In questa domenica siamo invitati a riscoprire quanto sia prezioso il nostro stare insieme e quanto sia importante custodirci reciprocamente. Le letture, però, non ci propongono una visione ingenua o idealizzata delle relazioni: parlano con grande realismo anche del male che possiamo farci gli uni agli altri. Ognuno di noi, sorprendentemente, è capace di compiere azioni che feriscono, danneggiano e mettono in crisi le relazioni.
Il Vangelo parte proprio da questa realtà: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te...». Tra fratelli può esserci una colpa, un'azione ingiusta, una cattiveria. È qualcosa che sperimentiamo quotidianamente. La domanda allora è come aiutarci perché il male, pur riconosciuto e affrontato, non diventi motivo di disgregazione e di distruzione, né produca un'iniquità ancora più grande, ma possa trasformarsi in un'occasione di aiuto reciproco.
Un debito che non dobbiamo mai estinguere
La parola che ci aiuta maggiormente viene dalla Lettera ai Romani: «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell'amore vicendevole». Normalmente essere debitori significa dover dare qualcosa a qualcuno, avere un debito da saldare.
Poco prima Paolo ci aveva invitato a essere persone corrette e giuste nelle nostre relazioni: pagare le tasse, pagare i tributi, avere i conti in ordine con tutti, non lasciare nulla in sospeso. Anche questo fa parte della giustizia e della responsabilità nei confronti degli altri.
Ma Paolo aggiunge qualcosa di più profondo: dell'amore vicendevole dobbiamo rimanere sempre debitori. È un debito che non dobbiamo mai considerare definitivamente saldato.
Non fare i conti dell'amore
Questo debito d'amore non deve essere vissuto secondo la logica del dare e dell'avere. Non possiamo amare aspettandoci continuamente qualcosa in cambio: «Io ho fatto questo per te, ora tocca a te». Nelle relazioni familiari è giusto organizzarsi, accordarsi e condividere le responsabilità della vita quotidiana, ma l'amore di cui parla Paolo è qualcosa di ancora più profondo.
Siamo chiamati a vivere non come persone che reclamano ciò che spetta loro, ma come persone consapevoli di avere ancora tanto da dare. Essere debitori significa riconoscere di avere ricevuto un amore così grande da non poterlo mai restituire completamente.
Pensiamo, ad esempio, ai nostri genitori. Ci hanno dato la vita, hanno compiuto sacrifici per noi e, in molti casi, sarebbero stati disposti a dare persino la loro vita per noi. Come potremmo ripagare pienamente il dono di essere stati generati, allevati e amati?
Debitori d'amore verso tutti
Paolo allarga questo sguardo a tutte le nostre relazioni. Non soltanto verso le persone più vicine, verso la nostra famiglia o verso coloro con cui abbiamo un legame di sangue o di particolare simpatia. Siamo chiamati a guardarci attorno e a riconoscere che, in qualche modo, siamo debitori d'amore verso ogni persona che incontriamo.
Abbiamo ricevuto un tesoro d'amore così sovrabbondante che non basterà tutta la vita per restituirlo. E questo amore siamo chiamati a viverlo reciprocamente, senza porre continuamente davanti condizioni, contratti o pretese.
Amiamo l'altro perché desideriamo il suo bene. Vogliamo che viva, che sia salvato, che raggiunga quella pienezza e quella gioia che desideriamo anche per noi stessi.
La libertà di non fare continuamente i conti
Questo modo di vivere le relazioni è anche una grande sorgente di libertà. Quando iniziamo a fare continuamente i conti su chi ha dato di più e chi ha ricevuto di meno, le relazioni diventano strette e pesanti. Cominciamo a sentirci prigionieri, a ribellarci e a reclamare ciò che pensiamo ci sia dovuto.
Al contrario, sentirci reciprocamente debitori d'amore ci apre il cuore e ci dà respiro. Ci permette di vivere con maggiore libertà e, paradossalmente, con maggiore gioia.
Possiamo tradurre tutto questo nella vita familiare, nel lavoro, nel rapporto con i figli e nella vita della comunità. Sarebbe bello compiere ogni sforzo possibile per continuare a ripagare questo debito d'amore, rimanendo persino contenti del fatto che non si estingua mai.
I piccoli ci insegnano l'amore gratuito
In mezzo a noi ci sono persone particolarmente preziose che ci aiutano a comprendere tutto questo: i piccoli. Spesso non possono fare molto, se non volerci bene.
A volte possiamo persino domandarci con stupore perché qualcuno continui ad amarci nonostante le nostre mancanze, le nostre cattiverie, le nostre trascuratezze. Pensiamo anche a un genitore anziano o a una persona fragile: magari non riesce più a fare molte cose, eppure continua semplicemente a volerci bene.
Questo amore gratuito può quasi intimorirci, perché ci rivela qualcosa di molto profondo: è proprio questo il bene che il Signore desidera che viviamo tra di noi.
Sentinelle che non abbandonano chi sbaglia
Anche la prima lettura ci offre una strada concreta. Il profeta Ezechiele ci chiama a essere sentinelle. Dopo aver ascoltato la parola del Signore, siamo chiamati a comunicarla.
E a chi dobbiamo rivolgerci in modo particolare? Proprio a coloro che hanno fatto il male. La responsabilità delle loro azioni rimane certamente loro, ma noi non possiamo restare indifferenti. Abbiamo l'urgenza di raggiungerli, di cercarli e, per così dire, di prenderli per mano.
Essere sentinelle significa dunque non abbandonare chi si è smarrito, ma cercare di aiutarlo a ritrovare la strada.
Guadagnare il fratello
Il Vangelo riprende questa stessa logica quando parla del fratello che pecca contro di noi. Dopo aver invitato ad andare da lui e parlargli personalmente, Gesù afferma: «Se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello».
Nelle letture ritorna così una particolare logica: quella del debito e del guadagno. Ma qui il vero guadagno non è possedere qualcosa per noi stessi. Guadagnare il fratello significa recuperarlo, aiutarlo a ritrovare la strada e ristabilire una relazione.
Questo richiede una grande attenzione per l'altro. Se il fratello non ascolta, non possiamo semplicemente dire: «Arrangiati, io ho fatto la mia parte». Il Vangelo ci invita a coinvolgere altri fratelli e sorelle. La cura diventa progressivamente comunitaria: prima uno, poi due o tre, fino all'intera comunità.
È un invito a non arrenderci facilmente e a prenderci realmente cura gli uni degli altri.
Mettersi d'accordo come una sinfonia
Gesù aggiunge poi una promessa straordinaria: se due di noi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre celeste gliela concederà.
È particolarmente bella l'espressione «mettersi d'accordo». Nella lingua originale richiama il verbo da cui deriva la parola «sinfonia». Le difficoltà che viviamo possono dunque diventare una preghiera comune, una vera sinfonia.
Anche se siamo diversi, possiamo imparare a chiedere insieme la stessa cosa al Signore. Possiamo accordare i nostri desideri, come gli strumenti di un'orchestra che suonano note diverse ma partecipano alla stessa melodia.
Non si tratta semplicemente di pregare ciascuno per conto proprio, senza preoccuparci di ciò che chiede l'altro. Gesù ci invita a cercare un accordo. Anche nelle nostre famiglie possiamo domandarci insieme: che cosa dobbiamo chiedere al Signore? Qual è il bene comune che desideriamo?
Quando impariamo a cercare insieme la stessa melodia, a pregare con un cuore accordato, la nostra preghiera diventa una vera sinfonia.
Perché nessuno vada perduto
Ringraziamo allora il Signore perché ci insegna a godere della nostra vita comune e a vivere insieme con un desiderio preciso: che nessuno vada perduto.
Questo non significa sentirci superiori agli altri, perché siamo noi per primi ad avere bisogno di essere cercati, visitati e raggiunti da una parola buona. Anche noi abbiamo bisogno di sentirci accolti nonostante il nostro carattere difficile, nonostante la nostra capacità di fare il male e le ferite che possiamo aver provocato.
Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che venga a cercarci e ci aiuti a ritrovare la strada.
Il debito infinito dell'amore di Cristo
Alla fine, la sorgente di tutto questo è l'amore di Cristo. Sulla croce Gesù ci ha mostrato che il debito dell'amore è infinitamente grande, perché lui ha dato tutto per noi.
Guardando alla sua croce comprendiamo che siamo amati da una misericordia che non abbiamo meritato e che non potremo mai ripagare completamente. Possiamo soltanto accoglierla e lasciarla diventare vita nelle nostre relazioni.
Per questo siamo chiamati a guardare continuamente al suo amore infinito e alla sua misericordia, per imparare a viverli tra di noi: custodendoci, correggendoci, cercandoci quando ci smarriamo, perdonandoci e continuando, sempre, a considerarci debitori dell'amore vicendevole.