante situazioni nelle quali ci siamo sentiti costretti a navigare controvento: solitudini, lutti, separazioni, malattie, fatiche, fallimenti e prove che non avevamo scelto e che avremmo voluto evitare.
Possiamo domandarci quale sia, per ciascuno di noi, quella «altra riva» verso la quale il Signore ci dice: vai, ci vediamo là. Non sempre comprendiamo perché dobbiamo attraversare proprio quel mare. Eppure il Vangelo ci suggerisce che anche queste situazioni possono diventare il luogo nel quale Dio si manifesta.
Dio si rivela nel silenzio
La stessa dinamica la ritroviamo nella vicenda del profeta Elia. Dopo aver affrontato i profeti sul monte Carmelo, Elia deve fuggire dalla minaccia della regina Gezabele. Ha paura, si sente solo e arriva perfino a desiderare di morire. Anche lui deve affrontare un viaggio e una situazione nella quale sperimenta la propria fragilità.
Quando giunge sull’Oreb, Elia cerca Dio nelle manifestazioni potenti: nel vento impetuoso, nel terremoto, nel fuoco. Ma Dio non è lì. Lo incontra invece nel sussurro di una brezza leggera, nella «voce di un silenzio». Dio si fa presente con una delicatezza inattesa, rassicurando il profeta e facendogli comprendere che non è stato abbandonato.
Questo diventa per noi un insegnamento prezioso: non dobbiamo aspettarci che Dio si manifesti sempre attraverso eventi straordinari. Talvolta la sua presenza più vera è discreta, silenziosa, quasi impercettibile. Anche quando ci sembra di essere soli, egli continua ad accompagnarci.
Anche Paolo attraversa la prova
La stessa esperienza emerge nella Lettera ai Romani. Paolo manifesta un dolore profondo per i suoi fratelli ebrei, ai quali appartengono l’adozione a figli, la gloria, l’alleanza, la Legge, le promesse, i patriarchi e tutti i doni ricevuti da Dio, ma che non hanno riconosciuto pienamente Cristo.
Anche Paolo vive quindi una forma di sofferenza e di passaggio. Tuttavia, proprio attraverso questa situazione, arriva a mostrare che la strada di Dio è quella della misericordia e della fede. Anche per coloro che sembrano essersi allontanati o aver rifiutato Dio rimane sempre aperta una porta.
La prova, allora, non è necessariamente il segno che Dio ci ha abbandonati. Può diventare il luogo nel quale impariamo a riconoscere una misericordia più grande di noi.
«Coraggio, sono io, non abbiate paura»
Dopo una lunga notte, Gesù finalmente si avvicina ai discepoli camminando sul mare. Essi però non lo riconoscono. Hanno paura e pensano che sia un fantasma.
È significativo che non siano tanto le onde e il buio a spaventarli: a quelle difficoltà erano abituati. È la presenza stessa di Gesù, arrivata in un modo che non comprendono, a suscitare paura.
Ma Gesù parla immediatamente: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».
Queste parole sono il cuore dell’episodio. Gesù non elimina immediatamente tutte le difficoltà, ma si fa presente dentro la tempesta. Prima ancora di cambiare la situazione, cambia il modo in cui i discepoli la vivono: non sono più soli. Lui è vicino alla barca.
Il Vangelo avrebbe potuto concludersi qui. Ma invece ci riserva una seconda sorpresa.
Pietro osa uscire dalla barca
Pietro, con il suo impeto e la sua irruenza, non si accontenta di aspettare Gesù sulla barca. Gli dice: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque».
È una richiesta sorprendente. Perché scendere dalla barca? Perché abbandonare proprio l’unica sicurezza che ha? Eppure Gesù sembra apprezzare questo desiderio di Pietro di andare verso di lui. Non gli dice di aspettare. Gli dice semplicemente: «Vieni!»
Pietro rappresenta così quel desiderio di incontro che anche noi portiamo dentro. Non gli basta sapere che Gesù è vicino: vuole raggiungerlo. Vuole andare verso di lui, fidandosi della sua parola.
E per un tratto ci riesce davvero. Pietro cammina sulle acque. Ma quando guarda il vento e si lascia prendere dal dubbio, comincia ad affondare.
Quando ci resta soltanto «Signore, salvami»
A quel punto Pietro non ha più nulla a cui aggrapparsi. Non può contare sulla propria forza, sulla propria esperienza e nemmeno sulla barca. Gli rimane soltanto una preghiera essenziale: «Signore, salvami!»
Ed è proprio allora che Gesù interviene. Il Vangelo sottolinea che subito gli tende la mano e lo afferra.
Questa immagine diventa una delle più belle dell’intero racconto. Quando noi affondiamo, quando le nostre sicurezze vengono meno, quando non riusciamo più a salvarci da soli, Gesù non rimane distante. Ci prende per mano e ci tira su.
Non dobbiamo avere paura di arrivare a quel punto nel quale possiamo dire soltanto: Signore, salvami. Anzi, può essere proprio lì che impariamo la fiducia più vera.
Dalla tempesta alla professione di fede
Quando Gesù e Pietro salgono sulla barca, il vento cessa. E allora i discepoli compiono un passo decisivo: si prostrano davanti a Gesù e confessano insieme: «Davvero tu sei Figlio di Dio!»
La traversata nella notte ha prodotto qualcosa di più della semplice salvezza da una tempesta. I discepoli hanno conosciuto Gesù più profondamente. Hanno compreso qualcosa della sua identità.
È diverso dall’episodio precedente, nel quale Gesù aveva calmato una tempesta mentre dormiva sulla barca. Qui, invece, è stato lui stesso a mandarli nel mare e a lasciarli apparentemente soli. La prova diventa così un cammino nel quale la loro fede viene purificata e approfondita.
Anche noi possiamo rileggere alcune delle nostre prove alla luce di questa esperienza. Forse non abbiamo sempre capito perché il Signore ci abbia lasciati attraversare determinate situazioni. Ma possiamo scoprire che proprio lì abbiamo imparato a conoscerlo in modo nuovo.
La fede non è soltanto sicurezza: è affidamento
Ci rendiamo conto che ciò che Gesù cerca essenzialmente da noi è un atto di fiducia. Egli vuole suscitare in noi la certezza che possiamo affidarci a lui anche quando non vediamo più una strada sicura.
La fede non significa avere sempre una barca tranquilla, né significa essere preservati da ogni tempesta. Significa sapere che, anche quando affondiamo, la sua mano è già pronta a raggiungerci.
E ciò che riceviamo non è soltanto la sicurezza di essere accompagnati nelle difficoltà concrete della vita. La promessa è molto più grande: Gesù ci conduce attraverso la morte verso la vita. La sua mano che ci afferra nella tempesta è la stessa mano che ci accompagna nella morte e ci dona la vita eterna.
L’abbraccio che dura per sempre
Possiamo pensare all’icona della Risurrezione nella quale Cristo prende per mano Adamo ed Eva e li tira fuori dagli inferi. In quelle figure possiamo riconoscere anche noi stessi.
Quello che accade a Pietro sulla barca non è soltanto l’immagine di una salvezza momentanea. È l’immagine di ciò che Gesù vuole fare con ciascuno di noi: prenderci per mano, tirarci su e non lasciarci mai.
Abbiamo bisogno di questa certezza, non soltanto nelle prove quotidiane, ma anche davanti alla nostra morte. Il Signore non ci abbandona. La sua mano rimane accanto a noi fino alla fine e oltre la fine, perché egli è il Signore della vita.
Anche la Trasfigurazione ci conduce alla stessa fede
Nei giorni precedenti abbiamo celebrato la festa della Trasfigurazione. Anche lì Gesù conduce i discepoli sul monte e manifesta loro la sua gloria. Ma anche quell’esperienza straordinaria conduce alla stessa conclusione: «Questo è il Figlio mio... ascoltatelo».
Sia sul monte della Trasfigurazione sia nel mare della tempesta, Gesù vuole portarci alla stessa certezza: egli è il Figlio di Dio e possiamo fidarci di lui.
Per questo siamo invitati a rinnovare il nostro atto di fede. In mezzo alle nostre tempeste, alle nostre paure e alle nostre fragilità, possiamo guardare a Cristo e riconoscere la sua presenza.
Possiamo allora prostrarci davanti a lui con la stessa fede dei discepoli e dirgli con gratitudine: «Grazie, Signore. Tu sei il Figlio di Dio. Tu sei il nostro fratello. Tu sei colui che ci prende per mano e non ci abbandona mai.