Le letture di oggi possono generare in noi una certa angoscia, persino uno spavento, perché ci mettono davanti alla nostra incapacità, al nostro peccato, alla nostra nudità. La prima lettura insiste in modo forte proprio su questo tema, presentandoci il peccato originale: il primo tradimento del dono di Dio e della sua parola da parte di Adamo ed Eva. È il racconto di una fiducia spezzata, di una libertà che si piega davanti alla seduzione.
Leggendo queste pagine, è inevitabile immedesimarci e chiederci cosa avremmo fatto noi al loro posto. Davanti a un dono immenso – la creazione, la libertà, l’abbondanza di alberi e di frutti – proprio quell’unico limite viene oltrepassato. Il serpente induce, suggerisce, sposta lo sguardo. E ci riconosciamo in questo: anche noi, davanti alle nostre tentazioni e ai nostri peccati, ci comportiamo spesso allo stesso modo.
Gesù nel deserto e la prova radicale
Nel Vangelo troviamo una pagina bellissima e durissima allo stesso tempo. Gesù, spinto dallo Spirito, entra nel deserto: uno spazio di solitudine, di mancanza di riferimenti, di totale vulnerabilità. Digiuna quaranta giorni e quaranta notti, prova la fame, e proprio lì viene tentato dal diavolo.
Le tentazioni che gli vengono proposte toccano in profondità l’essere umano, le nostre paure più vere. C’è la paura di non avere nutrimento, di trovarsi davanti solo delle pietre. C’è il bisogno che cerchiamo di soddisfare in tanti modi. C’è il dubbio che Dio si occupi davvero di noi, che intervenga, che rimuova gli inciampi della nostra vita.
Fame, sfiducia e sete di potere
Una delle tentazioni è quella di mettere Dio alla prova: “Buttati giù e vedi se risponde”. È il sospetto che Dio non sia affidabile, che occorra provocarlo per ottenere una risposta. E poi c’è la tentazione del potere, del possesso, dell’autoaffermazione orgogliosa. Non solo il denaro, ma il controllo, il dominio sulle relazioni, il bisogno di avere l’ultima parola.
Queste dinamiche portano spesso a compromessi, a menzogne, a vere e proprie schiavitù interiori. Sono realtà con cui abbiamo a che fare ogni giorno, nella concretezza della nostra vita.
Il rischio di una Quaresima come lotta solitaria
Di fronte a tutto questo, il rischio è vivere la Quaresima come una prova di forza: “Dobbiamo essere bravi, dobbiamo resistere come Gesù”. È giusto desiderarlo, ma se impostiamo la Quaresima solo come una lotta, rischiamo di partire già sconfitti, perché portiamo sulle spalle tante cadute.
Le Scritture, invece, mi sembrano offrire due piste diverse, più profonde e più vere.
Gesù non combatte: resta figlio
La prima pista riguarda il modo in cui Gesù affronta il diavolo. Non combatte. Non si presenta come un guerriero che sconfigge il nemico con la forza. Il diavolo lo provoca continuamente sulla sua identità: “Se sei figlio di Dio…”. Cerca di spingerlo a dimostrare, a esibire, a usare il suo essere Figlio come potere.
Gesù, invece, resta aggrappato a una sola cosa: l’essere figlio. Non un super figlio, non un super uomo, ma un figlio fragile, debole, totalmente affidato al Padre. Dice che l’uomo non vive di solo pane, ma di ciò che esce dalla bocca di Dio. Aspetta il nutrimento dal Padre, non se lo procura da solo. È un’affermazione di piccolezza, di dipendenza fiduciosa.
Fiducia, umiltà e libertà dal potere
Anche davanti alla tentazione di mettere Dio alla prova, Gesù rifiuta: si fida. Non ha bisogno di verificare l’amore del Padre. Il suo rapporto con Dio è semplice, umile, senza pretese. Allo stesso modo, rifiuta il potere: non gli serve dominare, possedere, controllare. Gli basta essere figlio, gli basta ciò che il Padre gli ha già dato.
“Solo il Signore adorerai”: non ci sono altri dei, né poteri alternativi. Gesù appare mite, umile, in profonda continuità con le beatitudini. Tutto lo riceve dal Padre, e questa obbedienza filiale diventa per noi una strada concreta da percorrere.
La preghiera dei figli: il Padre Nostro
Anche per noi questa obbedienza può essere gustata, non come orgoglio spirituale, ma come affidamento. In questo senso, la preghiera quaresimale per eccellenza è il Padre Nostro. Quando diciamo “sia santificato il tuo nome”, “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, “rimetti a noi i nostri debiti”, “liberaci dal male”, sentiamo tutta la piccolezza del figlio che si rivolge al Padre con fiducia totale.
È una preghiera che ci insegna a vivere non da autosufficienti, ma da figli.
Adamo e Cristo: il confronto decisivo
La seconda pista viene dalla seconda lettura, in cui Paolo mette a confronto il disastro generato dal peccato di Adamo e la sovrabbondanza di grazia portata da Gesù Cristo. Il paragone è sproporzionato: il male entrato nel mondo non è minimamente paragonabile all’abbondanza della grazia che ci è stata donata.
L’offerta di vita di Gesù ci avvolge, ci perdona, ci prende per mano, ci giustifica. Noi, incapaci di resistere alle tentazioni, ci scopriamo completamente perdonati. Se in Adamo siamo tutti peccatori, in Gesù Cristo siamo tutti giustificati.
La felice colpa e il perdono che salva
Risuona allora quella frase del preconio pasquale: “Felice colpa, che ci ha meritato un così grande Redentore”. Le nostre colpe non vengono negate, ma portate davanti a Dio perché siano perdonate. È lì che si manifesta la grandezza dell’amore di Dio.
Vivere la Quaresima come cammino di figli
La Quaresima diventa così un viaggio verso la Pasqua. Certo, siamo chiamati a convertirci e a cambiare vita, ma soprattutto a diventare sempre più figli: perdonati, presi per mano, umili. Le pratiche quaresimali – elemosina, preghiera, digiuno – non servono a renderci forti, ma piccoli, capaci di ricevere tutto da Lui.
Accanto al Padre Nostro, un’altra preghiera fondamentale è il Salmo 50, il salmo di Davide, adultero e omicida, che si affida totalmente alla misericordia di Dio. È una supplica intensa e vera: chiede perdono, riconosce il peccato, invoca un cuore nuovo, desidera la gioia della salvezza.
Non superuomini, ma figli perdonati
Questa è la direzione della Quaresima: non diventare super uomini spirituali, ma figli che chiedono, cercano e gustano il perdono e l’amore di Dio. Recitando il Padre Nostro e il Salmo 50, impariamo a stare davanti a Dio con verità, fiducia e umiltà, lasciandoci salvare.